Meritocrazia

LR24.IT (A. CIARDI) – Nel Paese del nepotismo, delle raccomandazioni e delle lobby professionali, i bravi riescono ancora a emergere. Devono sgomitare perché non hanno la pappa pronta, devono combattere gli incapaci e gli invidiosi che armano i ruffiani che per conto loro mettono in circolo maldicenze e ombre cinesi, ma alla fine arrivano. Perché la meritocrazia esiste. E ieri Gian Piero Gasperini ha scritto un nuovo capitolo del libro sulla sua carriera e sulla meritocrazia che ora andrà esaurito anche a Roma. Perché finalmente lo hanno capito tutti di che pasta sia fatto questo allenatore. Che ci fosse odio sportivo nei suoi confronti era legittimo. Che provassero a mettergli il bastone fra le ruote mentre lavorava è stato un tentativo ridicolo perché quando lui lavora travolge tutto e tutti, soprattutto chi rema contro, esaltando e valorizzando chi lo segue.

Qualificazione con il Genoa in Europa League, cinque partecipazioni con l’Atalanta in Champions League, un’Europa League vinta demolendo, tra le altre, Liverpool e Leverkusen. Eppure c’è stato chi ha messo in discussione persino le sue scelte. Il più classico dei “è venuto a Roma a fa’ er fenomeno”, perché a causa della rosa incompleta, era costretto a sperimentare in campo, perché lo disse a fine agosto, “dovrò allargare la rosa provando a sfruttare tutti quelli che ho a disposizione”, e per questo abbiamo visto Baldanzi riferimento offensivo, quando nel girone di andata (sembrano passati tre anni e non sei mesi) Ferguson (ve lo ricordate Ferguson?) e Dovbyk alternavano rendimento scadente a sedute dal fisioterapista. Abbiamo visto Pellegrini giocare da esterno offensivo. Abbiamo visto persino Zaragoza. Gian Piero Gasperini. Non Giampié, perché Roma gli è entrata dentro e lui ne sta facendo tesoro, ma alla fine di questa splendida stagione possiamo dire che la Roma sta piano piano diventando a sua immagine e somiglianza, e non il contrario. Perché Roma per esaltarsi ha bisogno da sempre, nel calcio, dei forestieri. Quelli che fanno storcere il naso ai ministeriali del calcio, quelli che credono che tutto gli sia dovuto per militanza o giro di amicizie giuste.

Gasperini ha messo in discussione e poi demolito il sistema proprio quando sembrava pronto a finire in cronaca nera nei panni dell’ennesima vittima sedotta, accolta più o meno bene, e fatta fuori dopo mesi di sevizie. La sua Roma torna in Champions League. Perché se ci pensate l’Inter ha l’organigramma dirigenziale migliore, e infatti vince lo scudetto un anno sì e un anno no. Il Napoli ha un padre padrone presente, a volte ingombrante, che dopo anni di apprendistato ha capito come fare calcio in modo sostenibile e redditizio. Il Como è la dimostrazione che i soldi se sono abbinati alle idee giuste producono capolavori. Poi ci sono i club dilaniati dai problemi interni. Juventus e Milan falliscono miseramente la stagione non soltanto per limiti tecnici e limiti dei tecnici, ma perché hanno in questo momento i peggiori quadri dirigenziali della loro storia. Anche la Roma ha (avuto) mille problemi interni. Quanto accaduto prima di Roma-Pisa resta ancora, apparentemente, un mistero insoluto. Mentre invece è stato il bubbone che non riesce più a trattenere sotto pelle ciò che esplode.

Nel momento di allarme rosso, Gasperini ha imposto il suo metodo. Riuscendo in un’impresa che vale più del terzo posto: ottenere fiducia dalla proprietà nel momento in cui i suoi predecessori erano stati sepolti vivi. Lui ce l’ha fatta. Fiducia della proprietà, fiducia del gruppo squadra, fiducia dei tifosi, che potranno anche non amarlo mai, ma non sono coglioni da farsi abbindolare da chiacchiere e maldicenze sparse ad arte da inizio stagione, e hanno capito più o meno tutti che Gian Piero Gasperini è la cosa migliore che potesse capitare alla Roma.

In the box – @augustociardi75

Vaz: che fare?

LR24.IT (A. CIARDI) – Tra un pensiero alla partita di domenica e mille altri sul futuro, c’è un nodo da sciogliere che necessita molta attenzione. Perché la Roma lo scorso gennaio si è esposta economicamente pagando assai il cartellino di Robinio Vaz. Già all’epoca sui media si aprirono tavoli di discussione. L’allenatore cercava disperatamente un attaccante pronto (sarebbe arrivato pochi giorni dopo grazie all’intervento del vice presidente perché fino a quel momento la dirigenza aveva fatto passare invano il tempo puntando e non centrando gli obiettivi Zirkzee e Raspadori, e avendo raggiunto l’accordo per Fullkrug, una follia stoppata da Gasperini, per fortuna), e chiedeva senza risposta esterni d’attacco (gli avrebbero presero Zaragoza…), e a metà mese sbarcò un giovane di belle speranze, evidentemente acerbo.

Erano i giorni di Arena che faceva gol in Coppa Italia proprio davanti agli occhi del suo nuovo giovane compagno di reparto, che aveva fatto in tempo a guardare Roma-Torino dalla tribuna dello stadio. Robinio Vaz. Operazione da oltre venti milioni di euro. Il talento si intravede, il lavoro per renderlo pronto sembra ancora lungo. Che fare? Prestarlo? Opzione delicata. Perche la Roma non è il Real Madrid che prenota e poi strapaga Endrick per poi mandarlo a giocare altrove dopo una manciata di mesi. La Roma costretta a fare i calcoli con il pallottoliere, se investe più di venti milioni per un cartellino, si presuppone che lo stia facendo per un calciatore pronto o a un millimetro dai blocchi di partenza. Tenere in rosa Vaz per un anno intero di palestra e di apparizioni al momento giusto? Sarebbe una buona idea, ma che comporta qualche rischio. Malen è un’ira di dio ma per un’intera stagione non può essere soltanto lui la punta in rosa. Serve almeno un altro centravanti. Magari mediamente esperto. A quel punto per Vaz rimarrebbero le briciole. Un anno nella palestra di Gasperini per lui equivarrebbe a un master. Ma erano queste le intenzioni del club? Pagare assai uno sbarbato di belle speranze anche a scapito del rafforzamento della squadra in ruoli chiave nel momento chiave della stagione? Massara non ci ha pensato più di tanto. Ha risposto sì e si è fatto dare l’ok dalla società per chiudere l’operazione Vaz. Assumendosi una bella responsabilità. Lascerà alla Roma l’incombenza di selezionare con cura la scelta da fare per il ragazzo e per il club, perché Vaz è un asset pagato a caro prezzo e la Roma sia finanziariamente sia tecnicamente non può disperderlo, svalutarlo, sminuirlo. A gennaio molti pensarono che fosse un atto di incoscienza acquistarlo. Mentre l’esercito della salvezza dei dirigenti della Roma in quelle settimane lo paragonava ai migliori attaccanti del pianeta Terra, e narrava blitz di Massara per soffiarlo al Barcellona, al PSG, al Bayern, al Brasile e all’NBA. Le solite storielle romane. Nel mondo reale, e non in quello delle chiacchiere faziose, c’è da capire in fretta come gestire il suo futuro, perché il talento di Vaz è reale, al netto del tifo pro o contro i dirigenti. Mentre non c’è niente di più malinconico dei pareri condizionati dai sentimenti, di amore o di odio, per i dirigenti calcistici.

In the box – @augustociardi75

La strada

LR24.IT (A. CIARDI) – Premessa obbligatoria e paracula: non è finita, Verona-Roma sarà una partita complicatissima. Detta questa banalità, sta per arrivare il momento di tirare le somme. Il calcio spesso è deciso da episodi. Il gol di Gatti al novantatreesimo ha dato ossigeno a una Juventus che altrimenti sarebbe in vacanza da due mesi. Il rigore di Malen, più o meno allo stesso minuto di Parma-Roma, ha ribaltato la stagione della Roma. Che però ci ha sempre creduto. Anche quando, dopo il flop del Meazza, non ci credeva più neanche il tifoso più ottimista.

In testa al gruppo c’è Gasperini. Più che altro c’è solo lui, solo al comando per delega della proprietà. Perché la proprietà fa notizia quando è presente, un assurdo tipico della Roma da quindici anni a questa parte. Dirigenti e paradirigenti si sono più o meno chiamati fuori alla spicciolata. A un passo dal traguardo sarebbe il caso, vada come vada al Bentegodi, di riordinare le idee e di capire una volta per tutte che la Roma ha esattamente bisogno di gente come Gasperini. Che pure quando borbotta non cerca alibi. Che, a differenza di quasi tutti quelli che hanno orbitato attorno a Trigoria negli ultimi anni, ha dimostrato di sapere come si fa a essere competitivi. Vada come vada. Perché se andasse male a Verona, dovremmo parlare di episodio negativo e non di flop in campionato. Settanta punti in trentasette partite nonostante la sindrome da scontro diretto si prolunghi di un anno. Due derby vinti (non accadeva da dieci anni) senza subire gol.

Difficoltà affrontate senza cercare scuse nonostante, per indole, non le abbia mai mandate a dire quando ha ritenuto opportuno evidenziare le storture “interne”. Se a Verona andasse male, sarebbe un peccato enorme, ci si potrebbe mangiare le mani, ma non si dovrebbe parlare di stagione buttata. Perché le basi sono state gettate. E sono solide. Nel corso della conferenza stampa di ieri, Gasperini ha evidenziato l’importanza della presenza dei proprietari, affinché gli “intermediari” non debbano entrare in azione per spostare anche le opinioni involontariamente o…volontariamente. Un “mondo di mezzo” nella Roma che ha francamente rotto i coglioni. Gasperini ha capito tutto. Anche se non ha convinto tutti. Ma forse è meglio così.

In the box – @augustociardi75

Gasperini, autostrade contromano e permalosi

LR24.IT (A. CIARDI) –  Centottanta minuti alla fine del campionato. La Roma è a tre punti dal secondo posto, al netto della classifica avulsa. A un punto dal terzo posto. A pari punti con la quarta che sta davanti per gli scontri diretti, perché la Roma contro il Milan decise nei due match di vincere il premio degli errori sotto porta. La Roma a contatto con l’elite della Serie A 2025-26, con le squadre esaltate dalla stampa nazionale, quelle che eccitano direttori ed editorialisti quando c’è da scrivere un corsivo. Quelle che rubano le prime pagine il lunedì mattina pure se hanno giocato di venerdì.

La Roma. Di Gasperini. Quello che ha dovuto affrontare mezzo campionato praticamente senza centravanti. Che chiedeva esterni ma gli portavano Bailey e Zaragoza. E che se provava a dirlo, c’era qualcuno dentro Trigoria che si faceva persino girare le palle. La Roma. Sì, quella che nelle coppe ha deluso, profondamente, nonostante l’alibi di una rosa costruita coi piedi dai permalosi di cui sopra. La Roma di Gasperini, che nonostante stia a tre punti dal secondo posto, potrebbe addirittura finire sesta in classifica, perché quest’anno va così, una roulette russa. Ma che a centottanta minuti dalla fine del campionato, sta lì, a tre punti dal secondo posto.

La Roma di Gasperini. Quello che andrebbe conservato sotto formalina per il lavoro che sta portando avanti in un club che ha un capo che sembra non esserci così come non c’è la coda. Senza capo né coda, ma spesso pieno di codazzi. Quello che dovrebbe essere protetto, seguito e accompagnato in un percorso teoricamente triennale, e che invece viene parzialmente osteggiato. Materia strana, il calcio. Nega l’evidenza, mistifica la realtà. In nome di non si sa cosa. Osteggiare la logica non è sintomo di coraggio, ma banale ricerca di visibilità. Se si imbocca volutamente l’autostrada contromano non si è coraggiosi. Ma semplicemente stolti.

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Quando il vate diventa water

LR24.IT (A. CIARDI) – Roma città strana, in parte poco propensa ad accompagnare i percorsi degli allenatori di alto livello, perché spesso prova a sabotarli, a volte perché una parte di Roma preferisce parteggiare per dirigenti e paradirigenti. Si inneggia ai progetti ma poi gli si fa la guerra quando se ne intravede uno che a capo vede un allenatore coi crismi per tradurlo in fatti. Roma accoglie come sommi condottieri gli allenatori ma poi una parte di Roma prova a scaricarli nel cesso trattandoli come materiale da cesso. Nonostante Roma abbia sempre avuto bisogno di gente distante anni luce da se stessa, gente che indicasse la via del successo, dentro Roma c’è ancora chi srotola lo striscione non passa lo straniero. Perché il forestiero di solito non usa mantenere rapporti confidenziali tipici della città indolente, non ha tempo per i convenevoli con chi crede di avere segnato il territorio. E il forestiero, pure se vincente, troverà ostracismo per queste ragioni.

Quindi? Salta pure Gasperini? No. Basta ragionare. Gasperini per Friedkin rappresenta il massimo che la Roma possa avere. Sei anni fa nel comunicato di ingresso nella Roma, si sventolava la definizione calcio sostenibile. Ebbene, dopo sei anni, la Roma ha il miglior tecnico che ci sia, fra quelli alla sua portata, per tradurre in fatti la manifestazione di intenti. Gasperini porta risultati, migliora i singoli calciatori, crea plusvalore. Quindi produce calcio sostenibile. E non saranno cronache disperatamente fantasiose a scalfire questa immagine. Non basta accollargli qualsiasi tipo di rinnovo contrattuale di calciatori in parte invisi alla piazza. Perché il giochino è sgamabile: sappiate che se firma Pellegrini o El Shaarawy, ve la dovete prendere con Gasperini. Troppo complicato spiegare che se la direzione sportiva gli avesse preso gli esterni che chiedeva, Pellegrini ed El Shaarawy forse avrebbero giocato dieci partite in due. Poi succede che l’allenatore dice pubblicamente che non partecipa a trattative per stesure contrattuali, e viene spacciato per bugiardo. Gasperini per Friedkin è un punto fermo, e non basta raccontare, romanzando, quanto sia cattivo, duro e insopportabile con dirigenti e maestranze. Non basta evidenziare le sue frequentazioni (se questa attenzione morbosa fosse stata sempre così alta, nella Roma moralizzata non avrebbe potuto lavorare nessuno da cento anni a questa parte).

Nella capitale degli screenshot e dei messaggi inoltrati, c’è sempre qualche spioncino poverino pronto a immortalare momenti privati legati a cene o a ingressi negli hotel magari in bella compagnia. Per fortuna c’è ancora chi pesa l’effettivo valore dei professionisti. E a Bergamo fino a ieri, e a Roma oggi, i vertici aziendali hanno capito cosa significa avere in panchina Gasperini. A Bergamo se lo sono goduto e hanno raccolto frutti succosi. A Roma si spera che questa luna di miele non sia destinata a finire come accaduto nel recente passato con altri allenatori. Anche perché la Roma rischierebbe in via definitiva di essere considerata la barzelletta d’Italia, che cambia allenatori una volta l’anno.

In the box – @augustociardi75

Ciak, si gira

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Bologna-Roma è la terza partita fantasma consecutiva che giocherà la squadra di Gasperini. Perché dal pre Roma-Pisa, il campo è diventato secondario, periferico. Chiacchiere e comunicati, accuse e risposte, lacrime e retroscena. Ecco, a ventiquattr’ore dal comunicato con cui Friedkin ha licenziato Ranieri, ovunque vai, qualsiasi social frequenti, su ogni frequenza e in tutte le tv c’è qualcuno che ti racconta esattamente come siano andate le cose negli ultimi dieci mesi, snocciolando aneddoti scabrosi, svelando retroscena bomba. In ogni caso, non aggiungendo nulla. Perché, a meno che certe dinamiche interne non vengano riportate a caldo, diventano un romanzo coi capitoli spesso suggeriti da chi orbita attorno a vincitori e vinti. Anche perché pure i sassi sapevano che i rapporti fra Gasperini, Ranieri e Massara fossero pessimi e peggiorassero di settimana in settimana. Ma il giorno dopo un fatto che segna una porzione di storia, si ostenta conoscenza totale delle vicende nei minimi dettagli. Un viavai di racconti in cui Gasperini appare sempre di più come il sanguinario carceriere di Ranieri e Massara, o al contrario in cui Ranieri viene dipinto come un vecchio pazzo in preda ad attacchi di mitomania. Non si riesce a voltare pagina. Mai. Ora l’unico motivo di interesse dovrebbe essere, per logica, la separazione da Massara e la nomina del nuovo direttore sportivo, perché dopo i fattacci di ieri, l’organigramma della Roma è ancora più ridotto all’osso. Ieri è stato diffuso soltanto un comunicato. Ne mancano due, per la separazione da Massara e per annunciare il sostituto. Ogni giorno che passa equivale a una settimana di ritardo. Ma Roma si distrae facilmente. Per giorni si continuerà a parlare dei rapporti fra Ranieri e Gasperini, fra annunci di rivelazioni clamorose, rancori diffusi e schieramenti palesi. Chi dovrebbe avere fretta di decidere, dorme sonni tranquilli,perché Roma è una piazza senza pressioni. Roma piazza difficile è una barzelletta che nel duemilaventisei non fa neanche più ridere.

In the box – @augustociardi

Santi, poeti, navigatori e direttori

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – I padri padroni da una parte, i delegati con elevato peso specifico dall’altra. Il calcio italiano un tempo votato ai proprietari accentratori ha svoltato al bivio per l’estero. Fondi e consorzi, faccendieri spesso troppo affaccendati che non hanno il tempo di curare direttamente gli interessi del club rilevato, o sfaccendati improvvisati che il più delle volte hanno mandato in rovina le società acquistate o mai acquistate fermandosi alla promessa di matrimonio.

C’era una volta la categoria dei dirigenti italiani. Fiore all’occhiello quasi quanto gli allenatori formati a Coverciano. Da Italo Allodi in poi, hanno saputo accompagnare e spesso tenere testa ai presidenti storici della Serie A con cui lavoravano. Fateci caso, quando oggi parliamo di dirigenti di livello, spesso ci ritroviamo a nominare ultrasessantenni come Marotta, Corvino e Sartori, se non addirittura a Galliani, abbracciando sia gli amministrativi sia quelli da area tecnica. Gente che già lavorava quando ancora i club italiani erano gestiti da imprenditori italiani. Nelle ultime venti stagioni hanno abdicato Sensi, Moratti, Berlusconi, in parte gli Agnelli, Della Valle, per non parlare di Rozzi, Anconetani, Spinelli e Preziosi. Non si torna indietro, le figure mitologiche degli anni ottanta e novanta non le rivedremo più.

Il problema è che sono sempre meno i dirigenti che oggi farebbero comodo alle proprietà forestiere. Chi li ha se li tiene stretti. Gli altri improvvisano. Sperando che gli vada bene. La Roma in questo è campione del mondo. L’ultimo periodo dell’era Sensi, fra mille difficoltà, aveva Pradè direttore sportivo e Montali consulente.

La prima Roma americana sembrava un po’ a tutti che avesse fatto le cose al meglio, riportando Baldini, che ricordavamo fiero e battagliero scudiero di Franco Sensi, e Sabatini, direttore sportivo con pochi rivali sul mercato. Proprietà nuova, apparentemente danarosa, che delegava gente appartenente da anni al sistema calcio. Andò male: il direttore sportivo fu fagocitato dai media e si piacque assai nel ruolo di frontman improvvisato, perché era l’unico a parlare in quanto Baldini era tornato a suo dire senza sapere perché stesse tornando, creando squilibri e ambiguità di interpretazioni e di definizione dei ruoli. Da quel momento, il caos. Perché la Roma non ha soltanto cambiato mille allenatori ma anche mille dirigenti.

Probabilmente l’organigramma perfetto di una società italiana sarebbe composto da Beppe Marotta vertice rappresentativo e operativo, Giovanni Sartori direttore sportivo e Gabriele Oriali a fare da ponte fra squadra, allenatore e società. Sessantanove anni Marotta, sessantanove anni Sartori, settantatré anni Oriali. Pantaleo Corvino alzerebbe l’età media perché l’anagrafe chiama settantasei anni. D’altronde questo è il Paese in cui si parla del giovane Massara, un giovane di cinquantasette anni.

Il problema sta nel ricambio generazionale. A tanti dirigenti messi improvvidamente nelle stanze che contano, perché a digiuno di gavetta, provenienti da uffici legali o da mondi imprenditoriali distanti anni luce dal calcio, si alternano giovani ex calciatori che hanno smesso da una manciata di anni di giocare a pallone e da quel momento sono in frenetica ricerca di identità post carriera, passando dagli studi televisivi alla panchina, dal mondo del mercato in cui provano a fare gli agenti alla scrivania. Ancora più spesso finiscono col tornare in tv o ad avere ruoli meramente simbolici. Non a caso ora per la rinascita della Nazionale si fanno i nomi di Baggio, Del Piero e Maldini.

Alla managerialità degli stranieri, l’Italia risponde con l’album della Panini. Un problema serio, di non facile soluzione. Anche perché c’è una tendenza che induce a considerare un valore aggiunto l’appartenenza territoriale. Se dieci anni fa ti azzardavi a dire che alla Roma servivano Marotta e Oriali, ti rispondevano in modo sprezzante di andartene a vivere a Milano perché la Roma deve essere dei romani. Perché bisogna conoscere l’ambiente. E infatti…

In the box – @augustociardi

Grigi e teste grigie

LR24 (AUGUSTO CIARDI)Gasperini non ha deciso di lasciare la Roma. Ha coniugato i verbi al passato parlando nel post gara, ma non considera la Roma il suo passato. Vuole chiarezza. La esige. Così come la chiedevano alcuni suoi predecessori, Mourinho in modo veemente, De Rossi speranzoso che la sua Roma almeno con lui fosse cristallina. Nel mezzo ci sono i proprietari che, come nei telefilm americani, si contraddistinguono per arrivare all’improvviso per tagliere le teste di professionisti che abbandonano a capo chino la scrivania con uno scatolone in mano contenente gli effetti personali. Proprietari che stavolta non potranno attendere la fine della stagione imitando la sfinge, ma dovranno intervenire entro aprile per fare chiarezza sul futuro.

E ci stanno i dirigenti, che tanto per cambiare sostituiscono il “noi” con l'”io”, ponendo la Roma in secondo piano rispetto a se stessi. Ieri sono andate in scena pantomime terrificanti. Il direttore sportivo che si è presentato prima del match alle telecamere come da programma, ha parlato di normali discussioni tipiche dei club riferendosi al botta e risposta fra advisor e allenatore. Parole di una terrificante circostanza che certifica quanto i dirigenti della Roma siano una frana anche in comunicazione. E poi c’è il consulente del presidente. Se fosse vero che sia stato chiesto alle regie di non mandare in onda le inquadrature di Ranieri durante il match sui tabelloni dello stadio, per evitare il dissenso del popolo, saremmo all’ammazzacaffè. Perché da Ranieri ci si aspetta che nel bene e nel male non si sottragga agli umori della folla. Una cosa simile la ottenne a brutto muso Spalletti, quando andò faccia a faccia con un bordocampista di Sky sport chiedendogli, durante la cerimonia di addio di Totti, di non avvicinarsi a lui per evitare che l’inquadratura sui tabelloni dello stadio causasse bordate assordanti di fischi.

Per fortuna c’è Gasperini che non si sottrae ai giudizi. L’uomo di Grugliasco, che viene dai piedi delle Alpi occidentali, è stato finalmente compreso da un popolo legato alla romanità, ma per niente stupido e allocco come vorrebbe farlo passare qualcuno che pensa di farla franca soltanto perché ha il fattore H501P sul codice fiscale.


Gasperini a oggi non ha intenzione di mollare. Se andrà via, fra un mese o fra due anni, glielo comunicherà direttamente il presidente. Non i suoi collaboratori stretti, che a malapena distinguono l’allenatore dal consulente. A oggi. Per restare esige però quella chiarezza che a Trigoria dal 2011 è stata sostituita dalla presunzione, dalla spocchia, dalla permalosità e dall’ipertrofia dell’ego di soggetti che spesso per narrare le proprie gesta si servono di guitti in cerca d’autore. Non è più tempo di sfumature e grigi, mentre di teste grigie qualcuno denunciò l’inutilità già qualche anno fa. Non sono ammessi remake.

In the box – @augustociardi

L’Assuefazione

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Un tifoso sessantenne del Torino, ha in memoria uno scudetto vinto nel 1976, quando era molto piccolo ma di cui conserva sicuramente un dolce ricordo sfocato. E una Coppa Italia del 1993 vinta grazie a una doppia finale rocambolesca contro la Roma. Poi sparute gioie, molto datate, tipo il cammino in Coppa UEFA con Mondonico e un paio di promozioni in A. Quando parliamo superficialmente del Torino, pensiamo a una squadra piatta, a un ambiente in cui scalpitano e scalciano i vecchi tifosi che non accettano l’assuefazione allo stato di anonimato in cui l’ambiente granata si ritrova da almeno due decenni. Perché difficilmente i più giovani possono avere rigurgiti di rabbia, essendo nati e cresciuti in anni di penombra. Difficile inoltre trovare spunti dai media, non soltanto perché per bacino d’utenza lo spazio per il Toro è limitato, ma anche perché i media vicini al presidente spacciano per impresa titanica persino un pareggio in Coppa Italia in casa del Lumezzane. Paese che vai, propaganda che trovi.

L’ambiente Roma non versa in questo stato di apatia prolungato, ma rischia di essere preso per sfinimento. A meno che alle spalle dei giovani tifosi non ci sia un padre, o un fratello maggiore, o un nonno o uno zio che abbia indottrinato il ragazzino per bene, oggi esistono decine e decine di migliaia di giovani tifosi che sono cresciuti con la Roma che non vince mai e che sempre meno si piazza nei posti d’onore della classifica. Un po’ come per l’Italia che non si qualifica più a Mondiali. L’unico trofeo vinto in quasi venti anni è stato persino oggetto di tentativi di ridimensionamento da parte di chi esulta o critica a seconda di chi stanzia a Trigoria, secondo i criteri della comunicazione versione jukebox. Le nuove leve del tifo non sanno cosa significhi esultare per la vittoria di una Coppa Italia, perché i sedicenti soloni afflitti da incurabile ipertrofia dell’ego, da quindici anni sono convinti di essere docenti di vita e provano maldestramente a ripetere come un mantra che nel calcio contano solo piazzamenti, tra l’altro raramente raggiunti dalla Roma, che da quando sono sbarcati gli americani è campione soltanto di presunzione e puzza sotto al naso. Si sminuiscono i trofei, gli allenatori vincenti e i calciatori di spessore che vengono ingaggiati, in nome del nulla. Perché mollare l’ambizione per puntare a chissà quale programmazione, sempre e soltanto ostentata dal 2011 a oggi, non ha portato a nulla.

La Roma negli ultimi quindici anni non ha mai avuto i conti in ordine, ha sempre visto vincere gli altri, raramente è entrata in Champions League, non ha mai avuto continuità tecnica, sia perché in preda a compulsive ossessioni legate alla vendita dei calciatori, sia perché in modo patetico si è votata all’alternanza folle di allenatori. Gli unici a salvarsi in questi anni sono stati quasi sempre i dirigenti, che dalla Roma se ne vanno quando decidono di andarsene. Molto più bravi a diffondere il loro verbo attraverso chi si presta a fare da megafono che a rendere la Roma un club solido, ambizioso ed efficiente. In questo contesto, l’assuefazione all’anonimato inizia a essere un tema da affrontare. Da un lato ci sono i tifosi ultra trentenni che che sanno quanto sia bello competere e vincere, dall’altro lato gli under venti che crescono con la Roma perennemente alle spalle delle big, e hanno iniziato ad avere paura di realtà calcistiche un tempo periferiche che nelle ultime stagioni hanno messo la freccia, cosa impensabile fino a qualche anno fa (Atalanta, Bologna, ora anche Como). Possibile uscire da questo cono d’ombra che somiglia sempre di più a un tunnel? Apparentemente sembrerebbe di no. Ci si aggrappa a una stagione, la prossima, che coincide con il centenario del club. Perché in passato chi ha compiuto cento anni ha vinto. Ci si aggrappa, quindi, a una speranza. L’unica certezza è che ci saranno tante iniziative, tanti grandi ex, tante cene, tanti concerti, perché nel frattempo le canzoni live gli autori le cantano pure allo stadio, venti minuti prima delle partite. Belle cose, indiscutibilmente, ma il piatto forte quando viene servito? La Roma è diventata un succulento contorno. Lo spinoff di se stessa.

Ogni anno si disputa la Mille Maglie, quella corsa che porta all’acquisto di materiale tecnico sicuramente bello e di ottima fattura, col risultato che a fine stagione si contano più versioni di magliette da gioco e di tute che vittorie in campionato, più canzoni in playlist da stadio sparate a palla che punti in classifica, più cene di vecchie glorie coi club che trofei. Un magnifico contorno. I primi non vengono mai serviti. E quando sembra sia arrivato un cuoco valido, che ha già cucinato al meglio altrove, scattano le rappresaglie, spesso causate da maldestri interventi che si registrano dentro Trigoria. Franco Sensi disse “se avessi avuto una grande stampa romana…”. Oggi, al netto del valore della stampa attuale, si può mutuare quella frase per affermare “se avessimo grandi dirigenti non necessariamente romani…”. Perché agli atti si registrano più errori dentro Trigoria che fuori le mura. E chi continua ad affermare che l’ambiente cittadino è un problema, o è Fabio Capello che lo ripete come un disco rotto da venticinque anni, o sta cercando l’ennesimo alibi per proprietà e dirigenze che cercano sempre una scusa come i bambini.

In the box – @augustociardi

Il mostro

LR24.IT (A. CIARDI) – Ripercorrendo la stagione della Roma, dallo scorso luglio a oggi, vi presentiamo la lista incompleta (impossibile elencarle tutte, sono troppe) di sentenze emesse nei confronti di Gian Piero Gasperini. Un record mondiale. Non saremmo sorpresi se un giorno gli venissero addebitati alcuni attentati degli ultimi venticinque anni, e se scagionassero l’assassino di Lennon per incolpare lui. Per ragioni anagrafiche non verrà riaperto il faldone sull’omicidio Kennedy.

– ha bocciato l’arrivo di Hojlund.
– con lui i calciatori sono soggetti a infortuni.
– è sgarbato con chi lavora a Trigoria.
– la Roma con lui è sesta quindi non ha portato alcun vantaggio.
– i Friedkin sono adirati per i suoi modi sgarbati.
– lavorare con lui è impossibile perché si lamenta di tutti e di tutto.
– vuole fare entrare nella Roma radiati e laziali.
– è prevenuto coi calciatori presi da Massara.
Ryan Friedkin viene a Roma per rimproverarlo, perché non tollera i suoi modi eccessivi e sgarbati.
Dan Friedkin viene a Roma per rimproverarlo, perché non tollera i suoi modi eccessivi e sgarbati.
– Cinque generazioni di Friedkin vengono a Roma per rimproverarlo, perché non tollerano i suoi modi eccessivi e sgarbati.
– quando la Roma perde, scarica le responsabilità sui dirigenti per giustificarsi.
– fa scelte di formazione assurde perché è venuto a Roma pe’ fa’ er fenomeno.
– deve adattarsi alla Roma cambiando gioco.
– deve giocare con la difesa a quattro.
– deve fare giocare Vaz centravanti e Malen più largo.
– non vuole lavorare coi giovani.
– non valorizza i giovani.
– se Pellegrini rinnova è colpa sua che lo reputa imprescindibile.
– sta in combutta con la gang del sesto posto.
Svilar con lui è peggiorato.
– questa squadra con Ranieri avrebbe ottenuto più punti in classifica.
– gli avversari oramai conoscono i suoi punti deboli.
– a Trigoria sono a disagio per suoi modi di fare eccessivi.
– gli esterni non sono arrivati perché ha fatto perdere un mese di tempo per Sancho.
– è andato a cena con Totti per arruffianarsi i tifosi della Roma.

Un mostro.

In the box – @augustociardi