Due banane

LR24.IT (A. CIARDI) – In piena corsa per tornare in Champions League, valorizzando l’organico come soltanto lui ha dimostrato di sapere fare. Gasperini merita le chiavi di Trigoria senza essere nato nei rioni e nei quartieri della città, senza la necessità di avere claque schierata e sempre in prima linea per difese d’ufficio. I suoi crediti sono legati alla meritocrazia. Strano, eh? La meritocrazia ancora esiste. E ti fa spiccare fra la massa anche quando persone semplicii ti appiccicano etichette invalidanti. Perché Gasperini per molte persone semplici che si prestano a considerazioni troppo più grandi di loro era l’allenatore bocciato dai top club perché era stato cacciato dopo una manciata di partite da un’Inter che, dopo Mourinho, era tornata a non avere capo e coda. Chi conosce le cronache milanesi dell’epoca, sa bene che fronda subì da spogliatoio e gente che ruotava attorno a Moratti. E perché per molte altre persone semplici era il fattucchiere che raggirava gli organi di controllo praticando riti farmaceutici per ottenere risultati magnifici con l’Atalanta.La battuta banalotta dell’epoca era “un’Atalanta stupefacente”, seguita da risatine disarmanti, tipo quelle che seguono la battuta originalissima “comprate du’ banane così una te la magni”.

Prendete la rosa della Roma. Selezionate Ghilardi e Wesley, tanto per fare due nomi. Il difensore centrale è appena stato riscattato. Non vogliamo esagerare dicendo che meriterebbe di stare già nel giro della Nazionale di Gattuso, anche perché quando gli azzurri hanno giocato l’ultima partita, lui stava ancora assimilando il metodo Gasperini. In un Paese in cui ancora ci si chiede se Acerbi possa servire all’Italia, e che esalta fino all’eccesso Calafiori, elegantissimo ma non efficacissimo in marcatura, Ghilardi rappresenta il difensore vecchio stampo che sta imparando criteri di calcio che lo stanno lanciando in orbita. E a chi dice “quanta fretta ma dove corri?” si risponde che nel calcio moderno, in cui Casadei senza neanche un minuto in Serie A valeva 15 milioni di euro, dopo una manciata di partite in campionato in coppa Ghilardi può tranquillamente valere il doppio della spesa fatta dalla Roma per pagare il cartellino al Verona.

E Wesley? “Strapagato” affermavano solenni i giudici che non conoscono ragioni quando sentenziano senza conoscere, spesso, i calciatori di cui parlano. Circa venticinque milioni. Sacrosanti per uno che sta nel giro della Nazionale brasiliana, titolare del Flamengo e non del Bangù, probabilmente sul podio per rendimento e continuità nella Roma quarta in classifica e fra le prime sedici di Europa League. Oggi ogni esterno, anche i normalissimi da sei in pagella, vale non meno di venti milioni. Wesley a fine stagione varrà non meno di quarantacinque milioni tendenti ai cinquanta. Esagerato? È il calciomercato a produrre certe cifre. Ma al netto delle valutazioni, ogni giorno che passa va lodato un professionista che porta risultati e plusvalore. A conferma che la Roma per vincere ha bisogno da sempre di valorizzare i suoi simboli, ma nei ruoli chiave deve affidarsi ai forestieri.

In the box – @augustociardi75

Gasperinizzare la Roma

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Tra Mancini a Ferguson ci passa un mondo. La Roma diffonde il bollettino medico e le conclusioni sono facilmente deducibili. Gasperini parla di highlander, parla di calciatori che possono riposare quando dormono, non cerca alibi per le partite infrasettimanali, non ha paura delle trasferte lunghe.

Nella città delle giustificazioni, il forestiero chiede atleti di un certo livello. Ranieri, legittimamente, dice che Massara interpreta ed esegue ciò che programma la società. È altrettanto legittimo sperare che la società somigli sempre più a Gasperini. Perché lavorare non ha mai fatto male a nessuno. Anche se ci fosse da litigare con Dio qualora Dio facesse il direttore sportivo. Ma non c’è rischio. La Roma al massimo nella direzione sportiva si è affidata negli anni a buoni o discreti professionisti idolatrati. Zero Dei, sacri o pagani. Zero.

Dopo il primo anno di Gasperini, affinché il secondo sia ancora più fruttuoso, servirà anche per fare selezione. Quando in infermeria stanziano abitualmente calciatori che evidentemente non reggono certi allenamenti, non bisogna cambiare metodologie di allenamenti. Bisogna cambiare calciatori. Non dovrà mai essere Gasperini ad adattarsi. Altrimenti tanto vale cambiare allenatore. Non bisogna guardare in faccia nessuno. Alcuni calciatori, anche chi tecnicamente farebbe caso dell’allenatore, non reggono.

Mancini sarà pure un’eccezione, perché è uno che non si ferma mai. Ma da Mancini non si può arrivare a Ferguson, che per una serie di ragioni non è affidabile, non solo per le prestazioni in campo, ma soprattutto quando il campo lo guarda dalla tribuna, che bisognava rispedire al mittente, anche perché lo stesso Gasperini ha detto che è un ragazzo sfortunato. Quindi oltre che comprare coi tempi giusti, c’è da cedere con criterio, perché questa Roma non ha ancora dimostrato di saper vendere. Soprattutto quelli che si fanno sempre male. È difficile e guadagnano troppo? Non può essere un alibi. Senza dovere ricordare che c’è chi ha ottenuto sessanta milioni vendendo Castellanos e Guendouzi.

È auspicabile una Roma sempre più gasperiniana, anche nella reattività, nelle tempistiche, perché il programma sarà anche triennale, come ribadisce Ranieri, ma se c’è la possibilità di accelerare, bisogna spingere il pedale. Perché se la Roma non arriverà tra le prime quattro, ci sarà da mangiarsi le mani. Altro che percorsi e cammini. Non si sta chiedendo la luna. Basta avere scaltrezza e tempismo cogliendo le occasioni e non cercare alibi, giustificazioni e difensori d’ufficio.

In the box – @augustociardi

Il palio del Colosseo

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Gentili lettrici e lettori, prendiamo la linea da Roma, dove appena terminata la partita contro l’Udinese ha ripreso il gioco del grande classico, la sfida delle sfide, anzi la sfida nelle sfide, il più classico degli spinoff. Perché nell’arena capitolina il risultato della Roma si sfrutta per alimentare le ideologie e gli ego ipertrofici. Sul solco della tradizione, sono di nuovo scese in campo le fazioni. Mai schiavi del risultato, ma delle proprie idee certo che sì. In questa partita da spalti gremiti, c’è da sconfiggere le difese ferree dei supporters dei dirigenti, che non ammettono che si possa muovere mezza critica ai loro idoli e perché i dirigenti devono essere sempre dipinti come povere vittime sempre a rischio di essere fagocitate dai famelici allenatori. Allenatori che godono a loro volta di fideistico appoggio incondizionato da parte degli oppositori degli ultras dei dirigenti.

Chi vi scrive non si limita al commento, non mi nascondo: appartengo alla Chiesa mourinhana e da anni trovo pace nel culto gasperiniano. Anni passati in cui era dura tessere le lodi del santone di Grugliasco, perché con ferocia si veniva assaltati dai tifosi accusatori, la squadra antidoping della comunicazione, che gettava ombre pregne di menzogne sulle pratiche bergamasche, salvo poi fare il cambio abito con disinvoltura, adorando oggi l’allenatore della Roma. Intanto nell’arena è equilibratissima la partita fra gli adepti del povero direttore sportivo, che in modo francescano si è spogliato di tutto per venire in soccorso, tipo martire, della Roma, ambendo di conseguenza alla beatificazione, e i fedelissimi del cardinale piemontese che diffonde le teorie sul cinismo nordico, forte del supporto di chi ama gli allenatori al punto da negare sempre ogni minima responsabilità. Turno di riposo per i tifosi delle proprietà, che spesso supportano gli abbonati della curva dei dirigenti. Perché in questo momento la proprietà passa in secondo piano, in parte riabilitata dall’allenatore che ha ascritto al vice presidente i meriti dell’ingaggio di Malen.

Siamo al tre febbraio, si sta giocando il secondo tempo di questa partita che si rinnova anno dopo anno, e durante l’intervallo sui maxischermi sono andati in onda gli highlights delle epiche partite del passato. Si rimugina sull’effettivo valore del lavoro di Tiago Pinto, al punto che è sorto a Roma un AIBC, Associazione Italiana Bournemouth Club, a supporto dell’incompreso genio portoghese, a un passo dalla santificazione per avere dovuto sopportare, questa la cazzata che si metteva in circolo, uno spigoloso connazionale, che la scorsa settimana ha fatto scendere in piazza per i caroselli un’altra squadra che partecipa al mega spin-off sulla Roma, quella dei mourinhani. Perché Roma è così, si accora e si accolla. Pensate che c’è pure la squadra dei giapponesi sull’isola del Pacifico: ogni tanto si ode tra il frastuono “con Pallotta stavamo tutti gli anni in Champions League! Io stavo cor bostoniano!” (bugia colossale, affermazione mistificatoria, perché con Pallotta e DiBenedetto la Roma andò in Champions quattro volte in dieci anni). Manca solo che si evochi il passato urlando “aridatece Ciarrapico”.

Questa è Roma, baby. Ma non temerla. Queste sfide nelle sfide sono tipiche del territorio ma non incidono sulle stagioni delle squadra. A meno che non si voglia fare il gioco di proprietari poco all’altezza e di dirigenti con poco appeal che cercano eternamente alibi e giustificazioni. Nel frattempo qui a Roma si continua giocare il palio del Colosseo, partita infinita, sostituzioni senza limiti, match agguerrito e folkloristico, con molti spettatori che per smania di protagonismo tendente alla versione patologica del narcisismo che lambisce la mitomania, si sentono molto più importanti di ciò per cui fanno il tifo. Gara incerta, a più tardi per gli aggiornamenti, linea allo studio.

In the box – @augustociardi75

Ricomincio da capo

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – In principio fu Echeverri. A luglio l’allucinazione collettiva. Una buona fetta di Roma voleva Er Diabblito, c’era chi giurava che sarebbe diventato meglio di Robben e Ribery fusi. Il novantacinque percento di chi ne magnificava le doti, ovviamente non sapeva neanche se fosse calvo o capellone. Nel mentre, la Roma perdeva tempo inseguendo un ragazzino di belle speranze andato poi in Germania per dimostrare di non essere pronto. Poi fu la volta, in ordine sparso, di George, Dominguez, Sancho, fino ad arrivare alle voci su Carrasco, che molti ricorderanno come ottimo calciatore nel decennio scorso (oltre a una buona stagione tre anni fa), e poi per Sulemana. Dal primo luglio a tutto gennaio, sono passati sette mesi. In sette mesi la Roma (la dirigenza) non ha individuato un obiettivo successivamente centrato per completare il tridente.

Nel mentre, Gasperini ha moltiplicato pani e pesci, ma sempre impegnando a sinistra calciatori poco avvezzi, per attitudini, a svolgere le mansioni da lui consegnate, che ha trasformato la necessità in un’eccellente virtù. A fine sessione estiva, andava di moda l’alibi dello sbarco a Roma a fine giugno per il direttore sportivo, che di conseguenza aveva avuto poco tempo per “ambientarsi”. Ora i mesi sono sette abbondanti, ma la Roma non ha ancora partorito l’esterno d’attacco. In mezzo tante voci su tanti calciatori, tutte uguali, come se avessero tutte le stessa matrice: l’obiettivo diventa noto perché lo evidenziano i bravi esperti di mercato, i dettagli narrati coincidono. Tutti sanno tutto e si improvvisano insider per darsi un tono. A un certo punto sembra che si debba soltanto capire se il nuovo calciatore sbarcherà a Fiumicino o a Ciampino. Quindi l’affare si complica. Una volta per le incertezze del calciatore, una volta perché gli agenti sono avidi, un’altra volta ancora perché i club detentori del cartellino non fanno sconti. È successo per tutti così, nessuno escluso, persino per un normalissimo terzino che gioca in un Wolverhampton imbarazzante, praticamente retrocesso già a fine ottobre: esce la notizia dell’interessamento, sembra tutto fatto a cominciare dall’ok del calciatore, si esaltano le doti, poi tutto si complica fino al nulla di fatto. E fra i titoli di coda si legge che in fondo di quel calciatore si può fare a meno. Fateci caso, è sempre così. Una trama poco originale che manda in scena sempre lo stesso film che viene promosso attraverso gli stessi canali peomozionali. Ogni giorno si vive sempre la stessa scena.

Lo stesso Gasperini ha evidenziato che spesso le trattative della Roma se non sono lampo diventano tormentoni, complicandosi fino ad andare a monte. Lo stesso Gasperini che ha accreditato i meriti dell’eccellente colpo Malen al vice presidente Friedkin junior. Non ha fatto nulla per tenere nascosta la genesi dell’operazione. Insomma, in vista dell’estate, la Roma dovrà giocoforza registrare la velocità di esecuzione dello staff dirigenziale, troppo bassa rispetto a quella del comparto tecnico. Ciò non significa che la Roma abbia sbagliato tutto. Ghilardi, Ziolkowski, Wesley ed El Aynaoui sono ottimi ingaggi. Per non parlare di Malen. Ma altrettanti sono i buchi nell’acqua. E troppi sono i mancati arrivi. In ruoli chiave.

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Un piccolo sforzo

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Inutile continuare a spendere parole per Gasperini. Bisogna essere accecati dal pregiudizio per negare i meriti di un allenatore che ha stravolto la mentalità di una squadra abituata per DNA a conservare piuttosto che a produrre. Gasperini fa spallucce davanti ai luoghi comuni. Per una manciata di giorni aveva attecchito in città persino l’idiozia su Baroni tabù per l’allenatore di Grugliasco. Come se bastasse avere un Baroni qualunque per sbugiardare Gasperini. Superficialità allo stato puro. C’è poi il tormentone sugli scontri diretti. I numeri non lo negano, perché dai tempi di Fonseca la Roma soffre certe partite. Ma prima di bollare Gasperini come tecnico col complesso di inferiorità, sarebbe quantomeno opportuno guardare le partite delle sue squadre, pure quelle della Roma contro le big, perché soltanto contro il Napoli (non dimenticando che il gol decisivo nasce da un’azione con fallo su Kone) la squadra ha dato la sensazione di non potercela fare. E perdere ieri contro il Milan sarebbe stata la seconda bestemmia in meno di tre mesi, dopo la bugiardissina gara di andata. Vogliamo parlare di Ghilardi? C’era persino chi dava per scontato che sarebbe partito a gennaio, come un Bailey qualunque. Si diceva, senza sapere, che il tecnico lo avesse bocciato. Gasperini, nascondendolo e strigliandolo, gli stava semplicemente cambiando i connotati. Ieri migliore in campo. Difensore vero, puro, doveva soltanto entrare negli schemi. Ma come fanno a non piacere i modi di Gasperini? Chiaro che nella città del volemose bene (davanti, perché poi spesso alle spalle dominano infamate, maldicenze, falsità e bugie), i suoi modi rudi ma sinceri possono non piacere, ma nello sport contano i risultati, e se ai risultati si abbina un lavoro magistrale che porta a un plusvalore che fa bene alle carriere e alle casse, rendendo confortevole il viaggio verso il futuro, a uno così bisogna lasciare carta bianca. E se lungo la strada ci si imbatte in calciatori indolenti o dirigenti e maestranze inclini al vittimismo, non esiste bivio alternativo, in modo perentorio gli va imposto: se non vi adeguate all’allenatore, quella è la porta. La Roma a gennaio ha messo dentro un attaccante super e uno di prospettiva che fa intravedere doti non comuni. Più un giovane guastatore offensivo che già fa intendere di avere più prospettive di Baldanzi, per il quale resta ingiustificabile la follia dell’acquisto a quelle cifre. Con un piccolo sforzo in questa manciata di giorni che porta alla chiusura del mercato, la Roma alzerà ancora di più la voce. E lo capirà anche la cosiddetta o presunta grande stampa, che commenta Roma-Milan come commenterebbe il Lecce che frena la corsa della super big. Inutile consigliarle di aprire gli occhi, perché chi ieri avrebbe dovuto accendere un cero a Sant’Ambrogio, è il Milan. Non la Roma.

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Finalmente

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Finalmente perché un attaccante così doveva arrivare ad agosto. Finalmente perché, concedetelo al sottoscritto, speravo da cinque anni che lo ingaggiasse la Roma. Malen è ciò che serviva alla Roma. E mentre parte della piazza si distraeva insultando senza motivo Raspadori, “reo” di non avere scelto la Roma, scelta da traditore secondo chi indora la pillola per fare credere che sia sempre colpa di qualcun altro (procuratori, calciatori, dirigenti, fidanzate, padri e madri) quando la Roma vende o quando buca un acquisto. Vecchio giochetto, sgamato, in voga anche con la passata proprietà. Malen è un ottimo innesto. Uno che sa mandare al manicomio i difensori avversari, perché non dà punti di riferimento, è adrenalinico, frenetico nei passi, è veloce, guizzante, non un gigante ma fastidiosissimo perché è potente ed elastico. Se riceve palla in posizione decentrata per naturale ricerca della porta si accentra. Non è un cavallone a cui affidare il pallone a centrocampo. È una prima punta moderna da ultimi venticinque metri. Che può giocare anche accanto a un’altra prima punta, ma quando si decentra non ci si deve aspettare Lookman o Soulé. Perché rimane una prima punta, uno che ha confidenza con il gol, che quando riceve il pallone non ha bisogno della frazione di secondo da dedicare al pensiero perché è istinto puro che si fida della capacità balistica. Col tiro secco e preciso, forte, sia sotto porta sia dalla media distanza. Da ragazzino nel PSV sembrava un predestinato. Un serio infortunio al ginocchio rallentò la crescita ma non gli ha mai annacquato il talento. Infortunio perfettamente superato, senza strascichi. Malen non ha mantenuto tutte le promesse, non è diventato un top player per valori assoluti, ma può esserlo per il campionato di Serie A. È tutto ciò di cui aveva bisogno la Roma. Che ha colpevolmente impiegato sei mesi per centrare finalmente un obiettivo valido in attacco dopo mezzo anno di equivoci e ritardi gravi. Che sono anche costati la Coppa Italia alla Roma. Ma meglio tardi che mai. Malen ha solo un difetto. Il cognome. Perché si presta a giochi di parole, battute e ipotetici titoli che hanno già ammorbato prima ancora dell’annuncio ufficiale.

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Mamma butta la pasta

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Proseguono le celebrazioni per i novant’anni del mitico Dan Peterson, che usava dire “mamma, butta la pasta!” quando andava a segno il canestro che chiudeva il match di basket che stava commentando. Chiediamo scusa a un maestro anche di comunicazione come l’americano d’Italia se gli rubiamo una frase che speriamo di utlizzare entro il weekend. Perché al momento, finalmente, la Roma “ha messo la pila sul fuoco“. L’acqua si scalda, bolle, poi finalmente almeno un pasto di mercato potrà essere consumato. Piatto italiano e rivisitato alla spagnola. Raspadori e il suo staff di rappresentanti verrà convinto. Anche perché non può essere altrimenti. È arrivato Ryan Friedkin e Trigoria è diventata un porto di mare, perché sono servite due riunioni per parlare anche col direttore sportivo, che mentre si svolgeva la prima era impegnato in un appuntamento di lavoro. In ritardo, ma la Roma si avvicina alla prima operazione di un mercato che altro non è che la prosecuzione di quello estivo. Da qui, il ritardo. Così come un incontro chiarificatore con la presenza fisica della proprietà a conti fatti poteva essere programmato nei mesi scorsi, perché già all’epoca erano evidenti le diversità di visione (eufemismo) tra comparto tecnico e direzione sportiva. Ma ok, il latte è stato versato, inutile piangere. Ora la pentola sta sul fuoco. È ora di buttare la pasta.

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Come va col cricket?

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Per sorprendersi delle reazioni di Gasperini, che preferisce tenere la benzina nella tanica dribblando i microfoni a Lecce, bisogna essere digiuni di calcio. Perché può sorprendersi chi fino a ieri era esperto di cricket o di beach volley. Da ieri enfasi e presunte sorprese. Perché? Perché arriva la delegazione presidenziale, di cui si parla da giorni, e al contempo l’allenatore salta il post partita in TV e in sala stampa? Ci si sorprende perché Gasperini mette pressione alla dirigenza per ingaggi mancati in estate e già in ritardo a gennaio? Premesso che semmai ci si dovrebbe sorprendere e anche arrabbiare per i mancati ingaggi in estate e già in ritardo a gennaio, non ci si può sorprendere se Gasperini accende confronti coi dirigenti. Per conoscere il modo di fare del tecnico non serve l’esperienza di un operaio di Bergamo alta abbonato in curva Pisani al Brumana dal 1980. Non è necessario chiamare il vecchio cronista dell’Eco di Bergamo. È il suo modo di fare, non per mitomania o egocentrismo, ma perché lui lavora così, e questo lavoro, ovunque sia andato, anche in questi primi mesi romani, porta frutti, in termini di risultati e di valorizzazione del patrimonio tecnico. Gasperini e Massara muso a muso? E che sarà mai? I confronti accesi, se funzionali, portano benefici. Spazzano via gli equivoci. L’importante è non alimentare il vittimismo. La finalità delle discussioni di mercato è il miglioramento delle squadre. Gli allenatori alla Gasperini non fanno “casino” per hobby, hanno il polso della situazione più di dirigenti, consiglieri e proprietari. Chi si offende fa una fatica doppia.

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Raspad’ora

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Ennesima riprova di quanto vengano esasperati i concetti. Sette mesi fa sembrava che la Roma fosse in liquidazione, perché il messaggio era martellante: Svilar non rinnova e andrà via a prezzo di saldo, e almeno uno fra Koné e Ndicka sarà sacrificato, sempre sottocosto.

Poi sotto ferragosto il rinforzino: Koné sta andando all’Inter, operazione da una trentina di milioni giunta al traguardo. Anche in questo caso, esagerazioni ingiustificate, perché la Roma per completare il mercato avrebbe preso in esame offerte per il francese (con l’ok del tecnico), ma non certo quella specie di mancanza di rispetto recapitata dall’Inter che, col vento in poppa soffiato da una stampa che ribadiva come la Roma fosse obbligata a vendere, abbozzò una proposta irriguardosa.

Poi chiude il mercato, a inizio settembre. La Roma non ha venduto nessuno e ha esteso a cifre notevoli il contratto del portiere. Come niente fosse, ricomincia il giro: a giugno duemilaventisei via tutti. E mentre da Trigoria si servivano assist al disfattismo ribadendo un concetto arcinoto e vecchio oramai come il mondo sui paletti dell’UEFA, era già evidente che il mercato invernale avrebbe portato pedine fondamentali in ruoli chiave, per una rosa altamente incompleta in attacco. E non c’erano dubbi che tali operazioni sarebbero state possibili, perché Friedkin già a fine sessione estiva aveva confermato alla dirigenza e all’allenatore la disponibilità a investire.

Apriti cielo! “A gennaio non verrà nessuno!”, sulle note del fastidioso tormentone secondo cui il mercato di gennaio non produce mai nulla (andate a controllare quanti calciatori della Roma scudetto 2001 furono presi nelle sessioni invernali di mercato. Anzi, ve li ricordiamo di nuovo noi: Candela, Delvecchio, Nakata, Zago, per non parlare di Dacourt, Toni, Nainggolan, El Shaarawy. A gennaio per fortuna non arrivano soltanto Doumbia e Jonathan Silva). Niente da fare, mesi autunnali passati a somministrare oscurantismo psicologico. La Roma descritta come un discount perennemente sull’orlo del fallimento.

Arriva gennaio e in barba alle teorie del “ricordati che devi morire”, il club ha praticamente chiuso l’ingaggio di Raspadori, impegnandosi per oltre venti milioni con l’Atletico Madrid. In attesa di definire con il Manchester United l’accordo per Zirkzee, due calciatori in quota Gasperini che finalmente offrono all’allenatore le soluzioni che ha provato a inventarsi nei primi quattro mesi di stagione.

In estate la Roma farà mercato anche in uscita, e se ci pensate sarà la prima volta nell’era Friedkin in cui si venderà un pezzo pregiato (seconda volta se si considera anche Ibanez). La Roma con Buon ha un accordo flessibile, che viene costantemente monitorato e ridiscusso come ampiamente dimostrato in questi anni. Finora spesso sono state sbagliate le scelte di mercato, ma di soldi ne sono stati spesi tanti. Niente da fare. Fuori dal raccordo, alla parola ‘Roma’ la gente associa debiti, svendite, plusvalenze e rossi di bilancio. Perché la Roma da dentro si racconta così. Come una società sul cornicione della finestra. Per fortuna che esistono i fatti.

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Più punti, meno bro

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Quarto posto in classifica. Più sette sul Bologna (potenzialmente più quattro), più nove sulla Lazio, più undici sull’Atalanta, impietoso il confronto con la Fiorentina, tutte squadre che negli ultimi anni spesso sono arrivate nettamente davanti alla Roma. Quarto posto in classifica viaggiando a una media gol di poco superiore a uno a partita. Al netto di lacune strutturali non cancellate dallo scorso mercato, che di fatto ha prodotto l’ottimo innesto di Wesley, l’utilissimo inserimento, graduale, di El Aynaoui, e la speranza che prosegua il cammino intrapreso Ziolkowski, in attesa di Ghilardi, con la speranza che Ferguson faccia ricredere tutti e tenendo in squadra gente che sembrava certo se ne andasse in estate (Pellegrini, Baldanzi, Dovbyk, in parte Pisilli ed Hermoso).

Il quarto posto a girone di andata quasi concluso non va sottovalutato. Soprattutto perché le rivali (cinque squadre per quattro posti) hanno rose più folte e più complete. Nel calcio quasi tutto è opinabile, dal modulo alla scelta dei titolari. I numeri non si possono confutare. La Roma non vincerà la coppa del sistema solare perché ha chiuso l’anno solare davanti a tutti, certe classifiche servono soltanto a riempire le pagine dei giornali sotto le feste, ma dimostra che il lavoro di allenatori seri, preparati, maniacali nel lavoro, diversi da ciò che troppo spesso piace a questa città figlia del volemose bene e del semo tutti fratelli, tutti Bro, può pagare. Con un mercato adeguato, la Roma avrà le armi per tornare in zona Champions League dopo una vita. È necessario questo sforzo, col tempismo giusto.

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