IDEALISTA.IT- Non solo leader in campo, ma anche uomo profondamente legato alla città e ai valori dello spogliatoio. Nel quarto episodio delle interviste in collaborazione con il noto sito dedicato al mondo dell’immobiliare, Gianluca Mancini ha raccontato il suo rapporto con Roma anche fuori dal rettangolo verde, partendo proprio dalla sua casa:
In ogni casa c’è un angolo speciale, qual è il tuo? Preferisci uno spazio all’aperto o magari una sala cinema o dedicata ai videogiochi? “A me piace ogni stanza della mia casa, anche la cucina… Dipende dai momenti della giornata. Ma sicuramente un angolo dedicato alla Roma e ai miei successi da calciatore non manca“.
Vivi la Capitale ormai da diversi anni. C’è un quartiere o una zona di Roma che ti ha colpito particolarmente, dove ti senti davvero “a casa”? “Mi piace girare molto per il centro e scoprire ogni volta qualcosa di diverso. In ogni via di Roma si respira la storia“.
Sei uno dei capitani della squadra. Chi è il “vicino di casa” ideale tra i tuoi compagni? E chi, invece, farebbe troppo chiasso? “Penso che Bryan e Lorenzo possano essere i vicini ideali per qualsiasi persona. Sono persone perbene, oltre che legatissimi alla Roma. Il compagno che farebbe troppo chiasso da vicino? Ci sono già io, basto e avanzo (ride, ndr)”.
ANSA – Claudio Ranieri parla per la prima volta dopo l‘addio alla Roma e il comunicato ufficiale uscito nel corso della mattinata odierna. Ecco le sue dichiarazioni all’agenzia di stampa: «L’interruzione del rapporto di Senior Advisor è dipesa da una determinazione unilaterale della società per dovere di trasparenza, chiarezza del proprio agire, fedeltà alla verità dei fatti e amore per la maglia che rappresenta la seconda pelle. Ringrazio la famiglia Friedkin, la squadra, i dipendenti e l’intero popolo giallorosso per l’immenso affetto tributato nel corso degli anni, sempre integralmente ricambiato. Forza Roma sempre».
Federico Nardin è il nuovo volto di Dreaming Roma, la rubrica dedicata ai talenti del settore giovanile giallorosso. Difensore centrale classe 2007, Nardin rappresenta l’essenza del vivaio di Trigoria: dieci anni di militanza, dai primi calci nell’Under 10 fino alla consacrazione con la Primavera e la Nazionale. Durante l’intervista, il giovane talento ha sottolineato il suo profondo legame con la maglia, definendola una “seconda pelle” e ammettendo che giocare per la Roma comporta una responsabilità speciale che solo un vero tifoso può sentire.
Sei nato nel 2007, ma fisicamente e per la tua storia qui sembri un veterano. Diresti di aver bruciato le tappe a Trigoria? Sei qui da dieci anni, giusto? “Sì, il mio primo anno è stato nell’Under 10. Non credo di aver bruciato le tappe, ho fatto tutti i passaggi necessari. Sono arrivato a quest’anno, che potrebbe essere l’ultimo o il penultimo con l’Under 20. Il mio sogno è arrivare fino alla prima squadra.”
Siamo abituati a giocatori che vengono da tutta Italia, ma tu sei il tipico tifoso della Roma che realizza un sogno. Dove è iniziata questa passione? In famiglia? “Questa passione viene da mio papà. È sempre stato romanista. Mi ha portato allo stadio per la prima volta quando avevo tre anni. E fuori da Trigoria per la prima volta… ora sembra strano perché è normale passare per quei cancelli, ma prima ero un tifoso che aspettava i giocatori fuori per un autografo.
A molti di noi è capitato di aspettare fuori, magari saltando scuola. Se sei un vero tifoso, non diventa mai normale al 100% stare qui dentro. “Esatto. Allenarsi con De Rossi l’anno scorso è stato incredibile. Non è mai stata routine per me. Era un sogno scendere in campo con lui, pensando alla foto che ho con lui qui fuori di quando avevo tre anni.”
Passare da avere la foto con il tuo eroe a tre anni ad averlo come allenatore deve essere travolgente. “Sì, non è facile all’inizio. Forse non te ne rendi conto subito, provi emozioni completamente nuove. Come hai detto, è stato travolgente. Lo chiamavo mister, ma per me era sempre DDR. Mister DDR.”
Facciamo un passo indietro. Sei nato a Latina. Dove hai iniziato a giocare? “Ho iniziato al San Michele. Giocavo con i più grandi perché a tre anni c’erano solo bambini più grandi. All’inizio mio papà non era convinto. Al primo allenamento c’era un campo di terra e io facevo i castelli di sabbia. Mi disse: “Forse non fa per te”. Ma poi ho imparato le regole. Sono passato alla Pro Latina e abbiamo fatto un torneo qui a Trigoria.”
E lì ti hanno notato. “Sì, mi hanno contattato per un provino all’Acquacetosa. Sbagliarono a dirmi il giorno e feci il provino con i 2006. Chi mi ha detto che la Roma mi aveva scelto? Mio papà. Era un momento difficile per lui perché si era appena rotto il crociato, ma mi diede la notizia. All’inizio era preoccupato per i viaggi avanti e indietro, ma fortunatamente dopo due anni mi sono spostato qui a Trigoria. Mio nonno è stato fondamentale: vive a San Giovanni e mi ospitava per portarmi agli allenamenti dopo scuola. È unico, abbiamo un rapporto speciale.”
Tuo nonno è romanista? “No, tifa Inter. Un doppio sacrificio! Ma gli piace la Roma, per il bene che vuole a suo nipote.”
Ti ricordi il tuo primo giorno a Trigoria? “Ricordo il primo torneo qui da visitatore. Ho un video di quando ero piccolo, non ci credevo. Saltavo ovunque, correvo per tutto il campo. I miei genitori mi hanno sempre detto di divertirmi: “Se un giorno decidi che non è quello che vuoi, smetti”. Ma mi è sempre piaciuto. Sono sempre stato calmo in allenamento e in partita, mi divertivo e basta.”
Come si passa da essere un grande tifoso a essere un professionista al 100%? “Da bambino vivi il sogno senza renderti conto di dove sei. Ora che sto entrando nel calcio dei grandi, il sogno diventa realtà. Ti alleni con la prima squadra, con giocatori che prima tifavi in TV o allo stadio. Lì devi crescere e restare calmo. Se non sei calmo, non vivi l’esperienza nel modo giusto. A volte la vivi un po’ da tifoso e ti lasci trasportare, senti una responsabilità extra. Questa maglia è speciale, non sarà mai come giocare per un altro club.”
La tua passione ti ha mai portato a commettere errori? “Purtroppo sì. Quest’anno, nel derby. È sempre una partita difficile per noi romanisti, specialmente a livello emotivo. A fine partita non sono riuscito a contenere le emozioni dopo la sconfitta. Ho fatto qualcosa che non mi sarei aspettato da me stesso. È quello che intendo per restare calmi: devi capire dove sei e dare il contributo in campo senza andare oltre. Ho sbagliato e mi dispiace, ma si cresce e si impara dagli errori.”
Seck ha detto che tu sei il giocatore a cui guarda per capire cosa significhi giocare per la Roma. Senti questa responsabilità? “Non sento la responsabilità di spiegare, ma credo che lo si veda dal comportamento. Lui vive in casa con me e quando gioca la Roma vede cosa significa per me. Penso che basti questo.”
Vivi da solo da due anni. Cosa è cambiato? “Tutto. Il livello di responsabilità, il modo in cui vivi. Devi svegliarti da solo perché mamma non c’è più, devi cucinare. Vivo con un compagno di squadra, abbiamo la stessa routine e ci aiutiamo molto. Siamo entrambi maturi e parliamo di tutto.”
Hai un gran fisico e una personalità esuberante. Ti senti un leader? “Sì, mi piace guidare i compagni dentro e fuori dal campo. Mi piace essere un punto di riferimento, ma è nella mia natura, non perché voglia dire agli altri cosa fare. Il mio punto debole è l’aspetto emotivo, la gestione della rabbia in campo. Ci ho lavorato con gli psicologi del club e quest’anno sono migliorato molto. Mi sento più consapevole.”
Sei sempre stato un difensore? “Sì, anche se a volte ho fatto il centrocampista. Ho tecnica, ma il primo lavoro di un difensore è non far segnare. Ho giocato a tre, a quattro e ultimamente anche come terzino. Mi sto abituando, ma mi sono sempre visto in una difesa a tre, indifferentemente a destra o a sinistra. Saper giocare su entrambi i lati è fondamentale.”
I “Fantastici Quattro” della difesa Primavera: tu, Terlizzi, Mirra e Seck. Come andate d’accordo? “Andiamo d’accordo fantasticamente. Siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda, non c’è invidia, solo sana competizione. Ci divertiamo insieme.”
In cosa devi migliorare come calciatore? “All’inizio dell’anno ho lavorato molto sul piede sinistro. È essenziale nel calcio moderno saper usare entrambi i piedi. Se penso al mio percorso, una persona cara è il coach Marco Scisciola. Mi vengono i brividi a pensarci. Ci ha cambiati come giocatori, ha cambiato il nostro modo di vedere il calcio nel passaggio da bambini a ragazzi. Ogni allenamento con lui era divertimento puro.”
Hai vinto due scudetti nel settore giovanile. Vincere da romanista è un trionfo doppio? “Vincere è sempre fantastico e ti fa venire voglia di farlo ancora. L’anno scorso non abbiamo vinto e ci è mancato qualcosa. Mi piacerebbe vincere il terzo scudetto per coronare questo viaggio. La semifinale dell’anno scorso ci ha lasciato l’amaro in bocca, vogliamo finire questa stagione diversamente.”
Hai vinto anche l’Europeo Under 17 con l’Italia nel 2024. Cosa si prova? “Vincere con la maglia azzurra è unico. Giocare per l’Italia è un orgoglio immenso. Ho vinto sia con la Roma che con l’Italia, le mie due squadre preferite. Emozioni indescrivibili. Vincere con l’Italia ti dà una vetrina internazionale, ma vincere è sempre meraviglioso.”
Il tuo idolo calcistico? “Francesco Totti. È la base per ogni tifoso della Roma.”
Molti ti paragonano a Calafiori per il percorso e le caratteristiche. Ti ci rivedi? “Me lo hanno detto in molti. Mi piacerebbe fare anche solo una parte di quello che ha fatto lui, ma io seguo il mio percorso e il mio sogno.”
Hai rinnovato il contratto a gennaio, diventando professionista. Senti più pressione? “È un contratto che mi dà molta fiducia, ma senti di dover dimostrare ancora di più. Devi far vedere che quando farai il salto tra i grandi potrai dare il tuo contributo senza farti travolgere. Vivo giorno per giorno, ma la mia ambizione è vincere trofei con la Roma e con l’Italia.”
Cosa significa per te indossare questa maglia dopo dieci anni? “Responsabilità e orgoglio. Per noi romanisti è una seconda pelle.”
Hai mai visualizzato il debutto all’Olimpico? “Molte volte. L’ho sognato. Se dovessi dedicarlo a qualcuno, lo dedicherei a mio nonno per il ruolo fondamentale che ha avuto nella mia vita e nella mia carriera.”
Hai mai pensato a una carriera lontano da Roma? “Ora che il tempo con la Primavera finisce, il pensiero attraversa la mente, ma è una prospettiva difficile. Inconcepibile per me. Il sogno è restare sempre alla Roma.”
DAZN – Gian Piero Gasperini, tecnico della Roma, ha rilasciato un’intervista one-to-one alla vigilia del match di domani contro l’Inter. Ecco le dichiarazioni dell’allenatore giallorosso:
Come l’ha vissuta da italiano? «Come tutti gli italiani, con grande dispiacere perché tutti quanti ci auguravamo che si potesse giocare il Mondiale quest’estate. Purtroppo non è andata così, questa è sicuramente una sconfitta un po’ per tutti quanti, non solamente per la squadra».
Come ha ritrovato Mancini, Pisilli e soprattutto Bryan Cristante? «Beh, il giorno dopo tutti molto molto abbattuti, poi la legge dello sport impone anche di guardare avanti e di affrontare il prossimo obiettivo».
Lei è nel calcio da una vita, nella lista delle cose da fare per rifondare il calcio italiano cosa mette al primo posto? «Credo che sia più una questione proprio di sistema, non è che non riguarda un presidente, un allenatore oppure piccole cose. Credo che il nostro sistema in questo momento non sia vincente, non lo è né nella costruzione dei giocatori, né nella costruzione eventualmente della nazionale, perché le cose si sono ripetute nel tempo, anche probabilmente nel nostro campionato, non esiste una cosa sola, ci sono tante cose probabilmente da rivedere un po’ da parte di tutti, di tutte quante le componenti di questo straordinario sport, che ha una base di entusiasmo di pubblico enorme, che ha una base di ragazzini che giocano a calcio enorme, e quindi se proprio dobbiamo vedere qualcosa di positivo è questo, e probabilmente bisogna lavorare meglio sotto tutte le componenti».
Si riparte da San Siro, la Roma ha vinto una sola partita contro le prime sette della classifica, cosa ha avuto in meno secondo lei la sua squadra proprio rispetto alle altre, a quelle che vi precedono? «Direi che almeno nel girone di ritorno non ne ha perse nessuna, e quindi sono partite equilibrate, sono partite di livello, è chiaro che le partite che abbiamo avuto con la Juventus in vantaggio, a Napoli in vantaggio, la stessa partita che abbiamo fatto col Milan, sono partite che hanno lasciato un po’ di rammarico sotto il profilo del risultato, ma se domani fossimo capaci di ripetere quel tipo di prestazione che abbiamo fatto con queste squadre sarei indubbiamente contento».
Su quali dettagli si lavora a otto giornate dalla fine di un campionato? «Sicuramente abbiamo acquisito delle esperienze, delle partite, delle gare, sicuramente una squadra che rispetto all’inizio della stagione ha un modo molto più efficace e anche più conosciuto di affrontare le gare, se vogliamo, è una squadra questa che non ha mai o quasi mai fallito sotto il profilo delle motivazioni e anche delle prestazioni».
Si fida degli ultimi risultati dell’Inter? «No, questo no assolutamente, però indubbiamente denotano che è una squadra con la quale si può fare risultato, visto che ci sono riuscite anche altre».
Le tue squadre vanno sempre molto forte nei finali di stagione, vi siete domandati che cosa serve alla Roma per arrivare in Champions League? «Non so quanti punti siano sufficienti, però già il fatto di essere arrivato nel finale, comunque insieme alla Juventus, un po’ dietro al Como che è la vera squadra, non direi sorpresa, ma la vera squadra importante in questa lotta, con l’Atalanta, alcune squadre che si sono allontanate, quindi è una corsa ristretta, una volata ristretta a queste squadre, noi ci siamo dentro, con tutte le nostre forze, con tutta la nostra voglia di farlo».
Avrebbe firmato per trovarsi a questo punto della stagione con questa classifica anche senza coppe? «Probabilmente a inizio stagione sì, un mese fa speravamo un po’ meglio da uscire da certi scontri magari, visto anche le prestazioni fatte, con qualche punto in più. Credo che la squadra però ha fatto sempre il proprio dovere».
Con Malen, da inizio stagione dove sarebbe la Roma? «Non lo so, difficile dirlo. Malen è stato a gennaio sicuramente un valore aggiunto importantissimo per questa squadra, a dimostrazione che quello che conta è proprio la squadra. Aver perso contemporaneamente Dovbyk, Ferguson, Dybala, Soulé, insomma rispetto al girone d’andata tanti giocatori in attacco. Malen ha dato un valore aggiunto, qualcosa abbiamo perso purtroppo con queste situazioni».
Posso chiedere come sta Soulé e se può giocare anche dall’inizio domani sera? «Soulé ha ripreso da due settimane con la squadra, è stato fuori molte settimane prima. La prima settimana un po’ così così, non è guarito del tutto certamente. Nell’ultima settimana ha fatto sicuramente bene».
Ha chiuso Roma-Lecce con Venturino, Arena, Robinho Vaz davanti. Vaz ha proprio deciso la partita. Che tipo di margini di miglioramento ha questo ragazzo? «Ne ha sicuramente tanti perché è un ragazzo molto giovane. Anche per lui non facile cambiare squadra a gennaio, entrare in un sistema completamente nuovo. È chiaro che ha bisogno di crescere sotto tanti aspetti, ma quello che ha fatto in quest’ultimo mese è sicuramente una bella evoluzione».
Ha avuto un grande impiego in questa stagione anche Lorenzo Pellegrini. È uno dei giocatori da cui ripartire il prossimo anno anche alla luce della sua situazione contrattuale? «Lorenzo Pellegrini ha fatto bene tutto l’anno. Lui come tantissimi altri giocatori. Veramente il gruppo di questi giocatori è stato molto trainante, molto utile a me. Io sono sicuramente a tutto questo gruppo di squadra molto riconoscente per il lavoro che abbiamo fatto insieme fino adesso. Adesso è il momento di cercare di raccogliere il massimo di tutti questi mesi».
Dopo la gara contro Lecce, anche dopo l’uscita dell’Europa League, si è parlato di tensione, di divergenze, di frizioni. Possiamo fare chiarezza sul suo rapporto con la società? «No, io con la società ho un ottimo rapporto, in particolare con la proprietà. Una proprietà che, nonostante quello che si dice, fair play finanziario, eccetera, ha messo a disposizione tante risorse, anche quest’anno, ha investito veramente molto, come quasi mai mi era capitato. La proprietà è chiaro che deve affrontare anche delle gestioni pregresse, che in qualche modo la condizionano e con le quali abbiamo bisogno di lavorare insieme per cercare di uscire e di portare la società nel modo più sostenibile possibile, senza però dimenticare la necessità di avere una squadra sempre migliore e sempre competitiva».
TELEFOOT – Manu Koné, centrocampista della Roma, si racconta e lo fa nel corso del programma ‘Le Grand Format’ dell’emittente televisiva francese. Il classe 2001 si è soffermato sulla sua avventura nel club giallorosso e sulla vita nella Capitale. Ecco le sue dichiarazioni.
Cosa fai durante il giorno per staccare dal calcio? “Cerco di uscire un po’ con la famiglia, per esempio sono andato al Vaticano ed è stato molto bello. A volte esco con gli amici e facciamo una passeggiata. Qui si vive bene. Dove abito io c’è il mare e a volte vado in spiaggia anche con la famiglia”.
L’intervista viene interrotta da alcuni tifosi che lo riconoscono per strada e si scattano una foto con lui… “Qui è molto complicato passeggiare. La Roma è la squadra della Capitale, i romanisti sono veri tifosi e dimostrano l’amore per il club. Giocare nella Roma è un grande orgoglio”.
Il tuo legame con la Roma? “Dal punto di vista umano vorrei lasciare il ricordo di una persona molto semplice, un grande lavoratore che dà tutto per la sua squadra. Dal punto di vista sportivo, invece, vorrei vincere trofei e arrivare il più lontano possibile con la Roma. Spero che così facendo potrò lasciare il segno nella storia del club e rendere tutti felici”.
Viene mostrato a Koné un videomessaggio da parte di Patrick Vieira… “Ritengo che sia un centrocampista molto completo: è in grado di recuperare palloni, di spingersi in avanti e di servire l’ultimo passaggio – dice Vieira -. Credo abbia ancora un grande margine di miglioramento. Penso inoltre che goda del rispetto di tutti i compagni per il lavoro che svolge in campo e, alla fine, questo è l’aspetto più importante”.
Successivamente è il turno di Thierry Henry… “Volevo solo dirti che sono davvero orgoglioso di te – le parole della leggenda dell’Arsenal -. Non c’erano molti dubbi, almeno per quanto mi riguarda. So di cosa sei capace e non hai ancora mostrato il meglio di te. E poi smettila di correre dappertutto. Ci vediamo presto e… buon Mondiale”.
Koné risponde: “Ci ha dato tanto alle Olimpiadi e mi ha subito affidato un ruolo da leader nella squadra. Ha avuto fiducia in me, mi parlava spesso e mi diceva che non ero così lontano dalla Nazionale maggiore. So che è orgoglioso di me”.
Mile Svilar, portiere della Roma, ha risposto alle domande dei cronisti di Sky Sport alla vigilia del match di Europa League contro il Bologna. Ecco le sue parole.
Hai voluto mandare un messaggio a Kinský, portiere del Tottenham. Spiegaci perché. “No, perché ho avuto un po’ la stessa situazione otto anni fa, dove anch’io ho fatto un errore nel debutto in Champions. Poi sono passato sopra dopo qualche anno, però un portiere quando fa un errore evidente prende gol, quindi è sempre un po’ più delicato. Però ovviamente mi dispiace per lui, però l’ho già visto giocare tante volte e secondo me sarà un grandissimo portiere. Quello che è successo ieri lo aiuterà a diventarlo”.
Che momento è per la Roma? Adesso avete subito 5 gol nelle ultime due partite, è qualcosa di normale, un assestamento? Che momento è? “No, è un momento dove questo può succedere, succede a tutti in una stagione lunga. Dall’altra parte stiamo facendo anche più gol, quindi possiamo concentrarci anche su questa cosa, che stiamo segnando di più. Poi la nostra difesa è stata solida da tanto tempo, quindi… Tornerà a essere così”.
Ti chiedo un’ultima cosa, con Gasperini cosa è cambiato nel ruolo, soprattutto con i piedi, che avevi rispetto a precedenza ad esempio a Ranieri? “No, penso che al mister piaccia un gioco più diretto, quindi non ci fa fare tanti passaggi da dietro per poi non essere concreti. Mi piace più che la palla vada in avanti, che siamo là, che ce la giochiamo là, perché abbiamo la qualità per farlo”.
Abbiamo preparato delle immagini, una parata che sembra pazzesca su Malynovski? Riesce a coprire praticamente più di metà della porta. Non so tu come abbia fatto. “No, sì, è una bella parata, però è un peccato che, sì, che non ha aiutato per il risultato, perché il portiere è un ruolo dove la gloria personale, diciamo, è poca, perché comunque se fai una parata del genere, un’altra parata e non vinci, viene un po’ dimenticata. Quindi per me è più un peccato per il risultato. Mi piacerebbe di più non fare questa parata e vincere 5 a 4 fino a fine stagione”.
Gian Piero Gasperini, tecnico della Roma, ha risposto alle domande dei cronisti di Sky Sport alla vigilia del match di Europa League contro il Bologna. Ecco le sue parole.
“Italiano ha fatto più fatica a fare le scale? Io mi alleno di più (ride, ndr)“.
Oggi Italiano ha detto che lei è un esempio per tutti gli allenatori. Lei cosa pensa del Bologna di Italiano? “Parlano risultati e prestazioni. Hanno entusiasmato la città, non era facile raccogliere l’eredità di Motta e lo ha fatto nel modo migliore, raggiungendo il consenso di tutti, anche con prestazioni di qualità”.
La sua Roma sa ripartire: 12 sconfitte, ma ogni volta la Roma ha rialzato la testa. Quanto incide la positività nelle analisi? “Incide la capacità di reazione dei giocatori, ho trovato un gruppo con grandi motivazioni, con voglia di ripartire, guardare avanti. Questo calcio in cui si gioca con continuità, devi avere questa capacità, le partite dipendono da piccoli episodi contrari. A Genova abbiamo perso…”
Zaragoza ha segnato al Bologna tre mesi fa, potrebbe essere un’idea? “Zaragoza è appena arrivato, sta giocando in un modulo completamente diverso da quello a cui era abituato, sta cercando di migliorare la sua condizione, non è facile inserirsi in un nuovo ambiente, ma ha già fatto un assist importante a Napoli. A parte Genova è sempre subentrato o giocato dall’inizio, nelle prossime settimane ci potrà dare un aiuto”.
Malen, le ricorda qualcuno? A me viene in mente ed è Muriel. “Sì, soprattutto per certe accelerazioni, per la prontezza di calciare rapidamente, anche lui aveva questa capacità di tirare in una frazione di secondo. Ci sono somiglianze. Un po’ anche Milito. Non solo nei numeri dei gol. Milito si muoveva di più ma era immediato nelle giocate”.
Freuler ha parlato bene di lei e ha ricordato un balletto. “Speriamo di farne sempre di più. Quando si vince…balletto poi, sono tre passi! Le nuove generazioni arrivano e la prima cosa che fanno è guardare il telefono, ma almeno 5′ di soddisfazione tra di noi quando si vince”.
Marco Litti, terzino sinistro della Roma Primavera, è il protagonista della nuova puntata della rubrica ‘Dreaming Roma’ e nel corso dell’intervista ai canali ufficiali del club ha raccontato il suo percorso nel settore giovanile giallorosso. Ecco le sue parole.
Come stai? “Molto bene, grazie”.
Nel gruppo squadra vi chiedete: “Come stai?” “Nella nostra generazione ancora sì, ci si parla”.
Quanto è stato difficile lasciare la tua città per trasferirti a Roma? “I primi mesi un po’ difficile, era un ambiente nuovo e non conoscevo nessuno. Roma è una realtà più grande rispetto a quella in cui vivevo. I primi 2/3 mesi sono stati un po’ difficili, ma con il passare del tempo ho conosciuto tutti ed è stato molto più semplice ambientarmi”.
Chi ti ha particolarmente aiutato in questo processo? “Non c’è stata una persona in particolare, ma tante persone mi hanno fatto sentire a casa. Non mi hanno fatto mai mancare nulla, mi hanno sempre aiutato anche nelle piccole cose e questo fa la differenza”.
Da piccolo passavi tutta la tua giornata tra Trigoria e il convitto… “Andavo a scuola e ad allenarmi. Ho fatto amicizie e mi hanno fatto sentire subito a mio agio”.
Dove hai iniziato a giocare a calcio? “Ho iniziato all’Euro Sport Academy, che è una scuola di calcio di Brindisi. Dopo quattro anni sono passato al Lecce, dove ho trascorso altri quattro anni. Poi mi hanno detto che la Roma era interessata e io non ho esitato”.
Nel 2020 la chiamata della Roma: chi te lo ha detto? “Mia madre”.
La tua reazione? “Ho detto: ‘Dai, non scherzare…’. Lei ha detto: ‘No, veramente’. All’inizio era un po’ titubante anche lei, il figlio piccolo… Io le ho detto: ‘Voglio andare'”.
Che trattativa è stata? “C’era anche il Covid in mezzo, non sapevamo quando avrebbero riaperto. Sono venuto a visitare Trigoria prima che chiudessero tutto e l’impatto è stato devastante”.
Cosa hai pensato quando hai varcato il cancello di Trigoria? “Ho pensato: ‘Assurdo’. Non avevo mai visto un centro di allenamento così moderno e all’avanguardia. Sono rimasto incredulo”.
Ma hai lasciato la tua casa… “Non ci pensavo. Più ci pensi, più diventi triste. Mi dicevo: ‘Se voglio diventare un calciatore…’. Prima o poi doveva succedere, non posso sempre stare attaccato alla mia famiglia. Ho preso questa decisione, mia madre mi ha dato libero arbitro e mi ha permesso di fare questa scelta”.
La famiglia è venuta a Roma con te? “No, è rimasta giù. Mia mamma viene a trovarmi una volta al mese. La mia famiglia è stata fantastici, non mi ha mai fatto mancare nulla e sentire la distanza. Quando mi sentivo un po’ giù venivano o io andavo giù per qualche giorno. Hanno capito la situazione”.
Cosa ti manca di più di casa? “Gli amici e la famiglia. Quando ero a Lecce, dopo l’allenamento, uscivo, andavo al bar e stavo con loro. Ora faccio le videochiamate. Mia mamma e mio fratello mi seguono dappertutto. Fanno di tutto per me”.
Tuo fratello è più grande o più piccolo? “Più grande”.
Gioca anche lui a calcio? “Giocava a Lecce e ha fatto l’eccellenza”.
Quindi capisce la tua passione? “Sì”.
Che impatto hai avuto con la città di Roma? “Ora ho iniziato a vivere Roma. Ogni tanto vado a cena con i miei compagni di squadra. Avendo la macchina e la patente è più facile visitarla. All’inizio mi sono buttato in questa città grande e bella e l’impatto è stato bello ed emozionante”.
C’è stato un momento in cui hai pensato di tornare indietro? “No, mai. Ero sempre più convinto che la scelta fatta era quella giusta”.
Nel 2022/23 hai vinto il tuo primo Scudetto con la Roma Under 17: è stato un punto di arrivo o faceva solo parte del percorso? “Per me è stato un punto di partenza. Perché è facile arrivare in un club e pensare ai tuoi obiettivi finali. Per raggiungere gli obiettivi finali devi fare delle tappe come il primo scudetto, i primi scontri diretti…”.
A chi devi l’essere qui? “Mio padre”.
L’obiettivo finale è anche per lui? “Sì. Tutto quello che faccio in campo e la persona che sono, è tutto per lui”.
Ti ha aiutato trasferirti così piccolo? “Sì, perché giù c’è sempre quell’assenza quando lasci casa. Sento sempre papà”.
Ti manca giocare vicino alla porta o il tuo ruolo è un po’ più arretrato? “Ho iniziato da esterno d’attacco. Poi i mister mi hanno abbassato perché avevo grande corsa e mi piace attaccare lo spazio. Sono passato poi da quinto a terzino, ma mi piace partire da dietro”.
Si tratta della tua caratteristica principale? “Sì. Partendo da dietro è più semplice vedere porta e compagni. Quando gioco spalle alla porta vado in difficoltà”.
In cosa devi migliorare? “L’aspetto difensivo. Ero abituato a giocare da attaccante, ma quando affronti avversari bravi tecnicamente è più difficile. Piano piano i risultati arriveranno”.
Pensi che questo sia il tuo miglior momento della carriera? “Ora mi sento bene fisicamente e mentalmente. Sono libero e concentrato. Sono contento perché sto trovando continuità”.
A luglio hai rinnovato il tuo contratto con la Roma: a cosa pensavi mentre lo firmavi? “Adesso arriva il bello. Ora devo dimostrare di che pasta sono fatto, se sono un giocatore da Champions League, da bassa classifica… Ho pensato subito ai sacrifici fatti”.
Il settore giovanile sta finendo… “Bisogna buttarsi nei grandi”.
Questi sono gli ultimi mesi nel settore giovanile: sei più impaziente in vista del futuro o hai “paura” di lasciare la tua comfort zone? “50 e 50. È bello stare con i compagni che sono come te, ma è anche bello rapportarsi con i grandi, i tifosi, la pressione…”.
Sei pronto a diventare un calciatore professionista a tutti gli effetti? “Sì. Ho passato tante difficoltà tra infortuni e situazione familiare. Non è una passeggiata, ma i problemi sono altri. Giocare a calcio deve essere divertente”.
Vedi ancora il calcio come divertimento… “Esattamente. Avendo affrontato delle difficoltà, ti rendi conto di quali siano i veri problemi nella vita. Perdere una partita, sbagliare un cross o un tiro ti dispiace, ma non sono questi i veri problemi. Si volta pagina”.
Quando hai lasciato la Puglia avresti mai pensato di essere qui a un passo dal professionismo? “No. Perché non mi immaginavo questo percorso, ma sono felice che sia andata così”.
Qual è la tua ambizione nel calcio? “Giocare ai massimi livelli”.
Ti immagini il tuo debutto con la Roma? “Lo spero. Mi piacerebbe giocare all’Olimpico con questa maglia, con i tifosi che ogni domenica vengono a sostenere la Roma. Qui a Roma, la Roma è qualcosa di magico”.
Quanto ti è entrata dentro la Roma? Quanto senti la maglia della Roma? “Tanto. All’inizio pensavo che tutte le squadre fossero uguali. Ma dopo aver vissuto a Roma per sei anni, capisci che la Roma conta davvero tanto qui. Senti la passione dei tifosi, il calore, la pressione ed è bello”.
Con poche parole hai descritto un intero popolo… “Non pensavo ci fosse tanta passione. Quando ho visto alcuni derby e big match vedevo persone che soffrivano per una squadra di calcio. Questo ti fa capire che sei in una grande città e in una grande squadra. Io voglio fare parte di questa storia”.
Paulo Dybala ha rilasciato un’intervista all’ex rugbista Augustin Creevy sul suo canale YouTube. Queste le sue parole:
Sul suo passato? “Ho vissuto in una casa famiglia con altri ragazzi, poi mi sono trasferito nella pensione dell’Instituto. Abbiamo dovuto imparare a essere responsabili. Dopodiché, siamo andati tutti nella pensione del club. Cucinavano per noi, ma facevamo le pulizie da soli, ognuno per conto proprio. Dovevamo stare attenti alle nostre cose. C’erano degli orari da rispettare; non si poteva arrivare in ritardo. Dovevamo essere tutti in camera entro le 10”.
Su Cristiano Ronaldo? “Era molto professionale nelle cure e nella routine, non si discostava da nulla. Arrivava all’ora prevista, alle 8 o alle 9 del mattino, e fino a quando non se ne andava lo vedevi sempre andare in palestra, farsi fare i massaggi, o fare la terapia con il fisioterapista, le docce fredde, la sauna, mangiare… Non saltava mai nulla. Non una sola cosa, niente. Era come se il ragazzo avesse la mente concentrata su quello. E poi anche in allenamento si vede che detesta perdere in qualsiasi cosa. Fuori dal campo, era davvero simpatico. Usciva con la gente, se c’era una cena di squadra veniva, si poteva parlare di qualsiasi cosa, beveva mate. A volte portava il mate, aveva un thermos peruviano e una grande bottiglia per il mate. Mi facevo una bella risata e lo prendevo in giro”.
Sulle differenze tra Ronaldo e Messi? “Sono diversi tecnicamente, ma molto simili mentalmente. Hanno entrambi una mentalità competitiva incredibile; vogliono sempre vincere. Tecnicamente sono diversi, hanno punti di forza diversi, ma sono entrambi delle bestie”.
Sulla maglia di Maradona? “Mi hanno mandato la maglietta di Diego come regalo. Un giorno è venuta Claudia (Villafañe, ndr) e le ho detto: ‘Scusa per quello che sto per fare’, e lei ha risposto: ‘No, quella firma non è di Diego’. ‘Buttala via’, le ho detto. Ne ho una di Román Riquelme. L’ho presa io stesso da dei collezionisti; ho comprato delle maglie. Poi, ce n’è un’altra di Neymar, di quando ho giocato contro di lui, e anche di Iniesta. Paredes me l’ha mandata di recente”.
Sulla gravidanza di Oriana Sabatini? “Spero che sia un parto naturale. Il parto è previsto per l’11 marzo, che è il giorno del compleanno di mia suocera. Quindi le ho già detto che spero che nasca il 10 (ride, ndr). Mi alzo sempre alle 7:30. Non nei miei giorni liberi. Forse ho nove o dieci giorni liberi. Non dormo molto. Ori, invece, dorme come una matta”.
Sulla passione per il pilates? “Il calcio oggi è molto fisico. Quindi se non sei preparato, ti passano sopra. Sono tutte bestie, corrono così veloci che fanno paura. Negli ultimi anni ho fatto molto pilates. Mi ha aiutato moltissimo a livello muscolare. Non ha cambiato molto la mia flessibilità, sono rigido come una tavola, ma mi ha aiutato molto a livello muscolare. Mi piace; fa lavorare i muscoli profondi che non si allenano mai con un allenamento regolare. È davvero fantastico. La mattina, quando mi svegliavo, fare i primi passi era davvero difficile a causa del muscolo soleo; era sempre teso. Andavo piano finché non arrivavo in bagno e poi il dolore passava durante il giorno. Da quando ho iniziato, nella seconda lezione, non ho più sentito alcun dolore”.
Paulo Dybala, fermo ai box, si racconta al canale YouTube dell’ex rugbista argentino Augustin Creevy, commentando anche alcune delle magliette tenute a casa, soffermandosi in particolare su una della Juventus e quella di Samuel, della Roma.
Su Malen: “È venuto qui nel mercato invernale e si è adattato molto velocemente. È un altro calcio rispetto a quello inglese. Ha giocato bene (contro il Cagliari ndr.). Spero possa andare al Mondiale. Lui è venuto sapendo di giocare e di potersi mettere in mostra e sta già facendo gol“. Sull’ambiente e Totti: “A Roma sto bene, la gente è molto appassionata di calcio, ma soprattutto della Roma. Totti ieri non l’abbiamo visto: non scende perché ora non è nel club (All’Olimpico contro il Cagliari ndr.). È una figura, un dio. È incredibile. Ieri lo hanno inquadrato e la gente impazzisce“.
Con Gasperini ci si allena tanto? “Sì, molto. È molto esigente e gli allenamenti sono duri. Oggi il calcio è molto intenso e fisico: altrimenti ti passano sopra. Ora tutti sono bestie, velocissimi e forti. Negli ultimi anni faccio molto pilates, che mi aiuta a livello muscolare, soprattutto a rinforzare i muscoli profondi che normalmente non alleni“.