LAROMA24.IT – Tony D’Amico arriverà alla Roma, dal 1 luglio, senza aver saltato neanche un gradino del calcio professionistico. Al punto, fin qui, più alto della sua storia calcistica ci arriva dopo un primo tempo, da calciatore, vissuto prevalentemente in C. “Mezzala di grande corsa, però non facevo gol neanche solo davanti alla porta. E poi rompic…: litigavo con tutti, anche con i compagni”, questa l’autovalutazione in un’intervista alla Gazzetta dello Sport all’inizio della scorsa stagione. Quando gli chiedono un paragone con un giocatore attuale, D’Amico citerà “Guendouzi”, azzardando come specificherà, per poi abbandonarsi ai ricordi dell’adolescenza: “L’idolo era Leo Junior e mi piaceva un sacco Paulo Sousa”. In quel Pescara di Junior, allenato da Galeone, giocava anche Gian Piero Gasperini, quell’anno in B capace di segnare anche 9 reti. “Spesso nei ritiri con Gasperini vediamo le immagini del Pescara” faceva sapere il direttore nato a Popoli a una premiazione del 2024 per la LND Abruzzo.
Chiuderà poco dopo aver toccato la Serie B, all’Empoli, dove, nell’intervista (VIDEO) appena arrivato nel febbraio 2010, gli chiederanno cosa provi a trovarsi così…al nord (?!).“Infatti sono 4 giorni che mi trovo un po’ a disagio…” la risposta, quando non poteva immaginare che il futuro, da scout e da direttore, l’avrebbe trapiantato sul serio al nord. Chieti, Cavese e Foggia, fino a quel momento, le tappe del percorso da giocatore. A Empoli l’aveva voluto Campilongo, quest’anno in Serie D tra Nocerina e Sarnese, al quale D’Amico non manca mai di mostrare gratitudine: “Da mediano divento mezzala con Campilongo – racconta in un’intervista –: un precursore, 4-3-3 quasi a uomo in fase difensiva“. Quella passione per i riferimenti sull’uomo in non possesso gli resterà impressa anche da dirigente, quando sceglie Juric, due volte, Tudor e conosce l’originale, Gasperini, che ora ritroverà a Trigoria. Nel suo percorso da calciatore anche schegge di vita che lasciano il segno, come la scomparsa del compagno di squadra Catello Mari, morto a 26 anni in un incidente stradale dopo i festeggiamenti per la promozione della Cavese in C1. “Il mio miglior amico di quella squadra. Quel giorno è morto anche il ragazzo spensierato che ero”, racconta D’Amico scurendosi.
Il dirigente nato sotto il segno dei Pesci inizia poi il secondo tempo della carriera: prima scout al Bologna, poi segue Fusco al Verona, nel frattempo si diploma a Coverciano con la tesi “Diario dello scout”, un elaborato di 48 pagine in cui spiega la necessità di “immaginazione” nella valutazione di un giocatore. Un concetto che tornerà in un’intervista più recente, nel 2023, quando dice: “Mi piace immaginare il giocatore, i suoi difetti e quanto possano essere migliorabili”. A Verona la sua storia cambia, passando in prima linea: qui compie quello che giudica il miglior acquisto (“Amrabat, preso in prestito e rivenduto a 20 milioni”) e si causa il principale rimpianto, poi sanato all’Atalanta. “Scamacca, non spinsi abbastanza per prenderlo dal Sassuolo”, dirà quando ormai era finito in prescrizione, nel 2025. Dalla plancia di comando del Verona vende anche Kumbulla alla Roma, in un’operazione multipla, nella quale la valutazione del difensore risulta di 28,5 milioni. Lo ritroverà nel file dei giocatori di proprietà, dopo l’ultimo prestito al Maiorca.
Da ds del Verona, nel 2019 in B, è celebre lo sfogo in una conferenza stampa post partita con i giornalisti. Il primo, addirittura, lo elimina alla prima risposta, spingendolo a lasciare la sala (GUARDA IL VIDEO). In quest’occasione, D’Amico rispedirà direttamente ai mittenti le illazioni su presunti rapporti preferenziali con il procuratore Beppe Riso. Da quel momento in poi, in realtà, lo stile comunicativo di D’Amico prenderà tutt’altro registro, decisamente più moderato. “Nel merito probabilmente avevo ragione o quantomeno certi pensieri potevano essere giustificati, ma ho sbagliato la forma e non ho difficoltà ad ammetterlo” chiarirà a fine anno. Al Verona aveva iniziato l’anno con Fabio Grosso, con cui era stato già compagno da calciatore. Una scelta magari sbagliata nei tempi, non nella sostanza a rileggerla 7 anni dopo. Lo ribadirà a fine stagione in un’intervista a ‘Il Centro’: “Sono convinto che Fabio farà l’allenatore a grandi livelli”. Lo spera anche la Fiorentina, ora. Grosso non chiuderà quella stagione in panchina e il Verona raggiungerà la promozione con Aglietti. In Serie A la scelta ricadrà su Juric, presentandolo così: “Chiede tantissimo a livello mentale ed atletico ma per una squadra che deve salvarsi la lotta è l’aspetto principale. E io lo considero un uomo di lotta”. Nel creare la squadra per il salto di categoria, invece, sottolineerà l’importanza di affiancare esperienza, non tanto come età ma come “campionati disputati”, ai giovani in rosa. Le soddisfazioni di Verona non saranno però replicate lo scorso anno, alla seconda chiamata, quando D’Amico affiderà a Juric le chiavi dell’Atalanta stavolta.
La dedica per la promozione in A è estremamente intima: “Per Federica, mia moglie, Linda e Tommaso (di cui ha tatuato il nome all’interno del braccio, ndr), i miei figli, e mio fratello e i miei genitori che mi hanno sostenuto in questi mesi che non sono stati facili”. Dopo il Verona, nel 2022, ecco il salto all’Atalanta. Qui si crea il connubio con Gasperini, oltre a compiere sessioni di calciomercato che, per sua confessione, gli provocano “la febbre a 40 ogni settembre”. Tra i vari colpi, c’è quello di Hojlund che D’Amico racconta così: “C’è un lavoro di scouting, di segnalazioni per cui poi il giocatore arriva a me e alla proprietà, in questo caso i Percassi. C’è sempre una qualità che colpisce, nel caso di Hojlund era la velocità nonostante fosse alto 1,88”. Lo ha raccontato in un’intervista al podcast ‘Caffè ristretto’, condotto da Valerio Scatolini e…Santiago Sabatini (GUARDA IL VIDEO). Al figlio dell’ex ds della Roma, D’Amico confesserà: “Da bambino sognavo di essere Maradona, a 35 anni ho cominciato a sognare di essere Walter Sabatini. La mia visione di direttore sportivo è quella”.
Qui D’Amico allarga il campo, parlando così di un mestiere, quello di ds, che ora pare quasi a rischio, almeno nell’accezione sabatiniana. “Un ds deve assumersi responsabilità, ora si fa più fatica a farlo, c’è una visione nuova anche per le proprietà che entrano nel calcio italiano e si cerca di adattarsi – spiegava D’Amico nel 2023 – . Se adattarsi è non dare peso al direttore sportivo è un problema, se adattarsi è aprirsi a un nuovo modo di interagire con i diversi ruoli nella società allora ci si prova”. Cosa fa un direttore sportivo per D’Amico, al di là della gestione del calciomercato? Risposta: “Per me è la figura che riesce ad essere il gestore degli umori dell’allenatore, dei giocatori, della società. Ogni giorno c’è uno stato d’animo dato dalla vittoria, dalla sconfitta: noi siamo gli equilibratori di questi umori“.
Ci sono passaggi sul come la tecnologia abbia influito nei processi di selezione o scelta dei giocatori, “i dati – dice il ds – possono aiutare a ridurre il margine d’errore”. D’Amico, però, protegge quel senso ancestrale del ruolo, parlando così del talento: “Il talento non è solo tecnico. Può essere fisico, psicologico…il talento è vario. Bisogna avere fiuto per riconoscere il talento che, appunto, può essere di vario genere”. Quel fiuto, proprio come il suo riferimento, lo nutre anche di nicotina. “Il difetto peggiore è che fuma 50 sigarette al giorno… come Sabatini”, ha detto di recente Setti, ex presidente del Verona. “Fumo troppe sigarette, durante il mercato troppissime: fino a due pacchetti”, ha confermato D’Amico, arrotondando per difetto il conteggio proprio come vuole il manuale. Tra 15 giorni sarà ufficialmente in sella, qualcuno ha da accendere?