Post Match – Giocare con le emozioni

LR24 (MIRKO BUSSI) – La crescita e la conseguente diffusione di analisi più approfondite nel racconto del calcio ha permesso di spostare gli elementi di discussione da una botola di luoghi comuni. Il discorso, andando nel profondo, a volte però rischia di perdere la natura primitiva del calcio. L’essenza più pura, quella umana, trattandosi di un gioco condotto, diretto ed espresso da uomini. Con tutto ciò che ne consegue, immersi nelle loro emozioni, percezioni e relazioni che inevitabilmente contaminano la partita. Il rischio dell’analisi, queste comprese, è di rendere il campo da calcio un ambiente asettico. Al contrario, come si è visto domenica sera in Verona-Roma, le emozioni sono ancora una sfera determinante, in grado di influenzare i comportamenti, anche tattici, di una squadra.

Tant’è che domenica sera la Roma ha chiuso il primo tempo con il 74% di possesso e 8,2 come indice di PPDA, entrambi i dati nettamente superiori alla media stagionale, riassumendo così una partita che vedeva una disparità di valore estrema per le squadre in campo. Per la Roma l’ultima giornata di campionato, al di là degli effetti economici, significava raggiungere un obiettivo ripetutamente mancato negli ultimi anni. Per il Verona serviva a salutare degnamente Serie A e tifosi in casa. Il verso della partita lo rispecchiava nel suo sviluppo, seppur fosse di Bowie il maggior rimpianto dei primi 45′.

Poi, un doppio snodo cruciale: Verona che rimane in 10 al 50′, Roma che passa in vantaggio al 56′. La logica farebbe pensare ad una pendenza definitiva della partita. Se il calcio, appunto, fosse un ambiente asettico, un calcolo matematico. In realtà, dal vantaggio in poi la Roma perderà progressivamente sempre più possesso, e così controllo sugli eventi, e non riuscirà a mostrarsi aggressiva nelle riconquiste del pallone come le era venuto facile per un tempo. 43% a 57% il calcolo percentuale del possesso del pallone nell’ultimo quarto d’ora, 13.5 il valore di PPDA (passaggi concessi all’avversario prima di un’azione difensiva) registrato nella ripresa dalla Roma, 5 punti sopra quello del primo tempo. La Roma, in sostanza, col passare del tempo e col peso crescente del risultato aveva perso controllo del pallone e aderenza sull’avversario.

Nella ripresa, più volte, verrà inquadrato Gasperini mentre chiedeva ai suoi, con toni più o meno accesi, di sfruttare quella superiorità numerica per uscire con costruzioni più pazienti. La tensione, però, faceva tendere la Roma sempre di più verso giocate dirette, nell’illusorio tentativo di allontanare il pericolo. In realtà, come da assioma, più velocemente tenti di avanzare col pallone e più velocemente questo potrà tornarti indietro come contrattacco avversario.

L’episodio scelto all’89’ ne fornisce un esempio pratico: su una punizione a ridosso della propria area di rigore, Svilar sceglie il rinvio lungo. 5 secondi dopo, sul duello aereo vinto dal Verona, la squadra di Sammarco riesce a verticalizzare su Bowie che guadagna una punizione all’altezza della metà campo e consentirà al Verona di riversarsi tutto nell’area romanista. Dopo 30 secondi, in pratica, considerando il tempo lordo della preparazione, Svilar si ritroverà l’area invasa da 5 avversari pronti a contendere una punizione lunga.

Allo stesso modo l’aggressività della Roma senza palla diminuirà per un ritardo nella riorganizzazione dei riferimenti dopo l’espulsione di Valentini e la scelta del Verona di riconvertirsi in un 4-3-1. Nel post sopra, al 67′, si nota come Hermoso si rivolga in direzione di Gasperini per capire come scalare sui riferimenti visto che la Roma, nonostante la superiorità numerica, ora rischiava di approcciarsi in inferiorità sulla costruzione del Verona. Soulé, infatti, finiva per prendere in consegna Akpa Akpro, mezzala di parte, costringendo così Rensch ad uscire sul terzino avversario. Gasperini, più volte, chiedeva invece una gestione differente: Soulé si sarebbe dovuto occupare del riferimento in ampiezza, Nelsson, con Hermoso che avrebbe a quel punto rotto in avanti per assorbire la mezzala. Servirà del tempo, e un paio di sostituzioni, per riequilibrare il tutto. In un ambiente emotivo che intanto continuava a surriscaldarsi.

Uno dei grafici più chiari per misurare la pressione emotiva di una squadra lo si vede, poi, sull’altezza della linea su punizioni distanti, dove solitamente, nei minuti finali, gli avversari finiscono in mucchio a ridosso dell’area avversaria. Su due punizioni, tra l’87’ e l’88’, si vede come la Roma collassi facilmente verso o all’interno della propria area di rigore quasi in un istinto di protezione. Due fotogrammi presi a caso da finali di altre partite, contro l’Udinese all’Olimpico e col Milan a San Siro, spiegano invece i comportamenti più razionali in situazioni simili. D’altronde vale la pena di ricordare che i giocatori, mediamente, prendono le loro decisioni all’85% della frequenza cardiaca massima.

Post Match – Cambiare per rimanere se stessi

LR24 (MIRKO BUSSI) – Molto spesso Gasperini ha subìto la necessità, o la pigrizia, di sintesi nel raccontare il calcio. “Uomocontrouomo“, “Uomoatuttocampo“, sono alcune delle locuzioni scelte per striminzire il modo tipico di difendere dell’allenatore che, negli anni, ha spostato dalla sua parte la tendenza della Serie A e di parte dell’Europa. Certo, i riferimenti sull’uomo e la ricerca di parità numeriche sono presenti. Ma hanno tratti cangianti, oltre che nel modo di gestire o agganciare quelle marcature, anche nell’assegnazione di quei riferimenti. Lo si è visto nel derby, dove gli accoppiamenti iniziali si modificavano, in realtà, col passare del tempo, per esigenze strategiche, o in base all’altezza del campo. Il principio rimane universale, la sua attuazione deve adeguarsi al contesto.

Inizialmente, la Roma si ancorava al 4-3-3 di Sarri nel modo più “prevedibile”: i quinti, Celik da un lato e Wesley dall’altro, arrivavano sui rispettivi terzini, Dybala, anche per limitarne il chilometraggio, si accoppiava con Malen sui centrali laziali, Pisilli pareggiava l’inferiorità numerica che Cristante ed El Aynaoui riscontravano con i 3 centrocampisti della Lazio. Questo portava Mancini ed Hermoso, i terzi di difesi, a dover scivolare fino all’ampiezza massima che occupavano gli esterni della Lazio, isolando anche il duello tra Ndicka e Dia. Proprio questo veniva utilizzato, più spesso, dalla squadra di Sarri per risalire il campo, con il numero 5 romanista che perdeva facilmente aderenza dal proprio riferimento.

Dopo qualche corsa indietro registrata dai giallorossi nel primo quarto di gara, già a metà primo tempo ecco la modifica: adesso è più spesso El Aynaoui a cambiare il proprio percorso, sganciando Taylor e finendo su Tavares, allo stesso modo Pisilli mollava Basic per arrivare su Marusic dall’altra parte. Con questo meccanismo, erano i quinti a prendere in cura gli esterni offensivi di Sarri e, di conseguenza, Mancini prima, poi Celik dopo l’uscita di Ndicka, ed Hermoso rompevano per accorciare sulle mezzali laziali, Taylor e Basic. Una struttura che permetteva alla Roma di essere più impermeabile, soprattutto sulle verticalizzazioni.

Cambiano le soluzioni, cambiano anche le problematiche. A quel punto, infatti, la Roma proteggeva meglio gli accessi centrali ma, “uscendo” dal centro con le mezzali, lasciava più giocabile un’eventuale giocata in catena, dal terzino all’esterno di riferimento. Ed infatti i rari pruriti, praticamente mai scaturiti in pericoli, arrivavano da sovrapposizioni interne di Tavares. Qui la tendenza della Roma a seguire il proprio riferimento provocava qualche difficoltà nel gestire una situazione in cui, secondo la letteratura di Coverciano, si consiglia il cambio della marcatura. In sostanza, El Aynaoui che accorciava su Tavares, invece di seguire la corsa lunga del terzino, avrebbe dovuto contrastare Noslin, lasciando a Celik o Rensch il duello con il portoghese ormai lanciato. Un modo di gestire la “superiorità dinamica” che la sovrapposizione genera. Spesso, invece, la Roma tende a mantenere il duello finché possibile o, quando l’ha fatto come qui sotto, il cambio di marcatura non era adeguatamente reattivo così da lasciare modo, spazio e tempo alla combinazione avversaria.

Post Match – Alta risoluzione

LR24 (MIRKO BUSSI) – Non serviva Parma, 368ª presenza in Serie A, a spiegare perché Dybala fosse riconosciuto tra i talenti residuali del calcio italiano. Ha aiutato, però, la partita di Parma a ricordare perché Gasperini fatichi così a farne a meno. Anche immaginandosi un domani. Fin dal principio, in estate, nella continua richiesta di giocatori offensivi da aggiungere in rosa, alle domande su quale caratteristiche dovessero avere per soddisfare i requisiti, l’allenatore della Roma era estremamente prosaico: “Deve creare pericolo”. Quello che Dybala ha tenuto acceso per lunghi tratti della gara di domenica. Pur senza tirare in porta, l’argentino, reduce dalla lunga assenza per infortunio, ha toccato più palloni tutti i romanisti, è quello ad averne giocati di più in avanti nell’ultimo terzo di campo, ha prodotto 6 passaggi chiave e generato 3 “big chances” come vengono categorizzate ormai nei principali database statistici.

Questa “autonomia” nel generare pericoli è essenziale in una struttura di squadra come quella di Gasperini. Le squadre dell’allenatore 68enne, compresa la Roma attuale, portano caterve di palloni nell’area avversaria o in generale nell’ultimo terzo di campo. A volte anche in maniera caotica, con giocate dirette o transizioni vorticose, per questo necessitano di giocatori che sappiano tradurre, anche autonomamente, questa mole di palloni. Quindi calciatori di iniziativa, tendenti all’uno contro uno, altamente imprevedibili e non necessariamente legati a tessuti associativi.

L’arrivo di Malen, e il suo incastro deflagrante, ne è stata ulteriore conferma. Non un attaccante da servire in determinate zone o contesti ma un dinamitardo che guarda sempre alla porta avversaria, che sia con attacchi alla profondità o conduzioni vertiginose.

Per questo Dybala, allo stato attuale, gli risulta ancora necessario. Perché con un paio di palloni ricevuti nel mezzo spazio di sinistra, approfittando della libertà di ricezione che gli garantivano i riferimenti zonali del blocco difensivo del Parma, ha potuto mettere i piedi sull’uscio dell’area di rigore. Da lì, al 26′, ha trovato lo scorcio per sottolineare uno dei tipici pattern offensivi di Gasperini, con l’inserimento del terzo di difesa, qui Hermoso, arrivato in una zona-assist particolarmente prelibata. Sempre dalle stesse zolle, due minuti più tardi, in completa autonomia ha raggiunto la stessa zona di rifinitura precedentemente affidata ad Hermoso per scavare il pallone fino alla testa di Soulé, che lo spedirà sul palo. Una volta poggiandosi su concetti collettivi, un’altra affidandosi alla sua iniziativa personale, quella su cui Gasperini, come molti altri allenatori, conta particolarmente per risolvere le situazioni nei metri più caldi del campo.

Se nelle due situazioni precedenti, Dybala doveva dimostrare le sue abilità “nell’angusto”, prendendo spunto dalla definizione di Spalletti sulla dichiarata mancanza di un giocatore con quelle specifiche qualità, vista la densità difensiva avversaria, in altri momenti l’argentino ha saputo assecondare le richieste più frequenti nei momenti di transizione, un aspetto ricorrente nelle partite romaniste. Sulla riconquista che poi porterà al gol di Malen, l’assist di Dybala arriva con un solo tocco, mantenendo così adeguata velocità allo sviluppo offensivo. E ancora più tardi, al 73′, Dybala metteva in pratica uno dei concetti principali per scatenare transizioni efficaci: uscire il più velocemente possibile dalla “zona di conflitto”, dove si è riconquistato. Nell’occasione generata, infatti, quasi più del cut-back finale con cui apparecchierà il tiro di Malen, appare risolutivo l’unico tocco con cui abbina, in un colpo solo, riconquista del pallone e uscita dalla possibile contro-pressione avversaria. Da lì, poi, tutto il resto.

Ecco perché Gasperini continua ad aver bisogno di Dybala. O se non sarà Dybala, di un altro che possa avere un’alta risoluzione simile.

Post Match – La mappa di Neil

LR24 (MIRKO BUSSI) – A Bologna è tornato a sventolare El Aynaoui, rimasto ammainato a lungo tra Coppa d’Africa e successivi residui. Il centrocampista arrivato in estate dal Lens per 23 milioni di euro, oltre a 2 legati ai bonus, ha scritto in maniera indelebile il suo nome sulla partita con l’assist dello 0-1 e poi l’autografo personale nello 0-2. In una partita che, visti modi e maniere dei due allenatori, avrebbe fatto piovere palloni diretti e moltiplicato gli scenari di duelli 1 contro 1, El Aynaoui ha sprigionato la sua indole di generatore automatico di transizioni.

L’aggressività insita nella sua interpretazione del calcio gli ha permesso, ad esempio, di accaparrarsi il rimbalzo che poi aprirà la strada al vantaggio di Malen. Il pallone del suo assist, infatti, viene riciclato da un contrasto subito da Wesley a circa 40 metri dalla porta di Ravaglia. Su quel pallone senza nome è proprio il centrocampista marocchina ad apporre la propria etichetta per primo, riconvertendolo poco più in là, dopo una progressione in conduzione, nell’assist per Malen.

È un tratto tipico di El Aynaoui, che ne esprime la sua naturale propensione a generare transizioni: riconquista dinamica del pallone, su aggressione o, appunto, seconda palla, strappo immediato con conduzione verso la porta avversaria che squarcia il sistema difensivo avversario. Lo si rivedrà più volte nel corso della partita: al 37′ quando si avventa su una respinta aerea del Bologna, sormonta Freuler nella contesa della palla vacante e aziona Pisilli che poi finirà da Malen in 1v1 alle porte dell’area di rigore.

E ancora più avanti, al 46′, su un duello aereo vinto, altro aspetto in cui sa farsi largo grazie ad un’elevazione che rende ben più ingombranti i suoi 186 centimetri di dotazione. Dal duello aereo vinto si inscena una potenziale situazione pericolosa che poi Malen non sfrutterà a dovere. Al 74′, come raccolto nel post sopra, un altro dépliant illustrativo delle funzionalità di El Aynaoui: divora la seconda palla su un’altra respinta difensiva del Bologna, semina Ferguson in conduzione e poi imbecca Vaz in profondità. Prendo, strappo, riparto.

In costruzione, invece, El Aynaoui continua ad apparire fuori dal suo habitat naturale: sabato, come da paradigma romanista, si sedeva al fianco di Ndicka facendo slittare Mancini più a destra nella tipica struttura di costruzione romanista di 4+1. Qui, però, ELA non pare muoversi a suo agio, costretto a posare la sua istintività e giocare di strategia, nel leggere e battere la pressione avversaria. Di 6 palloni persi, infatti, la metà sono all’interno della propria metà campo. Non è questione di “tecnica”, come spesso si riduce e come contraddice anche il fatto che, a Bologna, El Aynaoui era incaricato anche di battere i calci d’angolo, per dire. Ma di predisposizione, abitudine, a ricevere e giocare sotto pressione o a trovare passaggi chiave che risolvano la prima fase di costruzione. Meglio, decisamente meglio, quando può fare il centrocampista da parkour nella metà campo avversaria, rimbalzando tra una parete e l’altra, tra un duello e una palla vacante, e sfogarsi direttamente verso la porta avversaria.

Post Match – Me contro me

LR24 (MIRKO BUSSI) – Come nell’abusato meme in cui Spiderman guarda un altro Spiderman, Roma e Atalanta si sono ritrovate all’Olimpico un centinaio di giorni dopo l’andata, finita 1-0 per la squadra che, da meno di due mesi, era passata da Juric a Palladino. Ideate entrambe su un’idea di Gian Piero Gasperini, le due squadre sono arrivate una di fronte all’altra mostrando strumenti diversi per affrontare le stesse, o quasi, problematiche, quelle di avere a che fare con un avversario che si riferisce sull’uomo nelle pressioni.

L’essenza di Roma-Atalanta si sprigiona in una manciata di minuti, a ridosso della mezz’ora. Quando è l’Atalanta a battere un corner e, sugli effetti, scocca una ripartenza che porterà Malen a ridosso di Carnesecchi. Angolo per la Roma, stesso risultato ma contrario: sul rilancio di Zappacosta è Ederson a mangiare il duello con El Aynaoui e ritrovarsi di fronte a Svilar. Lo stile di pressioni di entrambe le squadre avrebbe prevedibilmente generato una partita di giocate dirette o transizioni letali. Come d’altronde sarà quella che porta in vantaggio l’Atalanta.

Le differenze delle due squadre si ritrovano nel modo in cui tentavano di disinnescare le pressioni avversarie. Nonostante Palladino, in questo, stia progressivamente sfumando i tratti più intensi lasciati da Gasperini nell’impostazione del non possesso. Lo si vede facilmente confrontando i comportamenti di Ederson ed El Aynaoui: mentre il romanista accorciava ovunque il rispettivo dell’Atalanta, il brasiliano, in particolar modo quando ELA si abbassava in costruzione, lo allentava per mantenere maggiori riferimenti posizionali.

E anche gli strumenti di costruzioni delle due squadre differivano notevolmente: Palladino, fedele a principi di calcio più posizionale, prendeva una delle idee sfoggiate da Guardiola per affrontare squadre con riferimenti sull’uomo. Al fianco di Carnesecchi, nella prima costruzione, andavano a sedersi infatti entrambi i centrocampisti, Ederson da un lato e De Roon dall’altro. Con Kolasinac che, alzandosi, tirava via Malen, l’iniziatore del pressing romanista. Questo obbligava la Roma, come si vede sopra, ad adeguarsi con cambi di marcatura che non appaiono ancora adeguatamente fluidi da poter essere innescati a piacimento. Malen, infatti, doveva consegnare Kolasinac ad El Aynaoui per potersi dedicare ad Ederson e non provocare troppo disordine nella struttura romanista. Il più delle volte, questi posizionamenti in costruzione dell’Atalanta avevano lo scopo di apparecchiare un 4v4 offensivo da raggiungere con una giocata diretta di Carnesecchi che avrebbe permesso, sul duello aereo o sulla successiva seconda palla di giocarsi una situazione offensiva favorevole.

Dall’altro lato, invece, la Roma insisteva con le sue tipiche combinazioni in catena, enfatizzando ancor più del solito la partecipazione dei terzi di difesa. Da un lato Mancini tendeva, anche per caratteristiche, ad inserirsi maggiormente e compensare così i movimenti incontro di Soulé, dall’altro Hermoso chiamava spesso triangolazioni interne a Rensch, come quella che, intercettata, darà vita alla transizione del vantaggio dell’Atalanta. Un esempio vivido dei comportamenti ripetuti dei terzi di difesa di Gasperini si ha proprio nel gol dell’1-1: sul prolungato possesso romanista, che passa da destra a sinistra per tornare poi nuovamente a destra, prima Mancini e poi Hermoso finiscono per invadere l’area di rigore, al punto da diventare i romanisti più offensivi al momento del cross di Soulé.

Post Match – 82 giorni di Malen

LR24 (MIRKO BUSSI) – Il 16 gennaio Malen diventava ufficialmente un giocatore della Roma, il 18 gennaio debuttava e poneva la prima bandierina sulla Serie A, il 10 aprile l’ha praticamente capovolta diventando, in appena 82 giorni, il 3° marcatore di tutta la Serie A, dietro soltanto a Lautaro Martinez e Douvikas. 10 gol in neanche 3 mesi che diventano 11 allargando il conteggio alle coppe.

La fuga con cui ha squarciato la partita di venerdì sera, raccogliendo lo scarto prodotto dalla difesa avversaria, ha aperto un’altra categoria fin qui inesplorata nella collezione romanista di Malen: il gol dopo più di due tocchi. Finora l’olandese si era mostrato un predatore d’area di rigore, finalizzando all’interno o nei pressi dell’area piccola, prevalentemente a un tocco come richiede il manuale della situazione, sia contro il Cagliari che sull’assist di Zaragoza a Napoli o come, anche, nel 2-0 contro il Pisa. Degli 8 gol segnati su azione, 4 sono arrivati di “prima”, 3 con appena un controllo prima del tiro, per stappare la gara di venerdì sera invece ha dovuto far sfoggio anche della sua voracità in conduzione, prima di aprirsi il tiro rientrando sul destro. La rete numero 8 della collana, quella dell’1-0, è anche quella realizzata da maggior distanza dalla porta finora, seppur comunque, come tutte le altre, dall’interno dell’area di rigore. Fin qui, i 10 gol di Malen sono la conversione di 8,34 xG a disposizione.

La prima decade di gol di Malen in Serie A si è completata quasi come a chiudere un cerchio. A Torino, nel primo gol, aveva svelato quella capacità di eclissarsi nella zona cieca del proprio difendente, quella tendenza a muoversi fuori linea, ricevendo il pallone da Dybala prima di scaricarlo in porta. Nel 3-0 di domenica c’è ancora Malen che vive alle spalle del proprio marcatore, pronto nuovamente a ricevere da un mancino che converge verso l’interno, stavolta Soulé, al quale come a Torino chiama il passaggio con chiari cenni. Gli basterà un tocco, in questo caso, per battere il portiere avversario.

Negli 11 gol stagionali, poi, ci sono anche 3 rigori, tutti segnati con esecuzioni differenti: incrociando in basso, come a Como, aprendo in basso, come col Bologna, o in alto, come contro Milinkovic al ‘Maradona’. Una varietà di soluzioni che spiega al meglio, forse, il motivo per cui Malen risulti così deflagrante in Serie A: tende alla profondità, vive e respira in funzione della porta, ma con una strumentazione che mescola rapidità, più che velocità, ad un ampio bagaglio tecnico che lo porta a risultare imprevedibile. Al punto che, ad oggi, la conclusione vincente più ripetuta è un raffinato tocco sotto a scavalcare il portiere. Come quello su Perin, contro la Juventus, dopo un attacco alla profondità diretto sul filtrante di Koné, oppure quello contro il Cagliari, su una profondità “autoprodotta” grazie ad un controllo deluxe. E sono passati solo 82 giorni.

Post Match – La partita che non c’è stata

LR24 (MIRKO BUSSI) – La partita che la Roma aveva pensato è durata un minuto. La girata di Lautaro, al termine del primo giro di lancette, ha stracciato il piano romanista, che da lì ha modificato i suoi indirizzi nelle pressioni. Come si vede sul primo possesso dell’Inter, infatti, la Roma aveva posato la solita artiglieria pesante. Su Calhanoglu c’era Pellegrini, lasciando Malen a metà tra Acerbi e Akanji, con Pisilli che si occupava di Barella fintanto che il centrocampista nerazzurro ballava a centrocampo. Quando poi si sarebbe alzato, c’era Hermoso pronto a raccoglierlo in consegna. Di base, però, un atteggiamento più prudente permetteva alla Roma di garantirsi una superiorità numerica, almeno iniziale, contro Lautaro e Thuram. I segni dei ripetuti confronti con l’Inter di Inzaghi erano visibili sulle scelte di Gasperini che, evidentemente, nel calcolo dei rischi e benefici aveva fatto prevalere i primi sulla scelta di andare di petto sull’abilità di costruzione e sulla mobilità che Chivu ha raccolto e, in parte ancora lasciato installata, nel passaggio di consegne.

In realtà è proprio il progetto iniziale delle uscite a spalancare il varco su cui Thuram costruirà il duello con Ndicka dell’1-0. Nonostante un atteggiamento più prudente, che dunque toglie aggressività alla prima pressione romanista, sul giro che da Zielinski, abbassatosi sulla prima linea di costruzione, porta ad Akanji, passando per Acerbi, è Pisilli a lanciarsi in un’uscita impegnativa vista la distanza (oltre 20 metri) e la libertà di ricezione di cui poteva godere l’ex centrale del Manchester City. Questo, a catena, porta avanti Hermoso per accorciare su Barella come da dettami, e finisce per allargare il ring del duello Thuram-Ndicka, con inevitabili vantaggi per l’attaccante interista.

Da qui in poi, seppur sia appena trascorso un minuto, la Roma fa volare per aria i fogli delle sue pressioni, passando direttamente al piano B, che poi rappresenta in maggior purezza la filosofia di Gasperini. 3 su 3 di Soulé, Malen e Pellegrini coi centrali di Chivu; Pisilli che va a tampinare Calhanoglu ed Hermoso, a quel punto, definitivamente sguinzagliato per seguire le tracce di Barella. Con la mobilità ormai tipica dell’Inter che finisce per far tendere all’assurdo, in alcuni momenti, la disposizione romanista. Al minuto 7, infatti, il fotogramma raccolto nel post sopra vede Hermoso come primo “pressatore” romanista, il più avanzato. Succede per tentare di rispondere ai movimenti e al gioco di ruoli dell’Inter, con cambi di marcatura della Roma che spingono il difensore fino all’ingresso dell’area avversaria su Calhanoglu.

Dopo aver risposto in maniera particolarmente efficace alle problematiche di contrastare il gioco di posizione, ora pare essere l’“uomo contro uomo” dall’altro lato della sbarra: saprà rispondere, e in caso come, alla capacità che hanno raggiunto le squadre, oggi, di scomporsi in costruzione, e dei giocatori di riconoscersi e legarsi anche fuori dalla “comfort zone” del proprio ruolo?

Post Match – L’energizzante

LR24 (MIRKO BUSSI) – La necessità che diventa opportunità. Le assenze ripetute nel settore offensivo hanno liberato il campo al primo 2007 in grado di segnare in Serie A. Robinio Vaz ha riempito la casella mancante domenica scorsa contro il Lecce, quando ha avuto a disposizione 39 minuti, più recupero. Una fiducia nata dalla necessità e spinta da quanto aveva già combinato tre giorni prima in Europa League, quando grazie ai supplementari era rimasto in campo 63 minuti, riempiti da un assist e un rigore guadagnato.

Tre gli atti determinanti messi in scena nei primi 240 minuti con la maglia della Roma, aggiungendo la rete decisiva di domenica, che lo portano a una media di uno ogni 80′, praticamente in linea con l’impatto che aveva avuto a Marsiglia quando tra gol, assist e rigori guadagnati passavano, mediamente, 72 minuti.

Utilizzato fin qui da subentrato, Robinio Vaz ha funzionato finora da generatore di caos, grazie a quella vorticosa tendenza alla profondità che finiva per far impazzire la partita e stressare il proprio marcatore di riferimento. In questo modo, poi, la Roma trovava una scorciatoia per l’area di rigore avversaria, risolvendo parte dei problemi di costruzione, acuiti dall’assenza dei maggiori elementi di pericolo offensivi in rosa. 38,2, alla fine, saranno i metri di distanza progressiva, dunque quelli che avvicinano alla porta avversaria, guadagnati da Robinio Vaz domenica contro il Lecce: il dato più alto tra i romanisti.

Quei continui tagli, quasi ossessivi e spesso più in direzione della bandierina che della porta, trascinavano indietro il Lecce. Così nascerà anche il fallo laterale sul cui svolgimento, poi, nascerà la situazione risolutiva della partita. Se i movimenti di Robinio Vaz potevano essere considerati ripetitivi, questi non risultavano meno urticanti per via di quella forza che sa trasformare in accelerazioni fulminanti (“Brucia l’erba”, diceva di lui De Zerbi) fino a raggiungere il maggior picco di velocità registrato da un romanista domenica: 28,2 chilometri orari, davanti a Malen (27,9), Venturino (27,4), Arena (27,3) e Ghilardi (27,2).

La generosità e la veemenza che sprigiona in ogni sua azione è risultata utile, oltre che per le pressioni offensive, per contendere quei palloni vacanti che si accentuano ancor di più nei finali di partita. Come quello che all’89’ trasformerà una respinta difensiva di Ghilardi in una punizione offensiva, andando a disturbare le operazioni di Danilo Veiga. Per età e inclinazioni naturali, inevitabilmente, l’impeto domina le giocate di Robinio Vaz, che sia nella scelta dei movimenti, ancora ridotta ad un set basico soprattutto nella preparazione, che nelle successive esecuzioni tecniche. Tutto ciò che fa lo fa con una vigoria, a volte, sproporzionata, tanto da risultare grottesca come quel tiro al volo, da distanza ravvicinata, scagliato a ridosso della curva su una situazione da calcio d’angolo proprio contro il Lecce domenica.

La sua traiettoria evolutiva pare poter andare a finire in quella categoria che oggi viene etichettata come “mobile finisher”, un finalizzatore di movimento, nonostante l’età e la sua tracotanza fisica oggi lo facciano collocare anche più esternamente. In realtà, anche in Francia, Robinio Vaz ha dato cenni di poter avere orizzonti interessanti all’interno dell’area di rigore avversaria. Per raggiungere quella forma compiuta, ad oggi, pare dover fare i principali passi nella capacità di anticipazione, quella che permette di immaginare e predire lo sviluppo successivo in anticipo per poter organizzare e preparare un movimento, o una gestualità tecnica, efficace. Anche nell’occasione del gol, infatti, il suo passo cambia soltanto quando è ormai evidente che Hermoso stia per scoccare il cross che poi trasformerà nell’1-0.

Con movimenti in profondità che tenderanno più verso la porta, grazie a preparazioni più elaborate, un utilizzo del corpo ancora più robusto nella protezione del pallone e anche nella preparazione al tiro, magari con inganni e accelerazioni improvvise come in quel gol all’Angers che è ancora il suo miglior biglietto da visita per il calcio, allora potrà avere un tono e un ruolo ancor più decisivo all’interno dell’area di rigore. Dove ad oggi, comunque, vanta già 5 reti in poco più di 500 minuti tra Ligue1 e Serie A. A 19 anni appena compiuti, c’è di peggio.

Post Match – L’anestesia del dentista

LR24 (MIRKO BUSSI) – Da ormai oltre un decennio Gasperini ha posto un problema a lungo irrisolvibile, o quasi, al calcio che si ordinava su elementi posizionali. Al punto che il massimo esponente del movimento, Guardiola, gli aveva consegnato pubblicamente il titolo di dentista, in una metafora particolarmente efficace per far comprendere il grado di fastidio che provocava condividere il campo con quell’Atalanta. Quel tempo e spazio, che universalmente veniva tramandate come le coordinate per giocare a calcio, Gasperini li comprimeva al limite per l’avversario. Sfinendolo.

La miscela è stata talmente di successo da contaminare, ovunque, i principi di non possesso delle squadre che ormai sempre più spesso, chi più chi meno, si rifacevano a duelli o pressioni offensive con riferimenti sull’uomo. Nel frattempo, però, come in ogni ciclo del calcio, la domanda sempre più ingombrante accumulava il lavoro di più ricercatori. Oggi, per spirito di sopravvivenza, squadre e giocatori hanno dovuto imparare a vivere e agire sotto pressione, in spazi ristretti e fuori dalla loro dimora abituale. Nell’ambiente in cui li ha spinti, per primo, Gasperini. Così nasce Como-Roma, in cui si sono sommate una serie di complessità a cui, ora, sarà il sistema difensivo con riferimenti sull’uomo a doversi riadattare.

Disclaimer: l’analisi comprende momenti raccolti fino al 64′, fino a quando è stata una partita pari, almeno nei numeri a disposizione, prima dunque che elementi esterni la compromettessero.

Un paio di dati aiutano a certificare gli anticorpi che ormai le squadre hanno dovuto sviluppare per sopravvivere ai tempi moderni del calcio: il Como, solitamente, ha l’87% di passaggi riusciti, nel primo tempo di domenica, quello dunque giocato interamente ad armi pari, il tasso è rimasto praticamente lo stesso, 86%. Mostrando come, ormai, le squadre che per natura vogliono il pallone, abbiano imparato a gestirlo in contesti simili. Con combinazioni strette e utilizzando principi come terzo (e quarto) uomo, come quella immediatamente successiva al rigore siglato da Malen. Da uno smarcamento incontro di Nico Paz, che porta via Mancini, si apre la fessura interna per una combinazione tramite Baturina che porterà il Como in un attacco in superiorità numerica (3v2), poi sventato.

La pressione offensiva aumentata ha inevitabilmente spinto l’indice di verticalità delle squadre. A volte, questo, spinge il calcio al confine del rugby, come dirà Gasperini dopo il confronto in Europa con Italiano. Quelle giocate dirette, però, ora vengono apparecchiate anche a piacimento, grazie a una mobilità notevolmente accresciuta. È quanto provava a fare il Como col duello tra Ramon (196 centimetri) e Wesley (178). Col pallone tra i piedi di Butez, su cui la Roma si mostrava timorosa ad uscire in pressione, Mancini ed Hermoso venivano attratti verso il pallone dai movimenti di Nico Paz e Caqueret. Svuotando così il comparto difensivo, quella zona diventava l’ambiente ideale, per Fabregas, in cui giocarsi il duello aereo dove aveva maggior vantaggio di centimetri.

Nelle avvertenze di un manuale difensivo come quello di Gasperini c’è la possibilità, ricorrente nella stagione romanista, di concedere occasioni ad alto rischio visto il grado di sensibilità dell’intero sistema. Ma quelle ondate di pressione continua riducono notevolmente le possibilità di avanzate avversarie. Pochi tiri concessi ma pericolosi, su cui spesso è scattato il salvavita di Svilar a tenere in piedi l’organismo.

In generale, però, la Roma è tra le 3 squadre in Serie A che concedono meno passaggi e meno tocchi all’interno della propria area di rigore. Domenica, invece, il Como ha potuto toccare addirittura 35 volte, il dato più alto in stagione, il pallone nella zona calda romanista, sintomo di quanto riuscisse a scardinare il sistema difensivo di Gasperini. La scelta iniziale di Fabregas, con Caqueret, Nico Paz e Baturina come vertici offensivi rispondeva alla necessità, contro squadre che hanno riferimenti a uomo, di saper ricevere e “aprire” palloni sotto pressione.

Se non puoi farlo fisicamente, con giocatori che per stazza sappiano far da scudo alla marcatura avversaria e ripulire così il pallone, servirà l’agilità di movimenti preparatori, quei contromovimenti spesso visti domenica sera da chi doveva ricevere il pallone, e controlli che disarcionino l’aderenza di quelle marcatura. Nel recupero del primo tempo è così che Baturina, con un controllo interno, si allenta da Ghilardi e i successivi movimenti di compensazione, con Nico Paz in basso e Caqueret con Sergi Roberto ad attaccare la profondità rovesciano la situazione. Sulla palla ormai aperta verso la porta romanista, infatti, i duelli in campo aperto diventano difficili da sostenere per Mancini e soci.

L’abilità in possesso del Como è stato anche lo strumento con cui ha reso praticamente innocua la Roma, togliendole la principale forma d’alimentazione: le transizioni dopo una delle tipiche riconquiste o una seconda palla guadagnata. Escludendo il valore del rigore calciato da Malen, infatti, alla Roma resta appena lo 0,01 di XG prodotti: raccolti su un tiro, a metà primo tempo, dal limite dell’area di Cristante con 9 giocatori del Como all’interno dell’area di rigore.

Post Match – Periferia romanista

LR24 (MIRKO BUSSI) – Era Genova ma sembrava Cagliari. Una strategia avversaria simile, le difficoltà ripetute della Roma in quel contesto, un prodotto offensivo di 7 tiri, di cui appena uno in porta, che si posiziona appena sotto soltanto alla sfida persa contro la squadra di Pisacane a dicembre, dove però l’inferiorità numerica per quasi un tempo complicò ulteriormente lo scenario.

Per arrivare al primo pallone toccato da Malen bisogna scrollare in avanti la partita di oltre 18 minuti, alla fine del primo tempo la Roma rientrerà negli spogliatoi con 0,08xG creati: abbastanza per sottolineare le difficoltà che ha avuto la squadra di Gasperini a rendere redditizio quel 62% di possesso accumulato nella prima frazione.

La forte aggressività del Genoa spingeva la Roma in un vortice di giocate dirette da cui riusciva a guadagnarne ben poco, viste le caratteristiche di Malen, Pellegrini o Venturino. Da qui il cambio all’intervallo tra l’ex Genoa e Cristante. Quando poi la Roma tentava di orientarsi sulle solite giocate esterne, lì la squadra di De Rossi scalava con forza, in parità numerica, soffocando le trame mnemoniche in catena.

La tendenza romanista ad aprire tutti i propri “costruttori” all’esterno del blocco avversario, come si vede nella prima foto del post sopra, finiva per facilitare gli inneschi della pressione avversaria. Scavalcare o girare intorno alla pressione può ridurre i rischi in costruzione ma, allo stesso tempo, ne depotenzia la pericolosità.

Non è un caso, infatti, che quel poco di buono raccolto la Roma l’ha trovato passando per corridoi centrali, all’interno della struttura di pressione avversaria. L’angolo dell’1-1, ad esempio, nasce a seguito di una progressione centrale di Pellegrini che segue a una seconda palla guadagnata proprio all’interno del blocco del Genoa. Da qui, poi, l’inserimento interno di Mancini porterà il difensore romanista alle soglie centrali dell’area di rigore avversaria, scegliendo solo a quel punto di rifinire esternamente col cross di Pellegrini che decreterà l’angolo di lì a poco favorevole a Ndicka.

Ancora più evidente l’importanza di ricezioni interne nella miglior situazione creata dalla Roma “open play”, quella del gol annullato a Malen. Sulla riconquista offensiva di Koné, infatti, Tsimikas riesce a trovare El Aynaoui in posizione centrale, in quella che nel dizionario del gioco posizionale è definita come “zona 14”, la più prelibata. Da lì si aprirà la fessura centrale per Malen che si vedrà invalidare la sua unica occasione della partita. Una situazione, però, che la Roma raramente ricerca e, di conseguenza, fatica ad innescare in particolare contro squadre aggressive o che si siedono in blocchi più bassi. Rendendo quasi d’intralcio quel 61% di possesso accumulato in tutta la partita che, per di più, ha viaggiato ben al di sotto della media, già bassa, di tempo effettivo della Serie A, attestandosi appena al 47% del tempo giocato.