Rischio d’impresa capitolo quarto

LR24 (A. CIARDI) –  Tam tam metropolitano: è rimasto un budget risicato per completare il mercato, addio sogni di gloria, finiremo per rimpiangere Zaragoza. Da ieri il terrore corre sul filo. E non è figlio di farneticazioni, “da Trigoria trapela” che dopo gli arrivi di Castro, Koulierakis e Molina, la Roma, che era partita da Greenwood, per l’esterno d’attacco dovrà fare le nozze coi fichi secchi. Precisiamo: non è escluso questo finale mesto. Ma non diamolo per scontato.

Aspettiamo prima di seppellire il cadavere della sessione di mercato. Lo insegna la storia recente. Nel 2021, chi era abituato a pendere dalla labbra del club, credette in buonafede a Tiago Pinto, manco fosse un oracolo. Il general manager negava in modo perentorio che potesse arrivare Mourinho. Chi ne parlava veniva considerato eretico e rischiava di essere messo al bando. Sappiamo bene come andò a finire. Un anno dopo, chi continuava a pendere dalle labbra del dirigente portoghese, urlava che Dybala non sarebbe mai arrivato, a maggior ragione avendo ancora in rosa Zaniolo.

Anche in questo caso, la Roma decise di correre il rischio d’impresa. Stessa cosa l’anno dopo, quando arrivò Lukaku. I Friedkin sanno come si fa. Hanno il pulsante rosso che possono pigiare per stravolgere il copione. Per dare l’ok a operazioni considerate impossibili. Ora che Roma piange come se il mercato fosse finito, sta al proprietario sfruttare la chance per ribaltare il destino della Roma. Tipo Barbieri e Borghese nei format televisivi di cui sono protagonisti. Lo hanno già fatto. Sanno come si corre il rischio d’impresa, che non significa rischiare l’osso del collo, ma investire rompendo gli schemi. Non per prendere Haaland o Vinicius, non stiamo vaneggiando. Ma per immettere nel mercato quei liquidi che erano previsti in uscita a inizio estate per regalare a Gasperini l’esterno d’attacco che consenta il salto di qualità. Spiazzando i commercialisti alla Furio, che credono che il calcio sia una scienza esatta e che non accettano il contraddittorio.

C’è una vecchia regola non scritta del calciomercato: non cercare mai news dai club di riferimento, o quantomeno non considerarle verità assolute e inconfutabili. A maggior ragione se il club è la Roma di Friedkin. Che in questi sei anni ha spiazzato persino chi lavora a Trigoria. Questa puntata della rubrica non è uno slancio di ottimismo, è uno spunto di riflessione in un momento di crollo dell’umore generato dal passaparola e dal tam tam dellle ultime ventiquattro ore. Non è una smentita delle news funeste, non è uno scoop, ma una semplice messa in discussione di informazioni messe in circolo in modo forse troppo perentorio. Che non si basa su fantasie bagnate di bollenti nottate afose. La Roma stava davvero per mettere sul piatto quasi cinquanta milioni per l’esterno d’attacco. Poi il mercato ha preso altre direzioni, e sono arrivati calciatori che vanno a coprire i buchi indicati dall’allenatore. La Roma, anche stavolta, ha speso e, finora, non ha incassato. Una cessione di livello va messa in preventivo. Un arrivo importante non va escluso. Anzi, va ancora considerato fondamentale. Anche in virtù di una partenza danarosa.

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Il grande botto

LR24 (A. CIARDI) – Il titolo è rubato a un film, sia chiaro. Il grande botto non significa che la Roma entro la fine del mercato comprerà o debba comprare Vinicius Junior o Dembele. Sfumati oramai da settimane Greenwood e Summerville (parere personale: il primo ha i mezzi per cambiare il volto di una squadra ambiziosa, il secondo…forse), parte della piazza ha, di conseguenza, sminuito l’arrivo di buonissimi calciatori: Castro, Koulierakis e Molina. Anche perché Gasperini ha parlato chiaro: c’è la Champions League, c’è da giocare tante partite, servono alternative sullo stesso livello dei titolari. Ma non bastano le “rassicurazioni” del tecnico sui nuovi arrivi, e il motivo si individua facilmente. In ballo c’è un fattore psicologico sommerso. Gli acquisti vengono, da una parte della piazza, giudicati con distacco, se non addirittura male, perché c’è uno strascico di negatività a dispersione lenta causato dai mancati arrivi degli esterni trattati. Al punto che qualsiasi nuovo nome si abbini alla Roma da una quindicina di giorni, anche se semisconosciuto, fa sospirare molti tifosi che, forse senza manco averlo mai visto all’opera, lo considerano un fenomeno da comprare a ogni costo. E continuano a rimanerci malissimo pure se il semisconosciuto in questione non è mai stato un concreto obiettivo ma soltanto un nome “chiacchierato” e alimentato sui social, nelle live, nelle dirette radio e televisive. Un po’ come lo scorso anno, quando la Roma trattava un presunto fenomeno che vantava ben sette minuti nel City: Echeverri. C’era un’enfasi attorno a quel nome che avrebbe meritato un approfondimento clinico.

Possiamo chiamarla Sindrome da esterno d’attacco. Colui che quest’anno cambierà la percezione del mercato. Se la Roma metterà a segno un colpo sulla fascia sinistra, possiamo scommettere che le bocche storte all’annuncio di Castro, Koulierakis e Molina, si raddrizzeranno. E la tiepida accoglienza in una frazione di secondo sarà un lontano ricordo. Anche perché è evidente (lo era già un anno fa) che a Gasperini serva l’uomo della svolta. L’uomo del salto di qualità in un reparto che, in corsa, nella passata stagione, ha già avuto il suo grande valore aggiunto nella corsia centrale, grazie all’arrivo di Malen. Senza il quale, pure non esistendo controprove, nel girone di ritorno la squadra avrebbe avuto fatto forse qualche punto in più della Lazio. L’ala di livello, oggi, rivaluterebbe in modo quasi plebiscitario l’intero pacchetto di calciatori in entrata della squadra. Che a quel punto sarebbe, oltre che più forte, decisamente più completa.

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Facilità di linguaggio e ipertrofia dell’ego

LR24 (A. CIARDI) – Fateci caso, chiunque parli di calcio, vanta di avere avuto un passato nel calcio, al punto da convincersi di saperne più degli allenatori. Materia facile e alla portata di tutti, il calcio genera mostri afflitti da ipertrofia dell’ego. Facili da individuare, basta fare qualche domanda in più per scoprire che il passato glorioso raggiunse l’apice nell’esordio in prima o seconda categoria, o in esperienze da allenatori della squadra di calcetto allestita dal bar sotto casa per il torneo degli esercizi commerciali del quartiere. L’epica nel raccontare le gesta fantasiose si arricchisce spesso parlando della sfortuna o dell’ingiustizia del “sistema” che ostacolarono l’ascesa verso palloni d’oro o futuri alla Liedholm. Spesso tali soggetti, ignorando il contraddittorio, affermano che gli allenatori mandano in campo o escludono i calciatori a seconda delle simpatie o degli interessi personali, prevedono rivoluzioni tattiche deliranti in base alle campagne acquisti, si inventano fantasiosi ruoli per calciatori che conoscono a malapena, e alzando il volume della voce per rafforzare il concetto etichettano gli allenatori come guru o come bolliti, a seconda dei propri auspici e in barba a fatti e curriculum. Ma prima o poi arriva sempre lo schiaffo della vita reale a scoppiare la bolla del mondo virtuale.

Succede, infatti, che davanti ai microfoni si presenti un tecnico che, neanche due mesi e mezzo prima, ha riportato la Roma in Champions League dopo una vita, e a cui bastano due minuti per radere a suolo ogni convinzione ostentata nelle chiacchiere da bar, da radio e da tv, da social e da editoriali di giornali. “Castro è un ottimo acquisto, è un centravanti, come Malen, insieme potranno giocare al verificarsi di determinate situazioni (leggasi emergenze), è arrivato alla Roma per fare il centravanti, perché giocheremo tante partite e servono due calciatori per ruolo”.

Sipario sulle appiccicose ipotesi estive condizionate evidentemente dall’afa. Basta un semplice ragionamento, essenziale, semplice, figlio della facilità di linguaggio non artefatto di un uomo di calcio vero e non costruito e ostentato. Perché in molti avevano già sparato la sentenza: “prendendo l’attaccante del Bologna, la Roma non comprerà l’esterno sinistro, e giocherà con Castro o con Malen sulla fascia”. D’altronde, c’è ancora chi racconta che Malen sia un esterno adattato al ruolo di prima punta. Bestemmia colossale, ripetuta a dispetto della realtà, soltanto perché nel corso della carriera Malen a volte ha iniziato le partite leggermente decentrato, magari quando giocava in coppia con un certo Haaland. Se l’amore per le proprie idee porta a convincersi di saperne più di un allenatore come Gasperini, si entra nel campo del narcisismo patologico, anticamera della mitomania, introdotta spesso dalla frase “io a pallone c’ho giocato, ti spiego io come stanno le cose”, e supportata dall’utilizzo improprio e reiterato del pronome “io”. Un culto dell’ego, ipertrofico, da non prendere sottogamba.

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32 Luglio

LR24 (A. CIARDI) – Alla fine della giostra, la Roma non ha venduto i suoi big neanche entro il trentuno luglio. Undici mesi di allarmismo urticante, con fiato alle trombe già da fine estate duemilaventicinque, quando si iniziava ad annunciare l’obbligo di dimissione di asset importanti entro il trenta giugno successivo. Uno, due, forse tre big. Si raccontava che non si potesse sforare la fatidica data, che l’esercito di Ceferin fosse pronto a fucilare la Roma in caso di insubordinazione. Col sottofondo di campane suonate a morto, e con il coro di ex dirigenti che prefiguravano scenari apocalittici.

Invece, più il trenta giugno si avvicinava e più la Roma non dava la sensazione di avere l’affanno nel vendere i calciatori più importanti per racimolare decine e decine e decine di milioni di euro di plusvalenze. Superata la fatidica data, è stato servito il bis: siccome c’è il Mondiale di mezzo, l’UEFA ha concesso un mese in più, ma non oltre, per fare quadrare i conti. E la giostra è ripartita: la Roma venderà i suoi big entro e non oltre il trentuno luglio, senza se e senza ma. Allarmismo in purezza. Niente da fare, altra previsione avventata, per non dire sballata.

Oggi è il primo agosto. E la Roma a oggi non ha venduto nessuno. Perché un conto è annunciare una mano meno pesante dell’UEFA, un conto è usare ancora un volta i toni perentori per descrivere gli scenari. Se la Roma vendesse un big entro la fine della sessione estiva delle negoziazioni, cosa possibile, lo farebbe non soltanto per fare quadrare i conti, ma perché il mercato è aperto e perché, da quando esiste il mercato, le società vagliano le proposte ricevute, decidendo se accettarle o meno. Chiaro che la Roma sia finanziariamente sotto osservazione, non serve l’intervento di un luminare dell’economia per farselo spiegare. Ne ha recentemente parlato anche Gasperini. Con l’UEFA c’è un dialogo aperto, che comporta di conseguenza maggiore flessibilità rispetto agli obblighi scanditi da scadenze improrogabili. La moda del “ricordati che devi morire”, quando si parla di Roma, è diventata fastidiosa. La tendenza a ingigantire le criticità del club più di quanto siano già reali e a volte invalidanti, non è un bel biglietto da visita mediatico. Soprattutto se a presentarlo, paradosso dei paradossi, è una città che da una vita si lamenta per come viene descritta la Roma dai giornali cattivoni del nord. Se le prime taniche di benzina sul fuoco vengono svuotate da dentro il raccordo anulare, se si servono assist al bacio, non ci si può lamentare quando nel resto d’Italia la Roma viene considerata un discount in cui comprare calciatori forti a prezzi stracciati. Non è richiesta indulgenza e faziosità, perché sarebbe sbagliato insabbiare i problemi, ma è davvero delittuoso mistificare la realtà.

Spoiler: a breve partirà la cantilena sulla Roma che in autunno verrà non sanzionata ma letteralmente massacrata dall’UEFA. Venghino signori, venghino! La giostra sta per ripartire!

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Tuttocittà

LR24.IT (A. CIARDI) – Trovato il vice Malen, continua la caccia a due esterni offensivi e a un laterale. A cui si aggiunge un difensore in grado di giocare sul centrodestra e sul centrosinistra. Poi, eventualmente, altri elementi in caso di partenze (un mediano, per esempio, se partisse Kone). La Roma, per continuare a fare strada, segue le indicazioni del suo allenatore. Rivoluzione copernicana. Evoluzione della specie dei direttori sportivi. Finito il tempo dei personalismi, a Trigoria, nonostante le difficoltà registrate nei primi venti giorni di luglio, la squadra nei limiti del possibile si plasma in base alle esigenze del tecnico e non delle volontà o dei capricci del direttore sportivo. Anche per questo, il primo Gasperini della stagione ha spiazzato chi sperava che ribaltasse il tavolo della sala stampa di Trigoria. Anche per questo, non ha rilasciato dichiarazioni infuocate a margine delle prime uscite della squadra in fase di preparazione. Basterebbe conoscerlo Gasperini, e non auspicarlo in base ai propri desideri.

Ora c’è un direttore sportivo che cerca, sempre nei limiti del possibile, di migliorare la squadra e non di aumentare l’ego del tecnico. Con tanti saluti alla fanbase del predecessore di D’Amico, che quando già era praticamente defenestrato, si faceva fotografare assieme a Pjanic e al papà di Alajbegovic, con fior fior di articoli e peana atti a lodare il dirigente che “nonostante tutto continuava a lavorare per il bene della Roma”, secondo la narrazione da libro Cuore. Oggi, il bosniaco è vicinissimo alla Juventus. Dove raggiungerebbe Celik, che fino a paio di mesi aveva sempre la penna senza inchiostro e non firmava il prolungamento di contratto. A Torino, storicamente città magica, ha trovato una Bic funzionante. Acqua passata che, menomale, non macina più.

Oggi la Roma, nonostante difficoltà congenite, va avanti compatta, finalmente in modo riservato, al massimo fuoriesce qualche spiffero di mercato e non aneddoti denigratori sull’allenatore, che non si accontenta del terzo posto, e che per migliorare la squadra otterrà, dopo Castro, due esterni offensivi, un laterale e un difensore centrale duttile.

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Giova compensare il silenzio?

LR24.IT (A. CIARDI) – Gli anni dei Friedkin sono caratterizzati dal silenzio di padre e figlio, al punto che si può persino pensare che non parlino perché odiano le proprie voci, che si vergognino di scendere dall’apparecchio di famiglia vestiti da top gun per poi aprire bocca e parlare come Paperino o Jerry Lewis. Quindi, silenzio. Silenzio quando hanno comprato la Roma, silenzio quando c’era bisogno di urlare per difendere la Roma dopo lo scempio di Budapest, silenzio persino quando sarebbero stati legittimati a legittimati a fare la ruota come i pavoni vantandosi di Mourinho, di Dybala, di Lukaku, della Conference. Silenzio. Quel silenzio che viene compensato dagli spifferi di mercato. Premessa: i giornalisti che si occupano di mercato a livelli elevati sono davvero molto bravi. Alcuni, grazie all’eccellenre fiuto nello scovare notizie hanno costruito una fortuna.

Ma è possibile che per qualsiasi calciatore puntato dalla Roma si sappia tutto anche nei minimi dettagli? La Roma prese Mourinho e non lo sapeva manco il massimo dirigente dell’area tecnica, che stava chiudendo con Sarri. La Roma stava ingaggiando Dybala e quasi tutti venivano convinti che fosse un’operazione impossibile. A gennaio la carta Malen fu calata all’improvviso, per un’operazione chiusa dal vice presidente in poche ore. Per il resto, ogni operazione si fa a carte scoperte. Lo scorso anno perché si doveva creare l’eventuale exit strategy per direttore sportivo in caso di fallimento della trattativa, si raccontavano dettagli faziosi per dare la colpa a Gasperini che chiedeva calciatori impossibili, o ai calciatori stessi, accusati di essere eccessivamente esosi, o ai dirigenti cattivoni che sbattevano la porta in faccia al direttore sportivo.

Quest’anno, per Greenwood e Summerville tutti troppo facilmente hanno avuto accesso alla sceneggiatura delle telenovelas. Il silenzio avrebbe portato privilegi? Probabilmemte no, ma l’operazione “grande fratello”, dove tutti sanno tutto, in caso di mancato acquisto rende l’aria viziata, e alza terribilmente la necessità di cancellare la delusione con il cartellino del calciatore che verrà successivamente negoziato. Perché, trattativa dopo trattativa, le aspettative si alzano. Irrimediabilmente. È chiaro che nell’era dei mille intermediari e dei parenti-accolli dei calciatori la riservatezza diventi un optional, ma a questo punto il livello della cautela deve essere alzato ai massimo. E il silenzio, magari, risulterà davvero d’oro.

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Il più lucido dentro e fuori Trigoria

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Tre o meglio ancora quattro innesti per rafforzare una squadra che ha chiuso al terzo posto la scorsa stagione. Gasperini si conferma il più lucido, dentro e fuori Trigoria, nell’analizzare le cose di Roma. Questa linea l’aveva già tracciata in primavera, quando dentro Trigoria c’erano dirigenti e paradirigenti che davano di matto e si sfregavano le mani pensando che dopo un mese il tecnico se ne sarebbe andato, e fuori Trigoria commentatori e tifosi spolveravano vecchi slogan piagnoni tipo “mai ‘na gioia” e “banda del sesto posto”. Non basta. Dopo la prima conferenza stampa, Gasperini viene bollato: “è rassegnato, non ha più voglia di combattere, è diventato aziendalista, l’importante per lui era che se ne andasse quel brav’uomo elegante e gentile di Massara e ora si fa andare bene tutto”. Insomma: se i fatti non corrispondono ai miei pensieri, i fatti sono una recita. Questo il modo distorto di trarre le conclusioni. Non va più bene neanche Gasperini. Perché non ha ribaltato la scrivania, non si è dimesso, non ha sbraitato, non ha picchiato il capo della comunicazione seduto accanto a lui. Pensare che abbia ricevuto rassicurazioni, e che magari aspetta che questa settimana la Roma batta due colpi, non significa dare credito non al club, ma al tecnico, il più lucido, dentro e fuori Trigoria, nell’analizzare le cose di Roma. Perché è lui che ci mette la faccia, perché ha uno storico più vincente di qualsiasi tesserato presente dentro Trigoria, perché sa come si arriva ai vertici del calcio italiano e internazionale, nonostante ci sia ancora chi si chiede se sia un grande allenatore. D’altronde ha vinto soltanto l’Europa League con l’Atalanta, che vuoi che sia. Roma spesso è così, indolente fino a risultare fastidiosa. Non irriverente, irrispettosa. D’Amico, uno dei migliori direttori sportivi in Italia, viene considerato “l’amichetto suo”, perché molti usano un metro di paragone tipico di chi trasuda rancore: Gasperini non si arrabbia più perché l’unico obiettivo era fare fuori l’arbiter elegantiarum Massara, Frederick Massara detto Bon Ton, il dirigente perbene che non farebbe mai una scorrettezza a qualcuno. Teorie bislacche figlie di rancore. Gasperini, il più lucido dentro e fuori Trigoria nell’analizzare le cose di Roma, rimarrà il più lucido anche se fra una settimana le sue parole si facessero di fuoco, perché nessuno, dentro e fuori Trigoria, ha il polso della situazione più di lui. Lui le cose le dice in faccia e anche pubblicamente, non le manda a dire spifferandole ai vassalli. Perché non fa le guerre per interessi personali ai dirigenti, semplicemente vuole dirigenti che non remino contro e che condividano le strategie, senza mettere se stessi davanti al bene comune. Gasperini non è lo zerbino dei Friedkin, anzi è l’unico allenatore che ha rischiato l’osso del collo dicendo “o io o loro” nel momento più delicato e complicato della stagione. Merce rara nel mondo del lavoro, pieno di sedicenti rivoluzionari non aziendalisti che si battono il petto autoproclamandosi scomodi e battaglieri ma poi quando incrociano nei corridoi il “padrone”, invece di cantargliele in faccia, gli fanno le feste e scodinzolano come i chihuahua. Troppo difficile da capire per chi comunica luoghi comuni che trasudano rancore.

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Roba da ricchi

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Quella terribile certezza di non avere più potere, soldi, e men che neno la mentalità per accettare la nuova condizione e magari ripartire.

L’Italia del calcio, quella che parla di Guardiola ma al massimo può permettersi Pirlo, l’amico degli amici che contano. Con tanti saluti a chi caldeggia ruoli dirigenziali chiave per gli ex campioni nostrani (se Maldini pensa a Pirlo, siamo messi malissimo). Una povertà di potere, politica e finanziaria del calcio italiano che si riverbera sui club, tutti già alle prese con difficoltà e figuracce a mercato aperto. Milan compreso, che compra e strapaga perché crea alleanza con Jorge Mendes, del tipo “tu ci vendi Leao e noi intanto ungiamo le ruote ipervalutando Ramos”. Per il resto, Spalletti fra il tatuaggio del Napoli da nascondere e una rosa che al momento non prevede manco il portiere titolare, già sembra sull’orlo dell’ennesima crisi di nervi.

Ora i titoloni sono per Celik, “strappato” alla Roma. Un tempo ci si contendeva Boniek sull’asse Roma-Torino. Un tempo la Juventus “rapiva” il Capello calciatore. Ora l’oggetto del contendere è Celik. Guerra tra poveri e non roba da ricchi. Il Napoli spera che Allegri sappia cuocere una minestra corroborante, perché l’imperativo è vendere. L’Inter, dopo la doppia beffa subita per Palestra e Paz, ha fatto i conti pure col no del Coni per il terzino del Saint Gilloise. La Lazio a oggi ha una rosa da salvezza tirata per i capelli. La Roma ci prova, con la grande anomalia poco concepibile della necessità di presenza di uno dei Friedkin per chiudere le operazioni. Di buono c’è che si stanno seguendo le indicazioni di Gasperini, dopo un anno passato su due piani paralleli, quello del tecnico, e quello direttore sportivo, ex, che andava per conto suo alle trattative e difficilmente riusciva a chiuderle, a parte il “capolavoro” Robinio Vaz.

Greenwood e Garnacho, Summerville e Moreira. Si parla di esterni. Solo di esterni. Ed è giusto così. Anche se, in fondo in fondo, persino il tifoso più plasmato (o plagiato) dall’era Pallotta, quando vendere era diventato motivo di vanto, spera che non parta alcun pezzo da novanta. Pur sapendo che dietro l’angolo c’è sempre un’inglese pronta a irrompere sulla scena, per esempio, per Koné. Perché comandano i ricchi. Persino i nuovi ricchi, che risiedono in Turchia. Per le italiano, le briciole, per club che sempre di più hanno in organigramma dirigenti con poco talento che sempre più raramente portano calciatori giovani che un giorno diventeranno campioni. Ci si affida agli intermediari. Ci si lega mani e piedi agli agenti. Una tristezza infinita per un calcio povero che continua però a credersi ricco e potente, accompagnato in modo ruffiano dai media nazionali imbarazzanti, che si indignano se Palestra preferisce Londra e il Chelsea alla Madunina di Milano.

@augustociardi75

Diamogli il tempo di incazzarsi

LR24.IT (A. CIARDI) – Gasperini è un termometro. A mercato aperto, non sa fingere. Si trasforma in Jim Carey di Bugiardo bugiardo e dice tutto quello che gli passa per la testa. Gasperini è un termometro per i tifosi della Roma. Se si mostra perplesso, critico, se borbotta, scatta l’allarme, c’è qualcosa che non va. Non ha bisogno di fingere, non sa farlo. A mercato aperto può diventare il più grande critico del club per cui lavora, non le manda a dire. Rompe gli argini. All’evento di Sky Sport è parso propositivo, forse attendista, di sicuro non allarmato, non infastidito. Ha aperto la nuova stagione dialettica come l’aveva finita. Ha fiducia nel club, va a braccetto col nuovo direttore sportivo, che per lui non è nuovo, perché Gasperini e D’Amico sono già stati una coppia collaudata e vincente. Vanno nella stessa direzione, senza correre il rischio che uno dei due si trasformi in ventriloquo per manipolare parte della comunicazione con la finalità di attaccare l’altro senza avere la personalità per farlo in modo schietto e diretto. Perché parlare in faccia non è per tutti.

Inizio d’estate strano a Roma. C’è chi guarda con gli occhi a cuore e sospirando l’ex direttore sportivo che vola via verso Torino, perché la potenza del tifo per i dirigenti è oramai irrefrenabile. C’è chi manco era aperto il mercato e già dava l’estrema unzione alla Roma perché non aveva comprato nessuno. Chi addirittura è deluso perché entro il trenta giugno non è stato venduto manco un big. E questi ultimi sono i più puri e ingenui, perché si sono bevuti per mesi la balla sulla Roma che doveva vendere mezza squadra per non incappare nella furia dell’UEFA. Ingenui che si sono fatti lavare il cervello da persone molto poco informate. Chi sa, Gasperini, per ora mostra serenità. Non si adagia sul terzo posto, non farà la ruota come i pavoni dell’era Pallotta che coi media amici spacciavano un piazzamento per triplete. Gasperini è ambizioso, e ieri alla prima apparizione pubblica della stagione è parso tutt’altro che incazzato, fuori di testa, deluso, impazzito, sbraitante, maleducato, verbalmente violento, scorretto, ambiguo, odioso, ignorante, volgare, pesante, prevaricatore, arrivista, arrabbiato, rissoso, furioso, manesco, stronzo, imbufalito, troglodita, chiassoso, manipolatore, pressante, cafone.

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L’arte della comunicazione

LR24.IT (A. CIARDI) – Il 30 giugno, oltre a essere stato la Caporetto per i comunicatori del terrore, che avevano per mesi annunciato la svendita dei big della Roma prevedendo altrimenti squalifiche e pestilenze, è stato il giorno in cui la Juventus ha dato una lezione di comunicazione sportiva.

Consapevole delle penalità comminate dall’UEFA che stavano per essere diffuse a mezzo stampa, ha permesso che circolasse la notizia di mercato sull’assalto a Svilar, a prezzo ridicolo ovviamente. Certa che la Roma avrebbe considerato irricevibile una proposta da quaranta milioni di euro, e che non ci sarebbe stato dunque il pericolo di doverli spendere. Trovando facile sponda negli agenti del portiere della Roma, che non sono nuovi agli spifferi (ricorderete bene quando ispirarono articoli e intemerate dialettiche tredici mesi fa, che davano per scontato che la Roma lo svendesse per problemi finanziari).

Il tam tam, inizialmente messo in circolo con la banalità dei “contatti nella notte” (voi immaginate dirigenti italiani che, in Italia, si danno appuntamento alle tre di notte…), ha reso virale questa “bomba” che ha distratto dalle sanzioni UEFA gli juventini, ingolositi dal possibile arrivo del portierone, e ha gettato come al solito nella disperazione quella fetta di romanisti sempre più abbocconi, oramai dipendenti da informazioni distorte e catastrofiche, e che non possono contare sulla difesa d’ufficio del club, sempre più chiuso nel mutismo perpetuo di proprietari e dirigenti. Si dirà, meglio il silenzio degli sproloqui pieni di strafalcioni concettuali di Massara e Ranieri, che negli ultimi dieci mesi del loro lavoro parlarono dei conti della Roma come ne avrebbero parlato Lotito e De Laurentiis. Ma ancora una volta c’è stata la dimostrazione che una strategia dialettica possa valere più di cento milioni sul conto. E la Juventus, soprattutto dopo l’arrivo di Carnevali, sta cambiando marcia. Chiusura amara. Relativa a quella fetta di tifosi oramai in balia delle informazioni apocalittiche. Un tempo, la Roma che trattiene i suoi giocatori migliori sarebbe stato motivo di orgoglio. Oggi, realtà distorta, se entro il trenta giugno non parte nessuno si dà la colpa ai dirigenti o si precipita nella depressione, convincendosi che i giocatori della Roma siano sopravvalutati e che non li voglia nessuno. Deriva irreversibile.

In the box – @augustociardi75