Quando il vate diventa water

LR24.IT (A. CIARDI) – Roma città strana, in parte poco propensa ad accompagnare i percorsi degli allenatori di alto livello, perché spesso prova a sabotarli, a volte perché una parte di Roma preferisce parteggiare per dirigenti e paradirigenti. Si inneggia ai progetti ma poi gli si fa la guerra quando se ne intravede uno che a capo vede un allenatore coi crismi per tradurlo in fatti. Roma accoglie come sommi condottieri gli allenatori ma poi una parte di Roma prova a scaricarli nel cesso trattandoli come materiale da cesso. Nonostante Roma abbia sempre avuto bisogno di gente distante anni luce da se stessa, gente che indicasse la via del successo, dentro Roma c’è ancora chi srotola lo striscione non passa lo straniero. Perché il forestiero di solito non usa mantenere rapporti confidenziali tipici della città indolente, non ha tempo per i convenevoli con chi crede di avere segnato il territorio. E il forestiero, pure se vincente, troverà ostracismo per queste ragioni.

Quindi? Salta pure Gasperini? No. Basta ragionare. Gasperini per Friedkin rappresenta il massimo che la Roma possa avere. Sei anni fa nel comunicato di ingresso nella Roma, si sventolava la definizione calcio sostenibile. Ebbene, dopo sei anni, la Roma ha il miglior tecnico che ci sia, fra quelli alla sua portata, per tradurre in fatti la manifestazione di intenti. Gasperini porta risultati, migliora i singoli calciatori, crea plusvalore. Quindi produce calcio sostenibile. E non saranno cronache disperatamente fantasiose a scalfire questa immagine. Non basta accollargli qualsiasi tipo di rinnovo contrattuale di calciatori in parte invisi alla piazza. Perché il giochino è sgamabile: sappiate che se firma Pellegrini o El Shaarawy, ve la dovete prendere con Gasperini. Troppo complicato spiegare che se la direzione sportiva gli avesse preso gli esterni che chiedeva, Pellegrini ed El Shaarawy forse avrebbero giocato dieci partite in due. Poi succede che l’allenatore dice pubblicamente che non partecipa a trattative per stesure contrattuali, e viene spacciato per bugiardo. Gasperini per Friedkin è un punto fermo, e non basta raccontare, romanzando, quanto sia cattivo, duro e insopportabile con dirigenti e maestranze. Non basta evidenziare le sue frequentazioni (se questa attenzione morbosa fosse stata sempre così alta, nella Roma moralizzata non avrebbe potuto lavorare nessuno da cento anni a questa parte).

Nella capitale degli screenshot e dei messaggi inoltrati, c’è sempre qualche spioncino poverino pronto a immortalare momenti privati legati a cene o a ingressi negli hotel magari in bella compagnia. Per fortuna c’è ancora chi pesa l’effettivo valore dei professionisti. E a Bergamo fino a ieri, e a Roma oggi, i vertici aziendali hanno capito cosa significa avere in panchina Gasperini. A Bergamo se lo sono goduto e hanno raccolto frutti succosi. A Roma si spera che questa luna di miele non sia destinata a finire come accaduto nel recente passato con altri allenatori. Anche perché la Roma rischierebbe in via definitiva di essere considerata la barzelletta d’Italia, che cambia allenatori una volta l’anno.

In the box – @augustociardi75

Ciak, si gira

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Bologna-Roma è la terza partita fantasma consecutiva che giocherà la squadra di Gasperini. Perché dal pre Roma-Pisa, il campo è diventato secondario, periferico. Chiacchiere e comunicati, accuse e risposte, lacrime e retroscena. Ecco, a ventiquattr’ore dal comunicato con cui Friedkin ha licenziato Ranieri, ovunque vai, qualsiasi social frequenti, su ogni frequenza e in tutte le tv c’è qualcuno che ti racconta esattamente come siano andate le cose negli ultimi dieci mesi, snocciolando aneddoti scabrosi, svelando retroscena bomba. In ogni caso, non aggiungendo nulla. Perché, a meno che certe dinamiche interne non vengano riportate a caldo, diventano un romanzo coi capitoli spesso suggeriti da chi orbita attorno a vincitori e vinti. Anche perché pure i sassi sapevano che i rapporti fra Gasperini, Ranieri e Massara fossero pessimi e peggiorassero di settimana in settimana. Ma il giorno dopo un fatto che segna una porzione di storia, si ostenta conoscenza totale delle vicende nei minimi dettagli. Un viavai di racconti in cui Gasperini appare sempre di più come il sanguinario carceriere di Ranieri e Massara, o al contrario in cui Ranieri viene dipinto come un vecchio pazzo in preda ad attacchi di mitomania. Non si riesce a voltare pagina. Mai. Ora l’unico motivo di interesse dovrebbe essere, per logica, la separazione da Massara e la nomina del nuovo direttore sportivo, perché dopo i fattacci di ieri, l’organigramma della Roma è ancora più ridotto all’osso. Ieri è stato diffuso soltanto un comunicato. Ne mancano due, per la separazione da Massara e per annunciare il sostituto. Ogni giorno che passa equivale a una settimana di ritardo. Ma Roma si distrae facilmente. Per giorni si continuerà a parlare dei rapporti fra Ranieri e Gasperini, fra annunci di rivelazioni clamorose, rancori diffusi e schieramenti palesi. Chi dovrebbe avere fretta di decidere, dorme sonni tranquilli,perché Roma è una piazza senza pressioni. Roma piazza difficile è una barzelletta che nel duemilaventisei non fa neanche più ridere.

In the box – @augustociardi

Santi, poeti, navigatori e direttori

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – I padri padroni da una parte, i delegati con elevato peso specifico dall’altra. Il calcio italiano un tempo votato ai proprietari accentratori ha svoltato al bivio per l’estero. Fondi e consorzi, faccendieri spesso troppo affaccendati che non hanno il tempo di curare direttamente gli interessi del club rilevato, o sfaccendati improvvisati che il più delle volte hanno mandato in rovina le società acquistate o mai acquistate fermandosi alla promessa di matrimonio.

C’era una volta la categoria dei dirigenti italiani. Fiore all’occhiello quasi quanto gli allenatori formati a Coverciano. Da Italo Allodi in poi, hanno saputo accompagnare e spesso tenere testa ai presidenti storici della Serie A con cui lavoravano. Fateci caso, quando oggi parliamo di dirigenti di livello, spesso ci ritroviamo a nominare ultrasessantenni come Marotta, Corvino e Sartori, se non addirittura a Galliani, abbracciando sia gli amministrativi sia quelli da area tecnica. Gente che già lavorava quando ancora i club italiani erano gestiti da imprenditori italiani. Nelle ultime venti stagioni hanno abdicato Sensi, Moratti, Berlusconi, in parte gli Agnelli, Della Valle, per non parlare di Rozzi, Anconetani, Spinelli e Preziosi. Non si torna indietro, le figure mitologiche degli anni ottanta e novanta non le rivedremo più.

Il problema è che sono sempre meno i dirigenti che oggi farebbero comodo alle proprietà forestiere. Chi li ha se li tiene stretti. Gli altri improvvisano. Sperando che gli vada bene. La Roma in questo è campione del mondo. L’ultimo periodo dell’era Sensi, fra mille difficoltà, aveva Pradè direttore sportivo e Montali consulente.

La prima Roma americana sembrava un po’ a tutti che avesse fatto le cose al meglio, riportando Baldini, che ricordavamo fiero e battagliero scudiero di Franco Sensi, e Sabatini, direttore sportivo con pochi rivali sul mercato. Proprietà nuova, apparentemente danarosa, che delegava gente appartenente da anni al sistema calcio. Andò male: il direttore sportivo fu fagocitato dai media e si piacque assai nel ruolo di frontman improvvisato, perché era l’unico a parlare in quanto Baldini era tornato a suo dire senza sapere perché stesse tornando, creando squilibri e ambiguità di interpretazioni e di definizione dei ruoli. Da quel momento, il caos. Perché la Roma non ha soltanto cambiato mille allenatori ma anche mille dirigenti.

Probabilmente l’organigramma perfetto di una società italiana sarebbe composto da Beppe Marotta vertice rappresentativo e operativo, Giovanni Sartori direttore sportivo e Gabriele Oriali a fare da ponte fra squadra, allenatore e società. Sessantanove anni Marotta, sessantanove anni Sartori, settantatré anni Oriali. Pantaleo Corvino alzerebbe l’età media perché l’anagrafe chiama settantasei anni. D’altronde questo è il Paese in cui si parla del giovane Massara, un giovane di cinquantasette anni.

Il problema sta nel ricambio generazionale. A tanti dirigenti messi improvvidamente nelle stanze che contano, perché a digiuno di gavetta, provenienti da uffici legali o da mondi imprenditoriali distanti anni luce dal calcio, si alternano giovani ex calciatori che hanno smesso da una manciata di anni di giocare a pallone e da quel momento sono in frenetica ricerca di identità post carriera, passando dagli studi televisivi alla panchina, dal mondo del mercato in cui provano a fare gli agenti alla scrivania. Ancora più spesso finiscono col tornare in tv o ad avere ruoli meramente simbolici. Non a caso ora per la rinascita della Nazionale si fanno i nomi di Baggio, Del Piero e Maldini.

Alla managerialità degli stranieri, l’Italia risponde con l’album della Panini. Un problema serio, di non facile soluzione. Anche perché c’è una tendenza che induce a considerare un valore aggiunto l’appartenenza territoriale. Se dieci anni fa ti azzardavi a dire che alla Roma servivano Marotta e Oriali, ti rispondevano in modo sprezzante di andartene a vivere a Milano perché la Roma deve essere dei romani. Perché bisogna conoscere l’ambiente. E infatti…

In the box – @augustociardi

Grigi e teste grigie

LR24 (AUGUSTO CIARDI)Gasperini non ha deciso di lasciare la Roma. Ha coniugato i verbi al passato parlando nel post gara, ma non considera la Roma il suo passato. Vuole chiarezza. La esige. Così come la chiedevano alcuni suoi predecessori, Mourinho in modo veemente, De Rossi speranzoso che la sua Roma almeno con lui fosse cristallina. Nel mezzo ci sono i proprietari che, come nei telefilm americani, si contraddistinguono per arrivare all’improvviso per tagliere le teste di professionisti che abbandonano a capo chino la scrivania con uno scatolone in mano contenente gli effetti personali. Proprietari che stavolta non potranno attendere la fine della stagione imitando la sfinge, ma dovranno intervenire entro aprile per fare chiarezza sul futuro.

E ci stanno i dirigenti, che tanto per cambiare sostituiscono il “noi” con l'”io”, ponendo la Roma in secondo piano rispetto a se stessi. Ieri sono andate in scena pantomime terrificanti. Il direttore sportivo che si è presentato prima del match alle telecamere come da programma, ha parlato di normali discussioni tipiche dei club riferendosi al botta e risposta fra advisor e allenatore. Parole di una terrificante circostanza che certifica quanto i dirigenti della Roma siano una frana anche in comunicazione. E poi c’è il consulente del presidente. Se fosse vero che sia stato chiesto alle regie di non mandare in onda le inquadrature di Ranieri durante il match sui tabelloni dello stadio, per evitare il dissenso del popolo, saremmo all’ammazzacaffè. Perché da Ranieri ci si aspetta che nel bene e nel male non si sottragga agli umori della folla. Una cosa simile la ottenne a brutto muso Spalletti, quando andò faccia a faccia con un bordocampista di Sky sport chiedendogli, durante la cerimonia di addio di Totti, di non avvicinarsi a lui per evitare che l’inquadratura sui tabelloni dello stadio causasse bordate assordanti di fischi.

Per fortuna c’è Gasperini che non si sottrae ai giudizi. L’uomo di Grugliasco, che viene dai piedi delle Alpi occidentali, è stato finalmente compreso da un popolo legato alla romanità, ma per niente stupido e allocco come vorrebbe farlo passare qualcuno che pensa di farla franca soltanto perché ha il fattore H501P sul codice fiscale.


Gasperini a oggi non ha intenzione di mollare. Se andrà via, fra un mese o fra due anni, glielo comunicherà direttamente il presidente. Non i suoi collaboratori stretti, che a malapena distinguono l’allenatore dal consulente. A oggi. Per restare esige però quella chiarezza che a Trigoria dal 2011 è stata sostituita dalla presunzione, dalla spocchia, dalla permalosità e dall’ipertrofia dell’ego di soggetti che spesso per narrare le proprie gesta si servono di guitti in cerca d’autore. Non è più tempo di sfumature e grigi, mentre di teste grigie qualcuno denunciò l’inutilità già qualche anno fa. Non sono ammessi remake.

In the box – @augustociardi

L’Assuefazione

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Un tifoso sessantenne del Torino, ha in memoria uno scudetto vinto nel 1976, quando era molto piccolo ma di cui conserva sicuramente un dolce ricordo sfocato. E una Coppa Italia del 1993 vinta grazie a una doppia finale rocambolesca contro la Roma. Poi sparute gioie, molto datate, tipo il cammino in Coppa UEFA con Mondonico e un paio di promozioni in A. Quando parliamo superficialmente del Torino, pensiamo a una squadra piatta, a un ambiente in cui scalpitano e scalciano i vecchi tifosi che non accettano l’assuefazione allo stato di anonimato in cui l’ambiente granata si ritrova da almeno due decenni. Perché difficilmente i più giovani possono avere rigurgiti di rabbia, essendo nati e cresciuti in anni di penombra. Difficile inoltre trovare spunti dai media, non soltanto perché per bacino d’utenza lo spazio per il Toro è limitato, ma anche perché i media vicini al presidente spacciano per impresa titanica persino un pareggio in Coppa Italia in casa del Lumezzane. Paese che vai, propaganda che trovi.

L’ambiente Roma non versa in questo stato di apatia prolungato, ma rischia di essere preso per sfinimento. A meno che alle spalle dei giovani tifosi non ci sia un padre, o un fratello maggiore, o un nonno o uno zio che abbia indottrinato il ragazzino per bene, oggi esistono decine e decine di migliaia di giovani tifosi che sono cresciuti con la Roma che non vince mai e che sempre meno si piazza nei posti d’onore della classifica. Un po’ come per l’Italia che non si qualifica più a Mondiali. L’unico trofeo vinto in quasi venti anni è stato persino oggetto di tentativi di ridimensionamento da parte di chi esulta o critica a seconda di chi stanzia a Trigoria, secondo i criteri della comunicazione versione jukebox. Le nuove leve del tifo non sanno cosa significhi esultare per la vittoria di una Coppa Italia, perché i sedicenti soloni afflitti da incurabile ipertrofia dell’ego, da quindici anni sono convinti di essere docenti di vita e provano maldestramente a ripetere come un mantra che nel calcio contano solo piazzamenti, tra l’altro raramente raggiunti dalla Roma, che da quando sono sbarcati gli americani è campione soltanto di presunzione e puzza sotto al naso. Si sminuiscono i trofei, gli allenatori vincenti e i calciatori di spessore che vengono ingaggiati, in nome del nulla. Perché mollare l’ambizione per puntare a chissà quale programmazione, sempre e soltanto ostentata dal 2011 a oggi, non ha portato a nulla.

La Roma negli ultimi quindici anni non ha mai avuto i conti in ordine, ha sempre visto vincere gli altri, raramente è entrata in Champions League, non ha mai avuto continuità tecnica, sia perché in preda a compulsive ossessioni legate alla vendita dei calciatori, sia perché in modo patetico si è votata all’alternanza folle di allenatori. Gli unici a salvarsi in questi anni sono stati quasi sempre i dirigenti, che dalla Roma se ne vanno quando decidono di andarsene. Molto più bravi a diffondere il loro verbo attraverso chi si presta a fare da megafono che a rendere la Roma un club solido, ambizioso ed efficiente. In questo contesto, l’assuefazione all’anonimato inizia a essere un tema da affrontare. Da un lato ci sono i tifosi ultra trentenni che che sanno quanto sia bello competere e vincere, dall’altro lato gli under venti che crescono con la Roma perennemente alle spalle delle big, e hanno iniziato ad avere paura di realtà calcistiche un tempo periferiche che nelle ultime stagioni hanno messo la freccia, cosa impensabile fino a qualche anno fa (Atalanta, Bologna, ora anche Como). Possibile uscire da questo cono d’ombra che somiglia sempre di più a un tunnel? Apparentemente sembrerebbe di no. Ci si aggrappa a una stagione, la prossima, che coincide con il centenario del club. Perché in passato chi ha compiuto cento anni ha vinto. Ci si aggrappa, quindi, a una speranza. L’unica certezza è che ci saranno tante iniziative, tanti grandi ex, tante cene, tanti concerti, perché nel frattempo le canzoni live gli autori le cantano pure allo stadio, venti minuti prima delle partite. Belle cose, indiscutibilmente, ma il piatto forte quando viene servito? La Roma è diventata un succulento contorno. Lo spinoff di se stessa.

Ogni anno si disputa la Mille Maglie, quella corsa che porta all’acquisto di materiale tecnico sicuramente bello e di ottima fattura, col risultato che a fine stagione si contano più versioni di magliette da gioco e di tute che vittorie in campionato, più canzoni in playlist da stadio sparate a palla che punti in classifica, più cene di vecchie glorie coi club che trofei. Un magnifico contorno. I primi non vengono mai serviti. E quando sembra sia arrivato un cuoco valido, che ha già cucinato al meglio altrove, scattano le rappresaglie, spesso causate da maldestri interventi che si registrano dentro Trigoria. Franco Sensi disse “se avessi avuto una grande stampa romana…”. Oggi, al netto del valore della stampa attuale, si può mutuare quella frase per affermare “se avessimo grandi dirigenti non necessariamente romani…”. Perché agli atti si registrano più errori dentro Trigoria che fuori le mura. E chi continua ad affermare che l’ambiente cittadino è un problema, o è Fabio Capello che lo ripete come un disco rotto da venticinque anni, o sta cercando l’ennesimo alibi per proprietà e dirigenze che cercano sempre una scusa come i bambini.

In the box – @augustociardi

Il mostro

LR24.IT (A. CIARDI) – Ripercorrendo la stagione della Roma, dallo scorso luglio a oggi, vi presentiamo la lista incompleta (impossibile elencarle tutte, sono troppe) di sentenze emesse nei confronti di Gian Piero Gasperini. Un record mondiale. Non saremmo sorpresi se un giorno gli venissero addebitati alcuni attentati degli ultimi venticinque anni, e se scagionassero l’assassino di Lennon per incolpare lui. Per ragioni anagrafiche non verrà riaperto il faldone sull’omicidio Kennedy.

– ha bocciato l’arrivo di Hojlund.
– con lui i calciatori sono soggetti a infortuni.
– è sgarbato con chi lavora a Trigoria.
– la Roma con lui è sesta quindi non ha portato alcun vantaggio.
– i Friedkin sono adirati per i suoi modi sgarbati.
– lavorare con lui è impossibile perché si lamenta di tutti e di tutto.
– vuole fare entrare nella Roma radiati e laziali.
– è prevenuto coi calciatori presi da Massara.
Ryan Friedkin viene a Roma per rimproverarlo, perché non tollera i suoi modi eccessivi e sgarbati.
Dan Friedkin viene a Roma per rimproverarlo, perché non tollera i suoi modi eccessivi e sgarbati.
– Cinque generazioni di Friedkin vengono a Roma per rimproverarlo, perché non tollerano i suoi modi eccessivi e sgarbati.
– quando la Roma perde, scarica le responsabilità sui dirigenti per giustificarsi.
– fa scelte di formazione assurde perché è venuto a Roma pe’ fa’ er fenomeno.
– deve adattarsi alla Roma cambiando gioco.
– deve giocare con la difesa a quattro.
– deve fare giocare Vaz centravanti e Malen più largo.
– non vuole lavorare coi giovani.
– non valorizza i giovani.
– se Pellegrini rinnova è colpa sua che lo reputa imprescindibile.
– sta in combutta con la gang del sesto posto.
Svilar con lui è peggiorato.
– questa squadra con Ranieri avrebbe ottenuto più punti in classifica.
– gli avversari oramai conoscono i suoi punti deboli.
– a Trigoria sono a disagio per suoi modi di fare eccessivi.
– gli esterni non sono arrivati perché ha fatto perdere un mese di tempo per Sancho.
– è andato a cena con Totti per arruffianarsi i tifosi della Roma.

Un mostro.

In the box – @augustociardi

Tanti fonzie, pochi happy days

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Quando è stata l’ultima volta in cui un dirigente della Roma ha fatto autocritica? Non spremete le meningi, non vale la pena. Dal 2011 a oggi riuscireste al massimo a risalire a spiegazioni parasociologiche, a lamentele nei confronti della piazza e ad alibi evidenziati in modo diretto o meglio ancora in modalità ventriloqui, perché la specialità della casa è diventata parlare senza fiatare, affidando pensieri, parole, opere e omissioni a chi si presta a fare da megafono. Novelli Jose Luis Moreno con tanti Rockefeller pronti a muovere le labbra. Forse bisogna risalire agli albori della Roma stelle e strisce per ricordare la pantomima dialettica dell’allora neo direttore generale Franco Baldini, che in una surreale conferenza stampa, fra le risate accondiscendenti della claque dell’epoca, affermava di non sapere per quale dannato motivo fosse tornato. Fra una citazione dei testi delle canzoni della Mannoia e il fingere di non ricordare l’anno in cui la Roma perse ai rigori la coppa dei campioni contro il Liverpool. Radicalchiccherie pret-à-porter, dozzinali per quanto banali.

Per il resto, ricordiamo Sabatini che era solito coccolare fino a viziare i calciatori di cui si innamorava (memorabile la frase “la piazza di Roma rischia di rovinare la carriera di Dodo”, frase abominevole), salvo poi, una volta andato via, affermare solenne che nella Roma mancava il dolore della sconfitta. E chi se non i dirigenti lo avrebbero dovuto inculcare? Quei dirigenti che all’epoca immaginando che il campionato fosse il cammino di Santiago coloravano le dichiarazioni dicendo che vincere o perdere contava poco perché facevano parte del “percorso”. Non c’è mai stata autocritica. Ieri come oggi. Al massimo qualcuno dei dirigenti passati per le porte sempre girevoli del Bernardini ha parlato col senno di poi, ma mai per dire “commisi errori anche io”. Sempre e soltanto per insegnare la vita da lontano. Grilli parlanti del giorno dopo. Con la storia del Fair Play Finanziario sempre pronta all’uso. Luis Enrique fuggì dopo un anno perché nessuno dentro Trigoria lo supportava e lo difendeva da pretestuosi attacchi esterni. Zeman fu mandato al rogo perché si permise di accusare un plotone di permalosi affermando che a Trigoria non si facevano rispettare le regole. Garcia fu messo all’indice perché criticò la politica del trading di calciatori quasi ossessiva che limitava il consolidamento della squadra.

Spalletti fu allo stesso tempo vittima e complice di un’ambiguità di gestione di casi spinosi che finirono col sabotare la Roma da dentro le mura. Di Francesco ebbe come riferimento Monchi che aveva più problemi di lui nella seconda stagione. Erano i mesi in cui il presidente Pallotta confezionava la exit strategy infischiandosene di quanto accadeva a Trigoria. Fonseca fu sedotto e abbandonato, anche perché Petrachi durò da Natale a Santo Stefano, vittima delle lotte interne in un momento storico, uno dei tanti, come di recente, in cui contava l’io a scapito del noi.

Mourinho fu la bandiera da sventolare fino a quando fece comodo. E la sua vicenda ricorda molto quanto sta vivendo Gasperini. Con una sostanziale differenza. All’epoca c’era nei quadri societari gente poco preparata per questioni così grandi. Oggi c’è Ranieri, e per questo le dichiarazioni pre Roma-Pisa hanno fatto clamore. Ancora più clamore la gestualità del senior advisor mentre le rilasciava a dazn. Appariva teso, quasi gesticolava, mal celava un nervosismo che è parso più evidente della perentorietà di esposizione. Difficile immaginare una cosa del genere da uno come lui. Ma, per quanto sorprendente, non è una novità. Nessuno a Roma parla coi Friedkin ma in molti sanno che mal sopportano i modi di Gasperini. Misterioso capire come arrivino certe informazioni. Nel mentre, da quindici anni, i dirigenti non sbagliano mai. E tantomeno ammettono una tantum di avere commesso errori. Un po’ come Fonzie di Happy Days che non riusciva a dire “ho sbagliato” e bofonchiava “ho sbampfggh” “ho sbcoffbflflmm”.

In the box – @augustociardi

Si stava peggio quando si stava peggio

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – La Roma spazza via il Pisa e resta in corsa per il quarto posto. Pisa modesto. Ma era modesto pure quando si beatificavano le vittorie contro i toscani della Juventus di Spalletti e del Como di Fabregas, tanto per chiarire. La Roma spazza via il Pisa e resta in corsa per il quarto posto ma non se ne accorge quasi nessuno. Perché Roma è strana. Forse perché da sempre abituata a darsi un tono rinverdendo i fasti della magnificenza imperiale, quando davvero dominava il mondo, ha preso l’abitudine malsana di imbellettare qualsiasi forma del suo passato vendendolo come oro. Si spacciano da secoli per epiche avventure rionali le storie da osteria, quando si stava sotto botta di Papi e franzosi, fatte di zaccagne appizzate prima sotto ai tavoli e poi alla giugulare del malcapitato di turno perché ci si contendeva un quartino, una carta da gioco con cui barare o una baldracca attempata.

Si enfatizzano ancora oggi gli aneddoti su briganti locali che scimmiottavano le cosche meridionali, omettendo che per scarsa capacità organizzativa e per cupidigia si estinsero nel giro di un amen tradendosi e trucidandosi fra loro, spesso risparmiando il lavoro a forze dell’ordine e nemici. Nel calcio c’è un’incalzante voglia di pane e nostalgia per narrare ere e stagioni magre di vittorie. C’è chi spende le ultime erezioni ripensando al record di punti di Spalletti o per santificare ogni anno la data del quarto di finale (quarto di finale) in cui si ribaltò il Barcellona di Messi. Perché, in fondo, la frase “con Pallotta stavamo sempre in Champions League” (bugia colossale) suona un po’ come “io stavo cor Libbanese”. Linguaggio da social, mordi e fuggi, superficiale. Se ci si mette pure Claudio Ranieri a cavalcare l’onda, non siamo a cavallo. Non è la prima volta che ricorda come l’anno scorso la sua Roma sia arrivata a un punto dalla zona Champions League. E che da allora sono stati inseriti giocatori, anche giovani, che l’hanno migliorata.

Siamo abbastanza poco ingenui per capire che tale affermazione suoni come una risposta che segue a una botta, perché questi sono i giorni in cui ci si interroga sugli obiettivi da raggiungere per Gasperini, col tecnico che, va detto, non si tira indietro dal dire la sua. Botte e riposte, appunto. Da orbi. Se togliamo la malizia, dobbiamo pensare che a volte Ranieri, e nessuno sta mettendo in dubbio il suo amore per la Roma, parli più da allenatore che da consulente o da dirigente. Pure nel creare ambiguità di interpretazione quando fa la conta dei tecnici contattati e di quanti hanno detto di no. Esposizione dialettica che si presta a forzature e malizie. Cui prodest (visto che piacciono tanto i riferimenti a Roma antica)? Un polverone che in questo momento non contribuisce alla serenità. Perché gli allenatori spesso alzano polveroni, anche sbagliando, ma i consulenti-dirigenti di norma fungono da Folletto, aspirano polveri e sporcizia, non ci soffiano sopra. Ranieri lo sa bene, da allenatore della Roma, penultima avventura, a margine dell’addio di De Rossi diede pubblicamente del “testa grigia” a uno che all’epoca ricopriva il ruolo che oggi è il suo. Gli allenatori sono così. Ma se i dirigenti o consulenti parlano come gli allenatori, non c’è rimedio. Perché si fanno incalzanti le voci sui dissidi, o proprio sui dissing, nel centro sportivo. Fossero “soltanto” dichiarazioni da allenatore, ci sarebbe l’ennesima conferma che alla Roma manca terribilmente un dirigente che sia frontman e che abbia pelo sullo stomaco e docenza comunicativa. Se invece vogliamo cogliere sfumature tendenziose, allora possiamo fare valere la stessa teoria comparativa applicandola alle coppe: ok, la Roma l’anno scorso è finita a un punto dalla zona Champions League. Ma nelle coppe è uscita agli ottavi, mentre l’anno precedente con un neofita della panchina, De Rossi, e una squadra meno forte di quella dello scorso anno, arrivò in semifinale in Europa League. Quindi? Concentrarsi sul presente sarebbe un toccasana. Perché nel calcio da troppi anni si confondono fatti nefasti per fasti. Un po’ come fischi per fiaschi. E il presente dice che la Roma è ancora in corsa per la Champions League, con un allenatore che per molti, speriamo non dentro Trigoria, è già diventato un problema. Mentre troppo spesso il problema è la Roma e non chi la allena.

In the box – @augustociardi

Er giro de Peppe

LAROMA24.IT (A. CIARDI) – Quattro partecipazioni alla fase finale della Champions League in sedici anni. Una Conference League che ha fatto pure storcere il naso ad alcuni tifosi che forse in preda ad amnesie ogni tanto credono di parteggiare per il Real Madrid. Una serie inimmaginabile di figure patetiche in Coppa Italia. Allenatori, direttori sportivi e direttori marketing entrati e usciti senza soluzione di continuità, spesso annunciati come fenomeni e quasi sempre salutati come appestati. Anche perché c’è sempre stato bisogno di giustificare chi restava, un po’ come nei municipi, dove puoi defenestrare sindaci e assessori ma guai a incolpare i santoni degli uffici tecnici.

La Roma americana perde il pelo ma non il vizio. Da sedici anni gira attorno alla rotonda ma non arriva mai. Inutile distinguere tra era Di Benedetto-Pallotta ed era Friedkin. I modi sono profondamente diversi, gli effetti terribilmente simili. Le distinzioni le lasciamo ai nostalgici e agli haters del consorzio che faceva capo al bostoniano James Pallotta, per gli amici Jim, così come a chi ha accolto Friedkin come un liberatore, adorandolo solo perché per qualche mese stava in tribuna autorità indossando la mascherina in uso sotto COVID con impresso il vecchio logo della Roma. Adoratori che poi si sono trasformati in odiatori. Come spesso capita. Le dispute fra queste due fazioni, tra la fanbase della prima era e i sostenitori della seconda, fanno tenerezza. Combattute a colpi di “prima tutti gli anni stavamo in Champions League”. Mai vero, tra l’altro, e non è necessario neanche consultare internet o avere memoria forte, basterebbe leggere un Almanacco Panini: la Roma di Di Benedetto-Pallotta centrò la fase finale quattro volte in dieci anni, quindi non è vero che ogni anno la Roma giocava in Champions League.

Ogni anno la stessa storia, si chiede pazienza. Peccato che numeri alla mano non esiste tifoseria più paziente di quella della Roma: tre scudetti in novantanove anni. La Roma americana non arriva mai. Sembra che voli, si pianta, riparte, cancella e ricomincia. Accoglie, riaccoglie e mai raccoglie. Saluta totem come Totti e De Rossi, poi li riprende vestendoli di panni nuovi, e li rimette alla porta giurando che non è escluso il ritorno e canticchiando che certi amori fanno giri immensi. I giri immensi della Roma, che si appresta ad affrontare il segmento finale e determinante di stagione con la solita modalità. Modalità di rincorsa, con le ultime partite considerate ultima spiaggia, con l’ennesimo allenatore accolto per fare rivoluzione, ma che risultando in corso d’opera scomodo per chi cerca alibi, viene messo in discussione per modi, espressioni e infine risultati. Che come al solito vengono accollati ai tecnici e mai a chi gestisce la Roma in giacca e cravatta. La solita Roma, il solito giro attorno alla rotonda. Hasta la restauración!

In the box – @augustociardi75

Uomini soli

LR24.IT (A. CIARDI) – La storia ciclica. Passa il tempo, cambia la gente, ma non la sostanza. Abbiamo già descritto il palio della capitale, quel triste torneo in cui, per simpatie, amicizie, convinzione o interessi, si sposa una causa e pur di vincerla si ripone persino il bene comune pur di alzare la Coppa Idee Personali. La realtà racconta sempre la stessa storia. Allenatori lasciati soli a fungere da parafulmine. Dirigenti, paradirigenti, amministrativi, consiglieri del club e consiglieri dei presidenti, imbucati e garanti che spesso giocano a nascondino, magari tessendo tele dietro le quinte o facendo da ventriloqui per chi si presta in pubblico a esportarne il pensiero. È così da più di quindici anni.

Da quando per spianare la stessa agli americani si picconava Roma dall’interno spacciando per incapaci tutti quelli che dovevano abbandonare Trigoria. Un professionista come Pradè veniva deriso e accusato di incapacità. Un manager di personalità e riconosciuto come Montali fu defenestrato perché c’era da fare spazio a un manipoli di dirigenti alle prime armi nel calcio. E poi le divisioni su Sabatini fra i suoi groupie e i suoi hater, la guerra da dentro Trigoria al fumantino Petrachi, reo di stridere con il fallimentare bontonismo manierato in voga all’epoca fra Trigoria e via Tolstoj, frequentate da gente che sentiva l’obbligo di spiegare il calcio e la vira alla folla considerata stolta. Passando poi per Pinto nemico giurato di cui appoggiava Mourinho, e idolo di chi lo detestava, per disastri della Souloukou, per il Ghisolfi Paperino che in quanto anello debole di una catena di bigiotteria da mercatino asiatico manco aveva messo piede a Roma che era già cotto e cucinato. Quindi il passaggio dal campo alla scrivania di Ranieri, e il ritorno di Massara, meno chiuso mediaticamente del predecessore. Alle viste c’è Francesco Totti. E pure lui dividerà, statene certi. Di Monchi e Fienga è inutile parlare. In mezzo, gli allenatori. Diversissimi tra loro. Che avrebbero meritato stipendi tripli perché chiamati a cimentarsi in più ruoli, compreso quello del frontman spesso osteggiato da dentro le mura, da Richelieu moderni o semplici maestranze con mire espansionistiche. È andata male a Luis Enrique che veniva sventolato come una bandiera salvo poi essere lasciato fuori al balcone sotto le intemperie. A Zeman, usato per raccattare penosamente consensi e che pagò non i risultati ma avere detto, una settimana prima dell’esonero, che dentro Trigoria i dirigenti non erano in grado di fare seguire le regole, peccando di lesa maestà. Garcia pagò in pochi mesi prima la sua natura che lo induceva a lamentarsi degli arbitri e poi la critica a fine stagione alle strategie di mercato del club. Spalletti, al netto di tutti i suoi errori gestionali, quando si voltava vedeva dirigenti e consiglieri giocare a nascondino invece che assumersi responsabilità per gestire il fine carriera di Totti. Fonseca, al netto di tutti i suoi limiti, andò muso a muso con Dzeko capitano, subendo attacchi da ogni angolo, senza che nessuno fra Trigoria ed Eur spendesse mezza parola sulla questione bollente. A Mourinho si ritorse contro l’indole debordante, perché all’inizio faceva comodo che rappresentasse la Roma, poi la Roma stessa lo abbandonò rinnegando la scelta, con gioia massima di chi pur di dargli contro, a esonero compiuto, riabilitò fino a esaltare quei calciatori senatori che erano entrati in rotta di collisione con il portoghese.

Proprio loro, quelli oggi accusati di appartenere alla gang del sesto posto. Era appena iniziata l’era De Rossi, e stendiamo un velo pietoso su quei mesi di oscurantismo. Post Ranieri, ecco Gasperini. Ennesimo uomo solo. Considerato in cerca di alibi quando si lamenta degli obbrobri arbitrali. Considerato maleducato ed eccessivo quando sbatte a tutti in faccia la realtà di due sessioni di mercato inadeguate. Siamo alle solite. Niente di più sbagliato. Allenatori costretti a cantare e a portare la croce. Non si può contare sulla presenza dei proprietari, perché se non batti i pugni sul tavolo dopo lo scempio di Budapest è inutile parlarne. Dirigenti e consiglieri e garanti sono perennemente non pervenuti, come le temperature da Bressanone all’epoca delle previsioni del tempo del Colonnello Bernacca. Oggi ci sono Massara e Ranieri. Il primo ha passato cinque mesi a parlare di Fair play finanziario. Il secondo genera equivoci ingiustificati dai fatti. Perché nelle questioni importanti è sempre entrato, parlando della scelta dell’allenatore, facendo precisazioni sui conti finanziari e rivendicando le ambizioni del club.

Quindi è sbagliato dire che essendo consigliere esterno non possa parlare di arbitri. L’ultima volta che lo fece, un anno fa, era allenatore. Da consigliere non li ha mai menzionati. Andrebbe fatto. Non deve farlo per ruolo Massara. Lui per ruolo avrebbe dovuto ingaggiare ali d’attacco necessarie per sviluppare il gioco di Gasperini. Sarebbe bastato questo. La questione dirigenziale a Roma viene sempre messa in secondo piano, perché fanno più audience gli allenatori. Errore colossale. Madornale. O più semplicemente voluto.

In the box – @augustociardi75