Il fascino del potere

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – I dirigenti italiani, un tempo fiore all’occhiello del nostro calcio, sono stati molto bravi nell’opera di rastrellamento di fidati paracollaboratori. Sapendo bene che più ossi lancerai, più avrai dalla tua parte gente disposta a gettarsi ai tuoi piedi per idolatrarti. Da un lato c’è il fascino del potere, credendo che per farne parte si debba entrare nell’orbita dei potenti, prestandosi e prostrandosi in cambio di briciole. Assecondandoli, difendendoli, diffondendo i messaggi ricevuti, non mettendoli mai in discussione. Insomma, diventando parte di una propaganda che esiste da quando esiste il mondo. In politica come nel calcio. Si accetta di andare contro gli avvenimenti credendo che l’unica interpretazione che conta sia quella del proprio signorotto, che non va mai discusso ma appoggiato senza condizioni e senza spirito critico. Se un dirigente mi dirà, perché ha interesse nel farlo, che è obbligatorio vendere due o tre calciatori, ci crederò senza sentirmi in obbligo di cercare verifiche. Me lo ha detto lui, ci credo, lo urlo, cerco di fare proseliti in ogni modo affinché attraverso la comunicazione il signorotto possa avere sempre meno gente disposta a criticarlo. Oppure, sempre a suo favore, combatterò con ogni mezzo il suo antagonista, anche usando l’arma della diffamazione. Tentativo quasi patetico di creare assuefazione. Sentirsi potenti facendo da megafono ai potenti. Senza rendersi conto che i potenti stessi si sganasciano dalle risate al pensiero di avere fidi paracollaboratori che si convincono di essere loro amici e di sedere alla stessa tavola. In queste ore si parla di Inter beffata perché il Chelsea ha messo le mani su Palestra alzando vertiginosamente le cifre per cartellino e ingaggio. Al netto di chi ha fatto l’affare, bisognerebbe spiegare come sia stato possibile per due settimane, dare per conclusa, a favore dell’Inter, un’operazione che conclusa non era affatto. Per dovere di informazione, e per rispetto di chi all’informazione arriva, o crede di arrivare, pagando soldi per comprare giornali e abbonamenti.

In the box – @augustociardi

La vita degli altri

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Che la Roma possa vendere un big, non c’è bisogno di ricordarlo. Lo fanno dalla mattina alla sera, da dieci mesi, molte testate e molti organi di informazione e/o intrattenimento, usando toni apocalittici, annunciando diaspore, svendite, strali infuocati dell’UEFA nel caso contrario. Una litania ripetuta come un mantra che non solo è inflazionata, ma pateticamente basata su supposizioni, o forse anche desideri, se non addirittura di tentativi di autocelebrazioni future. Non sui fatti. Concentriamoci sui nomi secondari, come se fosse una piccola distrazione dai tormentoni banali e poco strutturati. Non parliamo, quindi, di Svilar, Ndicka, Kone, Pisilli e Soulé.

Parliamo degli altri. Partiamo da Ziolkowski, per il quale qualcuno che non lavora più a Trigoria era stato bravo in inverno a fare circolare voci su club inglesi pronti a ingaggiarlo anche per venti milioni. Anche a gennaio. Informazioni gonfiate, perché il difensore è valido, perché potrebbe essere sacrificato, ma non ci sono a oggi offerte scritte, soprattutto non è mai ancora arrivata a Trigoria una proposta da venti milioni di euro, che la Roma attende. È vero che qualora dovesse partire, per lui la destinazione più probabile sarebbe la Premier League. A centrocampo, è durata una manciata di ore l’attenzione mediatica sullo scambio El Aynaoui-Dodo. Niente di realizzabile, neanche usando la fantasia più sfrenata. Il marocchino ha tanti estimatori, in Coppa d’Africa furono stese relazioni più che positive su di lui da scout di club spagnoli, ma le possibilità che lasci la Roma sono ridotte, perché se parte un centrocampista, quasi sicuramente sarà Kone.

Angelino cerca squadra. Ha capito che a Roma per lui non c’è spazio. La Roma gli dà praticamente carta bianca. Il terzino dal gennaio 2024 ha tenuto un comportamento esemplare. Dopo anni in Inghilterra, Germania e Turchia, credeva di avere radici a Roma. L’ultima stagione, piena di inconvenienti, ha azzerato le sue convinzioni sotto tanti profili. La sua rinascita calcistica la vede in Spagna, dove tutto ebbe inizio. L’unica soluzione praticabile è il prestito con riscatto a condizioni da realizzare. Due anni fa, in questi giorni si iniziava a parlare di Dovbyk, a luglio sarebbe arrivato, era il pichichi della Liga. C’erano speranze e aspettative. Ridotte all’osso dopo due stagioni che lo portano oggi a essere considerato per una semplice cessione in prestito, sperando che fra un anno, forse al Villarreal, possa essersi riabilitato così da permettere alla Roma di recuperare parte dell’investimento fatto quando lo acquistò dal Girona.

Chiusura di Vaz, ragazzino col talento da dimostrare che nei primi mesi ha girato per Roma con il peso di un frigorifero caricato dalle responsabilità, non sue, di un prezzo elevato pagato dalla Roma a gennaio. C’è da preservarlo: prestito o mantenimento in rosa? Risposte non semplici perché se va in pensiero serve una squadra che gli garantisca alto minutaggio? Possono farlo Bologna e Cagliari, a lui interessate? Se resta rischia di vedere poco il campo ma di imparare tanto in allenamento da Gasperini. Il tempo per sciogliere il nodo non manca. Diffidare da possibili news su club pronti a spendere venti milioni per prenderlo subito. Per fortuna non c’è nulla da dire sui prestiti rispediti al mittente dopo una stagione da dimenticare per il loro rendimento. Tsimikas, Zaragoza e Ferguson, più Bailey. Una collezione di flop che ha portato all’addio pure chi aveva deciso di puntare erroneamente su di loro.

In the box – @augustociardi

No scambisti

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – C’era una volta lo scambio di cartellini. Uno degli ultimi, a suon di plusvalenze, portò Spinazzola alla Roma e Luca Pellegrini alla Juventus. A inizio anni duemila, Inter e Milan erano molto collaborativa fra loro. Gli scambi riguardavano sovente giovani del vivaio ipervalutati che non hanno lasciato tracce nel calcio, oppure negoziavano affari che poi risultavano tali solo per i rossoneri. Pirlo al Milan in cambio di soldi più il cartellino di Brncic. Scambio alla pari fra Coco e Seedorf, entrambi valutati 22,5 milioni di euro, coi nerazzurri convinti di avere tirato la fregatura a Galliani e Berlusconi.

Altri tempi. Oggi improponibili. In passato, a mercato aperto, la definizione “contropartita tecnica” apriva un mondo. Anche al plurale. Pure in versione estera. Nel 2009 Ibrahimovic costò al Barcellona 69 milioni, cartellino di Eto’o compreso. Anni dopo il Napoli prenderà Osimhen dal Lille per 60 milioni più i cartellini di quattro ragazzini delle giovanili, dei quali diventa superfluo persino ricordare i cognomi. Oggi di quel calciomercato antico rimangono soltanto le contropartite tecniche sottoforma di giovani, con un futuro da calciatori e non utili solo per il bilancio, da girare nelle operazioni. Perché scambiare cartellini di calciatori con la carriera già “definita” è assai complicato, considerando le troppe parti che vanno messe d’accordo: due club, due calciatori, due entourage, più intermediari, più la diversità dei contratti sempre più articolati anche alla voce diritti di immagine. Se proprio c’è interesse reciproco per i tesserati da parte di due società, le operazioni vengono condotte in modo distinto, senza includerle in accordi quadro complessivi.

Nei giorni scorsi si è scritto che Roma e Fiorentina stavano pensando a uno scambio fra El Aynaoui e Dodò più soldi a favore del club giallorosso. Al netto dei pareri su questa possibilità, per i motivi citati, un’operazione così articolata non ha ragione neanche di essere immaginata. I calciatori aziende fanno gruppo, più o meno, nello spogliatoio, ma davanti ai moduli federali ogni azienda è fine a se stessa. Gli scambi, spesso fantasiosi, del passato, che troppo spesso servivano per fare un po’ di maquillage alle casse societarie, sono lontani ricordi. Non più proponibili.

In the box – @augustociardi

Una bella mediana

LR24.IT (A. CIARDI) – Se a fine mercato la Roma avesse ancora in rosa Kone, El Aynaoui, Pisilli e Cristante, avrebbe un centrocampo all’altezza delle ambizioni. Gasperini in mezzo gioca a due, quindi conterebbe a tempo pieno su due alternative ai due titolari, da ruotare. La Roma nel 26-27 giocherà un minimo di 47 partite, come lo scorso anno, ma più dello scorso anno le almeno otto gare europee saranno più dispendiose anche mentalmente, di conseguenza potere alternare chi va in campo avendo elementi di spessore gioverà.

Pisilli è cresciuto dando ascolto a Gasperini, perché a dicembre chi gli sta attorno faceva pressione affinché se ne andasse, mentre l’allenatore, anche in conferenza stampa, auspicava che il ragazzo decidesse di restare, perché avrebbe trovato spazio e sarebbe diventato una pedina importante. Così è stato. El Aynaoui avrà un anno di esperienza in più nel calcio italiano, e non dovrà saltare più di un mese per la Coppa d’Africa. Il marocchino piace a Gasperini, nonostante le vedove di Massara abbiano insinuato dubbi sul fatto che nella scorsa stagione giocasse poco perché il tecnico non dava spazio ai calciatori acquistati per volere espresso dell’ex direttore sportivo. La realtà è che quando El Aynaoui non giocava, non meritava di giocare. Semplice. Quest’anno sarà diverso. Kone sembra quello più a rischio, ma se alla fine il sacrificato fosse Soulé, il francese potrebbe restare, nonostante la classica dichiarazione da straniero che sta in Nazionale, perché quando gli hanno chiesto lumi sul futuro e dell’interessamento dell’Inter, ha risposto dal ritiro della Francia “vedremo, ora sono concentrato soltanto sui Mondiali”. Un grande classico. Niente di sconvolgente. Cristante sta addirittura prolungando il contratto. Avrà più concorrenza, giocherà qualche partita in meno, ma guai a sottovalutare la stima degli allenatori nei suoi confronti. Non a caso quest’anno è stato titolare inamovibile nella squadra terza in classifica.

In definitiva, la Roma che deve rivoluzionare le fasce d’attacco, deve reperire un vice Malen, deve ingaggiare almeno un esterno da aggiungere a Wesley, Rensch e Celik, e deve monitorare le offerte per Ndicka e Ziolkowski perché in caso di partenza di uno dei due avrebbe bisogno di un altro difensore, se riuscisse a mantenere una mediana con Kone, El Aynaoui, Pisilli e Cristante, darebbe una bella mano al tecnico. Che ha dimostrato di volere e di puntare su tutti e quattro.

In the box – @augustociardi75

Luglio col bene che ti voglio…

LR24.IT (A. CIARDI) – Non se ne esce. Non si impara dagli errori, si ripetono all’infinito. Ogni volta che arriva il mese di giugno parte la cantilena. La Roma vende, la Roma svende, la Roma viene descritta come se fosse in mano a degli strozzini che le succhiano l’anima. Giugno, un incubo e non un sogno. La rincorsa parte da lontano, come quando Roberto Carlos si apprestava a battere i suoi proverbiali calci di punizione. Quest’anno poi c’è stata la complicità grave di due ex dirigenti e paradirigenti purtroppo disastrosi nella gestione del comparto tecnico romanista. Spiace mettere nel calderone Ranieri, che ha fatto coppia infelice con Massara a livello dialettico già dallo scorso settembre, quando come prefiche piangevano per un funerale tecnico che neanche stavolta verrà officiato. I quotidiani nazionali del nord ci sguazzano, la Roma terza in classifica, col migliore allenatore italiano della prossima Serie A e con uno dei migliori direttori sportivi su piazza in arrivo, viene raccontata come un negozio che liquida tutto perché prossimo al fallimento.

Servirebbero schiene troppo dritte per parlare dei problemi di Milan e Juventus. Inoltre c’è ancora qualche cariatide che pensa di vendere copie illudendo i lettori coi titoloni accattivanti. Gente fuori dal tempo presente. In più il malvezzo di alcuni locals smaniosi di scoop regolarmente mancati, che si spacciano per esperti di finanza, di plusvalenze, forse anche di numismatica. E in questo caso non sono servite a nulla le ultime due estati, quando la Roma non ha svenduto un cazzo di niente e, anzi, ha speso, a volte sperperando, tanto. La giostrina triste è ripartita. Giugno è un cazzotto sul grugno. Via Kone, va Ndicka, ciao ciao Ziolkowski, occhio a Svilar. Che poi qualcuno di questi saluterà, sta nella natura del mercato. Non esistono incedibili, in nessun club. Spoiler: arriverà luglio, e i “malesseri” smascherati, si maschereranno di nuovo, da professori appatentati, che col senno del poi e col senso del ridicolo del mai proveranno ad ammaliare i più sempliciotti raccontando con dovizia di particolari il perché la Roma non abbia fatto plusvalenza per cento, duecento, trecento milioni, come se non fossero inesattezze messe in circolo da loro stessi. Libri aperti. Storielle noiose e ripetitive. Luglio, col bene che ti voglio, fai in fretta ad arrivar…iaiaiaiaaaa.

In the box – @augustociardi75

Campionato di calcio di seriet’à

LR24.IT (A. CIARDI) – Il calcio nasce come gioco, si sviluppa come sport, cresce come passione, e siccome è il più amato e praticato al mondo, deflagra come business. Da qualsiasi lato lo si osservi, che sia considerato un gioco, uno sport, una passione o venga visto e praticato come business, richiede serietà. La seconda Roma americana, quella taciturna eretta nel 2020 dopo anni di sparate da fanfaroni della prima era che morì sotto COVID, ha finora prodotto una vittoria in Conference League, una finale di Europa League rubata nel silenzio che fu più doloroso degli scempi di Taylor, quindi, dopo una vita, una qualificazione alla Champions League. Accolta con gioia, ma non festeggiata coi caroselli, e tanti saluti ai presunti romasnobisti che hanno vanamente tentato negli anni di convincere i tifosi che il piazzamento valesse più di un trofeo. La Roma ha chiuso al terzo posto il campionato. Occhio! Le ultime due giornate potevano ribaltare la classifica, un po’ come fa Alessandro Borghese nel format sui quattro ristoranti.

La Roma meritatamente terza poteva addirittura finire sesta. Invece la classifica finale le ha dato ciò che meritava. Con buona pace dei polentoni caduti in depressione per i flop di Milan e Juventus, e dei gufi locali (alcuni con la sciarpa giallorossa al collo), convinti che la squadra di Gasperini sia finita sul podio grazie ai suicidi delle big crollate nel finale. Memoria da pesci (lessi) rossi: se non ci fosse stato il blackout nell’ultimo quarto d’ora contro la Juventus, la Roma avrebbe chiuso i conti fra marzo e inizio aprile. Però il calcio è strano, direbbe Caressa a Bergomi, e un folle finale ha riconsegnato la Roma all’Europa che conta di più.

Ecco perché ora bisogna preparare al meglio il campionato di Serie A, facendolo diventare il campionato di Seriet’À. Perché non ci si deve sedere. Non bisogna dare per scontato che dal terzo posto si può soltanto crescere. Serve giocare d’anticipo, serve avere finalmente una struttura che viaggi sulla stessa lunghezza dell’allenatore. Senior advisor e Direttore sportivo, fa male scriverlo (soprattutto per ciò che Ranieri ha rappresentato per la Roma), hanno fatto la fine dei Lemmings. È rimasto in piedi Gasperini ma non c’erano dubbi, perché assieme a Conte è il miglior allenatore italiano (Ancelotti a parte), ma non è giusto che debba vivere un’altra stagione da uomo solo al comando. Per quanto la sua truppa abbia dato l’anima per dieci mesi. Dopo anni di fanfaronate presuntuose e poco avvezze al contraddittorio di dirigenti o sopravvalutati o improvvisati, tenuti in spalla da paggetti che hanno provato in ogni modo a mostrarli al popolino manco fossero madonne pellegrine, finalmente c’è una base, ci sono le fondamenta.

Urge costruire il palazzo. Con serietà, senza più ritardi, senza possibilità alcuna di alibi per dirigenti che devono diventare operativi e lavorare gomito a gomito con l’allenatore il prima possibile. Perché dopo le grandi mosse per grandi innesti come Mourinho, Dybala e Lukaku, la mossa più spiazzante in positivo è stato avere accordato a Gasperini piena fiducia, addirittura buttando giù dalla torre un monumento al romanismo come Ranieri. Ora, con serietà, serve proseguire, edificare, fortificare. Perché in un calcio italiano livellato, e non importa se verso l’alto o verso il basso, in centottanta minuti puoi ritrovarti dal terzo al sesto posto. Perché il calcio è strano, Beppe.

In the box – @augustociardi75

Scegli dalla lista il prestito che preferisci

LR24.IT (A. CIARDI) – Pronti, partenza, via!
Frattesi, Diouf, Luis Henrique, Asllani, Pavard. Meret, Mazzocchi, Anguissa, Gilmour, Neres, Giovane, Lucca, Marin, Marianucci, Lindstrom, Lang. Diao. Athekame, De Winter, Estupinian, Fofana, Loftus-Cheek, Gimenez, Leao, Musa, Bennacer, Chukwueze. Di Gregorio, Cabal, Gatti, Miretti, Koopmeiners, David, Openda, Arthur, Douglas Luiz, Joao Mario, Nico Gonzalez. Samardzic. Dominguez, Dallinga.
Abbiamo evidenziato gli esuberi (di varia natura) delle squadre che hanno finito il campionato davanti e alle spalle della Roma: indesiderati, esodati, chi non servirà ai nuovi allenatori, richiedenti del foglio di via prestiti che tornano senza disfare la valigia. Insomma, gente da scambio di prestiti, perché pure la rosa della Roma ha le sue spine (perdonate la metafora banale). Chi può fare al caso della Roma? Giochiamo? Che poi, spesso, semplici associazioni di idee diventano trattative vere e proprie. Gli scambi di cartellino a titolo definitivo sono sempre più rari perché entrano in scena troppi soggetti, fra club, calciatori, agenti e intermediari, ma gli scambi di prestiti sono sempre più in auge, perché è un po’ come pescare nei mercatini dell’usato, e perché magari è la volta buona che gli esuberi si rivalutano e i bilanci possono sorridere in prospettiva.

Dici Frattesi e si pensa alla Roma, da anni. Da troppi anni. Un passato a Trigoria da ragazzino, una felice esperienza al Sassuolo, in tre anni di Inter è stato il dodicesimo per eccellenza nella squadra campione d’Italia allenata da Inzaghi, poi via via si è spento, al punto che nell’ultima stagione è diventato un caso da Sciarelli. Il vento della stampa soffia forte alle sue spalle, perché meno gioca è più continuano a scrivere che costi trenta milioni di euro. Avere ottimi agenti aiuta assai. Serve a Gasperini che gioca a due in mediana? Lui che è una mezzala da centrocampo a tre sarebbe utile come esterno d’attacco che si accentra? Tanti dubbi spazzati via da richieste oscene per un desaparecido. Nel Napoli c’è una vecchia colonna degli azzurri, Anguissa, che dopo avere avuto una media gol nei primi mesi del campionato da fare invidia a un attaccante, si è bloccato a causa di guai fisici per un ultratrentenne ultrausurato che potrebbe cambiare nazione. In avanti, Neres continua a essere bianco e nero, se è in giornata spacca, se non è in giornata spacca qualcosa di intimo degli allenatori. Velo pietoso su Lang, che si è confermato un mezzo giocatore a certi livelli, bocciato pure nell’ultimo semestre turco.

Il Como, che ha meno problemi di tutti alla voce esuberi a testimonianza di quanto sappiano lavorare bene in riva al lago, deve decidere cosa fare per Diao, talento cristallino che ha passato tanti mesi in infermeria, il Como per lui sfoglia la margherita, per la Roma potrebbe essere una buona pedina alternativa in prima linea. Il Milan e la Juventus sono quelle messe peggio alla voce esuberi. Non a caso sono le due squadre fra le big che sono andate peggio nell’ultimo anno. Del Milan potrebbe essere interessante valutare Fofana, se partisse uno fra Kone ed El Aynaoui, anche se bisognerebbe strutturare un piano di restauro per lui, che quest’anno ha avuto un’involuzione impressionante. Un anno fa si parlava di Musa. Flop il prestito all’Atalanta, fuori dalla lista dei convocati per i Mondiali, meglio non maneggiare questa possibilità.

Nella Juventus ci sono un paio di elementi interessanti, forse anche tre. Koopmeiners avrebbe un senso, lo avrebbe avuto ancora di più un anno fa, ma la dirigenza della Roma sonnecchiava. Se si pensa a uno scambio di prestiti, tirando in ballo Dovbyk, che intriga Spalletti, per la Roma sarebbe una manna dal cielo. Poi complicato girare l’ucraino per avere David, che guadagna cifre monstre e che la Juventus proverà a cedere in Inghilterra. Douglas Luiz è diventato un pacco postale. Dall’Aston Villa alla Juventus, dalla Juventus al Nottingham per cinque mesi quindi di nuovo a Birmingham. Dove ha fatto soltanto intravedere il talento che fece innamorare mezza Europa nel 2024. Emery non sembra convinto nel dare l’ok al riscatto. Ingolosisce, ma c’è il rischio che abbia imboccato la parabola discendente di carriera. Nico Gonzalez vuole fortissimamente l’Atletico Madrid, dove ha giocato parecchio e dove ha realizzato anche cinque gol. Dipende dagli spagnoli, che non mettono il suo riscatto in cima alla lista delle cose da fare. Brutti grattacapi per Madama, che ancora fa i conti col contratto di Arthur, di rientro dal millesimo prestito.


La Roma più che esuberi ha materiale di vendita. Il vero esubero è Dovbyk, perché per fortuna gli scempi confezionati dalla dirigenza sportiva avevano tutti una scadenza, da Bailey a Ferguson, da Tsimikas a Zaragoza. Uno degli aspetti positivi dei prestiti è che se sbagli dirigente, a fine anno mandi a casa lui così come se ne tornano a casa loro.

In the box – @augustociardi75

Oaktree, (virgola) compra la Roma

LR24.IT (A. CIARDI) – Ci risiamo. Ma la colpa in questo caso è di chi ha scarsa memoria. Giugno 2024: grandi esperti di mercato e grandi sedicenti esperti di Roma annunciarono che il club che avrebbe comprato soltanto in caso di cessioni: la Roma spese 120 milioni al mercato estivo. Giugno 2025: si dava per scontato che la Roma avrebbe perso Svilar, perché per il rinnovo offriva uno stipendio da fame, e che avrebbe venduto Kone e svenduto Ndicka perché “er ferplei finanziario impone mille cessioni”. Svilar firmò un contratto da nababbo e la Roma in quella estate avrebbe beccato una piccola multa, trattenendo i calciatori dati in partenza. Agosto 2025: non contenti, i grandi sedicenti esperti di Roma e di mercato diedero per scontata la cessione di Kone all’Inter, che avrebbe potuto prendere il francese quando e come voleva. Bugie gigantesche sotto ferragosto, sputtanate dagli eventi. L’Inter neanche formulò una proposta ufficiale, perché sarebbe stata irricevibile, in quanto neanche si avvicinava a trenta milioni, che poi fu “costretta” a dirottare su Diouf. Inizio settembre 2025: la collana di bassissima bigiotteria si allunga perché viene servita l’ennesima polpetta avvelenata, si racconta la Roma con l’acqua alla gola che nel il giugno 2026 sarebbe stata costretta a vendere per settanta, novanta, cento, centoventi milioni di euro di plusvalenze. Disegno da disastro apocalittico che trovò facile sponda negli ex dirigenti e paradirigenti che, invece di allontanare voci destabilizzanti per il club, misero il carico da undici facendo intendere che la Roma avrebbe passato l’estate successiva (questa) col piattino in bocca tipo De Sica a Compagni di scuola, per elemosinare soldi atti a evitare la scure di Nyon. Balle. Su balle. A cui si aggiungono balle. Perché secondo i soliti bene informati, la Roma sta per vendere mezza squadra all’Inter. Da Kone a Mancini, e forse pure Ndicka. Scusate, ma il fondo Oaktree non farebbe prima a comprarsi la Roma? Attenzione però, perché il supermercato Roma secondo gli espertoni è aperto a tutti. Ndicka piace pure alla Juventus, che strizza l’occhio pure a Pisilli. Per non parlare di Svilar e Wesley, che fanno gola all’estero. Insomma, la Juve e il Milan reduci da flop epocali e fuori dalla Champions League puntano chiunque, sono pronti a comprare tutti; la Roma, pur tornando in Champions League deve vendere tutti. Fosse soltanto la stampa del nord, non sarebbe una novità. Il problema è che dentro Roma che chi aggiunge balle su balle, spargendo terrore immotivato, con toni funebri e un filino iettatori. Ricordati che devi morire!

In the box – @augustociardi75

Meritocrazia

LR24.IT (A. CIARDI) – Nel Paese del nepotismo, delle raccomandazioni e delle lobby professionali, i bravi riescono ancora a emergere. Devono sgomitare perché non hanno la pappa pronta, devono combattere gli incapaci e gli invidiosi che armano i ruffiani che per conto loro mettono in circolo maldicenze e ombre cinesi, ma alla fine arrivano. Perché la meritocrazia esiste. E ieri Gian Piero Gasperini ha scritto un nuovo capitolo del libro sulla sua carriera e sulla meritocrazia che ora andrà esaurito anche a Roma. Perché finalmente lo hanno capito tutti di che pasta sia fatto questo allenatore. Che ci fosse odio sportivo nei suoi confronti era legittimo. Che provassero a mettergli il bastone fra le ruote mentre lavorava è stato un tentativo ridicolo perché quando lui lavora travolge tutto e tutti, soprattutto chi rema contro, esaltando e valorizzando chi lo segue.

Qualificazione con il Genoa in Europa League, cinque partecipazioni con l’Atalanta in Champions League, un’Europa League vinta demolendo, tra le altre, Liverpool e Leverkusen. Eppure c’è stato chi ha messo in discussione persino le sue scelte. Il più classico dei “è venuto a Roma a fa’ er fenomeno”, perché a causa della rosa incompleta, era costretto a sperimentare in campo, perché lo disse a fine agosto, “dovrò allargare la rosa provando a sfruttare tutti quelli che ho a disposizione”, e per questo abbiamo visto Baldanzi riferimento offensivo, quando nel girone di andata (sembrano passati tre anni e non sei mesi) Ferguson (ve lo ricordate Ferguson?) e Dovbyk alternavano rendimento scadente a sedute dal fisioterapista. Abbiamo visto Pellegrini giocare da esterno offensivo. Abbiamo visto persino Zaragoza. Gian Piero Gasperini. Non Giampié, perché Roma gli è entrata dentro e lui ne sta facendo tesoro, ma alla fine di questa splendida stagione possiamo dire che la Roma sta piano piano diventando a sua immagine e somiglianza, e non il contrario. Perché Roma per esaltarsi ha bisogno da sempre, nel calcio, dei forestieri. Quelli che fanno storcere il naso ai ministeriali del calcio, quelli che credono che tutto gli sia dovuto per militanza o giro di amicizie giuste.

Gasperini ha messo in discussione e poi demolito il sistema proprio quando sembrava pronto a finire in cronaca nera nei panni dell’ennesima vittima sedotta, accolta più o meno bene, e fatta fuori dopo mesi di sevizie. La sua Roma torna in Champions League. Perché se ci pensate l’Inter ha l’organigramma dirigenziale migliore, e infatti vince lo scudetto un anno sì e un anno no. Il Napoli ha un padre padrone presente, a volte ingombrante, che dopo anni di apprendistato ha capito come fare calcio in modo sostenibile e redditizio. Il Como è la dimostrazione che i soldi se sono abbinati alle idee giuste producono capolavori. Poi ci sono i club dilaniati dai problemi interni. Juventus e Milan falliscono miseramente la stagione non soltanto per limiti tecnici e limiti dei tecnici, ma perché hanno in questo momento i peggiori quadri dirigenziali della loro storia. Anche la Roma ha (avuto) mille problemi interni. Quanto accaduto prima di Roma-Pisa resta ancora, apparentemente, un mistero insoluto. Mentre invece è stato il bubbone che non riesce più a trattenere sotto pelle ciò che esplode.

Nel momento di allarme rosso, Gasperini ha imposto il suo metodo. Riuscendo in un’impresa che vale più del terzo posto: ottenere fiducia dalla proprietà nel momento in cui i suoi predecessori erano stati sepolti vivi. Lui ce l’ha fatta. Fiducia della proprietà, fiducia del gruppo squadra, fiducia dei tifosi, che potranno anche non amarlo mai, ma non sono coglioni da farsi abbindolare da chiacchiere e maldicenze sparse ad arte da inizio stagione, e hanno capito più o meno tutti che Gian Piero Gasperini è la cosa migliore che potesse capitare alla Roma.

In the box – @augustociardi75

Vaz: che fare?

LR24.IT (A. CIARDI) – Tra un pensiero alla partita di domenica e mille altri sul futuro, c’è un nodo da sciogliere che necessita molta attenzione. Perché la Roma lo scorso gennaio si è esposta economicamente pagando assai il cartellino di Robinio Vaz. Già all’epoca sui media si aprirono tavoli di discussione. L’allenatore cercava disperatamente un attaccante pronto (sarebbe arrivato pochi giorni dopo grazie all’intervento del vice presidente perché fino a quel momento la dirigenza aveva fatto passare invano il tempo puntando e non centrando gli obiettivi Zirkzee e Raspadori, e avendo raggiunto l’accordo per Fullkrug, una follia stoppata da Gasperini, per fortuna), e chiedeva senza risposta esterni d’attacco (gli avrebbero presero Zaragoza…), e a metà mese sbarcò un giovane di belle speranze, evidentemente acerbo.

Erano i giorni di Arena che faceva gol in Coppa Italia proprio davanti agli occhi del suo nuovo giovane compagno di reparto, che aveva fatto in tempo a guardare Roma-Torino dalla tribuna dello stadio. Robinio Vaz. Operazione da oltre venti milioni di euro. Il talento si intravede, il lavoro per renderlo pronto sembra ancora lungo. Che fare? Prestarlo? Opzione delicata. Perche la Roma non è il Real Madrid che prenota e poi strapaga Endrick per poi mandarlo a giocare altrove dopo una manciata di mesi. La Roma costretta a fare i calcoli con il pallottoliere, se investe più di venti milioni per un cartellino, si presuppone che lo stia facendo per un calciatore pronto o a un millimetro dai blocchi di partenza. Tenere in rosa Vaz per un anno intero di palestra e di apparizioni al momento giusto? Sarebbe una buona idea, ma che comporta qualche rischio. Malen è un’ira di dio ma per un’intera stagione non può essere soltanto lui la punta in rosa. Serve almeno un altro centravanti. Magari mediamente esperto. A quel punto per Vaz rimarrebbero le briciole. Un anno nella palestra di Gasperini per lui equivarrebbe a un master. Ma erano queste le intenzioni del club? Pagare assai uno sbarbato di belle speranze anche a scapito del rafforzamento della squadra in ruoli chiave nel momento chiave della stagione? Massara non ci ha pensato più di tanto. Ha risposto sì e si è fatto dare l’ok dalla società per chiudere l’operazione Vaz. Assumendosi una bella responsabilità. Lascerà alla Roma l’incombenza di selezionare con cura la scelta da fare per il ragazzo e per il club, perché Vaz è un asset pagato a caro prezzo e la Roma sia finanziariamente sia tecnicamente non può disperderlo, svalutarlo, sminuirlo. A gennaio molti pensarono che fosse un atto di incoscienza acquistarlo. Mentre l’esercito della salvezza dei dirigenti della Roma in quelle settimane lo paragonava ai migliori attaccanti del pianeta Terra, e narrava blitz di Massara per soffiarlo al Barcellona, al PSG, al Bayern, al Brasile e all’NBA. Le solite storielle romane. Nel mondo reale, e non in quello delle chiacchiere faziose, c’è da capire in fretta come gestire il suo futuro, perché il talento di Vaz è reale, al netto del tifo pro o contro i dirigenti. Mentre non c’è niente di più malinconico dei pareri condizionati dai sentimenti, di amore o di odio, per i dirigenti calcistici.

In the box – @augustociardi75