Tutti gli uomini per il presidente

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Passiamo in rassegna la lista dei nomi accostati e accostabili alla Roma. Tra informazioni credibili, bufale e deduzioni.

ANCELOTTI – Con la calma serafica che lo contraddistingue, rimanda la decisione sul suo futuro alla fine della stagione, quando senza fretta parlerà con Florentino Perez. Come dargli torto? Può permettersi di aspettare quanto vuole, lo cerca persino il Brasile. E piace a Ranieri. Perché il tecnico della Roma, e consigliere del presidente, qualora portasse Ancelotti in giallorosso, chiuderebbe un cerchio. E la Roma si godrebbe una coppia di senatori magnifica. Un primo contatto, tempo fa, è stato stabilito.

ALLEGRI – Anche lui piace a Ranieri. E ad Allegri piace la Roma. Una sfida intrigante. Forse con più stimoli di quanti ne offra il Milan. A Milano ha casa e a Milano ha già vinto. Il Milan lo sta costeggiando costantemente, allettandolo anche con la prospettiva di ritrovare Paratici. Ma Allegri non ha ancora detto sì. La Roma fa in tempo a inserirsi e chiudere l’operazione. O meglio, Friedkin fa ancora in tempo a intervenire per dare l’ok decisivo. Perché i presupposti sono lì, a portata di mano.

MONTELLA – Uno dei calciatori più amati dalla tifoseria. Una delle operazioni che lascerebbe più amari in bocca se fosse scelto come allenatore. La disponibilità c’è, sarebbe la trattativa più semplice da formalizzare fra le ipotizzabili. Ma tra l’aeroplanino e Mister Montella ci passano un mare di dubbi. Sulle sue capacità di riportare in alto la Roma e sulla veridicità delle ambizioni del club. Soluzione pronta all’uso. In caso di bisogno, tirare la maniglia e lui arriva. Di corsa.

FARIOLI E FABREGAS – Ci azzardiamo a liquidarli in coppia. Possono conquistarsi il futuro, Ranieri, sollecitato sull’argomento, ne ha parlato in due occasioni distinte, coniugando i verbi al futuro, appunto, riferendosi al loro valore. Dando la grossa impressione che l’accostamento alla Roma sia prettamente mediatico. Si possono fare, si faranno, ma non ora.

GASPERINI – Stavolta può davvero lasciare l’Atalanta. Se se così fosse, il nome circolerebbe (circola già) per la Roma, la Juventus, il Napoli, il Milan. Per le squadre che cambieranno probabilmente allenatore. Ranieri durante le feste di Natale ha specificato che i Friedkin non hanno intenzione di emulare l’Atalanta, perché vogliono che la Roma torni in fretta nell’elite del calcio. Quindi per molti Gasperini non è adatto. Poi però basta guardare il suo cammino con l’Atalanta e si scopre che, considerando la storia dell’Atalanta, ha impiegato tre mesi per prendersi lo spogliatoio e Zingonia. Come dite? È antipatico? E allora mettiamoci Carlo Verdone in panchina. Sai che risate.

SARRI – Per chi all’epoca ci era cascato, doveva arrivare nel 2021. Così diceva Pinto. Che però non sapeva di Mourinho. Il suo nome circola per la Roma e per il Milan, pure per la Fiorentina. Ciclicamente. Non convince del tutto, anche perché pur avendo vinto l’Europa League, quando parla delle coppe pare essere la cosa più distante dalla Roma degli ultimi anni, perché non manca mai occasione per ricordare quanto fastidio per il lavoro di campo causino gli impegni infrasettimanali. Che invece sono stati il salvavita della Roma dal 2018 in poi.

EMERY – Andava preso quando lasciò il Siviglia. Quando lasciò il PSG, quando andò via dall’Arsenal e dal Villarreal. Si può prendere ora? Difficile, ma non impossibile, anche perché sarebbe perfetto, ma oramai tutti hanno capito che è un top manager. Anche quelli che per moda parlano soltanto dei nuovi profeti giochisti che vanno in panchina coi maglioncini slim size abbinati a pantaloni morbidi e scarpe comode.

CONTE – Di solito resta almeno un biennio. Ma a Napoli, con De Laurentiis, può succede di tutto. Concentrato sulla lotta per lo scudetto, nonostante un mese e mezzo pieno di passi falsi, non ha mai digerito la gestione della cessione di Kvaratskhelia, con conseguente arrivo di Okafor. A persone vicine ha fatto intendere di poter lasciare. A prescindere dallo scudetto. Qualora fosse, la concorrenza sarebbe spietata, perché può tornare alla Juventus o andare al Milan, che ancora si mangia le mani per avere puntato su Fonseca e non su di lui.

DE ZERBI. – Dopo il poker che gli ha tirato giù De Rossi un anno fa il suo nome non è più sulla bocca di tutti. Manifesto mediatico della setta dei giochisti invasati, a Marsiglia sta facendo molto bene, laddove domina il Paris. Radiomercato vede in lui il dopo Gasperini all’Atalanta. Alla Roma lui disse non quando con l’ultimo Pallotta si faceva il giro delle sette chiese per trovare uno che volesse allenare i giallorossi. In giro per l’Europa è cresciuto e si è fatto apprezzare. Ma non si è ancora consacrato.

MOURINHO – Per un suo ritorno, servirebbe un passo indietro e uno verso di lui da parte di Friedkin. Quindi allo stato attuale delle cose, è inutile parlarne. Proponendo lui, Ranieri si guadagnerebbe l’eterna gloria conferita da quella parte di piazza che ancora si ricorda che in quindici anni di chiacchiere e di chiacchieroni, di propagande spesso servili e presunte e artefatte opposizioni, l’unico momento in cui la Roma ha vinto c’era Mourinho in panchina. Ma le chiacchiere stanno a zero. Non si vedono i presupposti.

In the box – @augustociardi75

La guardia medica

LR24 (AUGUSTO CIARDI) È la prima volta da quando a fine agosto si è capito che sarebbe stata una stagione tribolata, che la Roma ha l’occasione per dare un senso al campionato. Battendo il derelitto Monza, peggiore squadra della Serie A, per rendimento e non per organico, rimarrebbe nona, ma avvicinerebbe in classifica la zona in cui è legittimo parlare di qualificazione alle coppe. Un contentino, una galletta di riso dopo mesi di digiuno, ma meglio di niente. Nove partite senza perdere, sei vittorie e tre pareggi, e un turno favorevole, considerando i passi falsi di Bologna, Milan, Fiorentina e Lazio. Per continuare a giocare le coppe europee, per non interrompere una striscia positiva che rende la Roma esempio virtuoso oltre i confini dal 2018, o si vince l’Europa League, difficile, o si rincorre chi sta avanti in classifica. Impresa che oggi sembra un po’ meno impossibile.

Dopo il Monza, ci saranno il Como, ancora in casa, poi l’Empoli fuori, il Cagliari all’Olimpico e il Lecce in Puglia dopo la sosta. Quindi la Juventus a inizio aprile. Cinque partite, Monza incluso, agevoli. In mezzo ci sarà il Bilbao. Obbligatorio provarci. Senza amnesie perché la Roma se ne è già approfittata in autunno, dimenticandosi troppo spesso come si gioca e come si fanno i punti.

Ancora una volta Ranieri dimostra ciò che sa fare meglio. La guardia medica che di notte, con le farmacia e gli ambulatori chiusi, chiami disperato perché la febbre del pupo sale e lo fa vaneggiare, e la guardia medica ti guida dandoti le dritte giuste e le somministrazioni adeguate per riportarlo in salute. Ranieri che ha superato incolume la sua settimana di impopolarità, a cavallo della trasferta di Venezia, quando pure lui era stato tacciato di essere l’aziendalista che reggeva il gioco a Friedkin intento a demolire le ambizioni dei tifosi. Spalle troppo larghe per crollare davanti a qualche bocca storta o a sporadiche maldicenze.

Guai a fermarsi. Fra Monza e Lecce, passando per Como, Empoli e Cagliari, l’ideale sarebbe non scendere sotto i tredici punti su quindici. Anche perché sarà pure meno impresa di quanto si potesse immaginare, ma l’Europa League al momento, con una partita in meno della Lazio, dista dieci punti. Sette, se stasera di rispetta il pronostico. Con il derby di ritorno da giocare e quello di andata che ha già fruttato la vittoria.

In the box – @augustociardi75

MMTS: messaggi manco troppo subliminali

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Che la Roma dia l’impressione di avere difettato in dialettica, è un pensiero diffuso. Nel giro di poche settimane, ciò che faceva sperare in un rilancio legato al mercato (di gennaio ma soprattutto estivo), ha scaturito un effetto boomerang per gli equilibri mentali instabili di una piazza logorata da una stagione in cui campionato e Coppa Italia sono l’ennesima, mesta, via crucis. Al punto che, a pochi giorni dallo spareggio col Porto, nelle competizioni che da tanti anni sono l’unico grande vanto sportivo, la febbre non sale, non stiamo neanche a uno stato di alterazione.

Perché la conferenza stampa di Ranieri pre Venezia, le sue parole post match, e le dichiarazioni di Ghisolfi al Corriere della sera, rimbombano nelle teste, e il rumore non viene attutito neanche da una buona striscia di risultati positivi consecutivi, perché spostano pochissimo in una stagione pessima. Fair play finanziario per i tifosi della Roma come la kryptonite per Superman. Al riecheggiare della maledetta definizione, il morale non lo trovi più manco sotto ai tacchi. De profundis? De profundis.

“Scordiamoci i top manager, scordiamoci i top player, prepariamoci a essere una volta per sempre una specie di Torino, con tutto il rispetto per il Toro”. Questa più o meno in sintesi la percezione del futuro. Difficile provare a interpretare almeno una parte dei pensieri messi in voce a Trigoria senza essere tacciati di collusione mediatica.

Sarebbe quindi da autolesionisti provare, almeno in parte, ad aggiungere una costruzione mentale che non sia troppo fantasiosa? Facciamoci del male. Abbassare il monte ingaggi non significa soltanto acquistare calciatori con stipendi inferiori al milione e mezzo di euro. Vuol dire pure una volta per tutte salutare gente che ha guadagnato tanto e reso poco. Perché ancora oggi la Roma sconta una politica di rinnovi da default. Sconta l’epoca dei quinquennali da almeno tre milioni a stagione. Una follia che si è schiantata con classifiche imbarazzanti. Ranieri, dopo una vita, ha tolto il posto fisso a Pellegrini e Cristante, tanto per fare un esempio. E quando parla di monte ingaggi da abbassare è lecito anche pensare che sia un messaggio manco troppo subliminale recapitato a calciatori e agenti che devono rendersi conto che il tempo nella Roma è in esaurimento. La stessa strada devono iniziare a conoscerla anche gli altri della vecchia guardia. Arrivare alla scadenza di contratti legittimi quanto illogici, è nei diritti degli atleti, ma comporta sconvenienza per la squadra e per le carriere degli stessi atleti. La Roma è anche andata incontro, in modo apparentemente altrettanto illogico, ad alcune scuderie, per esempio rinnovando il contratto a Zalewski prima di girarlo all’Inter.

Fair play finanziario o no, la tabella di marcia chiama almeno due anni di ritardo riguardo cambiamenti tecnici necessari. Urgenti. Il finale di campionato deve servire per rafforzare il messaggio. Anche perché servirà poco ai fini della classifica. Più utile, persino dal punto di vista tecnico, provare a farsi un’idea su Soulé e sui nuovi arrivati, piuttosto che continuare a vedere i vari Celik e Shomurodov e ai soliti senatori a fine mandato. Dando un senso a tre mesi di campionato altrimenti deprimenti. Non sarebbe la rivoluzione auspicata, ma almeno si percepirebbe la volontà di uscire da uno stallo insopportabile.

La Roma non fa più notizia manco quando perde. Non fa notizia quando vince perché sono vittorie per passare dal decimo al nono posto. E non ha nemmeno più quel tipo di personaggi che comunque accendevano i fari dei media. Un anonimato da combattere.

In the box – @augustociardi75

Colpa Italia

LR24 (AUGUSTO CIARDI)  Arrendiamoci. La Coppa Italia non è più una cosa per la Roma. Da quando sono arrivati gli americani, quattordici anni fa, uno dei vanti del club e dei suoi tifosi è stato buttato nell’immondizia, è stato trasformato in un’onta continua, reiterata. Passata in parte sotto silenzio perché si è anche radicata la convinzione che la Coppa Italia non sia un obiettivo. Perché per gli uomini d’affari d’oltreoceano, e per i loro sodali, non porta business, ‘o bissnèss, non crea indotti economici. Amen.

Milan-Roma non si cataloga nel cassetto delle partite di Coppa Italia patetiche, tipo i confronti con lo Spezia, due partite e tre sconfitte, con lo staff di Fonseca che sta ancora leggendo il regolamento sulle sostituzioni, o come la ridicola esibizione di Firenze, prendendone sette, con il grande Pallotta che a chi gli chiedeva conto rispondeva Ask Monchi, perché quelli erano i tempi delle ripicchette interne a Trigoria, coi dirigenti che piuttosto che la Roma difendevano le proprie idee e le poltrone. Per tacere di Torino-Roma, con il Prof Di Francesco che siccome dopo pochi giorni c’era da andare a perdere in casa della Juventus (quando in casa della Juventus si andava soltanto per perdere), mise in campo contro il Torino una squadra impresentabile.

Poi vabbè c’è la finale del 2013, il derby in cui a Spalletti fanno scaccomatto con Keita Balde versione Garrincha, e la Roma di Mourinho che crolla miseramente sotto i colpi della Cremonese, che all’epoca non vinceva neanche le amichevoli. Un incubo. Arrendiamoci. Che in campo ci siano calciatori forti o inadeguati, che in panchina siedano presunti scienziati o santoni, la Roma da quasi quindici anni ha trasformato la Coppa Italia in una colpa, che devono scontare quei tifosi che ancora ci tengono. Perché negli anni non c’è stato un dirigente all’altezza in grado di trasmettere l’urgenza di vincere, la necessità di mettere in bacheca le coppe.

La Roma dal 2011 manca di dirigenti carismatici più che di terzini e vice centravanti. Non è andata meglio con Ranieri in panchina.

Leggi la formazione iniziale e ti chiedi perché?

Titolari Celik e Shomurodov, gente che durante gli ultimi giorni di mercato fai fatica a piazzare pure se prospetti ai richiedenti un contributo per il pagamento degli stipendi. Provi a credere nella rimonta dopo l’intervallo e per l’ennesima volta i bordocampisti raccontano ai telecronisti che allenatore e collaboratori si sbracciano per indicare a Pellegrini cosa deve fare e in che zona del campo debba farla. Come se Pellegrini il primo tempo non lo avesse visto, come se mentre si scaldava non avesse ricevuto indicazioni. Uno strazio. Rassegnazione. Si archivia la Coppa Italia come si è archiviato il campionato. Con mestizia.

Ci si aggrappa all’Europa League? Quando a ridosso della doppia sfida con il Porto si apriranno dibattiti sull’utilizzo di Cristante, Pellegrini, Celik e Shomurodov? Aggrappiamoci all’Europa League. Peggio di così…

In the box – @augustociardi75

La rivoluzione della rivoluzione: il mea culpa di Ghisolfi

LAROMA24.IT – Hanno bocciato il mercato estivo della Roma, chi sia stato…beh, si sa. La scelta della canzone non è casuale, basta seguire un po’ di cronaca: la Roma è stata così a lungo ferma sul mercato che in questa piazza particolare, diciamo così, si è arrivati anche a parlare di un concerto serale a due giorni da un match. Il nulla assoluto, più o meno l’effetto prodotto da molti acquisti estivi targati Souloukou-Ghisolfi

In estate erano arrivati Dahl, Sangaré, Le Fée, Soulé, Hermoso, Hummels, Koné, Saud, Ryan, Saelemaekers e Dovbyk. Il primo non ha mai giocato o quasi, non era minimamente considerato: ha salutato, dopo esser stato proposto a destra e a manca. Al suo posto è arrivato Salah-Eddine. Il secondo, a quanto pare, è stato preso per la Primavera. Il terzo è in Inghilterra, è già stato ceduto (nelle speranze e nelle intenzioni del club), dopo un investimento di “soli” 23 milioni di euro e praticamente non lo abbiamo mai visto. Il ruolo da vice Paredes è ora condiviso tra Gourna-Douath e Cristante, quest’ultimo ancora a Trigoria non per volontà della dirigenza giallorossa ma per mancanza di offerte: Enzo di chance praticamente non ne ha quasi mai avute, ma ciò che conta è il risultato, è altrove e sta facendo vedere cose interessanti. Il quarto è stato preso per fior di soldi e soprattutto per fare il titolare nello scacchiere di Daniele De Rossi, allontanato in fretta e furia e in circostanze e modi grotteschi. Fino alle ultime partite era stato malinconicamente in panchina, riserva fissa, con tante squadre che lo volevano e lui che era combattuto perché non sapeva se restare all’ombra di Dybala (e di Saelemaekers, a volte di Baldanzi…) o se andare. Le chance arrivate nelle ultime partite lo hanno convinto a restare. Poi c’è Hermoso, anche lui andato via: arrivato a costo zero a mercato finito dopo aver parlato con De Rossi, ora è parcheggiato al Bayer Leverkusen perché alla ricerca di minuti. E quindi serviva un altro difensore, anche se già te ne serviva uno prima, alle spalle di Mancini, dove al suo posto (o di Hummels se questi non c’era) sono stati utilizzati un po’ tutti, da Celik fino a Zalewski, fino a Cristante. È arrivato Nelsson, il campo ci dirà, ma il vice Mancini è finalmente arrivato, seppur con diversi, troppi, mesi di ritardo.

Finalmente le note positive: Hummels e Koné. Il primo dopo l’horror show targato Juric (e Souloukou-Ghisolfi) ha finalmente ripreso possesso delle chiavi di casa sua, ovvero la titolarità. Mai più senza, ovviamente. Il secondo, probabilmente IL colpo dell’estate, è arrivato grazie a Daniele De Rossi, eredità dell’ex tecnico giallorosso, è stato un investimento benedetto, praticamente perfetto: è il giocatore con il rendimento più alto e continuo da inizio anno. Saud è un capitolo a parte, sicuramente non è un giocatore ritenuto affidabile, visto che non gioca mai. Al posto suo Ghisolfi avrebbe sicuramente potuto prendere un giocatore utile alla causa: così non è stato ed è successo a gennaio, con Rensch. Ryan, è un altro giocatore arrivato in estate che già ha salutato. Strano, veramente strano che una squadra che nel 2024 ha avuto 4 allenatori, ha visto andare via dirigenti importanti (ancora non sostituiti, come il CEO: ve lo ricordate?) veda gente chiedere la cessione. 

Dovbyk, invece, è una delle altre note positive del mercato giallorosso: 12 gol e 2 assist, molte reti decisive ai fini del risultato, il tutto mostrando ampi margini di crescita e tanto materiale sul quale poter lavorare in ottica futura. Con tre allenatori diversi e senza una squadra che giocasse per lui e non su di lui come ultima risorsa è riuscito a segnare 12 gol e a non sfigurare. In una stagione drammatica come quella giallorossa sta riuscendo comunque a lasciare il segno. Saelemaekers, poi, l’altro colpo perfettamente riuscito: in giallorosso sta giocando a livelli che finora non aveva mai toccato, neanche a Bologna, fra gol, duttilità e assist.

Dopo aver speso tanti, tantissimi, soldi in estate, la Roma stessa ha di fatto giudicato negativamente il mercato e quindi l’operato di Ghisolfi. Un po’ tutti ci aspettavamo una sessione invernale più aggressiva ed è successo quasi tutto nelle ultime 24 ore. Dopo il mercato estivo la rosa era gravemente incompleta, il 4 febbraio dopo due sessioni di mercato e tantissimi soldi spesi (o impegnati) all’appello manca ancora un vice Dovbyk: non è accettabile. In caso di fastidi o influenze per l’ucraino, in campionato o nelle fasi finali di una coppa, il titolare della Roma sarebbe Shomurodov. Se ce lo avessero detto ad agosto avremmo riso. R piccola, per carità, abbiamo già dato.

Ricordate la rivoluzione fatta circolare dai Friedkin per alzare fumo e polvere negli occhi dei tifosi inferociti, stuzzicando gli appetiti beceri di un popolo deluso, arrabbiato, ferito, indirizzando il fuoco verso i soliti capri espiatori, i “senatori” (uno di quei due si è rilanciato con gol e cose utili)? Solito populismo applicato al calcio, anche perché se prendete la rosa di quest’anno e quella di maggio scorso risulta evidente come la rivoluzione sia già avvenuta. In panchina, in campo, dietro la scrivania. Non del tutto, quest’ultima.

Una nota di merito, però, la merita Ghisolfi: non ha insistito sui propri errori, ha capito di aver sbagliato, ha trovato soluzioni in uscita per gli acquisti che si sono rivelati sbagliati o inutili (per diversi motivi). Umiltà sì, tempismo no, capacità comunicativa addirittura meno, idee tante, perché i profili arrivati sono interessanti e futuribili, soprattutto Gourna-Douath, potenzialmente un altro colpo stile Koné, per il presente e per il futuro, quando Paredes sarà finalmente (per lui) accontentato con il ritorno in Argentina. Ora sarà il campo a parlare e da quando c’è Ranieri l’unico settore davvero funzionante in casa Roma.

MV

Mercato alla Farioli, ma la Roma punta i big

LR24 (AUGUSTO CIARDI)  Il guaio di gennaio, è pensare che il mercato sia di riparazione. Perché continuano a chiamarlo banalmente così, credendo che serva soltanto per sostituire gli infortunati o per prendere bomber stagionati utili per salvezza disperate. Abbiamo spesso ricordato in questa rubrica che dai primi anni novanta alle soglie del nuovo millennio la Roma aggiunse in rosa Delvecchio, Candela, Zago e Nakata, grandi protagonisti dello scudetto del 2001. Per non parlare di Toni e Nainggolan, o di Dacourt. Perché non sempre si fa beneficienza ingaggiando Doumbia e Jonatan Silva, Maitland-Niles e Reynolds. Chiedere a Capello, che ai tempi del Milan ricevette a ottobre un certo Desailly.

La Roma ha usato il pennello e non la ruspa. In attesa di definire il piano per la prossima stagione. Il guaio di gennaio è che ci si affida ai giudizi sommari. Rensch è partito discretamente bene, ma in molti si sono fatti deviare il pensiero dai pareri tecnici olandesi. Van Basten, uno dei tre più grandi centravanti della storia, lo ha disintegrato con le parole. Apriti cielo. In pochi rammentano che Van Basten da quando ha smesso di giocare e ha iniziato ad allenare e a commentare, ha allenato male e commentato peggio. Era lecito probabilmente auspicare a destra una certezza. Perché dal 2012, Sabatini, Monchi, Petrachi, Pinto e Ghisolfi hanno ucciso una corsia proponendo Piris, Torosidis, Bruno Peres, Karsdorp, Maitland-Niles, Kristensen, Celik e Saud. Rensch farà peggio di loro? Difficilmente farà peggio di loro. Il guaio di gennaio è che ci si è convinti che Roma avrebbe fatto rima con rivoluzione. Timidamente ci hanno provato.

Ma la vecchia guardia è diventata vecchia perché ha firmato contratti che somigliano a vitalizi, con stipendi faraonici. Chi se li carica in spalla? Calciatori cedibili ma invendibili. Questa è la sintesi. Prima o poi quei contratti scadranno, per chi ha ancora in dote la pazienza. Il guaio di gennaio è che a molti fa un effetto destabilizzante. Pare che abbiano fatto il mercato per Farioli, ma Farioli non verrà. Mentre esistono buone possibilità che il prescelto sia uno fra Allegri e Ancelotti. Perché la Roma vuole affidare la panchina a un big. E questo non è mai un guaio. Anzi.

In the box – @augustociardi75

Le cattive abitudini

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Abbiamo passato gli ultimi sette anni a esprimere giudizi sui calciatori non rendendoci conto che li abbiamo ritenuti all’altezza o scarsi in base alla posizione in graduatoria deficitaria della Roma e non in funzione di una Roma di alta classifica, perché ci siamo via via assuefatti ai piazzamenti deprimenti. Ci siamo di conseguenza accontentati inconsciamente dei venticinque minuti di buon gioco, dei primi tempi decenti, di un paio di scorribande dei singoli, ci siamo persino esaltati per gli sparuti gol che riabilitavano tizio e caio. Per una Roma che da quinta e sesta ha iniziato poi a bazzicare il settimo posto, per poi ridursi addirittura ad agognarlo quel mediocre obiettivo. La Roma perennemente settima ha alterato il metro di giudizio sui singoli.

Ci dividiamo su Baldanzi, che nel Napoli di Conte avrebbe meno spazio persino di Raspadori. Tendiamo a esaltare Ndicka, che magari nell’Atalanta faticherebbe a trovare un posto da titolare. Ci aggrappiamo ad Angelino, che per spirito e qualità tecniche nella Roma attuale è un leader, ma che in una squadra costantemente in zona Champions League sarebbe una validissima pedina, ma alternativa ai titolari. Non ci rendiamo conto di quanto sia complicato mettere a punto la rivoluzione. Perché i tempi di bonifica sono lunghi.

Otto anni fa, per arrivare a Defrel la Roma infilava nel pacchetto dei gadget Frattesi, che oggi l’Inter è disposta a vendere per quaranta milioni. Spariamo sulla croce rossa Ghisolfi, omettendo di dire che la catastrofe ha origini lontane. Quando si lasciavano in dote Doumbia e Diawara, quando Monchi puntava Mahrez ma alla fine chiudeva per Schick e comprava per il centrocampo Nzonzi e Pastore, o quando Tiago Pinto realizzava i sogni degli altri strapagandogli Vina e Shomurodov. La Roma che in Europa ha mantenuto la rotta giusta grazie a cavalcate inaspettate o alle capacità di chi ci sa fare, in Italia è miseramente affondata. Al punto che una piazza solitamente spavalda e sfrontata nell’autoconsiderazione, ha avviato un processo di ridimensionamento dell’ego.

Pensiamoci bene: fra i calciatori e i tecnici più discussi degli ultimi anni, figurano Mourinho, Lukaku e Dybala. Davanti al nome di Allegri ci si chiede se sia il caso di puntare su di lui e se sia ancora all’altezza. Gente che ha vinto e stravinto. Gente che andrebbe seguita e ascoltata. Non a Roma. Dove invece di farci domande su calciatori e tecnici mediocri transitati a Trigoria nelle ultime stagioni, si sono aperti dibattiti sull’utilità di ingaggio di top manager e campioni.

Mourinho, Lukaku e Dybala sono da Roma?
Allegri farà giocare bene la Roma?
Quale Roma? Perché è certo che non siano funzionali in una Roma che via via si è appiattita.

Perché viaggiando nettamente sopra il livello di mediocrità, certe gente, certi campioni, non fanno pendant con un livello che irrimediabilmente si è abbassato anche alla voce ambizione. E invece di pensare a come affiancargli gente di personalità e qualità, si è cercato in loro il problema. Sia mai si fossero azzardati a diffondere il virus dell’ambizione. Facile e sbrigativo affermare che Dybala e Lukaku hanno contribuito al flop. Troppo complicato chiedersi quanti gol in più avrebbero fatto se i palloni glieli avessero recapitati calciatori diversi da Karsdorp, Celik e Kristensen. Gli ambienti non condizionano le stagioni. Ma il piattume a cui ci si è abituati, ha annacquato il senso di necessità di competitività. Ci basta un gol-cometa di Pellegrini per fare i caroselli, un’uscita palla al piede di Ndicka per chiederci se somiglia di più ad Aldair o a Juan, una mezza giocata di Angelino per urlare alla classe di Candela unita alle progressioni di Nela. Cerchiamo di capire chi non sia da Roma. Non rendendoci realmente conto che stiamo parlando di una Roma quasi da metà classifica. Perché per una Roma ambiziosa e competitiva faremmo prima a contare i pochi che potrebbero restare. Pochi pochi.

In the box – @augustociardi75

Tu vuo’ fa’ l’americano?

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Quattordici anni fa, in molti iniziavano a pregustare una Roma al burro di arachidi. Stava prendendo forma il Dream a stelle e strisce. I più esaltati, pur di liberarsi di Rosella Sensi auspicavano che la Roma fallisse e ripartisse dai dilettanti, bramosi di spazzare via una famiglia che in quegli anni veniva derisa da chi voleva ballare goffe e inopportune danze sulla carcassa delle difficoltà della holding che deteneva la Roma. Capirai, stavano sbarcando gli americani, che furono accolti manco dovessero scacciare i nazifascisti. “Siamo liberi!” urlavano gli american boys lungo le strade della capitale, sventolando obbrobriose bandierette contenenti la lupa incastonata fra le stars e le strips. Di peggio, soltanto i gadget mezzo giallorossi e mezzo biancocelesti che sarebbero stati messi in vendita due anni dopo in occasione della maledetta finale di Coppa Italia.

Si auspicava che lo studio Tonucci partorisse la fumata bianca, bisognava chiudere un capitolo durato quasi venti anni, la gestione Sensi veniva liquidata senza riconoscenza come fosse la gestione di una fraschetta che mesce vinacci di qualità infima. Molto meglio il food di Nebo, nella terra del Prez. Si imputava alla Sensi di avere accolto Fioranelli per vendergli la Roma, non sapendo che un giorno la Roma americana avrebbe fatto peggio, parlando di cessione con Al Qaddumi.

Finita, abbastanza presto, l’infatuazione per la Roma Americana prima maniera, il secondo avvento dalla terra dove dicono che tutto è possibile, nel tragico 2020, ha reso idoli una coppia, padre e figlio. Dan&Ryan. The Friedkin. Da subito amati perché in epoca di restrizioni sanitarie guardavano la Roma in tribuna indossando mascherine col vecchio stemma, seguivano le partite in casa e in trasferta. Gli bastava fare il contrario di ciò che faceva Pallotta e scattava la ola. Si stava passando dalla conoscenza di organigrammi e CDA che annoveravano ex calciatrici, italo americani coi cognomi da serie tv, legali e dirigenti provenienti da altri sport, alla conoscenza dell’algoritmo, che avrebbe sostituito l’ufficio del personale. Pigi il tasto, esce il nome del dirigente. Narrazioni. Propaganda. Perché la propaganda esiste dalla notte dei tempi, accompagna governi, società sportive, allenatori, capitani. Esiste la grancassa filogovernativa e l’opposizione, che mentre fa opposizione ostenta limpidezza morale, ma sotto sotto cova la speranza di passare dall’altra parte del fiume. Funziona così. Da sempre. In ogni angolo del mondo. Esaltazione delle cose positive, mistificazione della realtà. Ma anche esagerazioni clamorose nelle critiche negative. Come da natura umana.

Poi ci sono i numeri. Che non lasciano adito alle interpretazioni. 2011-2025. 14 campionati di Serie A. 9 sotto la gestione DiBenedetto-Pallotta, 5 coi Friedkin. “La prima Roma americana andava sempre in Champions League”. Bugia. 4 volte su 9 non è “sempre”. Non è neanche la metà delle volte. Le 4 volte sono state con Garcia in panchina (2 volte), e poi con Spalletti e Di Francesco. 0 su 5 per la Roma americana 2.0. Perché già a settembre scorso si è capito che questa stagione sarebbe stata una via crucis. 4 volte in Champions League in 14 stagioni. Meno di un terzo delle volte. Bottino misero.

Poi ci sono le coppe. Velo pietoso sulla competizione nazionale. Un oltraggio continuo alla storica tradizione del club. Da quando la Coppa Italia è stata considerata, da americani e filo americani, un inutile orpello, la Roma ha collezionato figuracce, una dopo l’altra. Anche ignobili. Molto spesso ignobili. Molto meglio in Europa. Dal 2017 a oggi (per atto di fede speriamo negli spareggi e vada come vada) la Roma ha girato il continente a testa alta. Ma non può bastare. Nei vari campionati nazionali europei, gli americani che hanno fatto bingo nel calcio sono quelli che si sono affidati a gente del mestiere. Che hanno messo da parte con umiltà un modo di ragionare, di fare business e di fare calcio, che in Europa non attecchirà mai se non si fa contaminare dal modo di operare tipico del vecchio continente. Ottieni risultati se i direttori sportivi sono competenti, alzi i trofei se in panchina c’è gente che sa come si vince.

Il calcio è molto più semplice di come i cantori della modernità vogliono farlo apparire. Troppo spesso, dal 2011 a oggi, i problemi della Roma più che sulla fascia destra andavano e vanno rintracciati dietro le scrivanie. 14 anni. 1 Conference League e 4 partecipazioni alla Champions League. Bottino misero. Vogliamo aggiungere 1 Europa League rubata, 1 semifinale di Champions League e 2 di Europa League? Ok, ma il bottino rimane misero. Soprattutto per come si erano presentati gli americani nel 2011, e per come erano stati descritti nel 2020. Non parleremo di conti, di bilanci e di marketing. Perché sarebbe come sparare sulla croce rossa. Nel calcio hai la fortuna che a fine stagione tutto si azzera. Tempo per cambiare il corso c’è. Ma non si può più sbagliare. Perché da American Dream ad American Dramma è un attimo.

In the box – @augustociardi75

La buona stampa

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Se non si conosce così bene la materia calcio, a farselo raccontare si pensa che Davide Frattesi sia l’enfant prodige a ridosso dei venti anni che un giorno potrà ambire alle big europee, e che Alexis Saelemaekers sia un onesto mestierante multiruolo a ridosso dei trenta. Poi scopri che sono coetanei. Classe 1999, nel 2025 compiranno ventisei anni.

Davide Frattesi fa giovanili della Roma, poi la più classica delle gavette, fra Ascoli, Monza ed Empoli. Arriva al Sassuolo, una delle migliori palestre, e si mette in mostra per inserimenti e fiuto del gol. Parecchi alti e qualche pausa in una squadra no stress, che raramente in A va oltre il decimo posto. Ma Frattesi gioca il calcio moderno, ha doti che spiccano. Amato da Tiago Pinto, acquistato dall’Inter, dove trova un allenatore che propone moduli all’avanguardia ma che per le sostituzioni si affida ai vecchi codici. Esce un centrale entra un centrale, esce una mezzala entra una mezzala. Frattesi ha la sfortuna di avere davanti a sé forse la più forte mezzala della Serie A, Barella. E infatti gioca poco, nel primo anno appena 5 partite da titolare, però quando gioca, dall’inizio ed entrando in corsa, fa la differenza. Coi gol, il marchio di fabbrica che gli fa conquistare la nazionale. Ma Barella gioca sempre, e Inzaghi non ci rinuncia mai.

Il secondo anno di Frattesi, all’alba dei ventisei anni, quel ruolo gli va stretto, e forte di uno dei più abili agenti italiani, Riso, fa eco il suo disagio. L’Inter? Manda a dire dalla stampa che costa 45 milioni, e la buona stampa che accompagna Frattesi non ci pensa due volte, e considera più che giusta la richiesta nerazzurra. Legittima, sicuramente. Il prezzo lo fissa chi vende. Ma poi lo fa chi compra. Però si può discutere. Un paio di campionati più che buoni nel Sassuolo, un campionato e mezzo da riserva nell’Inter. 45 milioni. A fronte di circa 30 milioni spesi un anno e mezzo fa dai milanesi. Si può discutere.

Saelemaekers pronti via viene in Italia e vince uno scudetto, come Frattesi a Milano, come Frattesi al primo anno, quando ha quasi due anni in meno di Frattesi, e nel Milan tutt’altro che favorito, saltando soltanto 2 partite di campionato e giocandone 24 da titolare, con Messias che a volte metteva la freccia per sorpassarlo. Il Milan non punta molto su di lui, sulla fascia vuole crescere, due anni dopo è a Bologna, protagonista di una stagione epocale. Va in Champions League. Ma manco il Bologna punta su di lui, e non spende quegli 8 milioni che bastano per riscattarlo. Torna al Milan ma non disfa le valigie, pur giocando la prima di campionato, praticamente da terzino sinistro(?) con Fonseca. Duttile sì, ma forse si esagera. Accordo sul gong con la Roma. Scambio con Abraham, attaccante in disgrazia celebrato dai media milanesi manco fosse Van Basten e come se i rossoneri avessero rifilato alla Roma Vinicio Verza, che i più anziani ricorderanno.

Saelemaekers non gode dei favori di quella stampa che sceglie chi deve coccolare e sponsorizzare. La Roma si ritrova finalmente una soluzione di livello per la fascia destra, laddove in quattordici anni di americani si deve risalire a Maicon per trovare un semestre (tanto durò) con un laterale decente. Anche se spesso si giocava a quattro. Ma gli esterni destri, da Piris in poi, sono stati devastanti. Per le coronarie dei tifosi romanisti.

Saelemaekers va riscattato, mentre il Milan non riscatterà Abraham. La speranza è che la stampa continui a considerarlo un onesto mestierante che se non lo conosci bene pensi che abbia trent’anni. Perché anche il movimento mediatico contribuisce a fare il prezzo del cartellino. Altrimenti ci si chiederebbe con quello spirito critico che latita sempre di più: ma come può Frattesi valere 45 milioni?

In the box – @augustociardi75

Sole spento

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Tornare nel calcio elitario. Nel calcio che conta. Sotto i riflettori, al piano attico, con vista panoramica mozzafiato. Gli intenti sono manifestati da Claudio Ranieri, che non parla a caso ma mette in prosa ciò che il ventriloquo Friedkin trasmette ai suoi dirigenti (al suo dirigente e consigliere). La Roma da troppo tempo fa la muffa nel sottoscala. Un anno fa si spegneva il faro Mourinho, e attenzione, nota a margine dedicata ai beoti che sono pronti vomitare bile e a dare l’assalto perché stiamo nominando Mourinho, parliamo, ma molti non capiranno, del faro mediatico che un personaggio come lui monta quando sposa un progetto.

Da un anno la Roma è crollata nella classifica dell’interesse al pari di quanto è crollata nella classifica del campionato. Un’ecatombe mediatica e sportiva che somiglia a una caporetto. Conseguenza? Da mesi fanno più notizia la Fiorentina e il Bologna che la Roma. Un tempo per guardare la sintesi delle partite gli appassionati di calcio avevano a disposizione, dopo le ore venti, soltanto Domenica Sprint e La Domenica Sportiva. Ecco, fossimo a fine anni ottanta o a inizio anni novanta, per vedere la sintesi della Roma avremmo dovuto aspettare quasi i titoli di coda. E se la partita in questione fosse stata Roma-Genoa di stasera, la sintesi sarebbe durata quaranta secondi. Oscurantismo calcistico.

Lo stadio continua a riempirsi, sold out o meno, che si giochi il venerdì o la domenica pomeriggio, ma il calcio del terzo millennio, che sta attento anche all’orario in cui i club pubblicano i post di condoglianze sui social, registra una Roma che non fa notizia, che non dà spunti per le prime pagine. Una Roma poco competitiva in campo e mai virale fuori dal campo. Quattro anni fa l’eco dell’annuncio di Mourinho travolgeva i cinque continenti. Poi ci fu il frastuono degli ingaggi di Dybala e Lukaku. Ma attenzione, si può fare notizia e calcio anche senza Mourinho, Dybala e Lukaku. Servono però i risultati. A cui si arriva grazie ad allenatori di grido, e possibilmente con calciatori che non contribuiscano soltanto a mantenere alto il livello della mediocrità sportiva a cui la Roma si è oramai assuefatta. E che ha disarmato gran parte di una piazza che nei primi cinque mesi di stagione si è spesso approcciata alle partite con rassegnazione.

Dan Friedkin deve riaccendere i fari sulla Roma. È di vitale importanza. Questo è l’unico indotto virtuoso da curare. La Roma non può permettersi di stare nel seminterrato del campionato. Non può avere meno visibilità sul mercato del Como che spende e spande. L’indifferenza uccide chi vive sotto i riflettori. Che da troppo sono spenti. Può considerarti il più bravo e il più bello. Se non hai riscontri, se non hai seguito, se non fai parlare di te mai, né per virtuosismi né per vizi, sei un flop. Senza se e senza ma. Senza appello. E la Roma oramai non fa più notizia manco quando perde.

In the box – @augustociardi75