Post Match – La mappa di Neil

LR24 (MIRKO BUSSI) – A Bologna è tornato a sventolare El Aynaoui, rimasto ammainato a lungo tra Coppa d’Africa e successivi residui. Il centrocampista arrivato in estate dal Lens per 23 milioni di euro, oltre a 2 legati ai bonus, ha scritto in maniera indelebile il suo nome sulla partita con l’assist dello 0-1 e poi l’autografo personale nello 0-2. In una partita che, visti modi e maniere dei due allenatori, avrebbe fatto piovere palloni diretti e moltiplicato gli scenari di duelli 1 contro 1, El Aynaoui ha sprigionato la sua indole di generatore automatico di transizioni.

L’aggressività insita nella sua interpretazione del calcio gli ha permesso, ad esempio, di accaparrarsi il rimbalzo che poi aprirà la strada al vantaggio di Malen. Il pallone del suo assist, infatti, viene riciclato da un contrasto subito da Wesley a circa 40 metri dalla porta di Ravaglia. Su quel pallone senza nome è proprio il centrocampista marocchina ad apporre la propria etichetta per primo, riconvertendolo poco più in là, dopo una progressione in conduzione, nell’assist per Malen.

È un tratto tipico di El Aynaoui, che ne esprime la sua naturale propensione a generare transizioni: riconquista dinamica del pallone, su aggressione o, appunto, seconda palla, strappo immediato con conduzione verso la porta avversaria che squarcia il sistema difensivo avversario. Lo si rivedrà più volte nel corso della partita: al 37′ quando si avventa su una respinta aerea del Bologna, sormonta Freuler nella contesa della palla vacante e aziona Pisilli che poi finirà da Malen in 1v1 alle porte dell’area di rigore.

E ancora più avanti, al 46′, su un duello aereo vinto, altro aspetto in cui sa farsi largo grazie ad un’elevazione che rende ben più ingombranti i suoi 186 centimetri di dotazione. Dal duello aereo vinto si inscena una potenziale situazione pericolosa che poi Malen non sfrutterà a dovere. Al 74′, come raccolto nel post sopra, un altro dépliant illustrativo delle funzionalità di El Aynaoui: divora la seconda palla su un’altra respinta difensiva del Bologna, semina Ferguson in conduzione e poi imbecca Vaz in profondità. Prendo, strappo, riparto.

In costruzione, invece, El Aynaoui continua ad apparire fuori dal suo habitat naturale: sabato, come da paradigma romanista, si sedeva al fianco di Ndicka facendo slittare Mancini più a destra nella tipica struttura di costruzione romanista di 4+1. Qui, però, ELA non pare muoversi a suo agio, costretto a posare la sua istintività e giocare di strategia, nel leggere e battere la pressione avversaria. Di 6 palloni persi, infatti, la metà sono all’interno della propria metà campo. Non è questione di “tecnica”, come spesso si riduce e come contraddice anche il fatto che, a Bologna, El Aynaoui era incaricato anche di battere i calci d’angolo, per dire. Ma di predisposizione, abitudine, a ricevere e giocare sotto pressione o a trovare passaggi chiave che risolvano la prima fase di costruzione. Meglio, decisamente meglio, quando può fare il centrocampista da parkour nella metà campo avversaria, rimbalzando tra una parete e l’altra, tra un duello e una palla vacante, e sfogarsi direttamente verso la porta avversaria.

Uno, nessuno e centomila nella Roma: Ceo vacante dal 2024, valzer dei ds. Nessun club così in Italia

LAROMA24.IT – Le campane hanno iniziato a suonare nel pomeriggio di ieri e parevano annunciare l’imminente caduta di Claudio Ranieri, figura apicale eletta a furor di popolo nella scorsa primavera. Scaduto il mandato da allenatore d’emergenza, il 1 luglio veniva nominato “senior advisor” del Gruppo Friedkin. In sostanza, visti i vuoti nell’organigramma romanista sarebbe diventato il punto di riferimento, almeno calcistico, della proprietà a Roma. Neanche un anno dopo e pare già destinato a cadere, o a lasciarsi cadere, in seguito al cortocircuito, divenuto pubblico di recente, con Gasperini. Con lui, a quanto raccontano le cronache, scivolerà via anche Massara, nominato direttore sportivo il giugno scorso e in successione di Ghisolfi, pure lui sopravvissuto appena un anno. Il ruolo di Ceo, invece, risulta tuttora vacante dal settembre 2024. Ripensare al triennio di Tiago Pinto, in carica dal gennaio 2021 al febbraio del 2024 non senza forti perturbazioni, appare quasi utopico.

La Roma, escluso quel triennio per la quasi totalità condiviso con Mourinho, non pare più in grado di darsi, o ancor meglio sostenere, una struttura duratura. Un caso che non ha paragoni neanche in Serie A, dove la vita sportiva, in particolar modo degli allenatori, è relativamente breve, almeno in confronto al resto dell’Europa. Scivolando l’indice tra le varie squadre italiane, in tutti gli organigrammi figura almeno un riferimento, che sia Ceo, gli ex amministratori delegati, direttori generali o sportivi, che propongano un percorso di continuità. Partendo in ordine alfabetico, dall’Atalanta che a Roma risuona spesso come riferimento di recente, con Luca Percassi che, nonostante il cambio di proprietà, è Ceo del club dal 2010 mentre il ds D’Amico è dal 2022 alla direzione sportiva. La stessa data che riporta sul proprio contratto di assunzione sia Sartori che Di Vaio, braccia operative del Bologna, amministrato dal 2014 dall’ex romanista Fenucci. Al Cagliari, Carlo Latte è Ceo dal 2017 mentre dal 2024 c’è Melis come direttore generale, protagonista di una scalata nel club dov’è arrivato nel 2018. Al Como se il Ceo è datato 2023, fin dall’arrivo degli Hartono, nel 2019, il ds è Ludi. Alla Cremonese Armenia e Giacchetta, dg e ds, sono in carica rispettivamente dal 2018 e dal 2021. Alla Fiorentina, scombussolata inevitabilmente dalla scomparsa di Commisso, Mark Stephan è Ceo fin dal 2019 e Paratici ha di recente raccolto l’eredità di Pradé, rimasto comunque in sella 6 anni. Al Genoa il board è assegnato a Ceballos, in carica dall’arrivo della precedente proprietà nel 2021, con Diego Lopez che è diventato ds lo scorso settembre sostituendo Ottolini, passato alla Juventus, e rimasto in carica un triennio. Proprio la Juventus appare l’unico caso paragonabile alla Roma per volatilità della struttura: Ottolini ha infatti sostituito Giuntoli che dopo un biennio ha lasciato l’incarico di direttore sportivo, con in mezzo cambi di allenatore plurimi. Dallo scorso novembre il Ceo è Comolli che comunque prendeva il posto di Scanavino che aveva completato il suo ciclo triennale.

Strutture gestite più “tradizionalmente” sono quelle di Lazio e Torino, in cui la direzione strategica è espressione diretta del proprio presidente, entrambi in carica da oltre vent’anni. E comunque per tempo legati allo stesso direttore sportivo: da una parte prima di Fabiani, nominato ds nel 2023, c’era stato Tare per 14 anni. Dall’altra Vagnati, per 5 anni alla direzione sportiva del Torino, è stato sostituito da Petrachi, con già 9 anni di Torino sul curriculum tra il 2010 e il 2019. Anche al Napoli l’impronta di De Laurentiis è marcata: Manna, ds dal 2024, ha preso il posto di Meluso durato appena un anno ma prima di lui Giuntoli era stato alla direzione sportiva del club per 8 stagioni. Il direttore generale ora è Bianchini, già nella struttura del Napoli dal 2022 quando arrivò come CRO (Chief Revenue Officer).

All’Inter, nonostante i cambi di proprietà, la struttura dirigenziale è monolitica: Marotta, oggi Ceo e presidente, è nel club dal 2018, Ausilio addirittura dal 2014. Al Milan l’arrivo di Tare la scorsa estate ha affiancato Moncada, capo dell’area sportiva, già presente dal 2023. Furlani, dal dicembre del 2022, mantiene la carica di Ceo rossonero. Al Parma il Ceo è di recente nomina, Cherubini da poco più di un anno, ma il ds è Pederzoli fin dal 2021. All’Udinese la recente ristrutturazione, con Nani nominato Group Technical Director dopo anni di collaborazione dei Pozzo, è stato affiancato da Inler come responsabile dell’area tecnica ma sotto la gestione di Collavino, direttore generale del club dal 2009. La figura di Carnevale personifica il Sassuolo fin dal 2014, anno in cui fu nominato amministratore delegato, al Verona Sogliano è ds dal 2022. Nel Lecce il responsabile dell’area tecnica è Corvino dal 2020. Al Pisa, ultima rimasta, 3 giorni fa è stato nominato Gabanelli come nuovo direttore sportivo, dopo il triennio passato con Stefanelli. Il ceo, comunque, rimane Corrado, figlio del co-proprietario che mantiene ancora il 25% del club, dopo l’acquisizione nel 2016. Alla Roma, considerando il prossimo rimpasto societario, rimarrà Gasperini come più longevo, in carica dal giugno del 2025. Che a fine maggio, neanche un anno fa, era seduto al tavolo del resort dei Friedkin in Toscana insieme a Ranieri, con Ghisolfi ancora direttore sportivo ufficialmente.

LE FIGURE DIRIGENZIALI DEI CLUB DI SERIE A CON LA LORO DURATA:

Atalanta: Luca Percassi (ceo, dal 2010). Tony D’Amico (ds, dal maggio 2022)

Bologna: Fenucci (ceo, dal 2014). Sartori (responsabile area tecnica, dal maggio 2022). Di Vaio ds dal giugno 2022

Cagliari: Carlo Catte (ceo, dal 2017). Melis dg dal 2024, è nel club dal 2018. Angelozzi (ds dal giugno 2025, succede a Bonato che era stato al club quasi 3 anni, dal novembre 2022)

Como: Terrazzani (ceo, dal dicembre 2023). Ludi (ds dal maggio 2019, quando arrivano gli Hartono)

Cremonese: Armenia (dg, dal giugno 2018). Giacchetta (ds dal 2021)

Fiorentina: Mark E. Stephan (ceo, dal 2019, quando arrivò Commisso). Paratici (ds dal febbraio 2026, prima c’era stato Pradè dal 2019 al 2025)

Genoa: Andres Blazquez Ceballos (ceo dal 2021, quando arrivò 777 Partners). Diego Lopez (ds dal novembre 2025, prima Ottolini ds dal 2022 al 2025)

Verona: Zanzi (ceo dal 2025, dopo cambio di proprietà). Sogliano (ds, dal 2022)

Inter: Marotta (ceo dal 2024, all’Inter dal 2018). Ausilio (ds dal febbraio 2014)

Juventus: Comolli (ceo dal novembre 2025, prima Scanavino per un triennio). Ottolini (ds dal gennaio 2026, dal 2023 al 2025 Giuntoli)

Lazio: Lotito (presidente dal luglio 2004), Fabiani (ds dal 2023, prima Tare dal 2009 al 2023)

Lecce: Mencucci (ceo dal maggio 2022), Corvino (responsabile area tecnica dal 2020)

Milan: Furlani (ceo dal dicembre 2022), Tare (ds dal 2025, con lui Moncada capo dell’area sportiva dal 2023)

Napoli: Bianchini (dg dal 2025, dal 2022 come CRO). Manna (ds dal 2024, prima Meluso per un anno e prima ancora Giuntoli per 8 anni)

Parma: Cherubini (ceo dal 2025), Pederzoli (ds dal 2021)

Pisa: Corrado (ceo, figlio del co-proprietario che detiene il 25%), Gabbanini (ds annunciato 3 giorni fa, dopo il triennio Stefanelli, dal 2023)

Roma: ceo (vacante da Souloukou, dal settembre 2024), ds Massara (dal giugno 2025, prima Ghisolfi un anno in carica)

Sassuolo: Carnevali (ceo dal 2014), Palmieri (ds dal 2024, all’interno della struttura dal 2015 come responsabile settore giovanile). Prima c’era stato Giovanni Rossi per 6 anni (dal 2018 al 2024)

Torino: Cairo (presidente dal 2005). Petrachi (ds dal 2025, rientrando dopo esperienza di 9 anni, dal 2010 al 2019, nel frattempo dal 2020 al 2025 Vagnati)

Udinese: Collavino (dg dal 2009). Nani (Group Technical Director dal 2024, collaboratore per anni dei Pozzo, prima anche al Watford). Inler responsabile area tecnica dal 2024

Post Match – Me contro me

LR24 (MIRKO BUSSI) – Come nell’abusato meme in cui Spiderman guarda un altro Spiderman, Roma e Atalanta si sono ritrovate all’Olimpico un centinaio di giorni dopo l’andata, finita 1-0 per la squadra che, da meno di due mesi, era passata da Juric a Palladino. Ideate entrambe su un’idea di Gian Piero Gasperini, le due squadre sono arrivate una di fronte all’altra mostrando strumenti diversi per affrontare le stesse, o quasi, problematiche, quelle di avere a che fare con un avversario che si riferisce sull’uomo nelle pressioni.

L’essenza di Roma-Atalanta si sprigiona in una manciata di minuti, a ridosso della mezz’ora. Quando è l’Atalanta a battere un corner e, sugli effetti, scocca una ripartenza che porterà Malen a ridosso di Carnesecchi. Angolo per la Roma, stesso risultato ma contrario: sul rilancio di Zappacosta è Ederson a mangiare il duello con El Aynaoui e ritrovarsi di fronte a Svilar. Lo stile di pressioni di entrambe le squadre avrebbe prevedibilmente generato una partita di giocate dirette o transizioni letali. Come d’altronde sarà quella che porta in vantaggio l’Atalanta.

Le differenze delle due squadre si ritrovano nel modo in cui tentavano di disinnescare le pressioni avversarie. Nonostante Palladino, in questo, stia progressivamente sfumando i tratti più intensi lasciati da Gasperini nell’impostazione del non possesso. Lo si vede facilmente confrontando i comportamenti di Ederson ed El Aynaoui: mentre il romanista accorciava ovunque il rispettivo dell’Atalanta, il brasiliano, in particolar modo quando ELA si abbassava in costruzione, lo allentava per mantenere maggiori riferimenti posizionali.

E anche gli strumenti di costruzioni delle due squadre differivano notevolmente: Palladino, fedele a principi di calcio più posizionale, prendeva una delle idee sfoggiate da Guardiola per affrontare squadre con riferimenti sull’uomo. Al fianco di Carnesecchi, nella prima costruzione, andavano a sedersi infatti entrambi i centrocampisti, Ederson da un lato e De Roon dall’altro. Con Kolasinac che, alzandosi, tirava via Malen, l’iniziatore del pressing romanista. Questo obbligava la Roma, come si vede sopra, ad adeguarsi con cambi di marcatura che non appaiono ancora adeguatamente fluidi da poter essere innescati a piacimento. Malen, infatti, doveva consegnare Kolasinac ad El Aynaoui per potersi dedicare ad Ederson e non provocare troppo disordine nella struttura romanista. Il più delle volte, questi posizionamenti in costruzione dell’Atalanta avevano lo scopo di apparecchiare un 4v4 offensivo da raggiungere con una giocata diretta di Carnesecchi che avrebbe permesso, sul duello aereo o sulla successiva seconda palla di giocarsi una situazione offensiva favorevole.

Dall’altro lato, invece, la Roma insisteva con le sue tipiche combinazioni in catena, enfatizzando ancor più del solito la partecipazione dei terzi di difesa. Da un lato Mancini tendeva, anche per caratteristiche, ad inserirsi maggiormente e compensare così i movimenti incontro di Soulé, dall’altro Hermoso chiamava spesso triangolazioni interne a Rensch, come quella che, intercettata, darà vita alla transizione del vantaggio dell’Atalanta. Un esempio vivido dei comportamenti ripetuti dei terzi di difesa di Gasperini si ha proprio nel gol dell’1-1: sul prolungato possesso romanista, che passa da destra a sinistra per tornare poi nuovamente a destra, prima Mancini e poi Hermoso finiscono per invadere l’area di rigore, al punto da diventare i romanisti più offensivi al momento del cross di Soulé.

Post Match – 82 giorni di Malen

LR24 (MIRKO BUSSI) – Il 16 gennaio Malen diventava ufficialmente un giocatore della Roma, il 18 gennaio debuttava e poneva la prima bandierina sulla Serie A, il 10 aprile l’ha praticamente capovolta diventando, in appena 82 giorni, il 3° marcatore di tutta la Serie A, dietro soltanto a Lautaro Martinez e Douvikas. 10 gol in neanche 3 mesi che diventano 11 allargando il conteggio alle coppe.

La fuga con cui ha squarciato la partita di venerdì sera, raccogliendo lo scarto prodotto dalla difesa avversaria, ha aperto un’altra categoria fin qui inesplorata nella collezione romanista di Malen: il gol dopo più di due tocchi. Finora l’olandese si era mostrato un predatore d’area di rigore, finalizzando all’interno o nei pressi dell’area piccola, prevalentemente a un tocco come richiede il manuale della situazione, sia contro il Cagliari che sull’assist di Zaragoza a Napoli o come, anche, nel 2-0 contro il Pisa. Degli 8 gol segnati su azione, 4 sono arrivati di “prima”, 3 con appena un controllo prima del tiro, per stappare la gara di venerdì sera invece ha dovuto far sfoggio anche della sua voracità in conduzione, prima di aprirsi il tiro rientrando sul destro. La rete numero 8 della collana, quella dell’1-0, è anche quella realizzata da maggior distanza dalla porta finora, seppur comunque, come tutte le altre, dall’interno dell’area di rigore. Fin qui, i 10 gol di Malen sono la conversione di 8,34 xG a disposizione.

La prima decade di gol di Malen in Serie A si è completata quasi come a chiudere un cerchio. A Torino, nel primo gol, aveva svelato quella capacità di eclissarsi nella zona cieca del proprio difendente, quella tendenza a muoversi fuori linea, ricevendo il pallone da Dybala prima di scaricarlo in porta. Nel 3-0 di domenica c’è ancora Malen che vive alle spalle del proprio marcatore, pronto nuovamente a ricevere da un mancino che converge verso l’interno, stavolta Soulé, al quale come a Torino chiama il passaggio con chiari cenni. Gli basterà un tocco, in questo caso, per battere il portiere avversario.

Negli 11 gol stagionali, poi, ci sono anche 3 rigori, tutti segnati con esecuzioni differenti: incrociando in basso, come a Como, aprendo in basso, come col Bologna, o in alto, come contro Milinkovic al ‘Maradona’. Una varietà di soluzioni che spiega al meglio, forse, il motivo per cui Malen risulti così deflagrante in Serie A: tende alla profondità, vive e respira in funzione della porta, ma con una strumentazione che mescola rapidità, più che velocità, ad un ampio bagaglio tecnico che lo porta a risultare imprevedibile. Al punto che, ad oggi, la conclusione vincente più ripetuta è un raffinato tocco sotto a scavalcare il portiere. Come quello su Perin, contro la Juventus, dopo un attacco alla profondità diretto sul filtrante di Koné, oppure quello contro il Cagliari, su una profondità “autoprodotta” grazie ad un controllo deluxe. E sono passati solo 82 giorni.

Post Match – La partita che non c’è stata

LR24 (MIRKO BUSSI) – La partita che la Roma aveva pensato è durata un minuto. La girata di Lautaro, al termine del primo giro di lancette, ha stracciato il piano romanista, che da lì ha modificato i suoi indirizzi nelle pressioni. Come si vede sul primo possesso dell’Inter, infatti, la Roma aveva posato la solita artiglieria pesante. Su Calhanoglu c’era Pellegrini, lasciando Malen a metà tra Acerbi e Akanji, con Pisilli che si occupava di Barella fintanto che il centrocampista nerazzurro ballava a centrocampo. Quando poi si sarebbe alzato, c’era Hermoso pronto a raccoglierlo in consegna. Di base, però, un atteggiamento più prudente permetteva alla Roma di garantirsi una superiorità numerica, almeno iniziale, contro Lautaro e Thuram. I segni dei ripetuti confronti con l’Inter di Inzaghi erano visibili sulle scelte di Gasperini che, evidentemente, nel calcolo dei rischi e benefici aveva fatto prevalere i primi sulla scelta di andare di petto sull’abilità di costruzione e sulla mobilità che Chivu ha raccolto e, in parte ancora lasciato installata, nel passaggio di consegne.

In realtà è proprio il progetto iniziale delle uscite a spalancare il varco su cui Thuram costruirà il duello con Ndicka dell’1-0. Nonostante un atteggiamento più prudente, che dunque toglie aggressività alla prima pressione romanista, sul giro che da Zielinski, abbassatosi sulla prima linea di costruzione, porta ad Akanji, passando per Acerbi, è Pisilli a lanciarsi in un’uscita impegnativa vista la distanza (oltre 20 metri) e la libertà di ricezione di cui poteva godere l’ex centrale del Manchester City. Questo, a catena, porta avanti Hermoso per accorciare su Barella come da dettami, e finisce per allargare il ring del duello Thuram-Ndicka, con inevitabili vantaggi per l’attaccante interista.

Da qui in poi, seppur sia appena trascorso un minuto, la Roma fa volare per aria i fogli delle sue pressioni, passando direttamente al piano B, che poi rappresenta in maggior purezza la filosofia di Gasperini. 3 su 3 di Soulé, Malen e Pellegrini coi centrali di Chivu; Pisilli che va a tampinare Calhanoglu ed Hermoso, a quel punto, definitivamente sguinzagliato per seguire le tracce di Barella. Con la mobilità ormai tipica dell’Inter che finisce per far tendere all’assurdo, in alcuni momenti, la disposizione romanista. Al minuto 7, infatti, il fotogramma raccolto nel post sopra vede Hermoso come primo “pressatore” romanista, il più avanzato. Succede per tentare di rispondere ai movimenti e al gioco di ruoli dell’Inter, con cambi di marcatura della Roma che spingono il difensore fino all’ingresso dell’area avversaria su Calhanoglu.

Dopo aver risposto in maniera particolarmente efficace alle problematiche di contrastare il gioco di posizione, ora pare essere l’“uomo contro uomo” dall’altro lato della sbarra: saprà rispondere, e in caso come, alla capacità che hanno raggiunto le squadre, oggi, di scomporsi in costruzione, e dei giocatori di riconoscersi e legarsi anche fuori dalla “comfort zone” del proprio ruolo?

Wesley che non c’è: 2 sconfitte su 4 gare senza il brasiliano. Tutti i “numeri” che perde la Roma

LAROMA24.IT – Ad appesantire le ripetute assenze offensive della Roma, da ormai un mese senza Dybala, Soulé, Ferguson e Dovbyk, è arrivato anche l’infortunio di Wesley, che ha riportato una lesione muscolare in Brasile. Sì perché nonostante arrivi come un terzino, poi rielaborato in quinto secondo la metrica di Gasperini, Wesley è stato fin qui un elemento chiave nella produttività offensiva della Roma.

Quella contro l’Inter, alla ripresa, sarà la 5a partita di Serie A senza il brasiliano in campo: 2 sconfitte, contro Genoa e Cagliari, e due vittorie, nel derby d’andata e l’ultima col Lecce, si legge a bilancio. Quando ha potuto, infatti, Gasperini l’ha sempre schierato tanto che, nel conteggio relativo al campionato, Wesley è dietro nei minutaggi solo a Svilar, Mancini, Cristante e Koné. Soltanto due volte, in Serie A, l’allenatore ha scelto di farlo partire in panchina: contro l’Atalanta (sconfitta per 1-0) e col Sassuolo in casa (vittoria per 2-0). Un altro punto in comune è in chi l’ha sostituito: tranne per il derby di settembre, quando Angelino era ancora proprietario legittimo della corsia sinistra e fu Rensch ad occuparsi del settore di destra, nelle altre tre occasioni è stato sempre Tsimikas a sostituirlo, visto il trasferimento praticamente definitivo a sinistra dell’ex laterale del Flamengo.

Oltre ai 4 gol, che ne fanno il 3° marcatore romanista della stagione, senza Wesley la Roma perde ulteriore tasso di pericolosità offensiva. Il classe 2003 è infatti il giallorosso con la miglior percentuale di realizzazione, nel rapporto tra tiri e gol, con il 18%. La capacità che ha di determinare si ritrova anche nel dato di xG assisted, quello che misura i passaggi decisivi attesi, in cui Wesley è secondo solo a Dybala, e a parimerito con Soulé, con un dato di 0,13 xG assisted “open play”, dunque escludendo quelli scaturiti da palla inattiva. Anche nei “passaggi chiave” si conferma come strumento offensivo importante: in questa classifica, dov’è quarto in generale nella Roma, si posiziona dietro soltanto a chi per mestiere deve “offendere”, come Dybala, Soulé e Ferguson, escludendo, anche qui, quelli da calcio piazzato. Una delle lacune più evidenti della Roma, acuita anche dalle assenze, è certamente quella dei dribbling: Wesley ne tenta 1,36 a partita, praticamente lo stesso dato di Malen, dietro solo a giocatori d’attacco come Ferguson, Dybala e Soulé, tutti indisponibili, chi più e chi meno. L’elettricità del brasiliano si traduce anche in un alto numero di falli guadagnati, 2,23 a partita, come nessun altro nella rosa di Gasperini.

Oltre ad essere 3° per passaggi in area “open play”, dunque escludendo quelli da palla inattiva, dietro a Dybala e Rensch (sì, proprio lui…), Wesley è anche il maggior rifornitore di cross riusciti in area e il 2° per precisione, dietro a Tsimikas che può poggiarsi però su un minutaggio più ristretto che restringe il valore della statistica. In generale, Wesley sa “rischiare” le giocate, aspetto cruciale nell’ultimo terzo di campo: nei valori OBV (Statsbomb) di passaggi, dribbling e conduzioni è davanti a tutti nella Roma, anche a Soulé e Dybala che, intuitivamente, parrebbero i maggiori indiziati. Non solo col pallone, però, perché una delle caratteristiche di Wesley è quella di saper attaccare gli spazi, tanto che è 1° per palloni ricevuti in corsa nell’ultimo terzo di campo. Di tutto questo la Roma dovrà riuscire a farne a meno per il prossimo segmento di stagione.

Nulla (e nessuno) tira più di Malen: 3,3 tentativi a partita in area, più di tutti nei top5 campionati

LAROMA24.IT – Donyell Malen è arrivato sbattendo la porta della Serie A: 7 gol in 10 partite, più un altro in Europa League, diventando il miglior marcatore romanista in poco più di due mesi. Più della sua capacità realizzativa, forse, ad impressionare è la voracità con cui sa ricavarsi opportunità di tiro. Di base, infatti, l’attaccante che la Roma dovrà riscattare a fine stagione per 25 milioni di euro è un tiratore seriale. Al punto da mettere in fila tutti i principali attaccanti europei: Malen calcia 3,3 a partita dall’interno dell’area di rigore, un dato da primato tra i principali 5 campionati d’Europa. Alle sue spalle, con 3 tiri a partita dalla zona più calda del campo, ci sono Mbappè e Deniz Undav, secondo marcatore della Bundesliga con 18 reti fin qui con la maglia dello Stoccarda.

Più indietro, nella top 10, compaiono altri nomi illustri come Haaland, al 4° posto con 2,8 tiri a partita in area di rigore, seguito da Kane (2,7) e Kean (2,6), altro rappresentante della Serie A insieme a Lautaro Martinez, settimo e a pari merito con una vecchia conoscenza italiana, Muriqi, capace di segnare 18 gol fin qui col Maiorca. Completano la lista dei primi 10 tiratori d’Europa Lamine Yamal, per il quale servono poche spiegazioni, e Ante Budimir, sul quale, invece, è il caso di sottolineare le evidenti proprietà rigenerative della Liga visti i 14 gol (dopo i 21 dello scorso anno e i 17 di due stagioni fa…) dell’ex attaccante del Crotone.

I 10 CALCIATORI CHE TIRANO DI PIU’ DALL’INTERNO DELL’AREA DI RIGORE TRA I TOP5 CAMPIONATI D’EUROPA:

1 – Malen (3,3 tiri a partita dall’interno dell’area di rigore)

2 – Mbappé (3)

3 – Undav (3)

4 – Haaland (2,8)

5 – Kane (2,7)

6 – Kean (2,6)

7 – Muriqi (2,5)

8 – Lautaro Martinez (2,5)

9 – Lamine Yamal (2,4)

10 – Budimir (2,3)

Post Match – L’energizzante

LR24 (MIRKO BUSSI) – La necessità che diventa opportunità. Le assenze ripetute nel settore offensivo hanno liberato il campo al primo 2007 in grado di segnare in Serie A. Robinio Vaz ha riempito la casella mancante domenica scorsa contro il Lecce, quando ha avuto a disposizione 39 minuti, più recupero. Una fiducia nata dalla necessità e spinta da quanto aveva già combinato tre giorni prima in Europa League, quando grazie ai supplementari era rimasto in campo 63 minuti, riempiti da un assist e un rigore guadagnato.

Tre gli atti determinanti messi in scena nei primi 240 minuti con la maglia della Roma, aggiungendo la rete decisiva di domenica, che lo portano a una media di uno ogni 80′, praticamente in linea con l’impatto che aveva avuto a Marsiglia quando tra gol, assist e rigori guadagnati passavano, mediamente, 72 minuti.

Utilizzato fin qui da subentrato, Robinio Vaz ha funzionato finora da generatore di caos, grazie a quella vorticosa tendenza alla profondità che finiva per far impazzire la partita e stressare il proprio marcatore di riferimento. In questo modo, poi, la Roma trovava una scorciatoia per l’area di rigore avversaria, risolvendo parte dei problemi di costruzione, acuiti dall’assenza dei maggiori elementi di pericolo offensivi in rosa. 38,2, alla fine, saranno i metri di distanza progressiva, dunque quelli che avvicinano alla porta avversaria, guadagnati da Robinio Vaz domenica contro il Lecce: il dato più alto tra i romanisti.

Quei continui tagli, quasi ossessivi e spesso più in direzione della bandierina che della porta, trascinavano indietro il Lecce. Così nascerà anche il fallo laterale sul cui svolgimento, poi, nascerà la situazione risolutiva della partita. Se i movimenti di Robinio Vaz potevano essere considerati ripetitivi, questi non risultavano meno urticanti per via di quella forza che sa trasformare in accelerazioni fulminanti (“Brucia l’erba”, diceva di lui De Zerbi) fino a raggiungere il maggior picco di velocità registrato da un romanista domenica: 28,2 chilometri orari, davanti a Malen (27,9), Venturino (27,4), Arena (27,3) e Ghilardi (27,2).

La generosità e la veemenza che sprigiona in ogni sua azione è risultata utile, oltre che per le pressioni offensive, per contendere quei palloni vacanti che si accentuano ancor di più nei finali di partita. Come quello che all’89’ trasformerà una respinta difensiva di Ghilardi in una punizione offensiva, andando a disturbare le operazioni di Danilo Veiga. Per età e inclinazioni naturali, inevitabilmente, l’impeto domina le giocate di Robinio Vaz, che sia nella scelta dei movimenti, ancora ridotta ad un set basico soprattutto nella preparazione, che nelle successive esecuzioni tecniche. Tutto ciò che fa lo fa con una vigoria, a volte, sproporzionata, tanto da risultare grottesca come quel tiro al volo, da distanza ravvicinata, scagliato a ridosso della curva su una situazione da calcio d’angolo proprio contro il Lecce domenica.

La sua traiettoria evolutiva pare poter andare a finire in quella categoria che oggi viene etichettata come “mobile finisher”, un finalizzatore di movimento, nonostante l’età e la sua tracotanza fisica oggi lo facciano collocare anche più esternamente. In realtà, anche in Francia, Robinio Vaz ha dato cenni di poter avere orizzonti interessanti all’interno dell’area di rigore avversaria. Per raggiungere quella forma compiuta, ad oggi, pare dover fare i principali passi nella capacità di anticipazione, quella che permette di immaginare e predire lo sviluppo successivo in anticipo per poter organizzare e preparare un movimento, o una gestualità tecnica, efficace. Anche nell’occasione del gol, infatti, il suo passo cambia soltanto quando è ormai evidente che Hermoso stia per scoccare il cross che poi trasformerà nell’1-0.

Con movimenti in profondità che tenderanno più verso la porta, grazie a preparazioni più elaborate, un utilizzo del corpo ancora più robusto nella protezione del pallone e anche nella preparazione al tiro, magari con inganni e accelerazioni improvvise come in quel gol all’Angers che è ancora il suo miglior biglietto da visita per il calcio, allora potrà avere un tono e un ruolo ancor più decisivo all’interno dell’area di rigore. Dove ad oggi, comunque, vanta già 5 reti in poco più di 500 minuti tra Ligue1 e Serie A. A 19 anni appena compiuti, c’è di peggio.

4 partite senza vittoria: è la striscia negativa più lunga da fine 2024

LAROMA24.IT – La Roma ha incontrato il primo tunnel stagionale in uno degli snodi decisivi. Nelle ultime 10 partite, i giallorossi hanno raccolto solo due vittorie, contro Cagliari e Cremonese in casa, inanellato tutti i 5 pareggi dell’annata e rimediato 3 sconfitte nelle trasferte di Udine, Genova e Como. Un tratto, quello da fine gennaio a oggi, che se ha rimandato i discorsi europei alla sfida di ritorno di giovedì contro il Bologna, ha modificato di netto la visuale in campionato: alla 21a giornata la Roma, battendo il Torino, staccava la Juventus di 3 punti, caduta a Cagliari. 8 gare dopo è stata la squadra di Spalletti a passare davanti a quella di Gasperini nell’ultimo turno, in più c’è il Como che in questo tratto di stagione ha mangiato 8 punti sulla Roma: dal -5 di fine gennaio al +3 grazie al successo di domenica.

Per la prima volta in stagione, poi, la Roma ha infilato la quarta gara consecutiva senza vittorie, tra campionato ed andata degli ottavi di Europa League. Una serie così non capitava da 16 mesi, dal novembre del 2024: 6 gare consecutive senza vincere che portarono all’avvicendamento tra Juric e Ranieri. Dalla sconfitta per 3-2 in casa del Verona, il pareggio in Europa League con l’Union SG (1-1) e il ko con il Bologna che fu fatale all’ex allenatore poi anche di Southampton e quest’anno Atalanta. Da lì Ranieri che non riuscì immediatamente a sterzare: altre tre partite, con Napoli, Tottenham e l’Atalanta di Gasperini che portarono la serie negativa a 6 partite. Interrotta, poi, col 4-1 sul Lecce all’Olimpico, atteso nuovamente a domicilio proprio domenica prossima. Stavolta, però, sarebbe meglio anticipare il lavoro al giovedì.

Post Match – L’anestesia del dentista

LR24 (MIRKO BUSSI) – Da ormai oltre un decennio Gasperini ha posto un problema a lungo irrisolvibile, o quasi, al calcio che si ordinava su elementi posizionali. Al punto che il massimo esponente del movimento, Guardiola, gli aveva consegnato pubblicamente il titolo di dentista, in una metafora particolarmente efficace per far comprendere il grado di fastidio che provocava condividere il campo con quell’Atalanta. Quel tempo e spazio, che universalmente veniva tramandate come le coordinate per giocare a calcio, Gasperini li comprimeva al limite per l’avversario. Sfinendolo.

La miscela è stata talmente di successo da contaminare, ovunque, i principi di non possesso delle squadre che ormai sempre più spesso, chi più chi meno, si rifacevano a duelli o pressioni offensive con riferimenti sull’uomo. Nel frattempo, però, come in ogni ciclo del calcio, la domanda sempre più ingombrante accumulava il lavoro di più ricercatori. Oggi, per spirito di sopravvivenza, squadre e giocatori hanno dovuto imparare a vivere e agire sotto pressione, in spazi ristretti e fuori dalla loro dimora abituale. Nell’ambiente in cui li ha spinti, per primo, Gasperini. Così nasce Como-Roma, in cui si sono sommate una serie di complessità a cui, ora, sarà il sistema difensivo con riferimenti sull’uomo a doversi riadattare.

Disclaimer: l’analisi comprende momenti raccolti fino al 64′, fino a quando è stata una partita pari, almeno nei numeri a disposizione, prima dunque che elementi esterni la compromettessero.

Un paio di dati aiutano a certificare gli anticorpi che ormai le squadre hanno dovuto sviluppare per sopravvivere ai tempi moderni del calcio: il Como, solitamente, ha l’87% di passaggi riusciti, nel primo tempo di domenica, quello dunque giocato interamente ad armi pari, il tasso è rimasto praticamente lo stesso, 86%. Mostrando come, ormai, le squadre che per natura vogliono il pallone, abbiano imparato a gestirlo in contesti simili. Con combinazioni strette e utilizzando principi come terzo (e quarto) uomo, come quella immediatamente successiva al rigore siglato da Malen. Da uno smarcamento incontro di Nico Paz, che porta via Mancini, si apre la fessura interna per una combinazione tramite Baturina che porterà il Como in un attacco in superiorità numerica (3v2), poi sventato.

La pressione offensiva aumentata ha inevitabilmente spinto l’indice di verticalità delle squadre. A volte, questo, spinge il calcio al confine del rugby, come dirà Gasperini dopo il confronto in Europa con Italiano. Quelle giocate dirette, però, ora vengono apparecchiate anche a piacimento, grazie a una mobilità notevolmente accresciuta. È quanto provava a fare il Como col duello tra Ramon (196 centimetri) e Wesley (178). Col pallone tra i piedi di Butez, su cui la Roma si mostrava timorosa ad uscire in pressione, Mancini ed Hermoso venivano attratti verso il pallone dai movimenti di Nico Paz e Caqueret. Svuotando così il comparto difensivo, quella zona diventava l’ambiente ideale, per Fabregas, in cui giocarsi il duello aereo dove aveva maggior vantaggio di centimetri.

Nelle avvertenze di un manuale difensivo come quello di Gasperini c’è la possibilità, ricorrente nella stagione romanista, di concedere occasioni ad alto rischio visto il grado di sensibilità dell’intero sistema. Ma quelle ondate di pressione continua riducono notevolmente le possibilità di avanzate avversarie. Pochi tiri concessi ma pericolosi, su cui spesso è scattato il salvavita di Svilar a tenere in piedi l’organismo.

In generale, però, la Roma è tra le 3 squadre in Serie A che concedono meno passaggi e meno tocchi all’interno della propria area di rigore. Domenica, invece, il Como ha potuto toccare addirittura 35 volte, il dato più alto in stagione, il pallone nella zona calda romanista, sintomo di quanto riuscisse a scardinare il sistema difensivo di Gasperini. La scelta iniziale di Fabregas, con Caqueret, Nico Paz e Baturina come vertici offensivi rispondeva alla necessità, contro squadre che hanno riferimenti a uomo, di saper ricevere e “aprire” palloni sotto pressione.

Se non puoi farlo fisicamente, con giocatori che per stazza sappiano far da scudo alla marcatura avversaria e ripulire così il pallone, servirà l’agilità di movimenti preparatori, quei contromovimenti spesso visti domenica sera da chi doveva ricevere il pallone, e controlli che disarcionino l’aderenza di quelle marcatura. Nel recupero del primo tempo è così che Baturina, con un controllo interno, si allenta da Ghilardi e i successivi movimenti di compensazione, con Nico Paz in basso e Caqueret con Sergi Roberto ad attaccare la profondità rovesciano la situazione. Sulla palla ormai aperta verso la porta romanista, infatti, i duelli in campo aperto diventano difficili da sostenere per Mancini e soci.

L’abilità in possesso del Como è stato anche lo strumento con cui ha reso praticamente innocua la Roma, togliendole la principale forma d’alimentazione: le transizioni dopo una delle tipiche riconquiste o una seconda palla guadagnata. Escludendo il valore del rigore calciato da Malen, infatti, alla Roma resta appena lo 0,01 di XG prodotti: raccolti su un tiro, a metà primo tempo, dal limite dell’area di Cristante con 9 giocatori del Como all’interno dell’area di rigore.