D’Amico: la prossima settimana prevista la conferenza stampa del ds

Dalla prossima settimana si comincia a fare sul serio. Oltre al raduno a Trigoria fissato per lunedì, come riporta Filippo Biafora nel corso del collegamento con l’emittente radiofonica è prevista anche la conferenza stampa del neo ds Tony D’Amico. Sarà l’occasione per presentarsi ai tifosi giallorossi e fare il punto su rinnovi e mercato.

(Manà Manà Sport)

Roma, boom abbonamenti: già staccate 18.000 tessere

Il mercato va a rilento, mentre l’entusiasmo dei tifosi non si frena. Nei primi tre giorni di campagna abbonamenti sono state già staccate 18.000 tessere (il 20% in più rispetto ai rinnovi degli anni scorsi). Il 67% dei romanisti ha scelto Curve e Distinti, il 27% ha optato per la Tribuna Tevere, mentre il restante 6% ha preferito la Monte Mario. L’obiettivo è raggiungere di nuovo quota 40.000. Ormai una formalità.

(Il Messaggero)

Cristante: «Io sono sempre sul pezzo»

SPORTWEEK – Chi ha detto che romani de Roma si nasce? Per info, citofonare (ammesso si abbia l’indirizzo di casa) a Bryan Cristante, 31 anni, gli ultimi otto nella Capitale a correre su e giù per il campo con la maglia giallorossa. Nato in Friuli, cresciuto a Milano, della Città Eterna il centrocampista della Roma ha assorbito usi e costumi. E qualche espressione tipica. «Confesso: mortacci tua è diventato un intercalare. Mi esce in tante occasioni, non posso farci niente. Ormai vado in automatico».

Trecentosessantaquattro presenze nella Roma: quali sono le tre che salgono sul podio?
«Oddio, le tre che vanno sul podio… Le due finali di Coppa sicuramente, la prima di Conference che abbiamo vinto sul Feyenoord ma anche l’altra, dell’Europa League, persa ai rigori contro il Siviglia. Poi, senza andare troppo indietro nel tempo, ti dico l’ultima giornata di questo campionato a Verona in cui ci siamo garantiti il ritorno in Champions, una manifestazione che mancava a tutti – società, giocatori e tifosi – da troppo tempo».

Otto anni a Roma pesano il doppio rispetto allo stesso periodo in un club e in una città diversi?

«Ma no… Roma è una città di cui ti innamori subito, già al primo giorno. Arrivi e, dove ti giri ti giri, rimani folgorato dalla sua bellezza. Lo stadio, poi, ti dà qualcosa in più: la carica dei tifosi romanisti non la scopro io, l’inno sulle note della canzone di Venditti è da pelle d’oca. Di sicuro, questa è una città che richiede tanto e che non è sempre facile. Tutto quello che ti dà – calore, entusiasmo e passione – quando le cose vanno bene si trasforma in pressione, in un’urgenza che diventa stress e non è semplice da gestire se non arrivano i risultati. È il rovescio della medaglia».

E come se ne esce?

«Devi saper mantenere l’equilibrio. A Roma si passa troppo velocemente dall’esaltazione alla depressione, un giorno sei un campione e quello dopo uno scarsone… È così che si compromette una intera stagione. Quest’anno, che avessimo vinto oppure perso, siamo stati bravi a resettare appena finita la partita, concentrandoci subito sulla successiva».

Per strada passeggi tranquillamente oppure sei preso d’assalto dai tifosi? «Ormai conosco orari, zone, cose, ho imparato come funziona. So come muovermi, ecco. Girare per Trastevere mi rimane però un po’ più complicato…».

A Testaccio, quartiere a forte impronta romanista, sei stato o no?
«Ci sono stato in incognito. Roma l’ho girata tutta. Nei primi anni giravo un po’ di più, per esplorare. Adesso ho i miei posti del cuore, non giro più la città da turista, se così si può dire, ma da residente. Da romano, dài».

E allora, quali sono questi posti del cuore?
«Ho abitato tanti anni a Monteverde Vecchio, vicino a Villa Pamphili. Frequentavo le vie, i ristorantini della zona. Ci sono rimasto affezionato e mi piace ancora andare lì a cena. È una zona che per me ha qualcosa di magico e farci due passi la sera è il momento più bello. Se invece decido di andare in centro città, devo pensare bene a quale zona scegliere».

Il monumento che, tra i tantissimi a cielo aperto, ti lascia ancora a bocca aperta?
«Il Colosseo. La sua imponenza mi colpisce ogni volta».

E come ci si adatta alla romanità, alle battute, alla goliardia dei romani?

«Devi starci, stare al gioco, farla diventare un po’ parte di te perché sennò diventa difficile».

E adesso senti di esserci riuscito?

«Sì. Non ho la cadenza romanesca, ma le battute in dialetto, anche qualche insulto, mi escono. Del resto, quando ono arrivato, ho avuto buoni maestri: Daniele De Rossi, Alessandro Florenzi, Lorenzo Pellegrini…».

Ti hanno messo in mezzo?

«Ma no, in mezzo no. Però, avendoli vicini di posto a tavola fin dal primo giorno di ritiro, capisci subito come è il loro modo di fare. Quello dei romani, intendo».

In cosa senti di essere diventato romano e a cosa invece non riuscirai mai ad abituarti? Per esempio, ai rigatoni con la pajata?

«Mi viene davvero difficile rispondere. Dopo otto anni non so neanche più a cosa mi sono abituato e a cosa no. Dovrei tornare più spesso a casa mia, San Vito al Tagliamento, per capirlo. Ormai per me, qui, ogni cosa è diventata normale».

Ti sei fatto degli amici fuori dal calcio?
«Parecchi. Il barbiere, per esempio. Da quando sono arrivato è rimasto lo stesso».

E sono tutti romanisti o c’è qualche laziale?
«Tutti romanisti. Sia chiaro, io non avrei problemi ad avere un amico laziale, ma i miei amici sono tutti romanisti da stadio. Però sanno che, soprattutto dopo le partite, non amo parlare di calcio, hanno imparato a non farmi troppe domande».

Cosa significa essere capitano di una squadra come la Roma?

«Sembrerà scontato, ma è davvero un onore essere il capitano di una squadra che porta il nome di una città enorme, in tutti i sensi, come questa. Ho l’orgoglio, insieme a Pellegrini o a Mancini, di trasmettere ai più giovani il senso di appartenenza a questo club così visceralmente legato alla gente che lo sostiene».

E il derby?

«La prima frase che mi sono sentito rivolgere appena sbarcato a Roma è stata: “Mi raccomando il derby”. Ca-pisci subito che è una partita diversa dalle altre, che va oltre i tre punti».

Cosa ti ha dato Mourinho e cosa Gasperini?

«Non solo a me, ma a tutta la squadra, Mourinho ha dato concretezza. Ci ha trasmesso il suo carisma, inculcandoci il concetto di vittoria; il bisogno, direi, di vincere. Con lui abbiamo fatto due grandi stagioni, vincendo una Coppa e perdendone un’altra ai rigori. Mister Gasperini è forte, c’è poco da fare. Io che avevo già avuto la fortuna di averlo all’Atalanta, sapevo che bisogna solo andargli dietro perché è uno che ha fatto benissimo ovunque, e lo ha dimostrato pure al primo anno in una piazza esigente come questa».

Tra i due chi urla di più?

«Bella lotta. Diciamo che in campo Gasp si fa sentire e, soprattutto, capire. Che tu sia inglese o cinese, che sia arrivato da un giorno o da una settimana, stai tranquillo che capisci subito cosa vuole da te il mister».

Di’ la verità, in partita con Gasperini ci si diverte di più che con Mou.

«Sono due modi di fare calcio, ma noi ci siamo divertiti anche con Mou- rinho, perché quando vinci ogni tipo di calcio diventa bello. Certo, con Gasperini giochi un calcio offensivo, moderno, corri, attacchi, fai tanti gol, aggredisci e recuperi tanti palloni. È faticoso ma divertente».

Cosa ti rende così indispensabile per ogni tecnico che ti ha allenato?
«Io sono un lavoratore. Mi piace andare in campo, lavorare tutti i giorni, ed essere sempre sul pezzo, fare quello che mi chiede l’allenatore. Fin da ragazzo ho sempre dato tutto».

Meglio più avanti o venti metri indietro?
«Dipende dai momenti, dalla partita, dall’avversario. A volte mi dico: se sto davanti riesco a tirare, ma se sto dietro recupero più palloni. Anche qui è una questione di equilibrio. Io a 18 anni so- no andato in Portogallo e ho imparato subito che il mondo del calcio è bello, però è un bel mondo di matti, quindi ho capito in fretta come seguire una mia linea retta, ed è quella che mi ha portato fin qua».

Tu a 18 anni in Portogallo, Palestra a 21 in Inghilterra. Ha fatto bene a scegliere il Chelsea?

«Sì. Una volta era la Serie A il campionato più importante al mondo, ora invece è la Premier. Tutti vogliono andare lì e, una volta che riesci, hai un’immagine diversa e cresci affrontando i più forti. L’estero ti apre la testa, maturi prima e in maniera diversa, ti confronti con altre lingue e culture. Rischi di non giocare? Fai in tempo a tornare indietro. Ma, se perdi quel treno, potresti non prenderlo più. Oggi ci sono tanti nostri giovani all’estero: penso che, più ne mandiamo, più ne trarrà giovamento il nostro calcio, Nazionale compresa».

Lazio, a rischio il nuovo sponsor Polymarket: oscurato dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Può saltare l’accordo da 20 milioni di euro

Per la Lazio potrebbe saltare l’accordo con lo sponsor Polymarket. Nei mesi scorsi il club biancoceleste ha definito la sponsorizzazione con l’ambigua piattaforma per le prossime due stagioni a fronte di un corrispettivo economico di circa 19 milioni di euro. La piattaforma, però, nella giornata di oggi è stata nuovamente inserita nell’elenco dei siti inibiti dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli

Come riportato dal sito del quotidiano, ora l’attività viene ritenuta illegale perché gestisce un business di scommesse ma senza concessione statale. Per questo è in dubbio che lo sponsor possa essere presente sulle maglie del club guidato da Claudio Lotito. Non è da escludere, quindi, che per la Lazio possa saltare un accordo da quasi 20 milioni di euro. 

(gazzetta.it)

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Che tipo di allenatore è Gasperini?

 “Con il mister giochi un calcio offensivo, corri, attacchi, segni e fai tanti gol. Si fa fatica, ma è divertente. Che tu sia inglese o cinese, capisci subito cosa vuole da te”.

Quale è il suo rapporto con il derby? 

“Appena sono sbarcato a Roma mi hanno detto: “Mi raccomando il derby”. È una partita diversa dalle altre, che va oltre i tre punti”.

Che cosa ne pensa dei giovani italiani all’estero? 

“Più ne mandiamo, più ne trarremo giovamento, Nazionale compresa. Andare a giocare lì ti apre la testa, maturi prima”.

Che cosa pensa del calcio in generale?

 “È bello, ma è un mondo di matti, quindi ho seguito una mia linea retta: è quella che mi ha portato qui e lavoro duro tutti i giorni”.