Prima e dopo i milioni degli altri. Prima degli arabi, della scintillante Premier League, della crescita della Turchia, dell’interesse della Cina, c’era il campionato più bello del mondo. In Italia. Una favola finita, dove c’è chi vive felice e contento, ma altrove. In Inghilterra, dove il Chelsea paga all’Aston Villa 137 milioni per Morgan Rogers che forse neanche sarà titolare, o dove Elliot Anderson può passare dal Nottingham Forest al Manchester City per 135 milioni, Tonali per 107 va al Tottenham e dove arriva Palestra che rifiuta l’Inter per un ingaggio doppio. O in Turchia, dove va Greenwood che dice no alla Roma per i 10 milioni di stipendio che gli dà il Fenerbahçe e dove troverà Trossard, un altro che qui ci sogniamo. O in Arabia, dove le offerte irresistibili di Al-Hilal, Al-Ittihad, Al-Nassr, tutte a doppia cifra, sono la tentazione per giocatori giovani sul viale di tramonto e nel pieno della carriera, campioni, allenatori, a volte perfino ct. I soldi non faranno la felicità, ma fanno le squadre. E la Serie A? Ormai fa un altro campionato, non è più competitiva, a volte non riesce a tesserare nemmeno giocatori svincolati, perché gli ingaggi degli altri sono più verdi. “Il declino è vicino“, l’amara sintesi di Dario Canovi, primo procuratore italiano, che ha visto cambiare l’italia, la Serie A, il calciomercato. “Il nostro campionato è antico, noioso, poco competitivo. È antidiluviano. Ma chi vuole pagare i diritti per un prodotto così poco televisivo? Immagini uno Juventus-Milan 0-0 senza tiri in porta: può essere visto in Giappone o in America? Finché la nostra mentalità è questa, se il motto del nostro calcio non è “spettaco-l0”, ma “primo: non prenderle” non saremo mai all’altezza. Perdono valore i diritti tv, ma non abbiamo fascino per i giocatori. Perché dovrebbero voler giocare in un campionato così poco interessante?“. E infatti, come dice Canovi, il divario tra serie A e Premier sui ricavi dai diritti tv è abnorme: secondo l’ultimo report Uefa, il campionato inglese è irraggiungibile per tutti (3,4 miliardi), mentre quello italiano incassa poco più di 1 miliardo. (…) “Abbiamo tanti problemi e limiti. Ma c’è da dire che i calciatori sono ingordi. Il denaro per molti è più importante di tutto: maglia, città, vita. Ma la responsabilità è anche di chi li assiste, che pensa solo alla commissione“. Il procuratore è infatti una figura quasi arcaica: ci sono mediatori, intermediari, factotum, piattaforme di agenti. Tutti proiettati verso i mercati che offrono di più. “Non è più una cosa umana – sostiene Silvano Martina, ex procuratore di Buffon – si può vincere anche senza troppi soldi, ma anche il Milan di Berlusconi aveva i campioni. Siamo in difficoltà, arriviamo prima degli altri perché siamo più bravi. Ma poi loro offrono il triplo e così è impossibile competere. A volte alcuni direttori sportivi sono insicuri, se un giocatore lo vuole uno allora arrivano in tre. Invece ognuno deve fare il suo programma“. E così non siamo più irresistibili, il calcio italiano non è più un’isola felice. Sta diventando l’isola che non c’è.
(La Repubblica)