Segnali

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Il calcio moderno, che predica morigeratezza ma accumula debiti causati dagli stessi che poi lanciano moniti ai tifosi che non avrebbero più neanche il diritto di sognare, dimentica sempre più spesso quei fattori determinanti per le stagioni delle squadre e che non sono catalogabili. Perché non c’entrano nulla con la tattica e tantomeno con le strategie finanziarie. Il calcio moderno non contempla più le conseguenze dei segnali. Sbagliando.

Tenere un calciatore forte è un segnale. Non soltanto alla piazza ma, cosa molto più importante, allo spogliatoio. Stessa cosa vale quando a dispetto dei conti un club corre il rischio di impresa ingaggiando un calciatore di nome, oltre che forte. Situazioni che fungono da acceleratori di stimoli. Segnali chiari, non ambigui, che non vanno interpretati. Da ferragosto non si è parlato d’altro che di Kone. Tifosi, giornalisti, speaker e opinionisti possono dividersi, sempre nel rispetto delle opinioni altrui. Perché non è un povero coglione ignorante chi si dispiace per le cessione di un calciatore forte, e allo stesso tempo non è un ruffiano chi ritiene giusto accettare certe offerte. Ma tifosi, giornalisti, speaker e opinionisti non avranno mai il peso dei calciatori. Dello spogliatoio. La conferma, a fronte di un offerta più o meno congrua di un elemento di peso della squadra, è un segnale di forza. Così come l’arrivo di un calciatore di grido. Perché immaginiamo nello spogliatoio i compagni che si danno di gomito dicendo “questi fanno sul serio”, parlando della società. Mentre invece le partenze eccellenti, che sono una manna per il bilancio, così come il mancato arrivo di calciatori di peso e personalità, “svuotano” la cassetta delle motivazioni. Cosa sbagliata, anzi sbagliatissima, ma reale. Rischio concreto.

Quando la Roma vendette Strootman, che purtroppo era chiaro non fosse più il meraviglioso calciatore pre infortunio, fece un’operazione finanziaria mirabile. Ma non calcolò l’effetto sullo spogliatoio. Ne parlò a distanza di anni De Rossi. Quella cessione fu un colpo che lasciò i segni sulla stagione, per ciò che Strootman rappresentava più nello spogliatoio che, ahinoi, in campo. Sbagliato farsi condizionare negativamente perché fa i bagagli un compagno di squadra? Assolutamente sì. Sbagliatissimo. Ma, come dicevamo, il calcio non può non tenere in considerazione i segnali che più o meno volontariamente si lanciano. La Roma che dice no alla cessione di Kone ha lanciato un segnale allo spogliatoio che non va decriptato. Basta? No, ma serve. Poi bisogna continuare a rafforzare la squadra. E questo sarà un altro segnale da non sottovalutare. Non soltanto per soddisfare le richieste di Gasperini o per ottenere voti alti da quotidiani che fanno la griglia di partenza al via del campionato. Ma soprattutto per responsabilizzare la squadra.

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Sancho porta a porta

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Nel calcio, si capisce che si muovono gli intermediari quando il nome di un calciatore rimbalza in poche settimane fra una dozzina di squadre sparse in almeno cinque nazioni comprese fra due continenti. Di solito il calciatore in questione è un nome di livello, reduce da almeno due stagioni negative, che ha reso nettamente al di sotto delle aspettative, di sicuro un esubero del club che detiene il cartellino. Quest’anno è la volta di Jadon Sancho. Che a ricordarsi soltanto quello del Borussia Dortmund ci si chiede per quale motivo non sia titolare del Real Madrid. La risposta sta nel buco nero che fa sparire ogni tipologia di calciatore. Dai più talentuosi ai volenterosi. Il Manchester United. Dove Sancho, dopo un buon semestre al Chelsea, è appena rientrato ma senza disfare le valigie. Per lui da giugno si parla (e si è parlato) di Juventus, Atletico Madrid, Siviglia, Newcastle, Arsenal, Marsiglia, Inter, Borussia Dortmund, un paio di club arabi e, new entry, Roma. Come se i direttori sportivi di questi club si fossero dati appuntamento a piazza del mercato per litigarselo. Non una novità per il calciomercato, quando è molto più forte la spinta in uscita che quella di avvicinamento. Perché all’ok del Manchester United per cederlo, è seguito il più classico dei lavori degli intermediari, forse anche più attivi dell’agenzia che controlla l’inglese, su input del club, per proporlo. Alla Juventus qualora fosse saltato Kolo Muani, all’Inter come alternativa a Lookman, alla Roma per completare il tridente di Gasperini. La Juventus dopo un invaghimento iniziale ha detto no grazie, per sposare di nuovo l’attaccante del PSG. L’Inter vuole sposare solo e soltanto la stella dell’Atalanta. Quando la Roma è stata contattata, al pari degli altri club italiani e stranieri, ha mostrato interesse. Sapendo che le condizioni economiche per il trasferimento sarebbero apparentemente proibitive. Con l’avverbio apparentemente da sottolineare. Perché con Friedkin chi usa perentoriamente le parole mai e sempre, fa sempre una figuraccia. È già successo con Mourinho, con Dybala e con Lukaku.

La presunzione è sempre stata un boomerang perché chi la ostenta. Ma soprattutto il calciomercato sta entrando nella fase illogica. Ciò che nella prima metà di agosto sembra una boutade da solleone, spesso in coda alla sessione estiva diventa il colpo inatteso da piazzare a cifre sostenibili. La Roma è andata anche un po’ oltre. Perché dopo l’invito degli intermediari, ha contattato chi rappresenta il calciatore. Ottenendo conferme su quanto già sapeva. Col Manchester è in rottura prolungata. Può lasciare lo United per 20 milioni, che però a fine sessione potrebbero diventare 15, perché non c’è nessuna intenzione di fargli iniziare la stagione con la certezza di perderlo a zero fra un anno. Ma lo stipendio al momento è fuori portata. 8,2 milioni di euro netti a stagione, più 3 di bonus che non ha praticamente mai maturato. Sapendo però che il suo potere contrattuale è all’ultimo giro, e che quella cifra difficilmente continuerà a guadagnarla. A meno che non apra alla lega calcistica araba, dovrà ridimensionare le pretese economiche. Ha già fatto capire che per tornare a giocare a Dorrmund sarebbe disposto ad accettarne 5, e questa può essere la leva, per gli interessati, su cui sollevare la trattativa e portarsi a casa Sancho a ridosso del primo settembre. 15 milioni da versare al club di Old Trafford, 5 più bonus per il calciatore, più le commissioni, che sempre di più sono la discriminante nelle negoziazioni, una voce che oramai ha lo stesso peso del costo del cartellino e dello stipendio.

A quel punto, seppur con uno sforzo, sarebbe ancora in corsa anche la Roma. Contattata al pari dei club che abbiamo nominato. Per la vendita di Sancho porta a porta. A sparigliare le carte potrebbe essere l’Arabia Saudita, che senza problemi soddisferebbe le richieste dello United, darebbe a Sancho anche più di quanto guadagna oggi, e farebbe ridere agenti e intermediari alla voce commissioni. Ma Sancho prima di andare nel paese dei balocchi vorrebbe completare quel discorso iniziato a Dortmund. Restando in Europa.

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#Gasperiniout

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Tre scudetti in cento anni, ma una boria calcistica che sarebbe fuori luogo pure a Madrid. Decenni di prese per il culo estive subite, perché eravamo quelli che alla sosta di novembre ci saremmo arrivati a punteggio pieno, perché lo sport preferito del romanistone era ostentare per apparire più romanista fra i romanisti. Un po’ come i sedicenti sciupafemmine che narrano gesta sessuali alla Rocco Siffredi, ma l’unica cosa che sciupano sono i giga consumati per papparsi i threesome su YouPorn. A un certo punto, qualcosa è cambiato. Perché in tre decenni di gestione americana, e di lavaggio del cervello propagandistico, molti hanno indossato panni inadeguati, che gli cadevano male addosso, per un impacciato tentativo di razionalizzare il tifo, che ha portato a sventolare e a sostenere i percorsi a scapito dei traguardi, manco fossimo una squadra di guide alpine. Nel frattempo, la Roma in Italia stava sparendo dai radar. Perché il must dal 2011 era diventato, per esempio, puntare la sveglia alle quattro del mattino a inizio agosto per “gustarsi” gli imbarazzanti tornei estivi giocati negli amati Stati Uniti, quelle orribili partite giocate sotto gli occhi di Big Jim Pallotta e Richard D’amore. I filantropi del primo evo a Stelle&Strisce. Vuoi mettere? C’era Tachtsidis che disegnava calcio contro le riserve delle riserve delle riserve del Liverpool. Maledette amichevoli. Utilissime per gli allenatori e per condurre i calciatori verso una forma ottimale, deleterie appena finiscono nelle mani dei media e nei commenti dei tifosi. O per lo meno di quei media e di quei tifosi che prima rompono i coglioni perché auspicano il progetto triennale, poi però dopo tre settimane di un progetto messo nelle mani finalmente giuste di Gasperini, Massara e Ranieri, siccome perdi con l’Aston Villa, ti ricordano che “NOI-SIAMO-LA-ROMA!” e che la stagione è già finita. Dimenticando che la Roma è sempre quella dei tre scudetti in cento anni. E che essi stessi predicavano pazienza e progettualità. Tutto e il suo contrario. Le scoattate estive hanno la durata di uno sgrullone di metà pomeriggio di inizio agosto, che per dieci minuti fa scapicollare i bagnanti che si rifugiano nel chiosco dei gelati Sammontana del lido.

Maledette amichevoli. Soprattutto quelle trasmesse, male, dalle tv a pagamento, che servono soltanto a evidenziare i problemi che ritroveremo a inizio campionato. Problemi tecnici. Non delle squadre. Ma delle tv a pagamento, che dopo quasi dieci anni non sono ancora in grado di fornire un prodotto decente. Nonostante i rincari. Maledette amichevoli. Andrebbero oscurate, giocate a porte chiuse, senza neanche la possibilità di accedere ai tabellini alla fine delle stesse. Nel 2017 la Roma di Di Francesco ne prese quattro dal Celta Vigo, il giorno si scrisse che il tecnico era pronto a rassegnare le dimissioni. Quella Roma sarebbe poi arrivata in semifinale di Champions League. Nelle prime due amichevoli della Roma allenata da Luis Enrique, che a fine luglio aveva mezza manciata di calciatori con cui lavorare, fece quattro gol Marco Borriello, piazzato largo nel tridente perché a stento si arrivava a schierarne undici. I commenti del giorno dopo? Si riparte da Borriello, grazie alla geniale intuizione tattica del tecnico! La verità? Borriello sarebbe poi andato via a gennaio dopo avere giocato sette spezzoni di partite. La solita storia. Le solite maledette amichevoli. Che servono alla propaganda se batti i dilettanti della Val Pusteria e le riserve delle riserve delle riserve del Liverpool. Ma servono pure alle opposizioni, perché in tempo di guerra ogni buco è rifugio. E allora si affina l’arte dell’insinuazione dei dubbi. Proprio perché le amichevoli estive quando sono maneggiate dai media diventano tossiche. Mica solo a Roma. Il Milan ha vinto con il Liverpool e si parla del Milan che peccato non giocherà in Champions League perché ne farebbe cinque al PSG. Per questo andrebbero oscurate. Ma nell’era del marketing da veicolare tramite ogni mezzo, i club continuano a servirle sul piatto di plastica deformata delle piattaforme streaming. Nonostante sappiano come verranno commentate. Per una parte di Roma oggi è tutto finito. Perché la Roma ne ha presi quattro dall’Aston Villa di Emery. Quello che otto anni fa, se ti azzardavi a sperare la Roma lo ingaggiasse, ti saltavano al collo i boriosi incompetenti ricordandoti che “NOI-SIAMO-LA-ROMA!” e che Emery non fosse alla nostra altezza. Boriosi incompetenti. La solita storia. Dopo una manciata di gol contro il Pomezia e il Trastevere, Ferguson è diventato O Rey di Crocefieschi. Perdi un’amichevole in Inghilterra e l’attacco è da rifondare. E per colpa di un paio di chiusure sbagliate, Angelino da Roberto Carlos si trasforma in Filippo Dal Moro. Chissà se a breve si dirà che Gasperini pensa alle dimissioni. Maledette amichevoli. Oscuratele. Giocatele senza mostrarle e senza dare riferimenti. Vietate la diffusione dei risultati. Negate la ricezione dei tabellini.

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Alla Roma servirebbe Koopmeiners

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Immaginate un tridente in cui a destra si alternano Soulé e Dybala, in mezzo Ferguson spinge per soffiare il posto a Dovbyk e sul centrosinistra si piazza Teun Koopmeiners. Anticipiamo l’asta del fantamercato. Parliamo di utopia. Ma con un fondo di logica.

Koopmeiners l’anno scorso è stato il colpo dei colpi. La Juventus lo pagò quasi sessanta milioni di euro, al termine di una trattativa durata un quadrimestre, condita da schermaglie che hanno ritardato la fumata bianca. Doveva essere il re di una super mediana completata da Thuram e Douglas Luiz. Telecomandati dall’uomo della provvidenza, che per tutti doveva essere Thiago Motta. Niente di tutto ciò. La Juventus non ha collezionato punti ma flop, raggiungendo la Champions League soltanto all’ultimo scatto, dopo avere escluso gran parte dei protagonisti annunciati. Via Motta, bocciato subito Luiz, mentre Koopmeiners dall’arrivo di Tudor ha visto sempre meno il campo, fino a sparire dai radar.

Niente a che vedere col magnifico centrocampista da calcio totale visto agli ordini di Gasperini. Per il quale ancora oggi sarebbe l’ideale. Operazione fattibile? Praticamente no, ma un tentativo varrebbe la pena farlo. Complicato pensare che i bianconeri riescano a venderlo a titolo definitivo realizzando una cifra che impedisca una minusvalenze. Koopmeiners, in dodici mesi, da oggetto dei desideri e delle invidie altrui si è trasformato in un ufo da piazzare. Ma in prestito, perché urge la sua riabilitazione, anche finanziaria, in vista di una cessione futura, nel 2026. La Juventus non vorrebbe prestarlo in Italia, ma nel terzo millennio i club davanti alle soluzioni economiche mettono in secondo piano le rivalità. Altrimenti Inter e Milan neanche si sarebbero sognate di puntare Nico Gonzalez e Vlahovic.

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Fratello di chi?

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Dagli insulti a El Aynaoui alle teorie personali che diventano sentenze. Nell’ultimo weekend è andato in onda di tutto nell’orbita della Roma. Partiamo da un malvezzo italiano. Si identifica sotto la stessa fede calcistica gli individui più diversi tra loro. Retorica allo stato puro. Così come esistono commercialisti bravi o truffatori, avvocati per bene o senza scrupoli, salumieri generosi o ladri, anche fra le tifoserie risiedono persone di specchiata lealtà e farabutti, persone leali e miserabili in vendita. Fa gioco, nelle radio come sui social, parlare di fratellanza, usare l’hashtag #brotherood e cazzate varie. Escamotage acchiappalike di bassa qualità. Per fortuna, non siamo tutti uguali. Che si ami la Roma, la Lazio, la Juventus, una milanese o il Napoli, bisogna sempre sapere distinguere. Lasciando che siano i mass media nazionali a fare in modo becero di tutta l’erba un fascio.

Prendete il caso El Aynaoui. La Roma individua in lui un obiettivo. Fra pareri incompetenti da pescare fra radio, TV, inviati, streamer e battitori liberi, il centrocampista del Lens diventa la pietra dello scandalo perché la massa spesso costruisce le sue credenze basandosi sui finti passaparola: Gasperini chiede Rios ma Massara gli porta uno che l’allenatore manco vuole. Apriti cielo. Sugli account social di El Aynaoui piovono insulti, minaccette di subumani dimenticati da dio, armati dalla disinformazione sempre più imperante. Gentucola con mille maschere che al primo gol o al primo assist dell’ex Lens sarà poi pronta a gridare che è il nuovo Nainggolan.

Voi considerate fratelli certi disagiati soltanto perché dicono di tifare Roma? O punti di riferimento taluni esperti che disintegrano o esaltano calciatori in base a due minuti di filmato su YouTube? Auguri. Io non me li auguro neanche come vicini di fornetto al cimitero dopo il trapasso. Ogni tifoseria, come ogni categoria umana e professionale, annovera singoli illuminati e masse informi da tenere ai margini della società. Nel frattempo, El Aynaoui è sbarcato due giorni fa a Roma, con una bella accoglienza riservatagli dai tifosi all’aeroporto. Vita reale.

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L’asta del pesce

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Rilancio sul rilancio, sorpasso prima subito e poi effettuato, quindi controsorpasso, offerte respinta a cui segue l’apertura tanto agognata. L’epico racconto delle trattative, proietta i lettori in una finale di tennis fra Sinner e Alcaraz. Un botta e risposta infinito in un match incerto fino all’ultimo colpo. La realtà assume toni fantasiosi, che attirano l’attenzione, gli aggiornamenti diventano come la nicotina per i fumatori, come il cicchetto diurno degli alcolisti. Lo ha scritto X quindi è vero. Ha smentito Y e se lo dice Y è sicuramente vero. Ci si aggrappa agli esperti di mercato e si offre credito persino agli improvvisati, perché ognuno cerca la rassicurazione più che la verità dei fatti. Che sono quasi sempre diversi da come vengono proposti. Perché una trattativa non è paragonabile all’asta del pesce dove ristoratori e titolari di pescherie si litigano la cassa del più bel pesce San Pietro messo in vendita.

“La Roma rilancia ma il Palmeiras vuole cinque milioni in più”. Immaginate la scena. Ditemi se vi sembra credibile. Come la trattativa per Svilar descritta dal suo procuratore, secondo cui la Roma fino a un mese fa offriva un piatto di fusaie e il giocatore era praticamente oggi del Milan, domani del Napoli, dopodomani dello United. Passano gli anni ma tantissime persone ancora si fanno trascinare nel vortice del bombardamento live delle trattative. E i protagonisti ci sguazzano. Monchi si era talmente incastrato nella trattativa Mahrez da essere lui stesso quasi ogni giorno ad aggiornare i rilanci della Roma. Siamo arrivati a 31, abbiamo aumentato spingendoci a 33. Salvo poi non prendere Mahrez e constatare che un anno dopo sarebbe andato al Manchester City in cambio del doppio di quanto proponeva la Roma. Tanto da pensare di chiedere a Monchi “ma a quelle cifre chi pensavi di portare a casa? Il cugino?”. Consiglio spassionato alla vigilia del ritorno del caldo opprimente. Non scaldatevi troppo, non pendete dalle labbra di nessuno, non fatevi minare le meritate vacanze.

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In ritardo a chi?

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Modric e Ricci in più, Reijnders in meno. Perché il Milan, pronti-via, ha perso il calciatore più forte della rosa. Ha finalmente trovato un allenatore di livello dopo avere puntato malissimo prima su Fonseca e poi su Conceicao. Ma al momento il Milan è più debole. Perché Modric ha quarant’anni, e Ricci, seppur in ruolo diverso, ha un peso specifico minore rispetto a Reijnders.

L’Inter ha messo in rosa Sucic, Bonny e Luis Henrique. Colpi a sensazione? Per niente. Poi magari saranno utilissimi, ma dall’Inter ci si aspetta di più, soprattutto nelle settimane in cui deve gestire questioni spinose, tipo Calhanoglu.

Il Napoli è un discorso a parte, perché parte con lo scudetto sul petto e pronti via ha ingaggiato un super campione, per quanto attempato, De Bruyne.

La Juventus ha sconfessato il sontuoso mercato del 2024, dai classici campetti dei quotidiani con le formazioni della nuova stagione sono già spariti Douglas Luiz e Koopmeiners. La Juventus ha preso David, al momento il migliore colpo della Serie A, ma le incognite sono tante, a cominciare dagli effetti della stanchezza da Mondiale per club, passando per l’allenatore, Tudor, quantomeno terza scelta.

L’Atalanta passa da Gasperini a Juric, per molti figlio legittimo del nuovo allenatore della Roma. A vedere le squadre di Juric, il tecnico reduce da una stagione imbarazzante è la cosa più lontana dal suo padre putativo. Un po’ come sostituire lo showman Fiorello con un cabarettista da sagra di paese. Ma, al di là delle critiche degli osservatori di calcio, come metabolizzeranno il cambio i calciatori atalantini? Mentre cerchiamo di capirlo, stanno vendendo Retegui, il capocannoniere della Serie A. E non è scontato che il nuovo centravanti cresca con Juric quando Retegui è cresciuto con Gasperini.

La Lazio? Anomalia inedita. Mercato bloccato. Può vendere, non può acquistare. La Fiorentina vive il tumulto da trauma, per molti la fuga di Palladino è soltanto la punta dell’iceberg.

In un contesto del genere, perché si continua a dire e a scrivere che la Roma è in ritardo sul mercato? Per gli stessi motivi illogici che hanno creato un allarmismo ingiustificato nel mese di giugno? Quando per settimane si è fatta disinformazione pericolosa dicendo e scrivendo che la Roma avrebbe, entro il trenta del mese, svenduto Svilar e Ndicka per evitare la scure dell’UEFA? Domanda che non avrà mai risposta. Perché la risposta è troppo banale per essere partorita.

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Massara non vuole il busto al Pincio

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Roma è la città che si è innamorata di Baldini braccio armato di Sensi, e che si è poi sentita profondamente tradita al suo ritorno, nonostante i tentativi patetici a sua difesa da parte della propaganda dell’epoca nei primi anni americani. Roma è la città che ha provato ad aggrapparsi a Sabatini, con dei picchi di esagerazione di chi lo ha addirittura divinizzato, bravissimo scout ma più che discutibile oratore, chiamato per anni a recitare un ruolo che non gli appartiene, quello del frontman di una società mediaticamente non all’altezza, senza carisma. Roma è la città che ancora maledice Monchi. La città in cui è morta la carriera a certi livelli di Petrachi, durato un amen, noto a tutti per il carattere fumamtino tranne a chi lo scelse, tanto che fu messo subito all’indice per la sua indole battagliera e dialetticamente colorita. Roma è la città che quando si nomina Fienga si chiede ancora “perché?”,in quella parentesi nonsense con il manager costretto a svolgere anche le mansioni di Petrarchi senza averne, per sua ammissione, le competenze.  Roma è anche la città che, un anno e mezzo dopo l’addio di Tiago Pinto, conta una sparuta minoranza che prova a rivalutarlo soltanto per rafforzare concetti antimourinhani stantii e noiosi. Roma è la città che ha bocciato Ghisolfi prima ancora che mettesse piede a Roma, e che ha esultato il giorno dell’addio come se si fosse vinto un trofeo.

Roma è la città che a distanza di anni accoglie per la terza volta Frederic Massara, che probabilmente vorrebbe che Roma con lui non fosse nulla di tutto quello che abbiamo appena ricordato. Che non ami la ribalta mediatica è noto, forse l’unica cosa fatta con piacere davanti alle telecamere fu l’imitazione di Mughini nello spogliatoio del Pescara, incalzato dal suo compagno di squadra Righetti, al termine di una partita di oltre trenta anni fa, materiale reperibile su YouTube. Massara più Ranieri più Gasperini rappresentano un bel credito da mettere sul conto della fiducia. Gente di mestiere messa al posto giusto. Massara non avrà bisogno di avvocati difensori e saprà gestire a modo suo le eventuali critiche. Non si innamorerà delle telecamere e della propria voce come capitò al suo padre putativo. Non avrà bisogno di descrivere il suo lavoro perché lascia che sia il lavoro stesso a mostrarsi. Non ha bisogno di statue e di busti. A Roma sta bene ma per carattere è distante anni luce dalla socialità romana. E Roma, storicamente, nel calcio, ha sempre fatto bene quando nei ruoli chiave ci sono state professionalità che a Roma non somigliavano per niente. Buon segno.

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L’apocalisse

LR24 (AUGUSTO CIARDI)  Alla fine della giostra, la descrizione apocalittica della Roma non era legata a Lina Souloukou, a Florent Ghisolfi e al breve regno di Ivan Juric. Anche ora che hanno iniziato a lavorare insieme Claudio Ranieri, Frederic Massara e Gian Piero Gasperini, la Roma nell’immaginario collettivo continua a essere dipinta come una mendicante che nelle ultime ore del mese di giugno cerca di elemosinare monete anche fuori corso che servano per tenere in vita il club e per mettere insieme il pranzo e la cena.

Fate una breve rassegna stampa. La Lazio sta vivendo un momento drammatico, Sarri è ben oltre l’orlo di una crisi di nervi, ma i titoli dei quotidiani sono perentori. Ci pensa Lotito! Per risolvere la questione blocco sul mercato ha già in canna il piano A e il piano B. Si pubblicano valutazioni dei cartellini di buoni calciatori come Rovella, Tavares e Gila manco fossero top player che si litigano le big europee. Quaranta, cinquanta, cinquantacinque milioni. Tutto apposto. Peccato che per l’indice di liquidità non basti vendere i calciatori. Ma la gente che ha poco tempo per informarsi non può saperlo. Quindi si fida di ciò che legge. Lazio tutto ok. Roma già ko.

Perché in meno di un mese non è bastato a molte testate incassare la figura barbina, dopo che per mesi hanno scritto che i giallorossi rispetto a tutte le altre erano in grave ritardo sull’allenatore, registrare l’arrivo di Gasperini, mentre Inter, Juventus, Lazio, Atalanta e Fiorentina stavano ancora a carissimo amico. Si è dato per scontato che Svilar se ne sarebbe andato prima che scoccasse l’estate e che uno fra Angelino e Ndicka, se non entrambi, sarebbe partito in cambio di un piatto di minestra.

La Roma viene raccontata come club in perenne ritardo e difficoltà. Gila vale 50 milioni, mentre Ndicka va svenduto a 20 milioni. Una narrazione reiterata che non diventa mai cronaca. Che non contribuisce alla crescita delle copie vendute. Che è in perenne contrasto con la realtà. I rapporti contano più dei fatti.

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Tridente tricolore

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Ranieri, Gasperini e Massara. I sostenitori degli italiani che fanno calcio in Italia finalmente trovano pace. Che poi in fondo fuori i torti non li hanno. Anzi. Si può lavorare bene nel calcio anche se ha una nazionalità diversa, ma in questo caso i tre in questione sono docenti in questa materia. Perché se prendi un patriarca del calcio nostrano, Ranieri, aggiungi uno dei migliori allenatori in circolazione, Gasperini, e completi il quadro dirigenziale-tecnico con uno dei dirigenti più capaci nello scovare talenti, Massara, ottieni un comparto completo e ottimamente assortito. I presupposti per fare bene ci sono tutti. Ora bisognerà vedere gli effetti.

La Roma nel 2011 provò a dare un impulso importante richiamando Baldini e ingaggiando Sabatini. In panchina la scelta, Luis Enrique, fu infelice non tanto per colpe dello spagnolo quanto per l’incapacità dirigenziale nel saperlo supportare e accompagnare fino alla patente, perché all’epoca Luis Enrique aveva il foglio rosa. E Baldini tradì miseramente le aspettative che la piazza si era creata dal giorno del suo ritorno. Massara è stato allievo di Sabatini, poi da direttore sportivo gli è bastato andare al Milan per superare il maestro.

Successivamente, la Roma si votò a una scelta internazionale, e nessuno poteva immaginare che Monchi avrebbe impataccato il suo curriculum con un’unica macchia, qua a Roma. Poi ci fu addirittura il periodo dell’algoritmo, per sintetizzare: un metodo grottesco di selezione dei dirigenti calcistici.

Ora sulla carta si bada al sodo. E poco importa se c’è chi esulta per Massara perché Massara gli risponde al telefono. La Roma prende un bravissimo direttore sportivo, che in carriera ha dimostrato di lavorare meglio se accanto ha un uomo di campo di esperienza (Maldini, e, si spera, oggi Ranieri), che si unisce a un dirigente che meglio di chiunque altro abbia lavorato nella Roma degli ultimi quindici anni conosce la materia, e a un allenatore che ha il grande pregio di volere essere partecipe alle manovre di mercato. Le premesse sono le migliori che si possano auspicare.

In the box – @augustociardi75