Spycam

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Come stanno le altre? Siamo bravissimi ad analizzare e giudicare la Roma pure nei dettagli, spesso superflui, ma è bene studiare i momenti delle avversarie dirette.

La Roma condivide la vetta col Napoli, che ha perso contro il Milan, ma oggettivamente il Napoli sembra appartenere a un’altra dimensione. Napoli che, come Inter, Atalanta e Juventus, lo scorso anno ha chiuso il campionato davanti alla Roma, brava comunque a passare dal medioevo di metà stagione fino a un passo dal paradiso grazie a Ranieri. E la Roma di Gasperini sta facendo il copia incolla del cammino intrapreso lo scorso gennaio. Vittorie di misura, pochi gol subiti, ogni intanto un passo falso. Sulla falsariga del primo semestre 2025 segna poco, anche perché le lacune offensive non sono state colmare dal mercato, che in attesa di Bailey apparentemente ha indebolito il reparto, perché fra gli altri la Roma ha perso Saelemaekers.

E le altre? A inizio campionato c’erano molte ombre sull’Inter. In discussione soprattutto Chivu. Alla vigilia della terza giornata, trasferta in casa della Juventus, i titoli a nove colonne dei quotidiani sportivi nazionali erano sulla precarietà dell’allenatore, che aveva già perso in casa con l’Udinese. A Torino l’Inter gioca bene e perde male, apriti cielo. L’anello debole è il romeno, e come al solito i media cuor di leone gli danno addosso. Accusato di tutto, Chivu tiene la barra dritta e le vince tutte. Nessun gigante abbattuto, ma bottino pieno con Sassuolo, Cagliari, Cremonese, oltre ad Ajax e Slavia Praga. In un mese, le grandi firme cambiano maschera e sfornano grandi banalità. Chivu è il nuovo genio, saggio e coraggioso, aspirante profeta. Voglia di vendere. Le copie in edicola. L’Inter in più della Roma ha una rosa molto più ampia, ha un numero superiore di singoli in grado di fare la differenza. E, a proposito di rosa, ha quattro attaccanti. Ma in fondo pure il Torino ha più attaccanti della Roma. La sensazione è che l’Inter finirebbe alle spalle della Roma soltanto se la sta stagione si rivelasse un flop colossale.

Più abbordabile è la Juventus. Ha tenuto Tudor soltanto perché ha bucato ogni obiettivo fissato, da Conte fino a Gasperini, passando per Genesio. Ha fatto un mercato in funzione della cessione di Vlahovic (prima David e poi Openda sono stati presi dando per scontata la partenza del centravanti) e del ritorno, sfumato, di Kolo Muani. Dopo un avvio promettente, come un anno fa la Juventus ha sposato i pareggi, ha iniziato ad alternare i titolari, soprattutto in attacco. Pagando dazio alla continuità e ai punti di riferimento. Tudor, fra i tecnici delle big, è l’unico che arriva alla seconda sosta col mirino puntato addosso.

Allegri invece si sta mangiando ancora le mani per il rigore sbagliato da Pulisic, e per gli orrori sottoporta di Leao. Il suo Milan ha pagato il biglietto alla prima, perdendo con la Cremonese, poi non si è fermato più. Non ha le coppe, quindi ha più tempo per recuperare fiato e per preparare le partite, come la Roma ha un attacco che non convince, ma più della Roma ha centrocampisti che hanno confidenza con il gol. Curioso che i più grandi detrattori di Allegri, quelli che lo hanno linciato usando gli insulti al posto delle critiche, davanti a un Milan che mostra già una buona identità, rigirano la frittata dicendo che finalmente Allegri si è aggiornato. Volendo avere loro ragione anche davanti a una figura di melma colossale. Praticamente Allegri dovrebbe ringraziarli secondo le loro bislacche teorie, perché convinti di averlo spronato a cambiare. Deliri di onnipotenza. Ipertrofia dell’ego.

Alzi la mano che credeva che dopo sei giornate l’Atalanta di Juric avrebbe avuto al massimo quattro-cinque punti. Ammetto che sto scrivendo con la sinistra. Dopo un paio di partite apatiche, la squadra è ripartita. Nonostante un’infinità di assenti, che piano piano stanno tornando. Non è l’Atalanta di Gasperini (e un giorno mi spiegheranno in cosa le squadre di Gasperini e di Juric si assomigliano) ma la memoria storica esiste. L’Atalanta dà la sensazione che potrà bazzicare il quarto posto, ma non viene vista più come una squadra che travolge chiunque con lo strapotere fisico e con l’intensità di gioco.

La Lazio è fuori dai giochi. Dilaniata dell’immobilismo, guidata da un allenatore che non sembra più in grado di lasciare un’impronta, ha una classifica che è specchio fedele del suo momento storico.

Il Bologna ha i fari bassissimi, ma il progetto offre continuità, la squadra è rodata e sta iniziando a corricchiare. Difficile possa lottare per il quarto posto ma occhio, perché sottovalutare il Bologna per il terzo anno consecutivo sarebbe peccato mortale.

La Fiorentina potrebbe lasciare a piedi Pioli se perdesse in casa del Milan. Il tecnico ci era rimasto male quando in estate Allegri non aveva menzionato la Viola fra le aspiranti a un posto Champions League, e aveva risposto dicendo in conferenza stampa “ci vediamo alla fine del campionato”. Difficile.

In the box – @augustociardi75

Svilar è della Roma

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Tante persone a giugno si erano convinte che la Roma avrebbe perso il portiere in cambio di un paio di dozzine di milioni di euro. Il tam tam estivo prevedeva questo, la Roma deve vendere, deve affrettarsi a vendere, anzi deve svendere.

Vederlo parare con la maglia della Roma per molti fa strano. Ma garantiamo che Svilar è un tesserato della Roma. Brava a rinnovargli il contratto. Non basta. Perché per molti Svilar è una concessione elargita generosamente da un ente. Tipo quando non hai i soldi per difenderti in tribunale e ti assegnano l’avvocato d’ufficio. No. Svilar è un tesserato della Roma, quindi? Come funziona?

Se il Milan di Pioli vince lo scudetto più per i meriti di Maignan che di Leao e Tonali sono grandi Maldini e Massara che hanno scovato in Francia un valore aggiunto per sostituire Donnarumma, ma se la Roma si concede il lusso di avere Svilar deve chiedere scusa perché finalmente ha un portiere che para?

La narrazione del calcio deve convincere la massa che la Roma abbia culo. Devono essere ridimensionate le vittorie. Ci siamo abituati, furono sminuite la vittoria di Tirana e il furto di Budapest. Figuriamoci se possono sorprendere le reazioni contrariate perché la Roma ha messo insieme dodici punti su quindici anche grazie a un portiere che non funge da sedia messa in mezzo ai pali. Si vuole fare credere che ogni parata sia grazia ricevuta. Lasciate che ci si convinca di tutto ciò.

La Roma ha un grande portiere, che è stata brava a mantenere in organico, nonostante si dia già per scontato che partirà a giugno così come si dava per scontato che sarebbe partito tre mesi fa. A proposito di narrazione. Non che non sia possibile, ma solo a Roma a settembre si parla già del mercato in uscita a giugno.

Digerire che Svilar sia rimasto per molti è stato difficile. Considerando che i giornali di Milano hanno già iniziato con la cantilena su Koné all’Inter. Solite storie. Perché nel terzo millennio si tifano più le proprie idee che le squadre e mal si accettano le constatazioni dei fatti, falsificando la realtà. La Roma non ha mai considerato la cessione di Svilar.

Svilar para per la Roma. Come Maignan para e parava per il Milan. Come Buffon parava per la Juventus. E questo grande portiere, e le sue parate, valgono come i gol di un attaccante, la rifinitura di un trequartista e i recuperi di un mediano.

In the box – @augustociardi75

Fossi laziale sarei terrorizzato

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Il minimo sindacale per vincere il derby, in emergenza, che significa nove punti su dodici. Mica male per una squadra incompleta che oggi ha rispolverato Lorenzo Pellegrini che quando vede la Lazio resuscita. C’è tanto da lavorare ma la Roma ha guida giusta, un allenatore serio, bravo e vincente. Che sa usare anche parole dure e in pubblico come terapia choc per calciatori che andavano ceduti e che alla fine lui dovrà tenere in considerazione almeno fino a gennaio. E ogni riferimento a Pellegrini è voluto.
Poi c’è la Lazio, e giuro che non è sfottò. Fossi tifoso laziale non sarei preoccupato. Sarei terrorizzato. Questa stagione è pericolosissima. Il mercato bloccato ha lasciato in eredità uno stallo enorme. Estate cristallizzata. Società che prima della partita (mai dopo) manda a parlare l’unico Direttore sportivo al mondo che in estate avrebbe potuto organizzare le vacanze come un impiegato qualsiasi. Allenatore dogmatico che non prevede piani B, che messo al corrente del mercato bloccato ha cancellato, accettando di restare, ogni alibi a suo favore, che non concedendo deroghe per il suo anzianotto schema tattico manda in campo sotto il sole cocente almeno quattro bisognosi di cambi per raggiunti limiti di età o perché a rischio infortuni muscolari.

E poi ci sono i calciatori. Se a suonare la carica nei momenti cruciali sono elementi avvezzi a crisi isteriche, tipo Guendouzi e Pellegrini, la stagione può davvero essere un film dell’orrore.

In the box – @augustociardi75

Il capobranco

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Il prepartita di Roma-Torino è stato in tinta con la prestazione. Perché, ultimo in ordine di tempo dopo Gasperini e Ranieri, il direttore sportivo Massara a domande poco originali ha dato l’ennesima risposta su Sancho e ha ribadito il monotono concetto dei paletti UEFA e delle regole stringenti che rendono complicato il mercato della Roma. Come se non fossero bastati gli assist della scorsa settimana che hanno permesso ai media di trattare la Roma come un supermercato. A metà settembre la Roma è l’unico club si cui si parla in funzione del mercato del prossimo giugno. Un reiterato mettere le mani avanti.

La Roma ha commesso errori sul mercato, accumulati nella seconda metà di agosto, a prescindere dall’accordo di Nyon. Per le mancate entrate e per le mancate uscite. Gasperini voleva un esterno d’attacco di livello, un centravanti che sostituisse Dovbyk e possibilmente un altro centrocampista. E avrebbe salutato senza rimpianti, oltre all’ucraino, Pellegrini, Baldanzi, e non si sarebbe strappato i capelli in caso di cessione di Pisilli. Non è accaduto nulla di tutto ciò. Amen. Bastavano le dichiarazioni di Gasperini, che chiaramente ha detto di guardare avanti e che di mercato, esigenze e problematiche annesse, se ne sarebbe riparlato a tempo debito. Prima della partita ha parlato anche Ndicka, ma in questo caso trattasi delle classiche battute volanti dei calciatori. “La Roma ha sette-otto leader“. Battuta volante. Sette leader non li hanno neanche il Real Madrid e il Paris Saint-Germain. Intendendo per leader i capibranco carismatici, magnetici.

Lasciamo stare la deriva dei leader tecnici. Dybala non è un leader, Soulé non è un leader. Perché il leader non è quello forte tecnicamente a cui tutti affidano il pallone. Gli affidano il pallone semplicemente perché è quello forte tecnicamente. Non era un leader neanche Messi. Maradona sì. La Roma negli ultimi quindici anni ha avuto pochissimi leader, e questo ha spesso rappresentato un problema. Per questo si affida agli allenatori carismatici. E ora deva affidarsi a Gasperini. E fidarsi di Gasperini. Anche se vive una giornata storta come ieri. Poteva fare scelte diverse ok, ma torniamo alle lacune di agosto. Ci fosse stato il famoso esterno sinistro di livello, Dybala avrebbe continuato a fare il dodicesimo uomo. Ha giocato titolare perché il titolare delle prime due partite, El Shaarawy, non ha convinto. E perché l’altra alternativa era Baldanzi, ma Baldanzi senza errori di mercato oggi giocherebbe (forse) il posticipo del lunedì con il Verona. Mentre ieri, da subentrato, ha mancato l’ennesima occasione per mettersi in mostra.

L’errore di Gasperini semmai è stato quello di rinunciare al centravanti. Ma la Roma non ha perso perché Gasperini ha sbagliato tutto. Gasperini ha fatto delle prove e la Roma se le poteva permettere, dopo le prime due vittorie. Nell’Atalanta capitava di vedere in panchina Zapata o Scamacca o Retegui per fare giocare De Ketelaere punta atipica, cosa che ieri avrebbe dovuto fare El Aynaoui. Serve tempo per gli automatismi ma Gasperini non soffre di fenomenite. Quindi la speranza è che non diventi bersaglio di critiche eccessive, perché ancora una volta la Roma deve aggrapparsi al suo allenatore. Che va seguito. Anche dalla dirigenza. E va seguito pure quando invita a non alimentare chiacchiere sul mercato appena finito e sul mercato che aprirà fra dieci mesi. E l’altra speranza è che i dirigenti, ascoltando le solite banali e ripetitive domande, la smettano di ricordare che Sancho, richiesto dall’allenatore, si è comportato male, e che ci sono i paletti dell’Uefa e le regole stringenti da seguire che rendono complicato il mercato della Roma. Lo abbiamo capito. Lo sapevamo già. Lo giuriamo.

In the box – @augustociardi75

La vera lacuna

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Quasi più direttori marketing che allenatori e direttori sportivi. Gente quotata proveniente da aziende come Adidas, manager con l’NBA nel curriculum. Grandi esperti di settore giustamente annunciati in pompa magna, che non hanno cavato un ragno dal buco.

Perché quando arrivarono i primi americani a Roma, nel 2011, potevano sorgere dubbi sulle scelte tecniche, ma sul fronte marketing e fatturato c’era la certezza che la Roma avrebbe svoltato. Perché fino a quel momento la pigrizia mentale faceva credere a molti che bastava spendere il nome di Roma per essere abbinati commercialmente alla Coca-Cola o a Bill Gates. Che sulle brochure da presentare alle grandi aziende per ottenere decine di milioni di euro sarebbe bastato incollare la foto dei fori imperiali. Cazzate.

Roma calcisticamente è sempre stata periferia del mondo, salvo rari casi, quindi le servivano strategie strutturate da chi sa come si fa. E chi meglio degli americani? Chiunque, potremmo rispondere a distanza di quindici stagioni. Perché la Roma continua a sperare di fare cassa soltanto attraverso la cessione dei calciatori.

La domanda di ogni giorno non dovrebbe essere “chi vendiamo a giugno?” ma “possibile che dal 2011 soltanto tre volte la Roma ha avuto il main sponsor?”. Una di queste tre volte è finita male, perché la Digitalbits, fino al 2023 partner del club, così come dell’Inter, non ha saldato i conti. Servirono sette anni alla gestione DiBenedetto-Pallotta per scrivere un nome portato da loro sulla maglia, la Qatar Airways. Fino al 2013 c’era la Wind, ma per accordi antecedenti al cambio di proprietà. Erano gli anni in cui se le persone di buona volontà provano a chiedere per quale motivo non si poneva rimedio, da Trigoria rispondevano stizziti e infastiditi da quesiti così stolti che la Roma puntava in alto e rifiutava partnership legate a cifre giudicate inadeguate. Avevano un’idea distorta della “potenza” del club. Ingaggiavano fior di professionisti ma, fatti alla mano, appunto, non cavavano un ragno dal buco. Penalizzando il fatturato. Fatti inconfutabili perché la Roma negli uffici commerciali aveva già all’epoca le porte girevoli. E se cambi di continuo direttori marketing significa che stai lavorando male. Ma non lo ammettevano.

Nel 2021, era Friedkin, la Roma si votò alla Digitalbits, per interrompere il rapporto dopo neanche due anni, ad aprile 2023, a stagione in corso, per il mancato pagamento di una rata, mentre a Milano l’Inter aveva tolto quel marchio dalla maglia cinque mesi prima, ma soltanto perché le rate avevano scadenze diverse da quelle della Roma. Quindi toccò alla Riyadh Season, accordo dall’ottobre 2023 al giugno 2024 (25 milioni complessivi).

E oggi? La Roma è l’unica squadra di Serie A, per ora, oltre alla Lazio, a non avere il main sponsor. Ovvio che molti main sponsor pagano cifre considerate irrisorie per il calcio di oggi. Ma da zero a cento, dieci è sempre meglio di zero. Soprattutto quando devi fare i conti col pallottoliere, e quando ogni volta che c’è da produrre introiti, ci si vota alla cessione dei calciatori. Una regola fissa nell’era Pallotta, una prospettiva dichiarata per l’attuale proprietà. Più facile vendere oro e argento di casa che accettare proposte un po’ più basse delle pretese per l’affitto di un immobile di proprietà non utilizzato.

La Roma non risolverebbe tutti i problemi facendo funzionare al meglio il comparto commerciale, ma avrebbe comunque un’entrata adeguata e utile su cui puntare. Milan e Inter hanno una situazione debitoria peggiore della Roma ma possono contare su introiti superiori. E allora sotto la minaccia incombente del “cartellino rosso” dell’Uefa, si riaprono le danze sul rischio cessioni a giugno. Come se fosse una novità. Come se non se ne parlasse, spesso anche a sproposito (nel giugno scorso si dava quasi per scontato che la Roma avrebbe dovuto svendere Svilar e Ndicka), tutti gli anni.

Ma lo sponsor? Qualcosa si sta muovendo, ma non riempirà il vero buco nero degli ultimi tre lustri.

In the box – @augustociardi75

Ricordati che devi morire

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Storicamente periferiche rispetto al calcio d’élite, Roma, Lazio e Napoli hanno messo la testa fuori dall’anonimato in diverse epoche per vincere e poi ubriacarsi di festeggiamenti, minando le basi per una continuità mai raggiunta. Ci sta provando da un paio di anni il Napoli a cambiare il corso di storie spesso già scritte. Perché il Napoli sembra avere gettato basi solide, acquisendo consapevolezza. Rendendosi conto che vincere è bello, ma vincere di nuovo lo è ancora di più. E per vincere di nuovo bisogna correre il rischio di impresa, rompere gli schemi e stracciare il copione assegnato alle comparse.

Roma invece vive una fase di assuefazione. Una parte di Roma ha, in parte, sempre rigettato chi le ha indicato la via della premiazione, perché si è forse sentita scuotere da un intorpidimento pigro e comodo, causato da un’indolenza spesso presuntuosa. Il massimo a cui si aspira da quasi dieci anni è il quarto posto. Ma per assurdo, per cavalcare l’ambizione, parte della piazza dà la caccia alle streghe, identificate in chi ha doti superiori alla media. Gente da sacrificare sull’altare di Nyon. L’ultimo esempio è Kone. Centrocampista coi fiocchi. Arrivato nell’estate 2024. Erano mesi di tumulti e di guerre intestine, e l’acquisto passò sottotraccia, perché altrove si godono i rinforzi di qualità, a Roma si litiga per assegnare la paternità dell’operazione. È stato Ghisolfi, no De Rossi lo ha imposto, ma che dici c’è la mano della Souloukou. Non c’è più nessuno dei tre nella Roma, ma alcuni avrebbero voluto che non ci fosse più manco il nazionale francese. Che ieri sera è salito sul podio dei migliori, battuto per rendimento soltanto da Tchouameni. Meno di un mese fa, a ferragosto non c’era manco il solleone, perché il tempo faceva schifo. Quindi non fu un colpo di calore a fare sperare che la Roma lo vendesse all’Inter. Attenzione, non mettiamo in mezzo Gasperini. Lui extrema ratio se ne sarebbe privato qualora poi si fosse completata la rosa con un suo sostituto e con due esterni offensivi di qualità elevata. Non certo coi ragazzini del Chelsea e del Manchester City.

Metà agosto e Roma spaccata a metà. Da una parte chi già si era listato a lutto, dall’altra i tana libera tutti, quelli del “via Kone, perché nel calcio moderno certe offerte vanno accettate”. Alt, quali offerte? Visto che l’Inter fece sapere, senza mai presentare proposte ufficiali, che forse sarebbe arrivata a trentacinque milioni? Ossia stava pensando di formulare un’offerta irricevibile. Irrispettosa. E poi, chi ha stabilito che nel calcio moderno devono essere venduti i migliori? Di norma, i migliori servono per avvicinarsi ai risultati che, nell’era del calcio pensato negli studi dei commercialisti, creano il miglior indotto economico. Invece no, la Roma paesone della provincia molisana guarda con fare sospetto il forestiero benestante che va in giro per i vicoli del centro storico e del borgo medievale arroccato fra le montagne. E spera che se ne vada il prima possibile, perché la sua presenza scombussola le abitudini locali. Spesso cattive. Non a caso i media francesi nel commentare la trasferta della loro nazionale, esaltando Kone si sono chiesti per quale motivo sia rimasto alla Roma e non abbia spiccato il volo verso top club. Roma considerata periferia provinciale del calcio che conta. In barba anche alla dignità mostrata dalla Roma nelle coppe europee. E questo dovrebbe fare riflettere. Perché degli ultimi quindici anni, targati Stati Uniti, se ne salvano forse cinque. Quindici anni con la Roma uscita dall’anonimato soltanto nell’anno della semifinale di Champions League, nel biennio in cui ha ha vinto la Conference League e si è vista scippare l’Europa League, e forse il primo anno di Garcia in panchina e quello del record di punti con Spalletti.

Stagioni a metà, perché quando andava bene nelle coppe collezionava figuracce in campionato, e viceversa. Una miseria che ha indotto al ridimensionamento delle ambizioni, forse inconscio, al punto che se parte un calciatore forte ci si bea della cifra incassata. Kone parte bene con la Roma e detta legge in nazionale? Ottimo, a giugno speriamo che ci arrivi un’offerta da cinquanta milioni. Pensieri strani indotti da campagne mediatiche ansiogene, stile “ricordati che devi morire” perché ogni volta che arriva giugno sembra che la Roma debba svendere i migliori per non fallire.

In the box – @augustociardi75

Excusatio non petita

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Nei giorni del condor, la Roma ha fatto la figura dell’allocco. Capita. L’importante è prenderne atto. Nella città in cui ha attecchito la nuova frontiera del tifo per i direttori sportivi, diventa difficile negare che il club si sia incartato sul fronte esterno d’attacco. Badate bene. Chi fa comunicazione, che sia radio, TV, social, siti e live, ha nell’equipaggiamento una bella dose di narcisismo. Il sottoscritto non lo nega neanche per se stesso. Ci piace la nostra voce, ci piacciono le righe che scriviamo, siamo innamorati delle nostre idee.

In questo caso però la necessità di reperire un esterno offensivo non era un capriccio da speaker o da insider. Non era neanche un desiderio dei tifosi vogliosi di andare in aeroporto ad accogliere il nuovo eroe. Era una richiesta specifica dell’allenatore. Che parla pubblicamente, le cose non le manda a dire. È un suo marchio di fabbrica. E Gasperini ha chiesto in più occasioni l’esterno.

Si era fissato con Sancho, ok, ma la Roma ha messo una pietra sull’utopia nei giorni antecedenti Roma-Bologna, datata ventritre agosto. Avendo quindi a disposizione una decina di giorni per trovarne un altro. Li ha spesi per chiedere il prezzo di George, per rimuginare su Echeverri, uno dei tormentoni delle ultime settimane, e per tergiversare su Dominguez. Alla fine della giostra non è arrivato l’esterno ma non solo, la Roma si è incartata anche su quei fronti che avrebbero completato la campagna acquisti e cessioni con operazioni di contorno. Perché a cascata sarebbe stato ceduto Baldanzi al Verona e sarebbe stato ingaggiato Pessina dal Monza. E l’esterno last minute poteva essere Dominguez del Bologna. Saltato tutto.

Come lo scambio fra Dovbyk e Gimenez, che aveva un sapore da disperazione di fine mese. Come è saltato Embolo, ex promessa mezza rotta, che stanco di aspettare le titubanze della Roma ha preferito la periferia francese del Rennes. Baldanzi al Verona, Pessina dal Monza, Dominguez dal Bologna. Il Verona di Zanzi, il Monza di Baldissoni, il Bologna di Fenucci. Mette malinconia pensare che la Roma per cavare un ragno dal buco si sia affidata ai vecchi “amici”. Non riuscendo a chiudere neanche una di queste operazioni. Che poi almeno un paio di queste chiamavano in causa Riso. Zanzi, Baldissoni, Fenucci e Riso. A volte ritornano.

La speranza è di avere un giorno una Roma emancipata sul mercato, che batta nuove strade, e che si esauriscano le moda del tifo e dell’odio per i dirigenti. Per evitare mistificazioni delle realtà. Basterebbe analizzare il loro lavoro senza difese o attacchi d’ufficio. Senza fare busti al Pincio o invocare lapidazioni di piazza, tipo l’anno scorso per Ghisolfi, al centro di una shitstorm vomitevole (immaginate ci fosse stato lui, ora, a chiudere il mercato della Roma in questo modo). La Roma ha effettuato buone operazioni, ma negli ultimi quindici giorni ha collezionato flop. Manca l’esterno d’attacco che l’allenatore ha chiesto. Bastarebbe ammetterlo.

In the box – @augustociardi75

Non può fini’ così

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – A meno che non si siano del tutto rincoglioniti, il finale sarà diverso da quanto fanno presagire le ultime scene del film. Perché non è possibile in due mesi passare dall’esaltazione per il tridente delle meraviglie Ranieri, Massara, Gasperini alle cronache dal disagio scandito dal ritmo incessante di post su X, dove chiunque assurge al ruolo di esperto di mercato, con imbarazzanti improvvisati che si affiancano ai più noti e accreditati esperti, che pure loro di cantonate ne prendono tante.

Semplice considerazione legata alla logica e non alle ricostruzioni (spesso condizionate dagli interessi delle fonti): ma può essere mai possibile che un allenatore esperto si incaponisca così tanto da chiedere fino all’ultimo istante un calciatore che non vuole più fare il calciatore? Al punto che un direttore sportivo, esperto, vada tre giorni a Londra in cerca di schiaffi, incassando il no da uno che sta con la testa alla scena hip hop della west coast americana, e che sia talmente sprovveduto da ripiegare su un giovanissimo calciatore per il quale il club proprietario chiederebbe, a detta degli esperti, cifre e diritti sulla futura rivendita quasi da strozzinaggio? Riflettiamo. O si sono del tutto rincoglioniti, appunto, oppure le cronache dal mercato non corrispondono alla lettera a ciò che viene sventagliato ogni trenta secondi e a cui tutti credono senza spirito di critica e di messa in discussione del testo. E magari scopriremo in questi ultimi quattro giorni, che le strategie di ripiego della Roma, per un mercato comunque complicato e condito da errori e sottovalutazioni di alcune vicende, fossero altre.

Di solito in questi casi irrompe sulla scena Dan Friedkin, che quando si sposta, oltre a fare saltare teste a Trigoria, durante le sessioni di mercato cambia la sceneggiatura e piazza colpi apparentemente impensabili. Nel mentre, Gasperini ha fatto ciò che tutti gli allenatori dovrebbero fare, ha messo pressione, sana e sacrosanta. E Massara come tutti i direttori sportivi a mercato aperto, è esposto ai quattro venti, perché funziona così. Da sempre. Solo che quando succede a Roma, Roma si divide con l’accetta. La Roma passa in secondo piano e si gioca il palio dei rioni e dei quartieri. Io mi prendo il mister tu parteggi per il dirigente. Du’ palle.

In the box – @augustociardi75

Fine delle trasmissioni

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Il risoluto Gasperini, come accade in ogni ambito a chi dall’esterno arriva e ha più lucidità degli stanziali, ha liquidato la vicenda Pellegrini con tre frasi. Rispondendo oltretutto a una domanda che verteva sull’aspetto tecnico del calciatore e non gestionale. L’atto finale di una storia tormentata.

A Pellegrini fece malissimo il finto supporto degli anti mourinhani che lo elessero per interessi personali idolo dopo la cacciata del portoghese. Perché Pellegrini fu considerato ingiustamente il capo della congiura, l’eroe di chi auspicava il golpe. Dando fiato pure alle penose discussioni sul famigerato anello lasciato nell’armadietto. Aneddoti e dettagli spiattellati da chi accolse l’esonero dell’allenatore come il giorno più bello della propria esistenza. E che si sono rivelati deleteri per il calciatore. Una manciata di partite di buon livello con De Rossi in panchina e apriti cielo. A quel punto c’era chi ne voleva sei di Pellegrini, manco tre. Poi di nuovo il calo, anzi il crollo, con l’unico guizzo nel derby di inizio anno. Una via crucis che sta toccando l’ultima tappa. Passando per l’operazione in Scandinavia, le vacanze in famiglia e poi l’altra operazione al naso, che ha lasciato molto dubbi per la tempistica.

Gasperini non lo ha mai avuto in allenamento e ha parlato chiaro. Invitando club e calciatore a fare altrettanto. Perché per paradosso la Roma per Pellegrini è diventata una gabbia d’oro e Pellegrini per la Roma è diventato un mobile da cucina piazzato in mezzo al salone. Dispiace chiudere così, perché nessuno potrà mai mettere in discussione il senso di appartenenza del ragazzo, ma trascinarsi per altri dodici mesi sarebbe uno stillicidio. I numeri di Pellegrini in campo non giustificano le intenzioni dei club che sarebbero interessati alle sue prestazioni. Numeri di campo e cifre del contratto da top player che in campo non dimostra di essere dal 2021-22. Ha un agente abilissimo sul mercato. Mentre la Roma ha un direttore sportivo con le conoscenze giuste. L’auspicio è che, con il benestare del centrocampista, le parti si adoperino per evitare il due settembre di riaprire un file di discussioni ammorbante, che è giusto chiudere definitivamente.

I separati possono restare sotto lo stesso tetto soltanto in caso di indigenza economica. Dramma di mariti e di mogli strozzati dalle spese in un Paese che si preoccupa del prezzo del Camogli in Autogrill e del caro ombrellone ma non muove un dito per adeguare al costo e agli aumenti della vita stipendi vergognosi e irriguardosi, fermi al millenovecentonovanta. Il calcio non prevede queste urgenze da comuni mortali. Ma sta comunque attento ai conti, e Pellegrini nel complesso costa tanto per chi è interessato a lui. Ma bisogna scrivere la parola fine per salutarlo come merita, con affetto e con un grosso in bocca al lupo. Senza che la storia si intossichi più del dovuto.

In the box – @augustociardi75

Non presentiamoci

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – La domanda nasce spontanea: non sarebbe meglio non presentarsi contro il Bologna? E perché c’era attesa per capire se con il Pisa si giocherà in Toscana o a Cagliari? Tanto è tutto finito prima di cominciare, no? Non sono bastate le fazioni interne del passato che laceravano nei risultati la squadra mettendo in contrapposizione allenatori e dirigenti, presidenti e consiglieri?

Siamo appena entrati negli ultimi dieci giorni di agosto, ma già si emettono sentenze da tarda primavera. Due mezze amichevoli, e Wesley è il nuovo Ivan Piris. Si descrive Massara come una povera vittima del famelico e ingordo Gasperini, che ancora non ha perso una partita ma già fa storcere la bocca perché chiede troppo. Come se non si conoscesse il carattere dell’allenatore. Come se non sia da considerare una risorsa un allenatore che tiene tutti sulle spine in una piazza che storicamente si abbiocca fra cuscini in memory e materassi altissimi e con le molle insacchettate. Un allenatore che batte sul ferro fino a che il ferro non si consuma, pure se non è caldo. Le solite storie. Si predica progettualità e si razzola giustizialismo immediato, per direttissima. Roma continua a vivere i suoi deleteri spinoff. Che evidentemente tirano più della serie originale. Quella che dovrebbe creare attesa per il campionato oramai alle porte. Quel campionato in cui la Roma da troppo anni fa la comparsa. Invece no. Si comincia già a parlare delle cessioni del prossimo giugno di Svilar, Kone e Soule, si dà già per scontato che nella migliore delle ipotesi si arriverà settimi. Come se non fosse bastato il giugno ultimo. Il mese delle più grosse inesattezze scritte e dette sulla Roma. Che avrebbe dovuto svendere più che vendere i suoi gioielli altrimenti l’Uefa avrebbe usato la mano pesante. Salvo poi scoprire che non c’era questa necessità, e che le lievi sanzioni pecuniarie comminate erano relative al 2024, all’anno prima.

Mentre nel clima di terrore instaurato si pontificava sulle pene corporali che la Roma avrebbe subito dopo processo per direttissima a causa del bilancio che stava per chiudere. È durata un amen la felicità di avere finalmente gente competente nel comparto tecnico, Ranieri, Massara e Gasperini, che per molti sono già diventati l’assente, la vittima e l’ingordo. Minimo comune denominatore: vengono considerati tre imbecilli, perché se tre professionisti di quel calibro avessero accettato la Roma a scatola chiusa, non sapendo cosa si dovessero aspettare, staremmo parlando di tre imbecilli da interdire calcisticamente. All’esterno, nel frattempo, la Roma viene percepita come una società alla canna del gas e come una squadra in disarmo, e pure sfigata. Speriamo se ne convincono le avversarie, e che la prendano sottogamba.

In the box – @augustociardi75