La fiera delle esagerazioni

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Scadenza contrattuale 2027. Allarme scattato senza motivo prima che finisse la stagione 2024-25. Procurato dalle strategie comunicative dell’agente del calciatore, consapevole di avere tra le mani uno dalle mani d’oro. Poi però bisogna saper distinguere. Nel contesto in cui la Roma al massimo “fa trapelare”, se ci si abbevera all’unica fonte ciarliera, si commentano i fatti perdendo il senso della misura.

Un bombardamento mediatico che ha attecchito facilmente perché la Roma viene descritta perennemente in ritardo. Al termine di una stagione altamente contraddittoria. Si è scritto e detto per mesi che fosse vergognoso che mancasse l’allenatore e poi la Roma ha preso uno dei migliori mentre le altre stavano ancora incassando il no dei candidati che rifiutavano. Si è scritto e detto che la Roma avesse praticamente perso Mile Svilar, perché nella negoziazione offriva una manciata di fusaie e due monete fuori corso. A un certo punto hanno fatto ingrifare i tifosi del Milan, che già sognavano Svilar erede di Maignan in cambio di Saelemaekers e di qualche banconota del Monopoli. E invece Svilar rimarrà. Perché, per quanto a Roma sembra che tutto ciò che ruota attorno alla Roma sia un unicum, accade invece né più né meno ciò che si registra in ogni angolo del mondo calcistico. La logorrea del manager di Svilar era semplicemente un momento della trattativa che prevedeva una strategia dello stesso atta ad attirare attenzione sul suo assistito. E in una piazza che sull’altare della passione spesso sacrifica la malizia, in molti sono andati nel panico più totale. Senza motivo. Dando per scontato che ciò che faceva diffondere l’agente fosse una verità assoluta.

Similitudini con la vicenda Ranieri-Nazionale? Tante. Chi dava per scontato che Ranieri sposasse l’azzurro, ha dato credito a chi scriveva avendo ascoltato soltanto una campana, la Federcalcio. Niente di nuovo. Tutto molto noioso e scontato.

In the box – @augustociardi75

Vicini, Sacchi, la Spal e una Roma “sbagliata”

LR24 (AUGUSTO CIARDI) C’è stato un tempo in cui il Commissario tecnico arrivava in nazionale dopo la trafila nei settori giovanili. Gli ultimi selezionatori furono Azeglio Vicini e Cesare Maldini. Alla nazionale di Vicini si legano tanti ricordi felici, macchiati soltanto dalla semifinale al San Paolo (già all’epoca la FIGC si distingueva per scelte “geniali”) contro l’Argentina di Maradona. Prima d Maldini, ci fu un cambio di direzione, con montaggio di uno dei migliori allenatori al mondo, Arrigo Sacchi, che non veniva dal settore tecnico azzurro ma legava la sua gavetta ai campi minori emiliano-romagnoli, prima del grande boom nel Milan.

Poi fu la volta di Trapattoni, quindi di Lippi, e via dicendo, fra soluzioni logiche, scelte imbarazzanti e decisioni illogiche (Spalletti non può fare il Commissario tecnico per tante ragioni, e non servivano la Svizzera e la Norvegia per evidenziarlo). Non esiste una linea da seguire. Ma, si può constatare che non si punti più sui tecnici federali. Anche per scelte degli stessi allenatori. Se passiamo attraverso le porte girevoli andando indietro nel tempo, oggi il commissario tecnico lo fa Daniele De Rossi. Perché dopo l’enorme esperienza acquisita nello staff di Mancini, ha accettato di proseguire sulla strada delle nazionali giovanili, e dopo avere allenato l’Under 21, subito dopo l’esonero di Spalletti, è stato chiamato da Gravina che gli ha affidato l’incarico a tempo, sapendo che comunque vada De Rossi non sarà colpevole di nulla. E che se invece scoccasse la scintilla, l’Italia si ritroverebbe in casa, anche con la somma felicità di chi vorrebbe che ad allenare fossero solo tecnici under quarantacinque, un patrimonio di cui vantarsi, e magari una fase finale raggiunta, che oramai sembra essere diventato un sogno proibito manco fossimo la Federazione Indonesiana Giuoco Calcio.

E invece ora a via Allegri, incassato persino il no di Pioli, e dopo una propaganda al limite dell’indecoroso che ha partorito una campagna stampa anti Ranieri, e anti Roma, che dovrebbe produrre indignazione popolare, stanno ancora sfogliando la margherita. De Rossi lasciano i quadri federali ha sposato prima l’azzurro scolorito della Spal. E poi una Roma che, purtroppo, in quel momento, era “sbagliata” nella mescola.

In the box @augustociardi75

Le veline

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Una Federazione allo sbando, da sempre protetta da una certa stampa accomandante e del tutto priva di capacità critica al cospetto di chi comanda. Anche il semplice pensare di ingaggiare Ranieri concedendogli il doppio incarico basterebbe per chiedere con veemenza la decapitazione dei vertici. Vivono su Marte. Immaginate Ranieri dirigente della Roma e Commissario tecnico. Immaginate la Nazionale che gioca pochi giorni prima di un big match della Roma, magari di un derby. Immaginate che nel corso della partita degli azzurri Zaccagni giochi novanta minuti non stando al meglio della condizione fisica, che si faccia male e che salti il derby. Ora pensate alle polemiche.

Voi immaginate e pensate, la Federazione no. E neanche i tanti mass media nazionali accomodanti, che acritici e ossequienti invocano Ranieri senza minimamente pensare alle conseguenze. Novelli Alice nel Paese delle meraviglie. Fini dicitori dell’opinione populistica, maestri del corsivo devoto al potere, scritto in punta di penna alloggiando all’interno di una bolla. D’altronde viviamo nel Paese in cui le conferenze stampa diventano comizi di propaganda.

A fine stagione il capo degli arbitri convoca i mass media e invece della resa dei conti le cronache diffondono bollettini in cui si magnificano le doti dei direttori di gara. A fine Europei dello scorso anno, Gravina convocò una conferenza stampa al termine della quale c’era la sensazione che fossero gli italiani a dovergli chiedere scusa per la figura penosa dell’Italia e non viceversa. Per non parlare della patetica esaltazione di una manciata di partite giocate dalla squadra di Spalletti, a cui dopo il flop colossale estivo era stato perdonato tutto. C’è un enorme problema di comunicazione in Italia. Non soltanto un enorme problema calcistico.

Non avrebbe senso se la Roma, attraverso i suoi tesserati, lanciasse una ciambella di salvataggio a una Federazione che in barba a ogni logica continua a collezionare errori, danni di immagine e fallimenti. In un mondo di veline, se salta il piano Ranieri potrebbero puntare sul Gabibbo. Un altro che piace a tutti.

In the box – @augustociardi75

La strada

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Alla fine, la Roma non era così indietro nella scelta dell’allenatore. Gasperini sarà pure divisivo, ma quando la Roma trova l’intesa, erano ancora senza guida la Juventus, l’Inter, la Lazio, la Fiorentina e l’Atalanta. Il Milan aveva da poco annunciato Allegri e il Napoli aveva da poco “ripreso” Conte. Poi è facile cambiare maschera a fatti compiuti. Reiterare critiche non costituisce resto.

Lodare a posteriori “perché in fondo vogliamo tutti il bene della Roma” è una scappatoia facilmente raggiungibile. E vissero tutti felici e contenti. Bisognerebbe rimarcare che la Roma, rea di una serie a catena di errori nella prima parte della passata stagione, ha innanzitutto fatto autocritica, e poi ha messo mano ai problemi. Ha sfiorato la Champions League, e ha scelto uno dei migliori allenatori su piazza, Gasperini, che se lo avessero preso la Juventus o il Milan ci sarebbero stati i caroselli delle “grandi” firme della “grande” stampa nazionale. Quella che va tutto bene madama la marchesa quando il capo degli arbitri fa il comizio di fine anno. Quella che dopo gli Europei difese a spada tratta Spalletti e Gravina, l’ineffabile duo che sta facendo rimpiangere Tavecchio e Ventura. La Roma si è rimessa in marcia in campionato, chiuso con decoro e rimpianti, ha preso Gasperini, e ora inizia a mantenere delle promesse e a fare chiarezza. Le ufficializzazioni e il comunicato diffusi in questo afoso weekend tra l’altro smontano le teorie sulla cessione del club. Perché nei mesi scorsi fantasiose ricostruzioni erano state tramutate in news. Tipico. D’altronde prosegue la tradizione: coi Friedkin in sella, è più facile inventare che sapere. Va di moda dire che alcune decisioni siano paracule. Basterebbe dire che le decisioni, se risultano giuste, sono soltanto delle decisioni giuste. Era giusto andare incontro a una gran fetta di tifosi riportando in auge uno degli stemmi storici utilizzati nei decenni dalla Roma. Tra l’altro, la Roma nei mesi scorsi ha aperto un canale di dialogo coi tifosi, ci si è confrontata. Ha abbattuto il muro. E gli è andata incontro. Liquidare quella parte di comunicato definendola ruffiana e paracula è tipico di chi si mette sul piedistallo per insegnare la vita agli altri trattandoli da idioti. Roba da mitomani che fanno i conti col narcisismo patologico. C’è anche la strada che porta al centenario del club.

Quindi certe scelte sono anche di prospettiva. Si rimarca poi che lo stadio si farà. Tanto per ribadire un impegno preso, compresa la volontà di non vendere la società. Insomma, dopo una stagione da labirintite, la Roma ha prima individuato gli errori commessi, e poi ha iniziato ad affrontare i problemi. Sta provando a risolverli, ha imparato ad ascoltare. Si sta finalmente avvicinando al territorio. Roma paracula? Se fai le cose per bene e trovi consenso, stai facendo le cose per bene. Punto. Poi bisognerà valutare i frutti che verranno raccolti lungo questa nuova strada. Ma in fondo, a pensarci bene, se la Roma voleva essere paracula non avrebbe ingaggiato Gasperini. Consapevole di quanto all’inizio questa scelta abbia diviso la piazza.

In the box – @augustociardi75

Si stava peggio quando si stava peggio

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Il PSG vince la prima Champions League della sua storia, grazie a un capolavoro di Luis Enrique. Tutto il mondo lo celebra. A Roma si litiga. Pazzia da primo caldo estivo? No, amarcord cacio e pepe. Si riavvolge il nastro e si va nel sottoscala, a pescare nelle scartoffie ingiallite e ammuffite. Bisogna rievocare il 2011. Tutti a bordo della macchina del tempo. Verre, Luigi Errichetto, mai schiavi del risultato, tornatene a Barcellona, il possesso palla, lo Slovan, sospiri dei nostalgici che ricordano “l’epopea” di DiBenedetto e Baldini, ossia si stava peggio quando si stava peggio.

Non se ne esce. Roma va in loop. Le si è incantato il disco. Si aspetta l’evento per rimpastare la storia. Una ripassatina in padella e la polemica è pronta, rancida ma fumante. Si schierano le truppe cammellate. Affilano le armi anti e pro Pallotta-Baldini-DiBemedetto-Baldissoni-Sabatini. Non se ne esce. Non si godono neanche una partita di calcio, anzi una lezione di calcio impartita da Luis Enrique, che in questi casi non viene esaltato (o criticato quando c’è da criticarlo) spontaneamente, bensì usato per giocare una patetica partita che non assegna trofei. L’unico intento è rinfacciarsi un passato passato invano, perché la Roma dal 2011 si fa notare più per le chiacchiere sterili che per i risultati.

Non mancano ovviamente riferimenti a Mourinho, il prezzemolo di chi lo odia e lo inserisce in ogni frase. Partono i confronti fra il piazzamento della Roma del portoghese e quella dello spagnolo. Senza motivo. Effetti del disturbo ossessivo compulsivo. La Roma è un gioco di ruolo. Vedove, cecchini, accusatori, nostalgici, quelli che se la prendono coi ruffiani lacchè di oggi dimenticando di essere stati a loro volta i ruffiani e i lacchè di ieri. Tutto il mondo si lustra gli occhi guardando il Paris Saint-Germain di Luis Enrique, straordinario uomo e magnifico allenatore. Roma scende in cantina e fa prendere aria ai ritagli d’epoca. Non c’è soluzione. Non se ne uscirà mai.

@augustociardi75

Liberi da che cosa?

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Ci siamo concentrati sulla rincorsa alla zona Champions League nella speranza che la semi impresa di Claudio Ranieri diventasse un miracolo. A mente fredda, a campionato chiuso, guardando la classifica, ci chiediamo in cosa la Roma avrebbe potuto fare meglio negli ultimi mesi, e ci viene da maledire la serata di Bergamo, perché il percorso nel girone di ritorno è stato affrontato a ritmo scudetto. Ma la classifica finale parte da Cagliari-Roma e termina a Torino-Roma. E allora, preso atto dell”ennesima stagione che si giocherà senza Champions League, evidenziamo anche un altro dato.

La Roma ha chiuso il campionato a 13 punti dal Napoli, senza mai avere dato la percezione di potersi avvicinare al podio. Come troppe volte accaduto negli ultimi anni. Quasi 7 vittorie di differenza. Un’enormità senza senso. E pensare che il Napoli non è la Juventus, non è l’Inter, non è il Milan, squadre che nei decenni spesso hanno staccato la Roma in classifica annichilendo ogni speranza di competitività. Napoli e Roma appartengono alla stessa categoria. Sono storicamente club che provano a contrastare i potentati del nord, riuscendoci una volta ogni venti anni, raccogliendo briciole e collezionando arrabbiature epocali, lamentando torti e costringendosi a celebrare le poche stagioni epocali del passato. La Roma come il Napoli, come in parte la Lazio, come in minima parte la Fiorentina.

Nel mentre, da troppo tempo, a Roma si è abbassata l’asticella delle aspettative. Dall’arrivo degli americani, si contano sulle dita di una mano le partecipazioni alla Champions League e avanzano anche, le dita. Nel mentre, realtà periferiche sono cresciute. Da poco meno di dieci anni è esploso il fenomeno Atalanta. da rivelazione a realtà consolidata. La Roma le ha fatto spazio fino al punto di essere soddisfatti se si perde di misura a Bergamo.

“E che vuoi andare a fare punti a casa di Gasperini?” Era il motivetto stonato cantato dalla propaganda della prima Roma americana. Stava diventando normale che, oltre alle grandi del nord, si pagasse dazio pure all’Atalanta. Roba da sbattere la testa contro gli spigoli. La Roma che per fatturato e monte stipendi stava nettamente davanti ai nerazzurri, non poteva più neanche immaginare di competere con loro. Oggi c’è pure il Bologna. Sì, la squadra che ha vinto la Coppa Italia dopo quasi mezzo secolo. E via a lodare il lavoro degli emiliani e a sospirare “magari sapessimo farlo pure noi”.

Noi che da troppo tempo ci siamo specializzati nelle celebrazioni degli avi. Ogni giorno una ricorrenza. Ci esce la lacrimuccia nel giorno dell’anno in cui abbiamo battuto il Barcellona di Messi. Ci sale l’erezione il giorno del compleanno dei nostri idoli. Rimpiangiamo direttori sportivi che in carriera non hanno manco mezzo trofeo, esultiamo se il Sunderland viene promosso in Premier League obbligandosi a riscattare Le Fée. Rimpiangiamo le plusvalenze realizzate vendendo Marquinhos e Alisson. Ci battiamo il petto per gli ottantasette punti di Spalletti. I calciatori vantano più targhe regalategli dai volenterosi club dei tifosi che obiettivi raggiunti. C’è un appiattimento che fa spavento. Speriamo che venga l’allenatore X così da poter rinfacciare allo speaker o allo streamer odiato di avere detto che sarebbe arrivato l’allenatore Y. Viviamo perennemente in uno spin off. Gli altri giocano, competono, vincono. Noi giriamo film che vedremo soltanto noi, nella nostra testa. Intorpiditi.

Il Napoli in tre anni ha vinto due scudetti. In due modi diametralmente opposti fra loro. Noi facciamo la guerra dei sottoinsiemi: la scelta dell’allenatore la commentiamo in base ai nostri interessi, io sono per i pragmatici tu per i giochisti, devo vincere la mia partita e soltanto dopo, forse, si penserà alla Roma. Sosteniamo le correnti di partito, ci si schiera a seconda di simpatie o antipatie nutrite ne confronti di dirigenti, addetti stampa, maestranze che frequentano Trigoria. Nel frattempo, la bollente tifoseria del Napoli nel giorno della celebrazione della squadra che sui pullman scoperti passeggia per lungomare Caracciolo, al netto delle classiche esagerazioni, ostenta una sorta di pacatezza mentale. Sapete perché? Perché vincere a Napoli non sarà diventata un’abitudine, ma ora sanno come si fa, hanno acquisito consapevolezza. In tre anni lo stesso numero di scudetti vinti nei precedenti novantasei. Vincere fa bene e per provare a farlo ancora anticipano tutti puntando De Bruyne. Danno la sensazione di avere fatto il salto di qualità. A Roma, dall’arrivo degli americani, vincere è diventato un optional. Un trofeo, europeo, dal 2008.

E il pensiero corre al 2011, quando all’annuncio della cessione del club in molti scendevano in piazza con la bandieretta in mano. Giallorossa? No. Stelle e strisce. Urlavano “siamo liberi”.

@augustociardi75

Er patata

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Il capolavoro dipinto in sei mesi da Claudio Ranieri può essere deturpato soltanto in un modo. Credendo che la rosa attuale della Roma possa essere esposta tale e quale durante la prossima stagione. Persino le squadre che vincono si cambiano. Rendendole ancora più forti e potenzialmente più vincenti, per una questione di stimoli interni e perché sicuramente si rafforzeranno le concorrenti. La Roma del primo Ranieri avrebbe meritato lo scudetto più dell’Inter che grazie a quel titolo poté poi fregiarsi del triplete. L’anno dopo la Roma fu un disastro. All’epoca c’erano evidenti difficoltà finanziarie. Oggi ci sono dei paletti che somigliano a tagliole ma c’è indiscutibilmente più margine di manovra e di intervento.

La riabilitazione der Patata Verdone finisce in farsa. Se la Roma deciderà di ripartire da chi fino a tre mesi fa sembrava impresentabile, si corre lo stesso rischio. In primis perché non è detto che chi ha fatto flop rimanga di nuovo a guardare. Potenzialmente il Milan tornerà competitivo, la Fiorentina di Palladino potrà crescere, e se la Juventus azzecca l’allenatore non è detto che fra un anno stia lì a giocarsi punto a punto a metà maggio l’ultimo posto valido per entrare in Champions League. Da copione, dovrebbe tornare a competere per lo scudetto. Constatando poi che dopo l’Atalanta fra le realtà consolidate possiamo forse definitivamente annoverare il Bologna, bisogna stare attenti alle nuove e ricche realtà. Che ruolo giocherà l’ambizioso Como?

In tutto questo, lodando e ringraziando chi è stato reso utile e funzionale da Ranieri, a cominciare da Celik e Shomurodov, sarebbe peccato mortale pensare di ripartire da loro come protagonisti, essendo stati nell’ultimo semestre parte integrante di una squadra che numeri alla mano per mezza stagione ha avuto un ruolino di marcia da podio. La Roma non potrà immettere sul mercato cifre da capogiro, ma se vuole davvero tornare nell’elite della Serie A, ha bisogno di titolari di livello in ruoli per cui Ranieri ha fatto più che un miracolo una magia. La Roma tornerà competitiva se Celik, Cristante, Baldanzi, Shomurodov, Pisilli, Pellegrini, El Shaarawy e gli stessi Paredes e Saelemaekers diventeranno riserve laddove sarà impossibile cederli. Se non si dovrà attendere i Dybala come l’uomo a cui affidare il proprio destino e se possibilmente arriverà un centravanti che ogni settimana lasci fino all’ultimo momento all’allenatore il dubbio se schierare lui o Dovbyk.

Er projjecto

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Il Real Madrid annuncia l’acquisto di Dean Huijsen postando sui social il gol del difensore realizzato dopo un coast to coast contro il Frosinone. Con la maglia della Roma. Quel giorno fu archiviato nella categoria del surrealismo romanista. Quel filone piacione caratterizzato dal riempirsi la bocca di principi filosofici sistematicamente smentiti dalla natura di chi li ostenta. Huijsen arriva alla Roma dopo che la Roma ha schivato il sasso Bonucci, perché proprietà, dirigenti e allenatore stavano per compiere un passo falso sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista ambientale. Al dirigente fanno notare che in tempi grami bisogna aguzzare l’ingegno prendendo un giovane talentuoso che orbitava attorno alla Juventus. Le narrazioni appartenenti al filone fantasy parleranno di iniziativa presa dal dirigente, che invece si mosse, bene, soltanto dopo essere stato imbeccato. Huijsen parte con un fallo da rigore che elimina la Roma nel derby di Coppa Italia, ma poi si rifà, mostrando le doti classiche dei predestinati. Ma anche gli errori tipici di gioventù, di crescita. E qui entra in ballo la piazza, composta da tifosi che sui social si danno un tono cercando di crearsi il personaggio, e di addetti ai lavori che si danno un tono emettendo sentenze. Quelli del progetto, anzi der proggetto, o meglio d’el projjecto, perché alla spagnola fa più effetto. Che predicano lungimiranza ma poi disintegrano un ragazzino che nel giro di un anno va al Real Madrid. Perché nel frattempo Pinto è stato bravo a portarlo al Bournemouth, e a rivenderlo in Spagna. Huijsen va in Premier League il trenta luglio. Per 15 milioni di euro. Si narra che la Juventus chiedesse 30 milioni, ma ogni club chiede molto più di quello che otterrà. Cairo per Belotti voleva 100 milioni. La Roma non prese mai in esame la possibilità di rinegoziare l’accordo. De Rossi dopo una partita a Udine lo accantonò. Legittimo, un allenatore deve ragionare sul presente. E involontariamente accontentò parte della piazza romanista che lo aveva bollato come giocatore scarso dopo averlo già condannato perché macchiato di juventinità. Questa è la storia degli ultimi sedici mesi di Dean Huijsen, appena acquistato dal Real Madrid. Che lo ha presentato mostrando il gol che fece al Frosinone. Quella sera fu Huijsen massacrato dai tifosi ciociari, arrabbiati perché aveva preferito la Roma alla loro squadra. Ci sta. Fu bollato come provocatore perché dopo il gol esultò “cercando” i tifosi avversari dello Stirpe. Un altro gol lo fece Azmoun, che ebbe la bella pensata di chiedere scusa ai frusinati per la provocazione precedente del compagno di squadra. Surrealismo romanista: grande Azmoun! Evviva la sportività! Al rogo Huijsen! Provocatore, oltre che pippa e juventino. Un delirio. Alla faccia del progetto. Della lungimiranza. E di tutte le belle parole di cui ci si riempie la bocca per darsi un tono.

In the box – @augustociardi75

Surrealismo, Mar Morto, De Siervo, Farioli e Italiano

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Una giornata indimenticabile. Surrealstica, quasi fantascientifica. Succede che al termine di una riunione di Lega, prenda parola un signore a cui serve il sottopancia per permettere ai telespettatori di capire chi sia. Un tempo inquadravano Nizzola e Galliani e capivi al volo che parlavano da presidenti di Lega. Oggi se ascolti De Siervo senza sapere chi sia, credi che stia parlando il Ministro dell’Interno o il Comandante generale della Guardia di finanza. Perché parla di sanzioni, di commissariati, di controlli a tappeto, di danni causati all’azienda che lo ha eletto Amministratore delegato. Poi capisci che è soltanto De Siervo alle prese con l’ennesimo scivolone dialettico. “Se paghiamo tutti, pagheremo meno”. Agli antipodi dei claim commerciali.

De Siervo fa calcoli nonsense, capo della Guardia costiera del Mar Morto del pallone e quindi avversore della pirateria. De Siervo moltiplica il numero di abbonati fuorilegge al pezzotto per i costi di abbonamento a dazn e sventola il prodotto finale, centinaia di milioni di euro, che riconduce alle perdite finanziarie dei poveri club, causate dai pirati del web. Follia. Non gli passa per la testa che chi si vota all’illegalità non ha alcuna intenzione di rientrare nella legalità, se la legalità è costituita da un servizio non all’altezza non giustificato dai costi di abbonamento. Vince facile, De Siervo, fra i media. L’improvvisata conferenza stampa è in realtà un comizio. Zero contraddittorio, nessuno che gli faccia notare che le regole dell’attrazione commerciale dovrebbero prevedere che il servizio proposito sia di qualità e che i prezzi siano popolari, affinché cresca il numero di abbonati soddisfatti. Invece no. La scorsa estate i prezzi di Dazn sono aumentati, ma gli abbonati alla piattaforma non hanno più nel pacchetto le coppe europee. “Pagare di più per vedere di meno”. Altro che “pagare tutti per pagare meno”.

Nel frattempo il bravo allenatore Farioli, nuovo vessillo degli sciacalli della setta dei giochisti integralisti, rialza le sorti di un Ajax reduce da un anno buio, ma per inesperienza della rosa alla penultima giornata ha quasi buttato il titolo olandese, dilapidando un vantaggio in classifica monstre nei confronti del PSV. Di colpo, Farioli diventa ingiustamente uno zimbello sui social, perché in molti sui social diventano iene, ma anche perché gli sciacalli della setta già citata hanno creato attorno a Farioli aspettative esagerate. Chissà se, come accadde con De Zerbi un anno fa dopo la sconfitta subita dalla Roma di De Rossi, pure Farioli verrà abbandonato perché la sua immagine è stata annacquata dal sorpasso del PSV. Meglio per lui se certi sostenitori spariranno. Avrà modo per dimostrare il suo enorme potenziale.

Chiusura con la Coppa Italia. Italiano merita il trionfo, è un allenatore bravissimo e molto preparato, sta eliminando alcuni difetti concettuali che rischiavano di non fargli raccogliere quanto merita. Ma al fischio finale del match contro il Milan, gli intolleranti ossessionati dal calcio pragmatico si sono scatenati per parlare male di Allegri. E di Mourinho. Una psicosi, una patologia senza cura. Sono gli unici che ancora parlano di tecnici che definiscono bolliti. Inutile ricordargli che il dinosauro Allegri la Coppa Italia l’ha vinta un anno fa. Forse neanche lo sanno. Ragionano per slogan. Sbagliati. Un po’ come De Siervo.

In the box – @augustociardi75

Filosofia spicciola

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – La Nuova Era del calcio partorisce domande e considerazioni che un tempo non avevano ragione di esistere. Domande e considerazioni proliferano in ambienti pigri che si considerano fucine di pensieri profondi, i salotti sedicenti buoni dei mass media nazionali che si arroga il diritto di giudicare il calcio popolare. Piazze attorno alle quali, filosofeggiano, passeggiando, novelli peripatetici. “Ma se prendi un allenatore di grido, sarà l’uomo giusto? Cosa viene a fare se non c’è un programma?”. Già, perché sono i nuovi filosofi a stabilire se i club abbiano un progetto valido. Mica si pongono il dubbio che magari si prende un allenatore di grido per cambiare marcia. Mettono in discussione gli altri ma mai se stessi. Il culto super ego che notoriamente ottenebra le menti.

È il calcio delle parole ricercate per darsi un tono: il pallone non si passa più, si trasmette. Se il mediano recupera palla e parte verso l’area avversaria coi compagni di squadra che lo affiancano smarcandosi, la chiameremo transizione, perché è una parola che cattura l’attenzione. Parole, parole, parole. Si estrapolano frasi, spesso banali, di allenatori in voga, e si scolpiscono nella pietra. Perché c’è scarsa capacità nel distinguere banalità e massime da tramandare.

Arteta, bravissimo allenatore, commentando la Premier League, ha rivendicato gli ottimi recenti campionati dell’Arsenal, ricordando che la sua squadra ha il merito di rimanere in scia di chi vince il campionato, e che se rimani in scia prima o poi tocca a te. Caramelle al miele per i cultori del calcio parlato. Banalità clamorosa, a pensarci bene. Perché non sta scritto da nessuna parte che se rimani in scia un giorno sarai tu a produrla. L’Arsenal sta in scia da decenni, ma continua a non vincere il campionato. Ciò non va imputato ad Arteta, che voleva soltanto difendere il suo eccellente lavoro. Basterebbe non farne un una frase motivazionale da incorniciare e appendere in ufficio.

Nel calcio è tutto più casuale di quanto si possa credere. La prima Roma americana è stata un mezzo decennio dietro la Juventus. Quando la Juventus ha abdicato, gli scudetti li hanno vinti le milanesi e il Napoli. Quindi? Il Napoli con Spalletti ha vinto uno scudetto che aggrada i gusti dei filosofi moderni. Bene, bravi, ma il bis lo sta facendo Conte, con un modo di lavorare che sta agli antipodi. Che si è fatto comprare per quasi trenta milioni il trentaduenne Lukaku.

Quindi? Basterebbe scendere dal piedistallo. Smettere di credersi maestri di vita e di calcio, accettare chi la pensa in modo diverso senza essere convinti di stare sulla terra per diffondere un verbo divino. Nel calcio come nella vita, si parla quando mancano i fatti. La storia racconta che il calcio è pieno di dirigenti logorroici con la bacheca vuota. Gli altri vincono, loro parlano. Parlano. Parlano.

In the box – @augustociardi75