Bruno Conti As Roma

Bruno Conti saluta. Una storia unica per 53 anni d’amore

Quante volte abbiamo parlato, spesso invocandole, delle bandiere nel calcio? Giocatori in grado di rappresentare anche plasticamente il senso d’appartenenza, di identificarsi con i tifosi, di fare da ponte tra passato, presente e futuro. Un concetto che, a volte anche strumentalmente, i dirigenti hanno piegato a loro favore, per una questione sempli-cemente d’immagine. Un ruolo, a volte svuotato di altri contenuti, di semplici ambasciatori. Quello che invece non ha mai rappresentato Bruno Conti, anzi brunoconti tutto d’un fiato, che in questi giorni ha annunciato, anche con una lunga lettera su Instagram, senza riuscire a trattenere le lacrime, il suo addio 2 dopo 53 anni trascorsi tra campo e scrivania. (…) Perché di esempi casi, anche in giro per il mondo, ce ne sono pochissimi. Conti, dopo una  straordinaria carriera da calciatore, bagnata da uno scudetto storico nella Roma di Viola, Liedholm e Falcao; dopo un titolo mondiale, con l’Italia di Bearzot, Rossi e Tardelli; è infatti rimasto a Trigoria, mettendo la sua esperienza al servizio del club. È stato consigliere privilegiato di molti presidenti, è stato anche allenatore della prima squadra, ad esempio in un armo travagliatissimo in cui si è accomodato anche in panchina per scongiurare il pericolo di finire in piena lotta retrocessione, ma è stato soprattutto un fantastico responsabile del settore giovanile. Contribuendo a far crescere generazioni di giovani calciatori e andando a scovare autentici talenti in giro per la regione. Intuito È stato Conti a intuire per primo le qualità di De Rossi e Aquilani, è stato Conti a scovare Florenzi per portarlo a Trigoria, è stato Conti a convincere Romagnoli a vestire il giallorosso – lui di Anzio, a due passi da Nettuno, casa Conti -, è stato Conti a far crescere Lorenzo Pellegrini fino a farne il capitano di tante stagioni, è stato Conti a prendere sotto la sua ala protettiva Pisilli, che oggi è uno di casa, fidanzato con sua nipote. (…)Perché tante volte la bandiera viene vista ancora oggi nel calcio semplicemente come qualcosa da sventolare, mostrare al pubblico, cercando e spesso ottenendo un po’ di consenso. Un malinteso senso dell’importanza delle radici, che invece varmo ben al di là della retorica. Giusto, insomma, inserire nei quadri dirigenziali un calciatore simbolo, ma molto più redditizio dargli un ruolo operativo preciso, senza relegarlo – come detto – a semplici compiti rappresentativi, come spesso accade. (…) Dopo 53 anni, al momento di salutare, hai ancora lo spirito del primo giorno e riesci ad emozionarti. Non è, nel calcio business di oggi, anche questo straordinario?