Post Match – L’oscurità di Malen

LR24 (MIRKO BUSSI) – Alla fine di Roma-Cagliari saranno 15 i tiri complessivi dei giallorossi, 7 quelli di Malen. Praticamente la metà. Una media che trova coerenza anche con le altre tre partite in cui la Roma ha sfoggiato il suo nuovo attaccante: 10 contro l’Udinese, 4 firmati dall’olandese, altri 15 col Milan di cui 7 scaturiti da Malen. In 4 presenze, che tradotti in minuti effettivi equivalgono a 3 partite e mezza, Malen calcia mediamente 6,27 volte ogni 90′. Un dato ancora da normalizzare col tempo ma che aiuta a tastare quanto la Roma sia più affilata dall’ingresso del numero 14. Malen sta doppiando il numero di tiri in porta dei più assidui tiratori romanisti: fin qui Ferguson e Dybala con una media di 3,14 e 3,90 tiri ogni 90 minuti. Il dato trova spiegazione negli sfoghi in profondità di cui Malen ha accessoriato la Roma, nell’abilità dell’olandese di ricavarsi angoli di tiro in ogni situazione ma anche dalla sua capacità di eclissarsi dalle marcature avversarie. Come si è visto lunedì.

Appena una manciata di secondi, venti per l’esattezza, e Malen si muove già nell’oscurità, nella zona d’ombra del fuorigioco, seppur si tratti di una rimessa laterale. Passa alle spalle dei propri marcatori, obbligandoli a scelte drastiche: guardare il pallone o controllare i suoi movimenti. Gestire entrambi, i punti cardinali per orientare una marcatura, sarà impossibile in questo modo. Poi, all’improvviso, aziona i suoi passi estremamente rapidi nei primi appoggi per guadagnare una posizione di vantaggio davanti al proprio marcatore.

Succede sulla prima rimessa laterale della partita, tornerà in scena appena un minuto più tardi su uno sviluppo di gioco. Il pallone scorre lateralmente verso Mancini, nel frattempo Malen scivola via in posizione di fuorigioco alle spalle di Dossena, che infatti deve perdere di vista il pallone per assicurarsi da dove sbucherà l’avversario. Di colpo, ora, Malen si riallinea e detta il movimento per ricevere un pallone, stavolta sulla figura, che potrà però gestire con una marcatura sufficientemente allentata per sterzare internamente, scartare l’avversario e costringerlo al fallo.

Stesso metodo utilizzato più tardi, sempre nel primo tempo, stavolta per ricavarsi una succosa profondità. Con Soulé che si smarca internamente nel mezzo spazio, si vede Malen risalire da una posizione di fuorigioco utile ad allungare la linea avversaria e dilatare lo spazio di giocata per il compagno. Quando l’argentino sta per entrare in possesso del pallone, Malen regolarizza la propria posizione, allineandosi sui difensori, per poi nuovamente sterzare in profondità dove riceverà un pallone in posizione di vantaggio rispetto all’avversario.

Questa continua mobilità e sequenza di smarcamenti composti diventa necessaria, in assenza di dotazioni fisiche imponenti, per allentare marcature difensive che ormai hanno sempre più spesso forti riferimenti sull’uomo.

E anche nel 2-0, Malen preparerà il suo attacco alla porta sfruttando le spalle dei difensori. Quella tendenza a muoversi fuori linea, nella zona cieca di chi lo marca, torna spesso nelle situazioni con palloni in ampiezza, come quando tenterà il colpo di testa o quello in acrobazia sempre lunedì sera. Sul pallone che gli varrà la doppietta, invece, l’attaccante olandese si tiene inizialmente nel campo visivo di Dossena che prova a infatti a prenderne contatto tramite il braccio. Nel momento in cui lo sviluppo romanista ha un’accelerazione, con l’ingresso in area di Celik, Malen scivola via alle spalle del proprio avversario e si troverà in netto vantaggio per attaccare la porta. Scompare e riappare, dove più conta.

Post Match – Gasperini contro se stesso

LR24 (MIRKO BUSSI) – Linee strette, reparti compatti, uscite in pressione con adeguate coperture e indirizzamenti del gioco avversario erano le principali linee guida nei libri della fase di non possesso. Potevano cambiare le gradazioni, più o meno aggressive, a diverse altezze del campo, ma quei caposaldi erano ricercati da tutte le squadre. Le maggiori ricercatezze in fase di costruzione delle squadre, però, avevano stressato quei modi di difendere fino all’arrivo del dentista. L’Atalanta, infatti, aveva iniziato a fissare sulla sedia e trapanare gli incisivi delle squadre in Italia e poi in Europa. Progressivamente, allora, tutti o quasi, completamente o in parte, hanno iniziato ad assorbire la lezione di Gasperini. Riferimenti sull’uomo che, se non totali, adesso portavano le linee difensive ad orientarsi sempre più sull’avversario, perdendo con maggior frequenza i connotati di reparto. Quasi 10 anni dopo rispetto a quando Gasperini iniziò la sua opera all’Atalanta, è ora costretto a fare i conti con la sua stessa fortuna.

Quando infatti il ricavato di pressioni offensive e conseguenti transizioni è ridotto al minimo, come lunedì contro l’Udinese, la ripetitività delle strutture della Roma si scontra proprio con la rivoluzione del suo allenatore. Oggi, infatti, aprire o abbassare un mediano, far slittare un terzo di difesa più in là o un trequarti più qua difficilmente produce una superiorità numerica come poteva avvenire contro pressioni zonali. I riferimenti a uomo, infatti, riducono il tempo di giocata avversaria e proteggono proprio dalla creazione di superiorità numeriche o posizionali, come le ricezioni tra le linee. Come quelle superiorità numeriche che la Roma tenta di costruire in catena e che, oggi, appaiono meno redditizie rispetto a qualche tempo fa.

Oggi, in particolare contro squadre che tendono a ricreare gli stessi modelli di progressione del pallone, come fa la Roma sulle catene laterali, gli avversari sempre più spesso scivolano con decisione senza farsi troppi problemi a rompere i reparti di competenza. Come faceva l’Udinese lunedì sera (foto nel post X sopra) costringendo la Roma a riavvolgersi continuamente all’indietro per tentare di distendersi sul lato opposto dove, nuovamente, Runjaic preparava un nuovo 4 contro 4.

Questo rendeva la Roma innocua nonostante un possesso accumulato fino al 64%, il 5° dato più alto in stagione. E forse non è un caso che nelle 9 occasioni in cui i giallorossi hanno totalizzato più del 60% di possesso, hanno perso 5 volte. La ripetitività di alcuni posizionamenti, smarcamenti o progressioni, in un calcio di profonda e rapida analisi, appare più facilmente difendibile.

Quello che pare sempre più necessario per contrastare questa continua opposizione in parità numerica è la capacità dei giocatori di associarsi in spazi ad alta densità e di farlo con forme e modi spesso diversi tra loro. Ecco perché, probabilmente, le uniche progressioni efficaci della Roma sono arrivate quando hanno coinvolto giocatori fuori dalle tipiche catene laterali. Succede con Malen, al 48′ come si vede nelle immagini del post sopra, che togliendosi dal consueto posizionamento da vertice offensivo, si abbassa a ricevere godendo di un’insolita libertà che gli permette di rifinire per Wesley dopo aver combinato con Pellegrini. Poco dopo, sempre da quel lato, si libererà El Aynaoui, fin lì utilizzato principalmente in costruzione. Quella volta, invece, il centrocampista taglia il campo di 40 metri in diagonale fino a ritrovarsi al vertice dell’area di rigore e aggredire una profondità liberata dagli smarcamenti in ampiezza dei compagni. In entrambi i casi, Malen prima ed El Aynaoui poi, il rispettivo duellante ha perso aderenza nella marcatura proprio per la netta differenza di comportamento del romanista rispetto a quanto avvenuto in precedenza. Gli stessi percorsi, in ampiezza, ma con protagonisti differenti. Oppure sfida quelle parità o superiorità numeriche con connessioni relazionali, come quella sfoggiata da Dybala e Malen con il Torino. O, per dare un’idea, messa in scena da Pio Esposito e Lautaro per la vittoria dell’Inter con l’Udinese un paio di settimane fa.

Post Match – Malen plus

LR24 (MIRKO BUSSI) – Per togliere alcuni bruciori di stomaco che ormai disturbavano l’allenatore anche in pubblico sono serviti i principi attivi mostrati da Malen in 76 minuti. Subito dopo la vittoria per 2-0 a Torino, marchiata proprio dal primo gol dell’attaccante olandese, Gasperini non nasconde una soddisfazione più lunga e consistente dei tre punti appena conquistati. “Ha le caratteristiche che cercavo”, dirà quasi esultando dopo la partita. Per poi spiegare più nel dettaglio: “Ha questa abilità nello smarcarsi non di schiena e non di spalle, di spostarsi sul taglio“. Il riferimento è a quel movimento che Malen sfoggia già al primo, vero, pallone gestito con la maglia della Roma.

Minuto 5: con Pellegrini in zona centrale, Malen sfila al lato del suo marcatore, in un movimento fuori linea, ritrovandosi così con i piedi verso la porta mentre con lo sguardo segue l’evolversi della situazione. Quando riceverà, in questo modo, sarà già proiettato all’1 contro 1 col suo avversario, sposterà rapidamente sul destro per un tiro poi reso innocuo da una deviazione. Quello su cui più volte Gasperini ha confessato di lavorare coi suoi attaccanti, tentando di orientarli verso la propria porta, Malen l’ha portato con sé come effetto personale dall’Aston Villa. Una scena simile sarà apprezzabile nella ripresa, stavolta con Soulé in zona di rifinitura, allontanandosi sempre dal suo marcatore che, per non perdere la posizione di vantaggio verso la porta, è costretto a concedergli tempo e spazio di ricezione sui piedi.

I benefici che Malen porterà all’organismo romanista sono risaltati in maniera fin troppo evidente da subito. Tanto da farlo idealizzare anche al di sopra della realtà mostrata negli ultimi anni. L’olandese, quantomeno, potrà spostare la tendenza offensiva della Roma verso la porta avversaria per quell’indole ad attaccare la profondità che, già ieri sera, lo ha portato 3 volte in fuorigioco, compresa l’occasione del gol annullato. In tutta la stagione, Dovbyk ci è finito 4 volte finora e Ferguson appena 3, per dare un metro di valutazione sulla novità. Nei vari momenti di transizione che la Roma sa generare a seguito di riconquiste, la squadra di Gasperini ora potrà sfogarsi ancor più velocemente in avanti.

Oltre alla naturale affinità con Dybala, con cui ha scambiato il pallone addirittura in 7 occasioni al debutto in giallorosso, la capacità di Malen di custodire e gestire il pallone sotto pressione potranno tornare utili anche per sistemare alcune ruggini di costruzione della Roma. Quegli smarcamenti in ampiezza dei mediani che finiscono per creare l’ormai consueto vuoto interno della Roma può diventare un punto d’accesso per le ricezioni dei vertici offensivi. Un esempio è arrivato all’11’ della gara col Torino quando, abbassandosi a ricevere dentro la propria metà campo, Malen ha poi raggiunto Dybala e trafitto così la pressione del Torino, costretto a quel punto a ripiegare verso la propria porta. Un miglioramento che la Roma dovrà far per evitare di rifugiarsi in eccessive giocate dirette, categoria in cui neanche l’arrivo di Malen potrà favorire particolari vantaggi in risalita.

Post Match – I mille di Gasperini

LR24 (MIRKO BUSSI) – Ne sono serviti due di quei mille per aver ragione del Sassuolo dopo oltre un’ora di discussioni. Quei mille sono i principali argomenti della Roma in questo inizio di stagione: il dato, tondo, che racchiude i “recuperi” dalla squadra di Gasperini in poco più di metà campionato. Un numero inarrivabile per le altre, considerando che la cugina più lontana, l’Atalanta, si ferma a 963 ed è la seconda in questa graduatoria. Quei recuperi che tratteggiano la caratteristica principale delle squadre di Gasperini e ora anche della Roma: la veemenza con cui si scaglia a riconquistare il pallone.

E proprio così sono arrivati i due gol contro il Sassuolo. Come, per citare i più recenti, era nato quello di Ferguson contro il Genoa o quello di Baldanzi contro la Juventus. Tant’è che torna alla mente quel paradosso tedesco, per cui il contro-pressing sarebbe il miglior regista. E pare valere, a volte, anche per la Roma. Per cui, per assurdo, a volte conviene quasi perdere il pallone in zona offensiva. Per potersi così lanciare a riconquistarlo e colpire, a quel punto, un avversario inevitabilmente più disordinato rispetto a quando lo si attacca in maniera più definita e lineare. Aspetti in cui, invece, per desideri di mercato ancora inespressi e processi di lavoro, la Roma pare mostrare i maggiori margini di miglioramento.

Sia l’1-0 di Koné che il 2-0 di Soulé hanno la stessa matrice: un recupero in zona offensiva. Per la prima rete è Wesley, in scivolata, a cancellare la pericolosa ripartenza che il Sassuolo stava progettando in seguito a una respinta su un calcio d’angolo a favore della Roma. Sul raddoppio, invece, il pallone perso negli ultimi 30 metri viene immediatamente riaggredito da tre romanisti che accerchiano il malcapitato del Sassuolo. Entrambe le reti, poi, nella fase successiva di transizione prevedranno tratti tipici del manuale offensivo di Gasperini: sul colpo di testa di Koné si contano fino a 7 romanisti che hanno inondato l’area avversaria. Sul 2-0, invece, dall’utilizzo del lato debole, alla combinazione laterale con inserimento in area del terzo di difesa, quel percorso che sabato fa Ghilardi ed è stato più volte battuto in stagione da Mancini.

La rapidità dei recuperi della Roma nell’ultima gara contro il Sassuolo può essere misurata tramite il dato di PPDA che riporta come la squadra di Gasperini concedesse in media appena 5,42 passaggi a quella di Grosso prima di riconquistare, un dato secondo solo a quello registrato contro il Torino in stagione. Non appare disconnesso da questo, allora, che il mucchio di recuperi registrati sabato abbia prodotto la gara con la maggior mole offensiva, statisticamente, della Roma: 2,5 gli expected goals (dato più alto della stagione), 26 i tiri complessivi (record stagionale), 48 SCA (azioni di tiro create, letteralmente), anche qui punto più alto della stagione. Perché, a volte, la riaggressione vale come un playmaker. O come un centravanti di manovra o una seconda punta di piede destro che crei continua superiorità.

Post Match – La via della rete

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Il gol che non t’aspetti arriva quando l’aridità offensiva della Roma era tema ormai smascherato, anche nelle parole di chi la dirige e allena. La sorpresa nella rete che ha girato la partita di martedì non è tanto nel marcatore, tra i vari capi d’accusa del reparto sotto osservazione, quanto per la via percorsa. Non quella più battuta, la più esterna, ma un accesso centrale da cui poi Dybala luciderà il pallone con cui Ferguson scriverà lo 0-1.

Come aiuta a sintetizzare il grafico di Opta, infatti, le strade ricercate maggiormente dalla Roma per arrivare in area di rigore sono quelle laterali. In viola, infatti, vengono rimarcate le zone in cui la squadra di Gasperini ha un dominio di tocchi rispetto all’avversario. Oltre all’area di rigore, rimane colorata di rosa, scelto per indicare le zone con una netta prevalenza avversaria, quella fascia centrale a ridosso dell’area di rigore. Una delle più ambite, anche statisticamente, per provocare pruriti alla porta avversaria. Lì la Roma, per un connubio tra preferenze in costruzione e di conseguenza negli sviluppi offensivi che per caratteristiche dei giocatori in rosa, raramente vi accede.

Tra i pochi a poterlo fare, naturalmente, in rosa c’è Dybala. In grado di posizionarsi, controllare e gestire con cura quel pallone in zone spesso ad alta densità o rese ancora più impervie, ultimamente, dai sempre più frequenti riferimenti sull’uomo per le difese.

Più spesso, invece, le abitudini della Roma la portano a scivolare esternamente, ricercando superiorità di vario genere sulle corsie laterali. Come accadrà sempre a Lecce in occasione dell’altra occasione capitata a Ferguson. Dal 2 contro 1 in ampiezza di El Shaarawy e Celik, si accede all’area di rigore lateralmente, con la tipica inondazione romanista composta da 6 uomini arrivati nella zona più calda avversaria.

Questa carenza offensiva aiuta, magari, anche a spiegare alcune ricerche di mercato. I profili di Zirkzee e Raspadori, tra i più chiacchierati al momento, appaiono come un’iniezione di imprevedibilità offensiva proprio per la loro capacità di assumere posizionamenti sfumati in campo, staccandosi spesso dalla marcatura avversaria per poter ricevere in quelli che una volta erano riconosciuti come spazi, o mezzi-spazi, tra le linee altrui. Oggi, con più riferimenti sull’uomo, quella tendenza si è dovuta convertire in un’abilità nel ricevere sotto pressione, nel gestire il pallone in spazi angusti come quelli che inevitabilmente si generano nelle zone più centrali del campo.

Anche nei pochi sprazzi avuti in questi primi mesi al Manchester United o all’Atletico Madrid, è facile ritrovare momenti in cui Zirkzee come Raspadori, seppur con modi e costumi differenti tra loro, vengono a galleggiare in zone di confine, provocando instabilità nei comportamenti difensivi avversari. È il caso dell’assist di Zirkzee in casa del Leeds, quando staccandosi dalla marcatura si costruisce la visuale e il sentiero ideale in cui rifinire per Matheus Cunha. Ma anche Raspadori, in una situazione differente contro un blocco più basso come nel finale della gara contro il Girona, sa volteggiare e ricevere in una manciata di zolle per poi andare a chiudere lo sviluppo all’interno dell’area di rigore. Aspetti difficilmente ritrovabili tra gli scaffali dell’attacco romanista e che finiscono spesso per arrotondare la punta offensiva della Roma.

Post Match – Guardati com’eri, guardati come sei

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Alla prova di peso e altezza, sulla bilancia dell’Atalanta, la Roma ha mostrato una carenza muscolare, o meglio ancora neuro-muscolare, per poter indossare quei panni che Gasperini le sta cucendo su misura. La differenza principale, evidenziata anche in alcuni episodi cruciali, l’ha segnata la fisicità dell’Atalanta, intesa non soltanto come quantità di corsa, chili o centimetri. Ma come abitudine a vivere una partita piena di scontri e transizioni, reattività all’imprevisto, capacità di sostenere e ripetere questi sforzi nel tempo. La Roma, per tratti della partita, è sembrata impegnarsi a restare dentro il personaggio, l’Atalanta, invece, era semplicemente se stessa. Certo, tra le due creature passano 9 anni sostanzialmente e dunque è facile ritenere impari il confronto. Una linea temporale in cui, a cadenza semestrale, l’Atalanta in una minuziosa opera di compravendita riusciva ad avvicinarsi continuamente alla propria immagine desiderata.

In una partita che ha visto le squadre produrre secondo le modalità più connaturate, transizioni e palle inattive, due flash da situazioni di riconquista aiutano a tracciare le differenze. La prima è il maggior rimpianto della serata romanista, con l’errore di Ederson che regala a Dybala il pallone più ghiotto della serata. Più della gestione della situazione da parte dell’argentino, quello che salta all’occhio, qui, è la capacità di rimbalzo spaventosa dell’Atalanta anche di fronte ad uno scenario pressoché disperato: quando sul cronometro c’è scritto 6.32, il numero 21 della Roma è faccia a faccia con Carnesecchi. Il secondo dopo (!), quando ha scelto la strada che risulterà meno produttiva, 2 giocatori dell’Atalanta sono già all’interno dell’area di rigore e altri 2 si trovano in prossimità. Ferguson scaglia il primo tiro 3 secondi dopo il primo fermo immagine e l’Atalanta ha già ripopolato l’area di rigore così da poter ribattere, anche una seconda volta, i tentativi dell’attaccante romanista.

Se qui la situazione aiuta a misurare la reattività dell’Atalanta a transizioni brevi, il secondo caso dilata il campo quasi per l’intera lunghezza. È quanto accade in occasione del tiro di Zalewski 13 minuti più tardi. La riconquista della squadra di Palladino su Koné arriva in una porzione di campo difensiva, a circa 70 metri dalla porta di Svilar. Abbastanza per sottolineare come le caratteristiche della rosa nerazzurra siano state progettate per vivere e godere di situazioni simili: la violenza con cui i 6 nerazzurri rovesciano il campo è disumana, con la Roma che palesa differenze quasi genetiche, di cilindrata, rispetto all’avversario. Basterebbe confrontare i profili di Ederson, Scamacca, Zalewski, Zappacosta o Bernasconi con i rispettivi romanisti.

Nei dati di fine partita (legaseriea.it), la differenza non è tanto nei chilometri complessivi (120 a 119 per l’Atalanta) che spesso si equivalgono tra le squadre in campo ma nel modo in cui sono stati percorsi. Il salto più grande, nella comparazione tra i valori di Atalanta e Roma, è nella distanza coperta in sprint (accelerazione massima su distanze brevi), dove i nerazzurri totalizzano 400 metri in più rispetto ai giallorossi (2,87 km contro 2,47 km). Un dato in cui la Roma era finita sotto anche nelle ultime due sconfitte con Juventus e Cagliari: contro i bianconeri la distanza fu più contenuta, 320 metri, mentre coi sardi la differenza fu clamorosa, quasi 700 metri (2,5 km contro gli 1,82 giallorossi) in cui va considerata però la porzione di gara giocata in inferiorità numerica. Tra oltre 4 mesi, il prossimo 19 aprile, la Roma tornerà a guardarsi allo specchio con l’Atalanta. Magari, con un mercato e altro lavoro di mezzo, sarà più vicina a come la immagina Gasperini.     

Post Match – Il vento di Wesley

LR24 (MIRKO BUSSI) – Ferguson e Dovbyk per motivi diversi, Dybala e Bailey per questioni fisiche, Soulé ancora non sempre, Baldanzi chissà quando, El Shaarawy non più. Così la facciata offensiva della Roma, rimasta incompleta ad agosto, è l’aspetto su cui l’artigiano Gasperini non è riuscito, e forse non può, porvi rimedio. L’impalcatura resistente messa in piedi dall’allenatore pare non poter elevarsi oltre per le mancanze offensive che, dopo Juventus-Roma, sono state stese su piazza nei discorsi post partita. Quegli scontri di maggior prestigio in cui la Roma ha segnato un solo gol, quello di sabato appunto, nel teorema paiono palesare limiti difficilmente superabili.

Tanto da rendere un terzino, trasformato in quinto, nel principale artiglio offensivo della Roma. Quel vuoto di imprevedibilità che è rimasto dall’ultimo mercato nella casella poi occupata da Pellegrini con l’avvio del campionato, Gasperini ha tentato di compensarlo col trasloco di Wesley su quella corsia. Da un suo recupero in scivolata nascerà il tiro di Ferguson e la correzione poi definitiva di Baldanzi. Col passare delle giornate, anche se non soprattutto per le mancanze altrui, Wesley si è trasformato nel maggior generatore di pericoli della Roma. Per passaggi (18) e cross (9) in area di rigore avversaria è davanti a tutti nella rosa romanista, dietro solo a Dybala e Soulé per passaggi chiave (17) e SCA (occasione di tiro create).

La decisiva partecipazione al gol di sabato prosegue una collana che va avanti da Cremonese-Roma, praticamente un mese fa: 4 degli ultimi 5 gol realizzati dai giallorossi in Serie A portano il marchio dell’esterno brasiliano. Che sia per gol, come contro il Como o con la Cremonese, sia per una partecipazione decisiva allo sviluppo finale come sabato sera o nello 0-2 di Cremona segnato da Ferguson a seguito di un suo cross.

Anche nel primo tempo, il maggior rimpianto, se non l’unico, della Roma sul campo della Juventus sgorgherà da un’iniziativa da sinistra di Wesley. Isolato in massima ampiezza, con Pellegrini che conduceva internamente come più gli si addice, il brasiliano riceveva e poteva guardare in 1 contro 1 McKennie. Senza particolari abilità di dribbling che diano valore al passaporto brasiliano, Wesley monta però una motorizzazione particolarmente ricercata nel calcio attuale. Le sue sterzate e le sue variazioni di velocità gli bastano a crearsi lo spazio necessario ad esplorare l’area di rigore, come farà con l’assist di sinistro per Dybala che, anticipando Bremer, manderà a lato.

Le sue accelerazioni, come i suoi sfoghi in profondità, lo rendono indispensabile in una squadra che, ancora oggi, ha poca elettricità offensiva, basse dosi di uno contro uno e la necessità, dunque, di associarsi per creare pericoli. È forse il motivo che spiega l’insistenza nell’utilizzo di un attaccante atipico, in particolare Dybala, nelle partite più complesse. Se non puoi dribblare, triangola, riporta un adagio. Ma raramente i vantaggi che cerca la Roma nel campo, per il tipo di costruzione, sono posizionali o relazionali. Girando molto a largo, sulle ampiezze, le superiorità che si generano sono qualitative, magari per un’abilità in uno contro uno come gli capitava spesso all’Atalanta, oppure dinamiche, come nel caso di una sovrapposizione, interna o esterna, come sta garantendo Mancini sulla destra. Intanto, per quell’aridità offensiva, il vento di Wesley pare l’unico in grado di rinfrescare un po’ l’ambiente.

Post Match – Vuoi giocare con me?

LR24 (MIRKO BUSSI) – Quando il Como riprende le scalette che portano via dall’Olimpico ha il volto stravolto, i capelli dissestati e la frustrazione che traspira da maglie ormai praticamente inutilizzabili. La squadra di Gasperini l’ha tirata per la giacca e costretta a sporcarsi il vestito d’alta moda che abitualmente indossa dentro la partita. Alla fine i dati diranno che mai, in questa stagione, il Como aveva avuto una percentuale d’errore così alta nei passaggi: 23%, praticamente uno su cinque. Di solito, la squadra di Fabregas viaggia con una media dell’85% di passaggi completati, lunedì è arrivata appena al 77%. Merito della pressione della Roma che sembrava mettere sottofondi musicali ansiolitici appena il Como intraprendeva una delle sue tipiche costruzioni.

Lo scontro filosofico tra Fabregas e Gasperini portava, spesso, il pallone tra i piedi di Butez, terzo giocatore del Como con più palloni toccati (55). L’uomo in più necessario a dare la prima nota allo spartito del tecnico spagnolo mentre il collega romanista, nel post partita, ne definirà l’utilizzo ripetuto come “abbastanza stucchevole”. Dipende da che punto guardi il mondo. E il calcio.

Agli artifizi più classici, come la giocata tramite terzo uomo sul giocatore liberato dall’uscita in pressione dell’attaccante romanista su Butez, più spesso Ferguson, Fabregas ha aggiunto soluzioni più fantasiose come un rinvio dal fondo (4′ del primo tempo) in cui Smolcic, spostato centralmente, sovrapponeva su Ramon alla sua destra. Tutto questo, però, portava il Como al massimo con un possesso giocabile a 70 metri dalla porta romanista. Poi, che fossero giocate dirette in profondità o sulla sagoma di qualche giocatore offensivo, tutto o quasi veniva inghiottito dalla pressione della Roma.

Come al 25′, quando Nico Paz si abbassa a ricevere esternamente quasi all’altezza della propria area di rigore senza per questo guadagnare respiro dalla marcatura di Hermoso. Trascinato fino all’angolo, il Como veniva accerchiato finché, ormai smunto, non riconsegnava il pallone a Cristante in zona offensiva. Immediato il passaggio in area di rigore dove i 6 romanisti presenti provocheranno prima il tentativo di Soulé, respinto da Valle, e poi il successivo di Wesley finito alto.


Il corso della partita sembrava sempre più sfilettare le consapevolezze del Como e ingrossava le riserve energetiche della Roma, sempre più reattiva ed efficace nelle pressioni e, non casualmente, lucida nella gestione successiva del pallone. Il “flow” che poteva cavalcare la squadra di Gasperini la portava a mostrarsi fluida e sincronizzata negli smarcamenti in possesso. Tant’è che la partita, seppur piena di transizioni pericolose in seguito a riconquiste medio-alte dei giallorossi, viene decisa da una costruzione pregevole. Con la tipica composizione romanista che apparecchia gran parte dei giocatori all’esterno della struttura di pressione avversaria, il mediano di parte, in quel caso Cristante, abbassato in costruzione e Mancini già vestito da invasore, la Roma riusciva ad aprirsi il lato debole grazie alla sterzata interna di Soulé. Da lì, lo sviluppo inseriva altre caratteristiche abituali del manuale di Gasperini: ingresso esterno tramite cross e invasione con 6 giocatori, compreso Mancini naturalmente, nell’area di rigore avversaria. Quando la tipica musica ansiolitica cominciava a salire dagli altoparlanti, Wesley scoccava il diagonale perfetto nella scena madre del film e sembrava quasi di sentire Gasperini girarsi verso Fabregas con voce inquietante: “Vuoi giocare con me?”.

Post Match – Zero calciare

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Cinque delle sei sconfitte stagionali della Roma portano la stessa etichetta: 0-1. Se quella col Napoli, per pericolosità offensiva, era stata la peggior partita prendendo come parametri il dato di xG, i tiri effettuati e i tocchi nell’area avversaria, il record è stato aggiornato, in negativo, domenica scorsa. Nonostante i 24 tocchi nell’area altrui, il doppio rispetto a quanto registrato contro il Napoli, possano ingannare per via di una maggior disponibilità di palle inattive, i 94 palloni gestiti nel terzo offensivo rappresentano il punto più basso della stagione, testimoniando a sufficienza le difficoltà che ha avuto la Roma a portare il pallone in avanti. Mai, finora, la Roma era scesa sotto le tre cifre per palloni portati nell’ultimo terzo di campo.

Numeri che poi, a catena, producono gli altri: 0,3 xG, 6 tiri complessivi, appena 2 nello specchio, i peggiori dei primi 100 giorni di stagione romanista. A Baldanzi e Ferguson, che si sono praticamente spartiti il ruolo più ingrato della giornata sono spettati appena 13 tocchi a testa. Per dare un’idea, Esposito e Borrelli ne hanno avuti 62 e 22 rispettivamente.

Spesso l’innocuità offensiva della Roma è stata ridotta al dibattito sull’utilizzo di un centravanti più canonico, come Ferguson o Dovbyk, o a quelli più atipici, come Baldanzi domenica e Dybala in altre occasioni. Oltre ai motivi di condizione, a cui fa riferimento anche Gasperini nelle interviste post partita, la ricerca di maggiori associazioni offensive, che Baldanzi o Dybala potrebbero offrire più facilmente, appare la risposta all’assenza di calciatori offensivi capaci di accendere pericoli autonomamente. Sintetizzando, di dribblare. E se non puoi dribblare, allora triangola, riporta uno degli adagi calcistici.

Ma quei triangoli, quelle combinazioni offensive, la Roma ha faticato a montarle. Per via di alcuni principi di costruzione che paiono far scontrare Gasperini con le sue stesse fortune. La diffusione di pressioni in parità numerica, con riferimenti sull’uomo che hanno eletto l’allenatore della Roma a trend europeo, rendono oggi molto più complesso progredire sulle catene laterali come amano fare le sue squadre.

Il 5-3-2 del Cagliari, infatti, aveva un segnale in codice per trasformare le proprie pressioni di attesa iniziale in pressing aggressivo per riconquistare il pallone. Quando i terzi di difesa, Mancini da un lato ed Hermoso dall’altro, ricevevano il pallone scattava l’uscita violenta della mezzala, Folorunsho o Adopo, con il quinto che stringeva forte sul proprio corrispettivo romanista e i terzi della difesa di Pisacane che pedinavano i trequarti romanisti, soffocando dunque le possibili combinazioni in catena. La ripetitività delle disposizioni della Roma in costruzione, col mediano di parte che spesso si abbassa o si apre nella prima uscita del pallone, facilitava il Cagliari nel prendere i riferimenti. Così come la netta preferenza per le progressioni laterali, consentiva alla squadra di Pisacane di sovraccaricare il lato forte per avere maggiori possibilità di riconquista.

Senza immaginare modifiche nei principi di costruzione consolidati da Gasperini, che dunque continuerà ad abbassare spesso i propri mediani e svuotare il centro per progredire lateralmente, anche la partita di domenica ha sottolineato come la ricerca del lato debole possa essere una soluzione sempre più necessaria per gli sviluppi romanisti. Così, infatti, viene messa in scena la migliore, potenzialmente, situazione offensiva della Roma.

Poco prima della mezz’ora, come si vede sopra, Koné si apre nel consueto movimento in ampiezza richiesto al mediano di parte. Stavolta la verticalizzazione su Pellegrini incontra i tempi di smarcamento di Pellegrini e Baldanzi che nella combinazione riescono ad apparecchiare centralmente il pallone per Koné per far distendere lo sviluppo sul lato opposto. Qui, nonostante le scalate reattive del Cagliari, il 3 contro 3 con Mancini, Celik e Soulé garantisce alla Roma una superiorità dinamica, data dal veloce cambio di scenario, che permette all’attaccante argentino di arrivare in una delle zone di rifinitura più pregiate “statisticamente”, quella identificabile tra il lato esterno dell’area di rigore con il perimetro laterale dell’area di rigore. La postura del quinto di sinistra del Cagliari, Obert, e la distanza nella marcatura di Rodriguez su Soulé, offrono alla Roma quel vantaggio dinamico che permette all’azione di progredire negli ultimi metri.

La giocata finale dell’argentino sarà poi chiusa in angolo dalla difesa del Cagliari. Ma emerge il messaggio generale: con gli avversari che pareggiano sempre più spesso le disposizioni che la Roma prepara sulle ampiezze, sapersi trasferire sempre più velocemente da una corsia all’altra può tornare a garantire tempi, spazi e opportunità per progredire. E aiutare a vivere meglio gli attaccanti a disposizione, finché non ne arriveranno di più autonomi.

Post Match – I rischi del mestiere

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Quelle vertigini difensive, a seguire il messaggio della Sud di domenica sera, testimoniano la voglia di volare. Il desiderio infuso da Gasperini all’interno della Roma è quello di spingersi in alto, calcisticamente ancor prima che metaforicamente. Questo, come ogni scelta tattica, ha delle controindicazioni. Che domenica si sono materializzate nella ripartenza con cui il Napoli ha guadagnato il vantaggio poi decisivo nel punteggio finale. L’efficacia difensiva della Roma è incisa nei numeri che la eleggono, dopo oltre un terzo di campionato, come la miglior difesa, eguagliata nell’ultimo turno dal Como, e come la seconda squadra in Italia, dopo l’Inter, a concedere meno tocchi all’avversario all’interno della propria area di rigore.

Il grosso del materiale avversario, in sostanza, la Roma riesce a smaltirlo grazie al proprio atteggiamento difensivo. Quel che travasa, però, va maneggiato con cura vista la potenziale tossicità. Dopo 13 giornate, infatti, sono 17 le ripartenze veloci (dato Opta) subìte dalla Roma: il dato più alto del campionato, al pari dell’Inter. 4 di queste hanno portato a gol avversari, anche qui il numero più alto della Serie A. Il conto viene facile: su 7 reti complessive subìte, più della metà nascono dalla stessa matrice. Un pallone perso nel terzo di campo più offensivo, una riaggressione saltata, il campo che si spalanca per l’avversario.

È quello che succede domenica sera. La Roma accerchia il Napoli portandolo a schiacciare 9 uomini all’interno o nei pressi immediati della propria area. Come spesso accade, il coinvolgimento dei terzi di difesa in questo tipo di sviluppi è evidente: Hermoso è in possesso del pallone a circa 22 metri dalla porta avversaria, Mancini ha trascinato con sé Lang per invadere l’area di rigore. Sono 8 i giocatori della Roma oltre la linea del pallone, i compiti preventivi vengono assegnati a Cristante, in prima battuta, con Ndicka come ultima sentinella difensiva. Paradossalmente, conoscendo l’abilità del Napoli nel rovesciare il campo, i controlli preventivi della Roma erano anche superiori alle abitudini, evitando situazioni di parità numerica.

Quando il pallone sguscia via in maniera dubbia dal controllo di Koné, però, il primo sistema di protezione, la riaggressione immediata, non scatta in maniera adeguata. Un po’ per la reazione tardiva di chi si trova nei pressi, un po’ perché, intorno, erano più i giocatori del Napoli che della Roma. Ne esce fuori Neres con una conduzione insistente che fa emergere un 2 contro 2 con Hojlund come vertice offensivo e Cristante e Ndicka come oppositori. Situazioni ad alto rischio che la Roma sta imparando a maneggiare quotidianamente perché effetti, naturali, di quell’atteggiamento aggressivo con cui è stata concepita. A rendere incendio la miccia iniziale sono poi i comportamenti adottati da Cristante e Ndicka che non riescono a ritardare lo sviluppo avversario, permettendo magari il rientro al galoppo del resto della truppa. Cristante, infatti, viene prima fatto fuori dal passaggio e poi superato agilmente dal divario di rapidità e velocità che favoriva Neres. A quel punto, nel 2v1 che ne consegue, la teoria generale vorrebbe che Ndicka, l’ultimo difendente, eviti una collaborazione tra i due giocatori, mantenendo una posizione più centrale escludendo o almeno complicando la linea di passaggio. Ma quando il difensore ivoriano accorcia su Hojlund, il varco centrale in cui sottolineare la progressione di Neres diventa troppo ghiotto per il Napoli e a quel punto irrecuperabile per la Roma. La complessità della situazione non può essere risolta addossando le colpe ad un unico comportamento ma nella gestione dell’imprevisto, con cui la Roma dovrà sempre più imparare a convivere, guadagnare del tempo sarebbe stato vitale.

Pochi minuti dopo una situazione simile, anche se di grado inferiore per pericolosità, viene gestita in maniera più efficace. Lì un’altra conduzione frenetica di Neres, nata nuovamente a seguito di un recupero del Napoli all’interno della propria area di rigore, viene fatta spegnere dal comportamento di Ndicka che, ritardandone lo sviluppo, consente, al momento del traversone tentato da Hojlund, di aver riportato 4 elementi in più (Hermoso, Koné, Cristante e Celik) già nei pressi o all’interno dell’area romanista.

Situazioni ad alto rischio come quella di domenica si sono già manifestate nel primo terzo di campionato. Basti pensare al gol decisivo del Torino all’Olimpico o a quello del Milan a San Siro. La Roma potrà ridurle, aumentando magari la propria incisività offensiva che permetterà di concludere più volte verso la porta e annullare dal principio possibilità di transizioni per l’avversario, ma dovrà comunque impararci a convivere in maniera sempre più sostenibile. Ad oggi, quella che è la miglior difesa del campionato, concede anche i tiri più pericolosi del campionato: 0,11 il dato di xG medio dei tiri verso Svilar, pari in Italia solo a Cagliari e Genoa. Sono vertigini, sintomo della voglia di volare.