Uomini soli

LR24.IT (A. CIARDI) – La storia ciclica. Passa il tempo, cambia la gente, ma non la sostanza. Abbiamo già descritto il palio della capitale, quel triste torneo in cui, per simpatie, amicizie, convinzione o interessi, si sposa una causa e pur di vincerla si ripone persino il bene comune pur di alzare la Coppa Idee Personali. La realtà racconta sempre la stessa storia. Allenatori lasciati soli a fungere da parafulmine. Dirigenti, paradirigenti, amministrativi, consiglieri del club e consiglieri dei presidenti, imbucati e garanti che spesso giocano a nascondino, magari tessendo tele dietro le quinte o facendo da ventriloqui per chi si presta in pubblico a esportarne il pensiero. È così da più di quindici anni.

Da quando per spianare la stessa agli americani si picconava Roma dall’interno spacciando per incapaci tutti quelli che dovevano abbandonare Trigoria. Un professionista come Pradè veniva deriso e accusato di incapacità. Un manager di personalità e riconosciuto come Montali fu defenestrato perché c’era da fare spazio a un manipoli di dirigenti alle prime armi nel calcio. E poi le divisioni su Sabatini fra i suoi groupie e i suoi hater, la guerra da dentro Trigoria al fumantino Petrachi, reo di stridere con il fallimentare bontonismo manierato in voga all’epoca fra Trigoria e via Tolstoj, frequentate da gente che sentiva l’obbligo di spiegare il calcio e la vira alla folla considerata stolta. Passando poi per Pinto nemico giurato di cui appoggiava Mourinho, e idolo di chi lo detestava, per disastri della Souloukou, per il Ghisolfi Paperino che in quanto anello debole di una catena di bigiotteria da mercatino asiatico manco aveva messo piede a Roma che era già cotto e cucinato. Quindi il passaggio dal campo alla scrivania di Ranieri, e il ritorno di Massara, meno chiuso mediaticamente del predecessore. Alle viste c’è Francesco Totti. E pure lui dividerà, statene certi. Di Monchi e Fienga è inutile parlare. In mezzo, gli allenatori. Diversissimi tra loro. Che avrebbero meritato stipendi tripli perché chiamati a cimentarsi in più ruoli, compreso quello del frontman spesso osteggiato da dentro le mura, da Richelieu moderni o semplici maestranze con mire espansionistiche. È andata male a Luis Enrique che veniva sventolato come una bandiera salvo poi essere lasciato fuori al balcone sotto le intemperie. A Zeman, usato per raccattare penosamente consensi e che pagò non i risultati ma avere detto, una settimana prima dell’esonero, che dentro Trigoria i dirigenti non erano in grado di fare seguire le regole, peccando di lesa maestà. Garcia pagò in pochi mesi prima la sua natura che lo induceva a lamentarsi degli arbitri e poi la critica a fine stagione alle strategie di mercato del club. Spalletti, al netto di tutti i suoi errori gestionali, quando si voltava vedeva dirigenti e consiglieri giocare a nascondino invece che assumersi responsabilità per gestire il fine carriera di Totti. Fonseca, al netto di tutti i suoi limiti, andò muso a muso con Dzeko capitano, subendo attacchi da ogni angolo, senza che nessuno fra Trigoria ed Eur spendesse mezza parola sulla questione bollente. A Mourinho si ritorse contro l’indole debordante, perché all’inizio faceva comodo che rappresentasse la Roma, poi la Roma stessa lo abbandonò rinnegando la scelta, con gioia massima di chi pur di dargli contro, a esonero compiuto, riabilitò fino a esaltare quei calciatori senatori che erano entrati in rotta di collisione con il portoghese.

Proprio loro, quelli oggi accusati di appartenere alla gang del sesto posto. Era appena iniziata l’era De Rossi, e stendiamo un velo pietoso su quei mesi di oscurantismo. Post Ranieri, ecco Gasperini. Ennesimo uomo solo. Considerato in cerca di alibi quando si lamenta degli obbrobri arbitrali. Considerato maleducato ed eccessivo quando sbatte a tutti in faccia la realtà di due sessioni di mercato inadeguate. Siamo alle solite. Niente di più sbagliato. Allenatori costretti a cantare e a portare la croce. Non si può contare sulla presenza dei proprietari, perché se non batti i pugni sul tavolo dopo lo scempio di Budapest è inutile parlarne. Dirigenti e consiglieri e garanti sono perennemente non pervenuti, come le temperature da Bressanone all’epoca delle previsioni del tempo del Colonnello Bernacca. Oggi ci sono Massara e Ranieri. Il primo ha passato cinque mesi a parlare di Fair play finanziario. Il secondo genera equivoci ingiustificati dai fatti. Perché nelle questioni importanti è sempre entrato, parlando della scelta dell’allenatore, facendo precisazioni sui conti finanziari e rivendicando le ambizioni del club.

Quindi è sbagliato dire che essendo consigliere esterno non possa parlare di arbitri. L’ultima volta che lo fece, un anno fa, era allenatore. Da consigliere non li ha mai menzionati. Andrebbe fatto. Non deve farlo per ruolo Massara. Lui per ruolo avrebbe dovuto ingaggiare ali d’attacco necessarie per sviluppare il gioco di Gasperini. Sarebbe bastato questo. La questione dirigenziale a Roma viene sempre messa in secondo piano, perché fanno più audience gli allenatori. Errore colossale. Madornale. O più semplicemente voluto.

In the box – @augustociardi75

Non è sfortuna

LR24 (AUGUSTO CIARDI)Dovbyk doveva essere sostituito in estate, la Roma è stata pachidermica nei tempi e alla fine è rimasto, ha giocato, confermando però in campo di non essere il centravanti che voleva Gasperini. Ha chiuso la stagione a gennaio quando la Roma provava di nuovo a piazzarlo, senza certezze.

Ferguson è un paradosso enorme. Arrivato a Roma per fare il vice ma non di Dovbyk. Avrebbe avuto un senso se davanti a lui ci fosse stato un numero nove consono, un Malen (che però in estate non sarebbe potuto arrivare). È stato lanciato in orbita proprio perché l’ucraino non è partito e non ha ingranato. Portandosi dietro una serie di bugie mediatiche controproducenti. “Due anni fa valeva ottanta milioni” la favoletta messa in circolo per lodare l’operazione, soltanto perché qualche credibilissimo tabloid prospettava all’epoca mega offerte giunte sul tavolo del Brighton da parte del Chelsea. Noto oltretutto per strapagare calciatori che spesso spariscono in fretta dai radar del calcio che conta. Il resto è una storia tormentata, condizionata da seri problemi fisici e da atteggiamenti che non hanno mai convinto l’allenatore.

Di Dybala si è detto tutto. Se la Roma avesse rafforzato le corsie laterali in estate, Dybala quest’anno sarebbe stato dosato. Invece no. La Roma colpevolmente monca in attacco ha provato ad aggrapparsi alla sua classe, minata dal fisico. Dentro a ogni occasione. Laterale d’attacco di sinistra, falso centravanti. Quasi mai nel suo ruolo naturale, occupato da Soulé. Le assenze di Dybala non sono imputabili alla sfortuna. I problemi legati anche alla sua assenza, sarebbero stati molti meno se al quarto anno di contratto la Roma si fosse evoluta ingaggiando gli esterni di attacco richiesti.

El Shaarawy è tornato a frequentare la panchina da qualche settimana dopo averne passate tante in infermeria. Ma Gasperini sulla fascia sinistra gli preferisce chiunque, quindi immaginiamo che la sua condizione fisica sia enormemente deficitaria. Ci si può riprendere? Ha trentaquattro anni, nelle ultime stagioni spesso è stato ai box per per guai muscolari, Gasperini non si sarebbe strappato i capelli se fosse partito in estate. Come per Dybala, la sfortuna ha un’incidenza limitata nel suo caso. Maledetto tempo.

Bailey è stato una di quelle scommesse che puoi permetterti se vuoi toglierti uno sfizio dopo avere fatto un buon lavoro in quel reparto specifico. Diventa una scommessa folle se a fine mercato risulta essere l’unico attaccante esterno ingaggiato. La partenza anticipata non cancella l’errore commesso.

Soulé fa i conti con uno degli incubi dei calciatori. La pubalgia. Fino a gennaio non è mai mancato e fino a gennaio la Roma si è aggrappata ai suoi gol, anche perché gli altri attaccanti segnavano meno dei difensori. Poi Soulé ha alzato bandiera bianca. Non c’è nessun collegamento fra il suo status di insostituibile e il problema fisico che lo tormenta da due mesi. Il problema reale sta nel fatto che non abbia sostituti, al punto che largo a destra ha giocato persino Pellegrini.

Pellegrini, appunto. Troppe volte croce, ogni tanto delizia. Da Genova a Bologna tutto e il suo contrario. Ogni volta che gioca, riparte la giostra, si rumoreggia, si litiga, ci si accapiglia. Un tormentone, da anni. Anche nel suo caso, con l’arrivo di attaccanti esterni Pellegrini avrebbe fatto le valigie o al massimo sarebbe rimasto ai margini della squadra titolare. Lo disse Gasperini a fine agosto “la società vuole darlo via, lui sta cercando una soluzione, decidano”. Decisero di non decidere. Pellegrini è rimasto. Gasperini ha provato a dargli un senso.

Vaz. Spegnere le luci. Bidone a Genova, astro nascente a Bologna? Ecco, questa è la strada più facile da percorrere per rovinarlo. Come quando tanti anni fa un tal Berisha veniva descritto come il nuovo Ibrahimovic.

Venturino è una classica buona occasione da valutare per il futuro testandolo all’occorrenza nel presente. Nulla di più. Anche se per testa e senso del gioco ha già reso più di molti calciatori d’attacco nominati in questa rubrica.

Zaragoza è semplice da leggere. Calciatore leggerissimo, può avere un senso a campo aperto, altrimenti fatica pure nel modesto Celta.

Il problema è sempre lo stesso. Se per le fasce d’attacco, in ruoli fondamentali per l’allenatore, in otto mesi prendi Bailey e Zaragoza; se nella corsia centrale tieni Dovbyk che il tecnico voleva che si sostituisse, e Ferguson che, forse, chissà, avrebbe avuto senso come vice e si è ritrovato sotto i riflettori; se sei di conseguenza costretto a fare il segno della croce sperando che diano un apporto vitale Dybala, Pellegrini e forse persino El Shaarawy, parlare di sfortuna significa sottovalutare un problema enorme che la Roma non può reiterare. Perché gli equivoci del mercato, ti presentano il conto in campo.

In the box – @augustociardi

Orticelli metropolitani

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – L’aggettivo “fondamentale” abbinato alla parola settimana è un grande classico del calcio, inflazionato. Se ne abusa di continuo. Stavolta l’aggettivo è d’obbligo. Perché la settimana che comprende la trasferta di coppa a Bologna e poi quella di Como contro la squadra che condivide con la Roma l’appartamento al quarto piano, non può che essere definita fondamentale.

Ma le partite passano di nuovo in secondo piano, perché sono riaperte le iscrizioni al palio della capitale. Si alzano i vessilli della fazione preferita, e il match diventa semplicemente una leva solleva-polemiche. Proliferano gli orticelli metropolitani, fertili al punto da proporre biodiversità succose a chilometro zero. Ci dividiamo come al solito fra allenatore, direttore sportivo, senatori, garante e addirittura speaker, streamer e opinionisti, persino la notizia su uno sponsor viene commentata a seconda di chi la propone. Niente di nuovo. Rispetto al passato mancano le contrade devote a proprietà e dirigenti amministrativi, in auge fino a qualche anno fa. Stanno spuntando persino i partiti pro e contro Zaragoza. Come dire, purché ci si divida non facciamoci mancare nulla, litighiamo anche per il fantasmagorico ballottaggio fra lo spagnolo e Venturino. Mille fazioni per lo spinoff della serie principale, che propone il duello fra Gasperini e Massara, e sempre di più coinvolge un attore che non sarà mai secondario, Ranieri.

Gasperini semmai ha sbagliato a schierare Pellegrini, ma come gli si può imputare il mancato utilizzo di un’aletta sgusciante che trova linfa a campo aperto, cosa che la Roma a Genova non ha mai avuto a disposizione? Zaragoza quanto avrebbe spostato in un match giocato decentemente solo da Malen e Pisilli?

Metà marzo è alle porte, la Roma ha buttato nel cesso il set point contro la Juventus, e domenica ha subito il break che ha definitivamente riaperto la partita. Ora si gioca il futuro in Europa e in campionato. Serve il contro break. Ma serve pure ricordare che la Roma è ancora quarta, nonostante non ci sia uno straccio di attaccante in alternativa a Malen, arrivato grazie all’intervento del vice presidente (doveroso ricordarlo), perché, altrimenti, oggi, davanti ci sarebbe soltanto Vaz (tanta invidia per chi ha già capito che sia un fenomeno, dai tre spezzoni di partite giocate si puo al massimo intuire per quale ragione Gasperini lo consideri acerbo). E nonostante la batteria di esterni, per ragioni varie, costringa l’allenatore a scegliere centrocampisti decentrati.

Gasperini è il responsabile tecnico della squadra. Ma la società, dopo due sessioni di mercato, deve necessariamente puntare i fari sull’organigramma in vista del terzo tentativo di rafforzamento della rosa con Gasperini allenatore. Laddove non c’è possibilità di condividere, bisogna imporre una scelta che spazzi via equivoci e ambiguità. Storicamente si dice che le squadre della stagione seguente si fanno a marzo. Oggi è più difficile, perché il calcio bisognoso di soldi impone che si conosca il piazzamento finale per avere chiarezza sui margini di spesa estivi. Ma non c’è necessità di soldi per capire se, in modo legittimo, la compravendita di giocatori la condurrà Massara (ha senso cambiare il responsabile del mercato per la terza volta in tre anni, dopo Pinto e Ghisolfi?) o se sia necessaria, per incompatibilità, l’ennesima rivoluzione.

In the box – @augustociardi

Tancredi; Nela, Vierchowod… Dybala

LR24 (AUGUSTO CIARDI)Che peccato. Speriamo di rivederci. Comunque grazie, vada come vada. Tre stati d’animo pensando a Paulo Dybala. Considerazioni soggettive, sia chiaro. Nessuna presunzione per pensare di indirizzare i sentimenti altrui, le percezioni degli altri.

La Roma comunica che Dybala starà fuori quasi due mesi, e viene naturale fare un bilancio sul suo quadriennio. Il calcio moderno impone paletti mentali più di quanti ne pianti l’UEFA ai club del continente. Siamo sempre di più inclini a fare calcoli su ammortamenti, costi a bilancio e plusvalenze. Ci sta. Inutile fingersi giapponesi su isole del Pacifico che si credono ancora impegnati nella seconda guerra mondiale.

Ma i numeri non possono soffocare le emozioni. E Paulo Dybala è ed è stato emozioni. Dal momento in cui entrò nel vivo la trattativa. Tutti sapevano che se fosse venuto alla Roma sarebbe stato anche perché le big d’Europa avevano tanti, forti, dubbi sul suo status fisico. Amen. Viene presentato a Roma sud e quella sera di fine luglio diventa iconica, con lui seduto a gambe incrociate a godersi chi coi ragazzini in collo spontaneamente sfidava l’umidità assassina per farsi scoppiare il cuore di gioia.

Primi due anni, al netto dei primi stop, tipo l’infortunio battendo un rigore, da signore del calcio. E basterebbe ricordare che senza un furfante col fischietto il suo nome sarebbe rimasto in eterno, alla voce marcatore, nel tabellino più importante della storia della Roma qualora alla Roma non avessero rubato la partita.

Ora siamo al capolinea. Fine contratto ed ennesimo guaio. Cinque settimane per provare a recuperare. Che significa quasi maggio, forse metà aprile. Potrà ancora dare un contributo? Chi ama andando oltre i numeri da commercialista spera di sì, i più romantici vorrebbero che il suo regalo di addio fosse una marcatura decisiva nella finale di Europa League. Per fare giustizia dopo lo scandalo di Budapest del 2023. Perché senza quello scempio, oggi ci ricorderemmo a memoria la formazione, Dybala compreso, di quella sera. Quegli undici che a differenza dei numeri di telefono non escono la dalla nostra testa, tipo Tancredi, Nela, Vierchowod, Ancelotti, Falcao, Maldera, Conti Prohaska, Pruzzo, Di Bartolomei, Iorio.

Con buona pace dei più classici dei “te l’avevo detto”, ostentati da chi ha sempre parlato di Dybala in chiave fisica. La scoperta dell’acqua calda spacciata per rivelazione dei segreti di Fatima, per alimentare ego ipertrofici e per ricerca di quarti d’ora di celebrità, fregandosene di pensare quanto sarebbe stato positivo per la Roma in questo tiratissimo finale di stagione, assistere ancora ai duetti Dybala-Malen ammirati a gennaio in casa del Torino.

In the box – @augustociardi

Una lacrima sul visto

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – È colpa di El Aynaoui. Svilar non para più come prima. Gasperini ha buttato la partita. Cristante, Pellegrini e Mancini sono il male della Roma. È tutto finito. Con Allegri, Conte e Mourinho non l’avresti mai pareggiata. Si descrive l’apocalisse da domenica sera, con la parziale giustificazione di stati d’animo minati dalla beffa. Perché la Roma non ha perso con la Juventus, si mangia le mani per la mancata vittoria. Sbagliato eccedere in questo momento nell’autolesionismo tipico delle piazze poco inclini alla vittoria. Perché è vero che El Aynaoui è stato avventato nell’intervento che ha causato la punizione fatale, così come è vero che Svilar ha avuto un leggero calo di rendimento. È ovvio che Gasperini possa avere delle responsabilità nella gestione del match come ogni allenatore al mondo, ed è legittimo non poterne più dei senatori. È inutile però fare paragoni con altri tecnici, perché il più pragmatico di tutti, Mourinho, partendo dal tre a uno sempre contro la Juventus, la perse. Quattro a tre. E si incazzò a morte, perché nei minuti finali i calciatori non devono essere telecomandati da bordo campo. Mentre Allegri e Conte, meno offensivi di Gasperini, tre gol alla Juventus avendo in attacco soltanto Malen, non li avrebbero mai fatti. La Roma che in campo si mangia le mani ma non perde, soccombe nel post match. Esagerando nel disfattismo. Perché guardando la classifica a undici giornate dalla fine, occupa il quarto posto, con tre punti sulla quinta che non è la Juventus ma il Como, perché la Juventus è rimasta a meno quattro, e ha esultato a fine partita come se avesse vinto la Champions League. Come farebbe il Pisa se strappasse un punto in extremis in casa di una big. Il gol della Juventus deve essere una lacrima da asciugare perché la Roma ha tutte le carte in regola per strappare finalmente il visto per la Champions League. La Roma poteva dare a Spalletti il colpo di grazia, vero, ma quel folle quarto d’ora finale non fa calare il sipario. Come è possibile passare in pochi minuti da una prestazione magistrale alle ingiustificabili distrazioni sul finire della partita? È possibile quando sei da quarto/quinto posto, ossia una squadra imperfetta, perché a quel livello hai tanti pregi e altrettanti difetti. Siamo abituati a fagocitare skill e a contare i chilometri dei calciatori registrati dal reggipetto con il GPS. In base a numeri e YouTube valutiamo i livelli dei calciatori. Dimenticando aspetti fondamentali, quali la costanza di rendimento e la personalità. Prendiamo come esempio Mirko Vucinic. Attaccante delizioso quando era in giornata, urticante nei momenti prolungati di indolenza. Luogo comune: fuoriclasse o uomo in meno a seconda di come si svegliava la mattina. A fine carriera però uno deve fare la media. Vucinic è stato un calciatore da sei più, forse sei e mezzo, un buon calciatore, non un campione e tantomeno una pippa inguardabile. Ecco, la Roma attuale è Vucinic, ogni tanto stacca la spina complicando il percorso. Perché hai dei limiti ancora evidenti. Sta cercando una via alternativa a quella degli ultimi anni, ha scelto uno dei migliori allenatori d’Italia, fra i più bravi anche nel non farsi contaminare da ambienti pigri e tendenti al vittimismo. La Roma ha aggiunto calciatori con la testa giusta come Malen e Wesley, altri che danno la sensazione di essere fatti della stessa pasta, come Ghilardi ed El Aynaoui, ma il complesso squadra fa ancora i conti coi limiti strutturali che si porta dietro da quasi dieci anni. Sta facendo il massimo. Giusto imprecare per avere dilapidato un patrimonio a causa di un quarto d’ora scellerato. Assurdo dare per scontato che sia tutto finito. Insensato indicare in Gasperini la causa del mancato ko alla Juventus. Come se a difesa schierata avrebbe dovuto essere lui a staccare di testa nell’area sotto la curva nord nei minuti di recupero.

In the box – @augustociardi

Escluso il ritorno

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Estate 2005, arriva da Udine con la valigia piena di ambizioni, e accolto coi pomodori, un allenatore che avrebbe comunque lasciato il segno. Era una Roma che si scontrava con le difficoltà di un momento storico delicato, col presidente Sensi costretto dai problemi di salute a defilarsi e che con volontà delegava sempre di più la figlia Rosella. Era una Roma con Bruno Conti garante che ebbe un ruolo fondamentale per il suo arrivo a Roma.

Non serve ripercorrere tutte le tappe della doppia avventura romanista di Spalletti. La prima come la seconda sporcate dal finale avvelenato. Diede un senso estetico e pratico al 4-2-3-1 varato in emergenza. Modulo già in uso, soprattutto, all’epoca, nella Danimarca di Rommedahl e Tomasson. Spalletti ne fece un marchio di fabbrica di quella Roma e della sua carriera. Contribuì all’ultima evoluzione tattica di Francesco Totti, che a sua volta esaltò in campo le idee dell’allenatore. Sul loro rapporto lasciamo stare. I veleni degli ultimi tempi durante la prima esperienza spallettiana divennero insopportabili strascichi per tutta la durata del suo secondo soggiorno romano.

E tutti quei tifosi che subirono quel duello allargato (come sempre nel calcio se c’è un uno contro uno diventa mille contro mille perché entrano nella contesa comparse, guitti, personaggetti in cerca d’autore, pesci spazzini al seguito dei calciatori e lacché delle società), hanno ricevuto il colpo di grazia del recente spot pubblicitario e soprattutto le frasi di plastica di Spalletti, che nel promuovere la reclame ha sfoggiato il solito sorriso di circostanza dicendo che non avevano mai litigato. Lasciamo stare.

Spalletti torna a Roma domenica dopo uno scudetto strameritato, dopo un tatuaggio che ha fatto discutere (non trattandosi di una svastica è legittimato a celebrare sul corpo il tricolore del Napoli, i tatuaggi sono intimi e non giudicabili), dopo un flop epocale in Nazionale (qualificazione a Euro 2024 grazie a un favore arbitrale scandaloso contro l’Ucraina, fase finale ridicola, parte di qualificazione ai mondiali inqualificabile). E torna da juventino. In crisi di risultati. All’ultima spiaggia in campionato, dopo avere sfiorato in Europa una rimonta clamorosa. Fino a qualche anno fa, la Juventus a Spalletti non aveva mai pensato. Perché per carattere e non per caratteristiche non è mai stato considerato un possibile papabile. Privo di aplomb.

Questo Spalletti, che da qualche anno prova a essere pop, fatica a stare in panni che non gli cadono a pennello, ma ha comunque scelto di diventare ibrido. Temporalesco a bordo campo, buono per tutte le stagioni fuori. Ma il passato non si dimentica e allora basta guardarlo in conferenza stampa prima della disfatta col Como per capire che il giorno dopo diluvierà. Sguardo teso verso punti indefiniti, verbosità eccessiva, parentesi aperte e mai chiuse. Roma è lo spartiacque.

La Juventus non ci pensa minimamente a lasciarlo andare, lui al secondo anno potrebbe avere una squadra tutta sua e non figlia degli equivoci delle ultime quattro sessioni di mercato. Ingolosito non tanto dalla possibilità di legittimare la sua bravura, che non è in discussione per uno dei migliori allenatori italiani, ma dalla possibilità di vincere anche con una squadra dei quartieri alti. Perché per quanto vanti un sano e splendido senso di appartenenza per le sue radici, dà sempre la sensazione di soffrire l’assenza di origini borghesi. Se parlerà prima di domenica, spegnerà possibili incendi, avrà una parola buona per tutti. Consapevole che allo stadio anche molti tra quelli che a Roma continuano a stimarlo lo fischieranno sonoramente, perché starà in piedi davanti alla panchina, con le mani in tasca, forse guardando per terra, per guidare la nemica di sempre, la Juventus. E perché amareggiati dall’amaro.

In the box – @augustociardi

Fidarsi è bene, dei vincenti è meglio

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Con Falcao e Liedholm è andata alla grande, con Ottavio Bianchi bene ma poteva andare meglio, con Capello e Batistuta sempre alla grande, con Mourinho inutile parlarne per evitare le solite polemiche oramai noiose e ammorbanti.

Ora tocca a Gasperini. Bisogna fidarsi di chi sa come si fa. Soprattutto quando chi sa come si fa è forestiero. Tanti romanisti domenica avrebbero mandato in campo la Primavera. Capirai, il piagnisteo aveva come al solito preso piede. Tutti a scommettere sul giallo a Mancini, Ndicka e Wesley o sull’infortunio di Malen. Menomale che l’allenatore della Roma è Gasperini, che li tiene in campo novanta minuti più recupero.

Gasperini sa come si fa. Roma no. Perché ha dimenticato come si fa ad andare in Champions League senza snobbare le coppe europee, e perché di trofei ne ha vinti pochi. Quando a Roma soggiornano i vincenti, bisogna dargli le chiavi di Trigoria.

E se li avessero ammoniti? Avrebbero giocato, contro la Juventus, Rensch, Ziolkowski e magari avrebbe arretrato Cristante. Non sono stati ammoniti, quindi ha contribuito al loro autocontrollo. E tanti saluti ai cultori del Mai ‘na gioia, quel piacionesco modo di pensare che ci sia sempre una tragedia sportiva dietro l’angolo, una comfort zone che impigrisce ed è priva di ambizioni, che come le religioni può servire per spiegare ciò che non siamo capaci di dimostrare.

Hala Madrid!

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Dall’indulgenza perpetua, all’asticella delle aspettative che si impenna come se la Roma fosse il Real Madrid. C’è stato un tempo in cui si giustificava la Roma che, forte di calciatori che poi sarebbero andati nei top club, le buscava dalle big senza mai creare pensieri all’avversario. Oggi, invece, se in totale emergenza strappa un punto in casa dei campioni d’Italia, per quanto pure loro in difficoltà, le bocche si storcono. E, strisciante strisciante, si spargono dubbi sulle capacità di Gasperini. Tutti gli allenatori sbagliano, chiunque ha imprecato al momento della sostituzione di Malen, ma a freddo è obbligatorio considerare che dietro Malen c’è veramente poco, che il tecnico deve gestirlo, e che Gasperini aveva pienamente ragione nel definire Vaz un calciatore di talento ma di prospettiva. Però Vaz è costato 25 milioni quindi si presuppone che possa essere già utile, anche se in campo sembra davvero un gigante con la testa da bambino che diventerà adulto grazie all’esperienza che oggi non può avere. Quindi l’allenatore per dare respiro al suo attaccante più forte, deve per forza fare entrare il suo costoso vice. Ma se ne avesse avuto uno più esperto, Vaz avrebbe continuato a guardare la partita dalla panchina. Troppe pretese? Certo. Ma se si pretende che Gasperini sbanchi Napoli e batta ogni big, bisogna essere altrettanto esigenti con il club a sessioni di mercato aperte. Oppure si prende per buono il punto di Napoli e si guarda con fiducia a un campionato in cui la Roma sta crescendo, finalmente, anche negli scontri diretti. La Roma quarta in classifica, non la Roma settima che tenta la rimonta con l’affanno. L’autore di questa stagione più che buona resta l’allenatore, l’arma che a gennaio ha rafforzato la squadra, Malen, l’ha costruita il vice presidente (lo ha detto Gasperini), perché se non ci fosse stato il guizzo per l’olandese, con Dovbyk e Ferguson improduttivi e inutilizzabili, il peso dell’attacco graverebbe tutto sulle spalle del bambino Robinio Vaz, perché la Roma si stava incartando anche a gennaio. Difficile essere smentiti. Perché non sono verità svelate da inchieste esclusive. È una semplice ricostruzione dei fatti. Che dovrebbero regalare più equilibrio nei giudizi. Perché c’è una via di mezzo fra l’indulgenza di qualche anno fa quando si facevano le carezze sulla testa di una squadra di alto livello che veniva mangiata viva dalle big, e le pretese di oggi per una squadra che non è più forte di Inter, Milan, Napoli e Juventus e che oltretutto ha l’attacco decimato. Basterebbe ricordare che quando la Roma ha la maglia bianca, la indossa perché gioca in trasferta. Non perché sia il Real Madrid. E pensare che spesso le aspettative vengono artatamente alzate. Perché se creo aspettative eccessive, sarà più facile addebitare colpe all’allenatore.

Rigore paa Riomma

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Benvenuti al mondo. Grazie per essere sbarcati sul pianeta dei lamentosi e di chi si deve difendere da attacchi insensati. Da ieri sera, per colpa di un arbitro con poco intuito (eufemismo) e di un protocollo VAR che dovrebbe seduta stante chiamare in causa i vertici FIFA e UEFA per defenestrare all’istante tutta l’IFAB e tutti i vertici arbitrali nazionali del mondo, c’è una guerra dialettica e mediatica combattuta da gente che di solito assiste con sarcasmo e con la puzza sotto al naso alle baruffe chiozzotte dei poveri comuni mortali abituati da decenni alle nefandezze arbitrali. Sono quelli che “piangina ancora ti alimenti del gol di Turone?” o i poveri stolti che “contro il Siviglia la partita la potevi chiudere prima degli errori di Taylor. Brutte razze. Recitano una parte che prevede un’alta moralità che non gli appartiene. E peggio ancora giudicano gli altri. Non si sono mai sporcati le mani perché quando gli arbitri erano bravini, le squadre che amano non erano mai al centro di errori penalizzanti. Ora che gli arbitri sono inguardabili e sbagliano senza distinzione, fanno i matti sbraitando e piangendo. Si lamentano o si difendono. Bene accompagnati da quei giornalisti mediocri e sottoni che si danno un tono attingendo dal manuale del bravo cronista che vuole fare strada nel mondo mediatico nazionale. Quelli che “a fine stagione torti e favori si compensano”. Ma che poi dopo la simulazione di Bastoni si riversano sui social per creare engagement e il giorno dopo riempiono cinque pagine di quotidiano. Quei quotidiani che se a subire un torto epocale è una squadra fuori dall’asse Milano-Torino, relegano la protesta sacrosanta a un boxino a pagina venti collocata sotto la pubblicità della crema per le ragadi anali. Eccoli qua, oggi. Tutti schierati. Uno contro l’altro ma uniti dall’ipocrisia che li fa parlare solo ora che sono vittime o che accusati di essere carnefici. Come ci si sente in questi panni? Sono scomodi? Provocano frustrazione? Tranquilli, non vi arrabbiate. A fine stagione torti e favori si compensano.

In the box – @augustociardi

Due banane

LR24.IT (A. CIARDI) – In piena corsa per tornare in Champions League, valorizzando l’organico come soltanto lui ha dimostrato di sapere fare. Gasperini merita le chiavi di Trigoria senza essere nato nei rioni e nei quartieri della città, senza la necessità di avere claque schierata e sempre in prima linea per difese d’ufficio. I suoi crediti sono legati alla meritocrazia. Strano, eh? La meritocrazia ancora esiste. E ti fa spiccare fra la massa anche quando persone semplicii ti appiccicano etichette invalidanti. Perché Gasperini per molte persone semplici che si prestano a considerazioni troppo più grandi di loro era l’allenatore bocciato dai top club perché era stato cacciato dopo una manciata di partite da un’Inter che, dopo Mourinho, era tornata a non avere capo e coda. Chi conosce le cronache milanesi dell’epoca, sa bene che fronda subì da spogliatoio e gente che ruotava attorno a Moratti. E perché per molte altre persone semplici era il fattucchiere che raggirava gli organi di controllo praticando riti farmaceutici per ottenere risultati magnifici con l’Atalanta.La battuta banalotta dell’epoca era “un’Atalanta stupefacente”, seguita da risatine disarmanti, tipo quelle che seguono la battuta originalissima “comprate du’ banane così una te la magni”.

Prendete la rosa della Roma. Selezionate Ghilardi e Wesley, tanto per fare due nomi. Il difensore centrale è appena stato riscattato. Non vogliamo esagerare dicendo che meriterebbe di stare già nel giro della Nazionale di Gattuso, anche perché quando gli azzurri hanno giocato l’ultima partita, lui stava ancora assimilando il metodo Gasperini. In un Paese in cui ancora ci si chiede se Acerbi possa servire all’Italia, e che esalta fino all’eccesso Calafiori, elegantissimo ma non efficacissimo in marcatura, Ghilardi rappresenta il difensore vecchio stampo che sta imparando criteri di calcio che lo stanno lanciando in orbita. E a chi dice “quanta fretta ma dove corri?” si risponde che nel calcio moderno, in cui Casadei senza neanche un minuto in Serie A valeva 15 milioni di euro, dopo una manciata di partite in campionato in coppa Ghilardi può tranquillamente valere il doppio della spesa fatta dalla Roma per pagare il cartellino al Verona.

E Wesley? “Strapagato” affermavano solenni i giudici che non conoscono ragioni quando sentenziano senza conoscere, spesso, i calciatori di cui parlano. Circa venticinque milioni. Sacrosanti per uno che sta nel giro della Nazionale brasiliana, titolare del Flamengo e non del Bangù, probabilmente sul podio per rendimento e continuità nella Roma quarta in classifica e fra le prime sedici di Europa League. Oggi ogni esterno, anche i normalissimi da sei in pagella, vale non meno di venti milioni. Wesley a fine stagione varrà non meno di quarantacinque milioni tendenti ai cinquanta. Esagerato? È il calciomercato a produrre certe cifre. Ma al netto delle valutazioni, ogni giorno che passa va lodato un professionista che porta risultati e plusvalore. A conferma che la Roma per vincere ha bisogno da sempre di valorizzare i suoi simboli, ma nei ruoli chiave deve affidarsi ai forestieri.

In the box – @augustociardi75