Un piccolo sforzo

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Inutile continuare a spendere parole per Gasperini. Bisogna essere accecati dal pregiudizio per negare i meriti di un allenatore che ha stravolto la mentalità di una squadra abituata per DNA a conservare piuttosto che a produrre. Gasperini fa spallucce davanti ai luoghi comuni. Per una manciata di giorni aveva attecchito in città persino l’idiozia su Baroni tabù per l’allenatore di Grugliasco. Come se bastasse avere un Baroni qualunque per sbugiardare Gasperini. Superficialità allo stato puro. C’è poi il tormentone sugli scontri diretti. I numeri non lo negano, perché dai tempi di Fonseca la Roma soffre certe partite. Ma prima di bollare Gasperini come tecnico col complesso di inferiorità, sarebbe quantomeno opportuno guardare le partite delle sue squadre, pure quelle della Roma contro le big, perché soltanto contro il Napoli (non dimenticando che il gol decisivo nasce da un’azione con fallo su Kone) la squadra ha dato la sensazione di non potercela fare. E perdere ieri contro il Milan sarebbe stata la seconda bestemmia in meno di tre mesi, dopo la bugiardissina gara di andata. Vogliamo parlare di Ghilardi? C’era persino chi dava per scontato che sarebbe partito a gennaio, come un Bailey qualunque. Si diceva, senza sapere, che il tecnico lo avesse bocciato. Gasperini, nascondendolo e strigliandolo, gli stava semplicemente cambiando i connotati. Ieri migliore in campo. Difensore vero, puro, doveva soltanto entrare negli schemi. Ma come fanno a non piacere i modi di Gasperini? Chiaro che nella città del volemose bene (davanti, perché poi spesso alle spalle dominano infamate, maldicenze, falsità e bugie), i suoi modi rudi ma sinceri possono non piacere, ma nello sport contano i risultati, e se ai risultati si abbina un lavoro magistrale che porta a un plusvalore che fa bene alle carriere e alle casse, rendendo confortevole il viaggio verso il futuro, a uno così bisogna lasciare carta bianca. E se lungo la strada ci si imbatte in calciatori indolenti o dirigenti e maestranze inclini al vittimismo, non esiste bivio alternativo, in modo perentorio gli va imposto: se non vi adeguate all’allenatore, quella è la porta. La Roma a gennaio ha messo dentro un attaccante super e uno di prospettiva che fa intravedere doti non comuni. Più un giovane guastatore offensivo che già fa intendere di avere più prospettive di Baldanzi, per il quale resta ingiustificabile la follia dell’acquisto a quelle cifre. Con un piccolo sforzo in questa manciata di giorni che porta alla chiusura del mercato, la Roma alzerà ancora di più la voce. E lo capirà anche la cosiddetta o presunta grande stampa, che commenta Roma-Milan come commenterebbe il Lecce che frena la corsa della super big. Inutile consigliarle di aprire gli occhi, perché chi ieri avrebbe dovuto accendere un cero a Sant’Ambrogio, è il Milan. Non la Roma.

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Finalmente

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Finalmente perché un attaccante così doveva arrivare ad agosto. Finalmente perché, concedetelo al sottoscritto, speravo da cinque anni che lo ingaggiasse la Roma. Malen è ciò che serviva alla Roma. E mentre parte della piazza si distraeva insultando senza motivo Raspadori, “reo” di non avere scelto la Roma, scelta da traditore secondo chi indora la pillola per fare credere che sia sempre colpa di qualcun altro (procuratori, calciatori, dirigenti, fidanzate, padri e madri) quando la Roma vende o quando buca un acquisto. Vecchio giochetto, sgamato, in voga anche con la passata proprietà. Malen è un ottimo innesto. Uno che sa mandare al manicomio i difensori avversari, perché non dà punti di riferimento, è adrenalinico, frenetico nei passi, è veloce, guizzante, non un gigante ma fastidiosissimo perché è potente ed elastico. Se riceve palla in posizione decentrata per naturale ricerca della porta si accentra. Non è un cavallone a cui affidare il pallone a centrocampo. È una prima punta moderna da ultimi venticinque metri. Che può giocare anche accanto a un’altra prima punta, ma quando si decentra non ci si deve aspettare Lookman o Soulé. Perché rimane una prima punta, uno che ha confidenza con il gol, che quando riceve il pallone non ha bisogno della frazione di secondo da dedicare al pensiero perché è istinto puro che si fida della capacità balistica. Col tiro secco e preciso, forte, sia sotto porta sia dalla media distanza. Da ragazzino nel PSV sembrava un predestinato. Un serio infortunio al ginocchio rallentò la crescita ma non gli ha mai annacquato il talento. Infortunio perfettamente superato, senza strascichi. Malen non ha mantenuto tutte le promesse, non è diventato un top player per valori assoluti, ma può esserlo per il campionato di Serie A. È tutto ciò di cui aveva bisogno la Roma. Che ha colpevolmente impiegato sei mesi per centrare finalmente un obiettivo valido in attacco dopo mezzo anno di equivoci e ritardi gravi. Che sono anche costati la Coppa Italia alla Roma. Ma meglio tardi che mai. Malen ha solo un difetto. Il cognome. Perché si presta a giochi di parole, battute e ipotetici titoli che hanno già ammorbato prima ancora dell’annuncio ufficiale.

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Mamma butta la pasta

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Proseguono le celebrazioni per i novant’anni del mitico Dan Peterson, che usava dire “mamma, butta la pasta!” quando andava a segno il canestro che chiudeva il match di basket che stava commentando. Chiediamo scusa a un maestro anche di comunicazione come l’americano d’Italia se gli rubiamo una frase che speriamo di utlizzare entro il weekend. Perché al momento, finalmente, la Roma “ha messo la pila sul fuoco“. L’acqua si scalda, bolle, poi finalmente almeno un pasto di mercato potrà essere consumato. Piatto italiano e rivisitato alla spagnola. Raspadori e il suo staff di rappresentanti verrà convinto. Anche perché non può essere altrimenti. È arrivato Ryan Friedkin e Trigoria è diventata un porto di mare, perché sono servite due riunioni per parlare anche col direttore sportivo, che mentre si svolgeva la prima era impegnato in un appuntamento di lavoro. In ritardo, ma la Roma si avvicina alla prima operazione di un mercato che altro non è che la prosecuzione di quello estivo. Da qui, il ritardo. Così come un incontro chiarificatore con la presenza fisica della proprietà a conti fatti poteva essere programmato nei mesi scorsi, perché già all’epoca erano evidenti le diversità di visione (eufemismo) tra comparto tecnico e direzione sportiva. Ma ok, il latte è stato versato, inutile piangere. Ora la pentola sta sul fuoco. È ora di buttare la pasta.

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Come va col cricket?

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Per sorprendersi delle reazioni di Gasperini, che preferisce tenere la benzina nella tanica dribblando i microfoni a Lecce, bisogna essere digiuni di calcio. Perché può sorprendersi chi fino a ieri era esperto di cricket o di beach volley. Da ieri enfasi e presunte sorprese. Perché? Perché arriva la delegazione presidenziale, di cui si parla da giorni, e al contempo l’allenatore salta il post partita in TV e in sala stampa? Ci si sorprende perché Gasperini mette pressione alla dirigenza per ingaggi mancati in estate e già in ritardo a gennaio? Premesso che semmai ci si dovrebbe sorprendere e anche arrabbiare per i mancati ingaggi in estate e già in ritardo a gennaio, non ci si può sorprendere se Gasperini accende confronti coi dirigenti. Per conoscere il modo di fare del tecnico non serve l’esperienza di un operaio di Bergamo alta abbonato in curva Pisani al Brumana dal 1980. Non è necessario chiamare il vecchio cronista dell’Eco di Bergamo. È il suo modo di fare, non per mitomania o egocentrismo, ma perché lui lavora così, e questo lavoro, ovunque sia andato, anche in questi primi mesi romani, porta frutti, in termini di risultati e di valorizzazione del patrimonio tecnico. Gasperini e Massara muso a muso? E che sarà mai? I confronti accesi, se funzionali, portano benefici. Spazzano via gli equivoci. L’importante è non alimentare il vittimismo. La finalità delle discussioni di mercato è il miglioramento delle squadre. Gli allenatori alla Gasperini non fanno “casino” per hobby, hanno il polso della situazione più di dirigenti, consiglieri e proprietari. Chi si offende fa una fatica doppia.

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Raspad’ora

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Ennesima riprova di quanto vengano esasperati i concetti. Sette mesi fa sembrava che la Roma fosse in liquidazione, perché il messaggio era martellante: Svilar non rinnova e andrà via a prezzo di saldo, e almeno uno fra Koné e Ndicka sarà sacrificato, sempre sottocosto.

Poi sotto ferragosto il rinforzino: Koné sta andando all’Inter, operazione da una trentina di milioni giunta al traguardo. Anche in questo caso, esagerazioni ingiustificate, perché la Roma per completare il mercato avrebbe preso in esame offerte per il francese (con l’ok del tecnico), ma non certo quella specie di mancanza di rispetto recapitata dall’Inter che, col vento in poppa soffiato da una stampa che ribadiva come la Roma fosse obbligata a vendere, abbozzò una proposta irriguardosa.

Poi chiude il mercato, a inizio settembre. La Roma non ha venduto nessuno e ha esteso a cifre notevoli il contratto del portiere. Come niente fosse, ricomincia il giro: a giugno duemilaventisei via tutti. E mentre da Trigoria si servivano assist al disfattismo ribadendo un concetto arcinoto e vecchio oramai come il mondo sui paletti dell’UEFA, era già evidente che il mercato invernale avrebbe portato pedine fondamentali in ruoli chiave, per una rosa altamente incompleta in attacco. E non c’erano dubbi che tali operazioni sarebbero state possibili, perché Friedkin già a fine sessione estiva aveva confermato alla dirigenza e all’allenatore la disponibilità a investire.

Apriti cielo! “A gennaio non verrà nessuno!”, sulle note del fastidioso tormentone secondo cui il mercato di gennaio non produce mai nulla (andate a controllare quanti calciatori della Roma scudetto 2001 furono presi nelle sessioni invernali di mercato. Anzi, ve li ricordiamo di nuovo noi: Candela, Delvecchio, Nakata, Zago, per non parlare di Dacourt, Toni, Nainggolan, El Shaarawy. A gennaio per fortuna non arrivano soltanto Doumbia e Jonathan Silva). Niente da fare, mesi autunnali passati a somministrare oscurantismo psicologico. La Roma descritta come un discount perennemente sull’orlo del fallimento.

Arriva gennaio e in barba alle teorie del “ricordati che devi morire”, il club ha praticamente chiuso l’ingaggio di Raspadori, impegnandosi per oltre venti milioni con l’Atletico Madrid. In attesa di definire con il Manchester United l’accordo per Zirkzee, due calciatori in quota Gasperini che finalmente offrono all’allenatore le soluzioni che ha provato a inventarsi nei primi quattro mesi di stagione.

In estate la Roma farà mercato anche in uscita, e se ci pensate sarà la prima volta nell’era Friedkin in cui si venderà un pezzo pregiato (seconda volta se si considera anche Ibanez). La Roma con Buon ha un accordo flessibile, che viene costantemente monitorato e ridiscusso come ampiamente dimostrato in questi anni. Finora spesso sono state sbagliate le scelte di mercato, ma di soldi ne sono stati spesi tanti. Niente da fare. Fuori dal raccordo, alla parola ‘Roma’ la gente associa debiti, svendite, plusvalenze e rossi di bilancio. Perché la Roma da dentro si racconta così. Come una società sul cornicione della finestra. Per fortuna che esistono i fatti.

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Più punti, meno bro

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Quarto posto in classifica. Più sette sul Bologna (potenzialmente più quattro), più nove sulla Lazio, più undici sull’Atalanta, impietoso il confronto con la Fiorentina, tutte squadre che negli ultimi anni spesso sono arrivate nettamente davanti alla Roma. Quarto posto in classifica viaggiando a una media gol di poco superiore a uno a partita. Al netto di lacune strutturali non cancellate dallo scorso mercato, che di fatto ha prodotto l’ottimo innesto di Wesley, l’utilissimo inserimento, graduale, di El Aynaoui, e la speranza che prosegua il cammino intrapreso Ziolkowski, in attesa di Ghilardi, con la speranza che Ferguson faccia ricredere tutti e tenendo in squadra gente che sembrava certo se ne andasse in estate (Pellegrini, Baldanzi, Dovbyk, in parte Pisilli ed Hermoso).

Il quarto posto a girone di andata quasi concluso non va sottovalutato. Soprattutto perché le rivali (cinque squadre per quattro posti) hanno rose più folte e più complete. Nel calcio quasi tutto è opinabile, dal modulo alla scelta dei titolari. I numeri non si possono confutare. La Roma non vincerà la coppa del sistema solare perché ha chiuso l’anno solare davanti a tutti, certe classifiche servono soltanto a riempire le pagine dei giornali sotto le feste, ma dimostra che il lavoro di allenatori seri, preparati, maniacali nel lavoro, diversi da ciò che troppo spesso piace a questa città figlia del volemose bene e del semo tutti fratelli, tutti Bro, può pagare. Con un mercato adeguato, la Roma avrà le armi per tornare in zona Champions League dopo una vita. È necessario questo sforzo, col tempismo giusto.

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Mister, ce lo spieghi con un disegnino

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Mentre le altre vincono le partite grazie alle pesantissime doppiette di attaccanti arrivati in extremis perché il titolare si fa male subito e in modo grave e il centravantone arrivato a peso d’oro da Udine non si dimostra all’altezza sin dall’estate, oppure risalgono in classifica grazie a esterni guizzanti pagati fior di milioni che ingranano a fine anno senza fretta perché tanto davanti a loro avevano almeno altri quattro laterali, Gasperini è costretto per la terza volta in tre mesi a dire in conferenza stampa che di Ferguson a oggi non gli piace l’atteggiamento, che gioca poco perché non crede evidentemente in se stesso o in ciò che l’allenatore vede in lui. Non basta. L’aria che tira attorno a Gasperini inizia a infettarsi. Perché le sue scelte fanno storcere la bocca a quelli che “io c’ho giocato a pallone, ho fatto gli allievi a Boccea e ho allenato la squadra de calcetto de mi fijo”, e da quelli che “con Ferguson le vinci tutte, con Dybala le perdi tutte”. Quindi Gasperini sarebbe un coglione che deve prendere spunto da chi ha “esperienze” calcistiche superiori alle sue e perché non si rende conto che Ferguson sia una specie di talismano. Non un bomber, un portafortuna. Perché di gol non se ne parla.

Ma oramai ci accontentiamo di uno straccio bagnato lanciato verso la porta avversaria dei nostri bomber per registrare miglioramenti. D’altronde questi frombolieri sono contornati da un Pellegrini sano come un pesce, un Dybala al top della forma, un El Shaarawy all’apice della carriera e un Baldanzi che risolve talmente tante partite da renderci incerti sulla dote migliore fra gol e assist. Basterebbe mettere Ferguson al centro dell’attacco.

Capito Gasperí? Ancora che pensi alle lacune estive e al mercato. Noi-siamo-la-Roma! Quella cosa che cambia allenatori con la frequenza tipica di un incontinente che cambia le mutande. Che ci riempiamo la bocca con la parola “progetto” ma poi se il club ti accontenta prendendo Zirkzee e Zirkzee non fa quindici gol entro marzo sappi che te ne puoi pure tornare a Grugliasco dopo otto mesi. Quelli che “Ranieri a quest’ora avrebbe fatto più punti”. E via dicendo. Inutile spiegare che per le scelte della domenica gli allenatori si basano anche agli allenamenti quotidiani. Per vincere basta mettere l’irlandese. D’altronde il Daily Mirror ha scritto che due anni fa valeva 80 milioni. E poi oh, a luglio ha fatto “quadrupletta” al Pomezia.

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L’aria fritta

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Gasperiniani, massariani, sensiani, pallottiani, tottiani, mourinhani, zemaniani, baldissoniani, sabatiniani, derossiani, dybaliani, pellegriniani, e via dicendo. Ci piace distinguerci e dividerci per categorie che finiscono in ani. Il palio di Roma. Chiacchiere inutili, spin-off che fanno perdere di vista la serie originale, la Roma. Quattro mesi di campionato passati a chiederci se valga la pena rinnovare il contratto di Dybala, se sia giusto metterlo come falso nove al posto di Ferguson, manco stessimo litigando su chi deve portare ai Mondiali Cesare Maldini fra Baggio e Totti. Dimenticando che se si fossero seguite le indicazioni dell’allenatore, oggi nella Roma miracolosamente quarta non ci sarebbero né Ferguson, né Dovbyk, né Pellegrini, né Baldanzi, mentre Dybala sarebbe il secondo cambio e il fragile Bailey forse il terzo ricambio.

Guerre di quartiere, in palio forse c’è qualche copia venduta in più o una miserrima percentuale di dati di ascolto. Argomenti che ci gonfiano l’ego come una mongolfiera perché, narcisi fino al midollo, pensiamo che ci siano folle affamate che vogliono saziarsi con le nostre intemerate. Gasperini ieri ha parlato chiaro. Non odia e non umilia Ferguson quando lo scansa per parlare di Dybala. Gasperini lavora, non chiacchiera. Non legge giornali, non bazzica i social, non ascolta radio. La sua è una cultura contadina pedemontana. Si lavora sodo finché c’è luce solare, poi ci si rilassa davanti a un buon piatto locale, ci si concede un bicchiere, ma col pensiero già volto all’alba successiva. Non va ad ammiccare nei salotti televisivi dei pre partita, non cerca sponde giornalistiche per impietosire o per spostare l’ago delle bilancia delle penne e delle critiche. Quanto dice ai microfoni, per eleganza, è soltanto la metà della metà della metà di quanto fa intendere negli uffici dirigenziali. Mentre noi poveri stolti facciamo sondaggi su è meglio Ferguson o Dybala o Dovbyk o Baldanzino, e ci illudiamo se l’irlandese fa un tiro a partita regolarmente respinto dal portiere (come ci siamo ridotti…) lui fa esperimenti affinché la Roma renda ancora più di quanto lui sia riuscito a ottenere. Perché da allenatore figlio delle gavetta e non delle raccomandazioni o della stampa amica, sa che se sbagli cinque partite consecutive in Italia ti fottono.

Prima i calciatori, poi i dirigenti che ti vendono alla stampa malleabile, infine i presidenti che a malapena sanno che lavoro fai. Contro il Genoa de Diddiere mejo Ferguson, Baldanzi o Dybala? Facciamo pure l’ennesimo sondaggio, inutile, natalizio, magari mettendo in palio premi e cotillon. Per fortuna lui pensa alle cose pratiche. Con la speranza che a Trigoria dopo anni di campagne acquisti figlie di capricci, di sinergie con procuratori e padri-procuratori, ed errori dei direttori sportivi, nel duemilaventisei si seguano alla lettera le indicazioni dell’allenatore. Altrimenti, tanto vale richiamare Santo Claudio da Testaccio, così ricominciamo il giro, respirando aria fritta e preparandoci ai sondaggi tipici delle primavere romane: meglio Italiano, Terzic, De Zerbi o il ritorno di De Rossi con Totti presidente e Nainggolan erede di Italo Zanzi? La Roma quest’anno deve farsi un regalo. Affidarsi, per la cosa sportiva, a Gian Piero Gasperini. Punto e basta.

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Bill Murray

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Se Paulo Dybala va in campo a dispetto del suo status di campione, che si sporca inevitabilmente a causa della sua condizione fisica, è perché Gasperini cerca in lui una speranza tecnica, in una realtà offensiva rasa al solo dalle lacune di un mercato che per paradosso ha reso la Roma meno forte dello scorso anno, quando almeno a tozzi e bocconi c’era Saelemaekers.

Oltretutto Dybala non ha mai iniziato quest’anno una partita nel suo ruolo, largo a destra, dove giustamente viene impiegato Soulé, l’unico a salvarsi in prima linea. Se Baldanzi in alcuni momenti cruciali dei primi quattro mesi di stagione è stato schierato al centro dell’attacco, è perché Gasperini avrebbe voluto altro rispetto a Dovbyk, ma al massimo la Roma per sostituire l’ucraino ha puntato per un mese uno che stava più in crisi di lui, Gimenez del Milan, il re dei flop. E perché Ferguson probabilmente se Gasperini avesse a disposizione tre centravanti, sarebbe la terza scelta, perché al momento è il calciatore meno inserito tatticamente, e ha già smorzato quella fiammella di speranza e aspettativa che si era accesa dopo l’esordio ad agosto. Se El Shaarawy gioca sempre meno è perché Gasperini suo malgrado deve fare i conti con la parabola discendente dell’esterno d’attacco, e per questo l’allenatore è costretto a insistere su Pellegrini. E anche per questo loda, forse oltremisura, Pellegrini.

Il ruolo dell’allenatore è anche questo: nei limiti del possibile deve comunicare fiducia ai calciatori. Un po’ quello che quattro anni fa faceva Mourinho con l’allora capitano giallorosso. Quella strategia, che aiutò Pellegrini a giocare la sua migliore stagione nella Roma, non poteva essere capita da tutti. Così come le parole al miele di Gasperini espresse prima di Cagliari-Roma. Non tutti sono in grado di andare oltre il primo strato comunicativo.

Se nelle rotazioni entra poche volte Bailey, e il più delle volte lo fa per giocare a destra, è perché Bailey è un esterno destro mancino che a volte può giocare a sinistra, ma soprattutto è lontanissimo da una forma accettabile, e in una squadra che già fa i conti con la precarietà fisica di Dybala, non è stata un’idea brillante tesserare uno che sta sul podio nella classifica mesta dei guai muscolari.

La Roma, ad agosto, sul mercato ha fatto un casino. E per questo è inspiegabile il rumoreggiare dialettico su Gasperini, sono inspiegabili le teorie secondo cui deve fare le cose semplici. È così difficile da capire che certe mosse azzardate sono figlie di esperimenti necessari per trovare soluzioni a problemi causati dal mercato estivo? Di inspiegabile c’è il buco nero di agosto, quando si narravano trattative che sistematicamente saltavano, e quando alla fine della giostra sarebbero arrivati soltanto Tsimikas e Ziolkowski. Ossia un ex panchinaro del Liverpool (sarebbe ora di finirla con le favole sul livello alto di chi viene dai top club, perché nel Liverpool a sinistra ha giocato sempre Robertson, mentre il greco in quella squadra era soltanto una decorosa riserva) e un giovane difensore di prospettiva.

Sentir dire o leggere che Gasperini deve fare come Ranieri, ossia snaturarsi e cucinare la minestra, è mortificante. E di un provincialismo pericolosissimo. Basterà infatti un altro pareggio per fare urlare che i calciatori sono degli indegni che non si impegnano (mentre invece stanno dando il massimo, ed è questo il problema di fondo), poi lo step successivo sarà urlare che Gasperini non è adatto alla Roma. Quindi che deve tornare Ranieri, abile nel fare sette otto risultati di fila e poi si annuncia un nuovo allenatore. Poi un mercato monco e a settembre “la Roma riparte dai senatori, titolari e pronti al rinnovo”. E si ricomincia da capo. Manca soltanto Bill Murray.

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Irish clan

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Proviamo ad affidarci al nostro modo più classico, e sicuramente meno infallibile, di valutare i calciatori avendo a disposizione quasi quattro mesi di stagione per produrre i giudizi. Quali sono gli elementi maggiormente dentro il “sistema Gasperini”? Di contro, quanti sono in ritardo o in palese difficoltà?

Inutile perdere tempo con Svilar, lui dimostrava di essere il più forte anche con Juric. In difesa, Mancini era già un suo uomo ed è tornato a esserlo, chiaro che se gli si chiede recuperi a mille all’ora su avversari che scappano a campo aperto, si diventa ingenerosi. Ma nell’applicazione sull’uno contro uno e nel mettersi a disposizione in fase offensiva, ha impiegato trenta secondi per entrare nell’ottica del suo ritrovato tecnico. Bene anche Ndicka, sia da mezzo sinistro di difesa sia da centrale. Gasperini sta riabilitando Hermoso, che del pacchetto arretrato è il più scafato. Stanno entrando a regime Ziolkowski e Ghilardi. Dopo due mesi di palestra, al netto di errori di fisiologica crescita all’interno del nuovo modulo, fanno pensare che le intuizioni estive di direttore sportivo e allenatore, per il loro ingaggio, siano felici. Diamogli tempo.

Quel tempo che è servito a Celik per trovare finalmente un allenatore che fungesse da autore per renderlo personaggio. Sembra un calciatore di Gasperini da almeno cinque anni. Wesley non poteva non essere gasperiniano. Espressa richiesta dell’allenatore, ha raddrizzato la bocca di chi dopo le prime uscite affermava che non valesse i soldi spesi. Rensch è la classica alternativa sulle corsie esterne che si applica ma che davanti ha concorrenti più forti. Su Angelino non ci resta che aspettare anche se sarà difficile togliere il posto a Wesley, cosa che non può fare Tsimikas, che nelle gerarchie oggi alle spalle ha soltanto Angelino che però non gioca da due mesi.

Per Cristante vale il discorso di Mancini. Ha soltanto riattaccato la spina, ritrovando quegli automatismi che lo portano a essere l’incursore utile per aumentare il fatturato offensivo. Koné è forte con chiunque, sarebbe stato titolare in questi ultimi anni anche nell’Atalanta. Mentre El Aynaoui sta scalando posizioni in classifica. Peccato per la Coppa d’Africa, perché dopo un doveroso apprendistato, oggi ha capito tutto ciò che gli chiede Gasperini, e lo dimostra partita dopo partita. Pisilli attualmente è un oggetto misterioso. Il talento c’è e lo mostra in Under 21, perché con la Roma a parte una manciata di minuti a Cremona, non si vedeva dal derby, quando si andava ancora in spiaggia. Di norma è una mezzala da centrocampo a tre, ma siccome con Gasperini si gioca a due, è stato aperto il dibattito per mesi: lo considera centrale o mezzapunta? Quando hanno chiesto a Gasperini perché Pisilli non gioca mai, ha risposto che davanti ha gente che sta facendo bene, indicando Cristante, Koné ed El Aynaoui. Quindi al momento lo considera mediano. Che potrà avere spazio con la partenza del marocchino a dicembre. Ma la Roma a prescindere ha bisogno di un altro centrocampista. E Pisilli non essere così centrale nel progetto Gasperini, potrebbe diventare pedina di scambio a gennaio.

Le presenze in campo di Pellegrini dimostrano che con Gasperini, se ci si applica, chiunque può avere la sua opportunità. Rientrerà anche nel giro dei mediani in concomitanza della Coppa d’Africa? Soulé sta provando in questi schemi a consacrarsi. El Shaarawy, a piccole dosi da calciatore intelligente, è entrato presto nella lunghezza d’onda indicata dall’allenatore. Baldanzi, che a fine agosto era praticamente del Verona, viene utilizzato in emergenza e si applica, pure se continua a non fare né gol né assist.

E veniamo alle note più dolenti. Dovbyk, ora ai box, doveva partire in estate, ma il problema è che la dirigenza della Roma per sostituirlo aveva puntato l’unico attaccante più in difficoltà di lui in Serie A, Gimenez del Milan. L’ucraino non ingrana, e iniziamo ad arrenderci. Arrivato tra mille mille aspettative, sembra quel prodotto di grido che ordini, viene consegnato ma risulta subito fallato e ogni tentativo di manutenzione più che migliorarlo ti toglie le speranze che possa ripagare l’investimento. Bailey sembra Paperino, manco è arrivato e si è fatto male, torna dopo due mesi e a parte un paio di lampi, e un nuovo infortunio, dà la sensazione per caratteristiche di essere un anarchico che l’allenatore prova a inquadrare. Nel calcio l’anarchico può servire, sia chiaro, anche nelle squadre più inclini al regime. Ma al momento anche per problemi di condizione atletica Bailey sembra purtroppo uno capitato in campo per caso. Ferguson è arrivato tra mille speranze e poche certezze. L’involuzione degli ultimi mesi, non contando il tempo perso in infermeria, preoccupa. O forse ci si era troppo illusi dopo un paio di partite, con Bologna e Pisa, incoraggianti. La speranza è che Roma-Napoli per lui sia il fondo da cui risalire. Perché non vorremmo con lui tornare a cavalcare vecchi teoremi anni novanta, sui calciatori britannici e irlandesi che non si adattano agli schemi e alla vita del calcio italiano.

In the box – @augustociardi75