Il futuro è già qui: contro lo Stoccarda una Roma con l’età media più bassa degli ultimi 4 anni

LAROMA24.IT – Un nucleo di 15-16 giocatori definiti “molto competitivi”, intercambiabili tra loro senza rischi di cedimenti strutturali. Dietro di loro, “far crescere altri ragazzi giovani”. Così Gasperini ha tratteggiato la visione della Roma prima dello Stoccarda. A 2-0 vidimato, poi, ha parlato nello specifico di alcuni di questi. A partire da Pisilli, classe 2004, protagonista della serata: “Ha raggiunto grande maturità in mezzo al campo – l’analisi di Gasperini –. Lui è tra quelli che possono ampliare la rosa della Roma”. Seconda nomination per Daniele Ghilardi, classe 2003, accarezzato dall’allenatore in questo modo dopo la partita di ieri: “Ho la fortuna di vedere gli allenamenti e vedere la crescita anche di giocatori come Ghilardi, che ha fatto un’ottima partita”. Terza chiamata stavolta per il più giovane della brigata, Jan Ziolkowski, che “riesce a fare uno spezzone di partita bene poi cala un po’ e inizia a concedere qualcosa. Mi auguro che nel giro di pochi mesi o il prossimo anno sia ancora più sicuro”.

Due arrivati l’ultima estate, insieme a Ferguson, che ha curriculum diverso ma resta pur sempre un 2004, al quale Gasperini, dopo settimane di bastone, offre una carota nel post partita di Europa League: “Già da qualche partita ha cambiato atteggiamento e anche condizione, rispetto a qualche mese fa è in partita, è presente”. Insieme a loro, ieri sera, c’erano Rensch e Soulé (2003), a completare un pacchetto di 6 giocatori “Under 23” nella formazione titolare a cui si aggiungerà durante la partita il coetaneo Wesley. I più esperti, in termini di età, erano Pellegrini e Tsimikas (classe 1999). Per un’età media complessiva di 24,7 anni. La più bassa registrata dalla Roma negli ultimi 4 anni. Impossibilitato a partecipare dal regolamento c’era il 2007 Robinio Vaz mentre da poche ore si era diffusa la notizia dell’arrivo del 2006 Venturino dal Genoa.

L’ultima volta che la Roma era stata così giovane in campo era il dicembre del 2021, si giocava sempre in Europa League, stavolta a Sofia contro il CKSA. L’età media, in quel caso, si fermava a 24,5 anni, grazie all’utilizzo di Bove, 19enne, e il 21enne Kumbulla. Ancora più bassa era stata meno di due mesi prima, in una serata ben poco memorabile in casa del Bodo Glimt. Lì il tasso di gioventù toccava quota 24 anni, con Calafiori, Darboe e Reynolds in campo dall’inizio a tirare verso il basso il conteggio. “Sono giovani: non è facile essere competitivi a questi livelli. Ci arrivano col tempo”, come ha detto ieri sera sempre Gasperini. E suonerebbe adatta anche a pensare a ritroso.

Vietato pareggiare: 34 gare senza X per la Roma, è la striscia più lunga di sempre

LAROMA24.IT – La Roma non è una squadra di compromessi. Lo si capisce facilmente dal modo in cui interpreta le partite, come decide di andarsi a fronteggiare faccia a faccia con chiunque sia l’avversario, qualunque sia il momento della partita. Il risultato è di una squadra che, in 28 partite stagionali tra campionato, Europa League e Coppa Italia, non è mai scesa a patti. Non ha, in sostanza, mai pareggiato. Una sequenza di 28 partite senza pareggi che, unita alla coda finale delle ultime 6 della passata stagione, porta la striscia complessiva a 34 gare. “Il pareggio non esiste”, pare sostenesse Pelé. Così anche per la Roma che l’ultimo pari l’ha visto ad aprile scorso quando il derby si chiuse sull’1-1, secondo pareggio consecutivo dopo quello, con lo stesso punteggio, di una settimana prima con la Juventus.

Da lì la Roma ha costruito una striscia di 34 partite consecutive con 23 vittorie, di cui 18 quest’anno, e 11 sconfitte (10 quelle arrivate in questa stagione). Nel 2012/13 la Roma aveva passato 4 mesi, con 17 gare nel mezzo, senza fermarsi mai sul pareggio, una serie che aveva superato le 16 partite consecutive senza pari del 2005/06. Record praticamente doppiato da quello attuale che ha stracciato anche il precedente più lungo della storia della Roma, risalente addirittura al periodo della guerra. 23 le gare che, nella stagione 42/43, videro la Roma uscire dal campo senza pareggi tra la sconfitta per 1-3 con l’Ambrosiana Inter fino alla sconfitta in semifinale di Coppa Italia contro il Torino come ultimo atto della stagione. A questa sequenza, due anni più tardi, con la ripresa del campionato a carattere nazionale, si legherà anche la prima giornata della stagione 1945/46 aperta dalla vittoria per 1-0 con l’Anconitana firmata da Amedeo Amadei.

LE MAGGIORI SEQUENZE SENZA PAREGGI:

34 partite (dal 19/4/2025 a oggi)

24 gare (a cavallo tra le stagioni 1942/43 e la ripresa del 1945/46)

17 gare (stagione 2012/13)

16 gare (stagione 2005/06)       

Post Match – Malen plus

LR24 (MIRKO BUSSI) – Per togliere alcuni bruciori di stomaco che ormai disturbavano l’allenatore anche in pubblico sono serviti i principi attivi mostrati da Malen in 76 minuti. Subito dopo la vittoria per 2-0 a Torino, marchiata proprio dal primo gol dell’attaccante olandese, Gasperini non nasconde una soddisfazione più lunga e consistente dei tre punti appena conquistati. “Ha le caratteristiche che cercavo”, dirà quasi esultando dopo la partita. Per poi spiegare più nel dettaglio: “Ha questa abilità nello smarcarsi non di schiena e non di spalle, di spostarsi sul taglio“. Il riferimento è a quel movimento che Malen sfoggia già al primo, vero, pallone gestito con la maglia della Roma.

Minuto 5: con Pellegrini in zona centrale, Malen sfila al lato del suo marcatore, in un movimento fuori linea, ritrovandosi così con i piedi verso la porta mentre con lo sguardo segue l’evolversi della situazione. Quando riceverà, in questo modo, sarà già proiettato all’1 contro 1 col suo avversario, sposterà rapidamente sul destro per un tiro poi reso innocuo da una deviazione. Quello su cui più volte Gasperini ha confessato di lavorare coi suoi attaccanti, tentando di orientarli verso la propria porta, Malen l’ha portato con sé come effetto personale dall’Aston Villa. Una scena simile sarà apprezzabile nella ripresa, stavolta con Soulé in zona di rifinitura, allontanandosi sempre dal suo marcatore che, per non perdere la posizione di vantaggio verso la porta, è costretto a concedergli tempo e spazio di ricezione sui piedi.

I benefici che Malen porterà all’organismo romanista sono risaltati in maniera fin troppo evidente da subito. Tanto da farlo idealizzare anche al di sopra della realtà mostrata negli ultimi anni. L’olandese, quantomeno, potrà spostare la tendenza offensiva della Roma verso la porta avversaria per quell’indole ad attaccare la profondità che, già ieri sera, lo ha portato 3 volte in fuorigioco, compresa l’occasione del gol annullato. In tutta la stagione, Dovbyk ci è finito 4 volte finora e Ferguson appena 3, per dare un metro di valutazione sulla novità. Nei vari momenti di transizione che la Roma sa generare a seguito di riconquiste, la squadra di Gasperini ora potrà sfogarsi ancor più velocemente in avanti.

Oltre alla naturale affinità con Dybala, con cui ha scambiato il pallone addirittura in 7 occasioni al debutto in giallorosso, la capacità di Malen di custodire e gestire il pallone sotto pressione potranno tornare utili anche per sistemare alcune ruggini di costruzione della Roma. Quegli smarcamenti in ampiezza dei mediani che finiscono per creare l’ormai consueto vuoto interno della Roma può diventare un punto d’accesso per le ricezioni dei vertici offensivi. Un esempio è arrivato all’11’ della gara col Torino quando, abbassandosi a ricevere dentro la propria metà campo, Malen ha poi raggiunto Dybala e trafitto così la pressione del Torino, costretto a quel punto a ripiegare verso la propria porta. Un miglioramento che la Roma dovrà far per evitare di rifugiarsi in eccessive giocate dirette, categoria in cui neanche l’arrivo di Malen potrà favorire particolari vantaggi in risalita.

Post Match – I mille di Gasperini

LR24 (MIRKO BUSSI) – Ne sono serviti due di quei mille per aver ragione del Sassuolo dopo oltre un’ora di discussioni. Quei mille sono i principali argomenti della Roma in questo inizio di stagione: il dato, tondo, che racchiude i “recuperi” dalla squadra di Gasperini in poco più di metà campionato. Un numero inarrivabile per le altre, considerando che la cugina più lontana, l’Atalanta, si ferma a 963 ed è la seconda in questa graduatoria. Quei recuperi che tratteggiano la caratteristica principale delle squadre di Gasperini e ora anche della Roma: la veemenza con cui si scaglia a riconquistare il pallone.

E proprio così sono arrivati i due gol contro il Sassuolo. Come, per citare i più recenti, era nato quello di Ferguson contro il Genoa o quello di Baldanzi contro la Juventus. Tant’è che torna alla mente quel paradosso tedesco, per cui il contro-pressing sarebbe il miglior regista. E pare valere, a volte, anche per la Roma. Per cui, per assurdo, a volte conviene quasi perdere il pallone in zona offensiva. Per potersi così lanciare a riconquistarlo e colpire, a quel punto, un avversario inevitabilmente più disordinato rispetto a quando lo si attacca in maniera più definita e lineare. Aspetti in cui, invece, per desideri di mercato ancora inespressi e processi di lavoro, la Roma pare mostrare i maggiori margini di miglioramento.

Sia l’1-0 di Koné che il 2-0 di Soulé hanno la stessa matrice: un recupero in zona offensiva. Per la prima rete è Wesley, in scivolata, a cancellare la pericolosa ripartenza che il Sassuolo stava progettando in seguito a una respinta su un calcio d’angolo a favore della Roma. Sul raddoppio, invece, il pallone perso negli ultimi 30 metri viene immediatamente riaggredito da tre romanisti che accerchiano il malcapitato del Sassuolo. Entrambe le reti, poi, nella fase successiva di transizione prevedranno tratti tipici del manuale offensivo di Gasperini: sul colpo di testa di Koné si contano fino a 7 romanisti che hanno inondato l’area avversaria. Sul 2-0, invece, dall’utilizzo del lato debole, alla combinazione laterale con inserimento in area del terzo di difesa, quel percorso che sabato fa Ghilardi ed è stato più volte battuto in stagione da Mancini.

La rapidità dei recuperi della Roma nell’ultima gara contro il Sassuolo può essere misurata tramite il dato di PPDA che riporta come la squadra di Gasperini concedesse in media appena 5,42 passaggi a quella di Grosso prima di riconquistare, un dato secondo solo a quello registrato contro il Torino in stagione. Non appare disconnesso da questo, allora, che il mucchio di recuperi registrati sabato abbia prodotto la gara con la maggior mole offensiva, statisticamente, della Roma: 2,5 gli expected goals (dato più alto della stagione), 26 i tiri complessivi (record stagionale), 48 SCA (azioni di tiro create, letteralmente), anche qui punto più alto della stagione. Perché, a volte, la riaggressione vale come un playmaker. O come un centravanti di manovra o una seconda punta di piede destro che crei continua superiorità.

Post Match – La via della rete

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Il gol che non t’aspetti arriva quando l’aridità offensiva della Roma era tema ormai smascherato, anche nelle parole di chi la dirige e allena. La sorpresa nella rete che ha girato la partita di martedì non è tanto nel marcatore, tra i vari capi d’accusa del reparto sotto osservazione, quanto per la via percorsa. Non quella più battuta, la più esterna, ma un accesso centrale da cui poi Dybala luciderà il pallone con cui Ferguson scriverà lo 0-1.

Come aiuta a sintetizzare il grafico di Opta, infatti, le strade ricercate maggiormente dalla Roma per arrivare in area di rigore sono quelle laterali. In viola, infatti, vengono rimarcate le zone in cui la squadra di Gasperini ha un dominio di tocchi rispetto all’avversario. Oltre all’area di rigore, rimane colorata di rosa, scelto per indicare le zone con una netta prevalenza avversaria, quella fascia centrale a ridosso dell’area di rigore. Una delle più ambite, anche statisticamente, per provocare pruriti alla porta avversaria. Lì la Roma, per un connubio tra preferenze in costruzione e di conseguenza negli sviluppi offensivi che per caratteristiche dei giocatori in rosa, raramente vi accede.

Tra i pochi a poterlo fare, naturalmente, in rosa c’è Dybala. In grado di posizionarsi, controllare e gestire con cura quel pallone in zone spesso ad alta densità o rese ancora più impervie, ultimamente, dai sempre più frequenti riferimenti sull’uomo per le difese.

Più spesso, invece, le abitudini della Roma la portano a scivolare esternamente, ricercando superiorità di vario genere sulle corsie laterali. Come accadrà sempre a Lecce in occasione dell’altra occasione capitata a Ferguson. Dal 2 contro 1 in ampiezza di El Shaarawy e Celik, si accede all’area di rigore lateralmente, con la tipica inondazione romanista composta da 6 uomini arrivati nella zona più calda avversaria.

Questa carenza offensiva aiuta, magari, anche a spiegare alcune ricerche di mercato. I profili di Zirkzee e Raspadori, tra i più chiacchierati al momento, appaiono come un’iniezione di imprevedibilità offensiva proprio per la loro capacità di assumere posizionamenti sfumati in campo, staccandosi spesso dalla marcatura avversaria per poter ricevere in quelli che una volta erano riconosciuti come spazi, o mezzi-spazi, tra le linee altrui. Oggi, con più riferimenti sull’uomo, quella tendenza si è dovuta convertire in un’abilità nel ricevere sotto pressione, nel gestire il pallone in spazi angusti come quelli che inevitabilmente si generano nelle zone più centrali del campo.

Anche nei pochi sprazzi avuti in questi primi mesi al Manchester United o all’Atletico Madrid, è facile ritrovare momenti in cui Zirkzee come Raspadori, seppur con modi e costumi differenti tra loro, vengono a galleggiare in zone di confine, provocando instabilità nei comportamenti difensivi avversari. È il caso dell’assist di Zirkzee in casa del Leeds, quando staccandosi dalla marcatura si costruisce la visuale e il sentiero ideale in cui rifinire per Matheus Cunha. Ma anche Raspadori, in una situazione differente contro un blocco più basso come nel finale della gara contro il Girona, sa volteggiare e ricevere in una manciata di zolle per poi andare a chiudere lo sviluppo all’interno dell’area di rigore. Aspetti difficilmente ritrovabili tra gli scaffali dell’attacco romanista e che finiscono spesso per arrotondare la punta offensiva della Roma.

Post Match – Guardati com’eri, guardati come sei

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Alla prova di peso e altezza, sulla bilancia dell’Atalanta, la Roma ha mostrato una carenza muscolare, o meglio ancora neuro-muscolare, per poter indossare quei panni che Gasperini le sta cucendo su misura. La differenza principale, evidenziata anche in alcuni episodi cruciali, l’ha segnata la fisicità dell’Atalanta, intesa non soltanto come quantità di corsa, chili o centimetri. Ma come abitudine a vivere una partita piena di scontri e transizioni, reattività all’imprevisto, capacità di sostenere e ripetere questi sforzi nel tempo. La Roma, per tratti della partita, è sembrata impegnarsi a restare dentro il personaggio, l’Atalanta, invece, era semplicemente se stessa. Certo, tra le due creature passano 9 anni sostanzialmente e dunque è facile ritenere impari il confronto. Una linea temporale in cui, a cadenza semestrale, l’Atalanta in una minuziosa opera di compravendita riusciva ad avvicinarsi continuamente alla propria immagine desiderata.

In una partita che ha visto le squadre produrre secondo le modalità più connaturate, transizioni e palle inattive, due flash da situazioni di riconquista aiutano a tracciare le differenze. La prima è il maggior rimpianto della serata romanista, con l’errore di Ederson che regala a Dybala il pallone più ghiotto della serata. Più della gestione della situazione da parte dell’argentino, quello che salta all’occhio, qui, è la capacità di rimbalzo spaventosa dell’Atalanta anche di fronte ad uno scenario pressoché disperato: quando sul cronometro c’è scritto 6.32, il numero 21 della Roma è faccia a faccia con Carnesecchi. Il secondo dopo (!), quando ha scelto la strada che risulterà meno produttiva, 2 giocatori dell’Atalanta sono già all’interno dell’area di rigore e altri 2 si trovano in prossimità. Ferguson scaglia il primo tiro 3 secondi dopo il primo fermo immagine e l’Atalanta ha già ripopolato l’area di rigore così da poter ribattere, anche una seconda volta, i tentativi dell’attaccante romanista.

Se qui la situazione aiuta a misurare la reattività dell’Atalanta a transizioni brevi, il secondo caso dilata il campo quasi per l’intera lunghezza. È quanto accade in occasione del tiro di Zalewski 13 minuti più tardi. La riconquista della squadra di Palladino su Koné arriva in una porzione di campo difensiva, a circa 70 metri dalla porta di Svilar. Abbastanza per sottolineare come le caratteristiche della rosa nerazzurra siano state progettate per vivere e godere di situazioni simili: la violenza con cui i 6 nerazzurri rovesciano il campo è disumana, con la Roma che palesa differenze quasi genetiche, di cilindrata, rispetto all’avversario. Basterebbe confrontare i profili di Ederson, Scamacca, Zalewski, Zappacosta o Bernasconi con i rispettivi romanisti.

Nei dati di fine partita (legaseriea.it), la differenza non è tanto nei chilometri complessivi (120 a 119 per l’Atalanta) che spesso si equivalgono tra le squadre in campo ma nel modo in cui sono stati percorsi. Il salto più grande, nella comparazione tra i valori di Atalanta e Roma, è nella distanza coperta in sprint (accelerazione massima su distanze brevi), dove i nerazzurri totalizzano 400 metri in più rispetto ai giallorossi (2,87 km contro 2,47 km). Un dato in cui la Roma era finita sotto anche nelle ultime due sconfitte con Juventus e Cagliari: contro i bianconeri la distanza fu più contenuta, 320 metri, mentre coi sardi la differenza fu clamorosa, quasi 700 metri (2,5 km contro gli 1,82 giallorossi) in cui va considerata però la porzione di gara giocata in inferiorità numerica. Tra oltre 4 mesi, il prossimo 19 aprile, la Roma tornerà a guardarsi allo specchio con l’Atalanta. Magari, con un mercato e altro lavoro di mezzo, sarà più vicina a come la immagina Gasperini.     

Sos gol cercasi: era dal 1993/94 che la Roma non segnava così poco

LAROMA24.IT – In cima alla letterina scritta da Gasperini, spergiurando di essersi comportato al meglio e di avere intenzione di fare lo stesso da qui in avanti, c’è almeno un attaccante, se non due. Le parole dopo Juventus-Roma dell’allenatore, d’altronde, avevano mollato definitivamente gli ultimi appigli di equilibrio dialettico dopo quasi metà stagione. “È evidente che stiamo cercando di migliorarci e di potenziarci in quella zona del campo”. Quella zona è l’attacco, per sineddoche il principale riferimento di quei 17 gol segnati appena, 6° peggior attacco della Serie A. Pari alla Fiorentina, per dire, punto più basso della classifica. Quanti il Cagliari o l’Udinese, meno di Sassuolo e Cremonese. Abbastanza per implorare un intervento dall’alto, quanto prima.

Un dato così basso, nelle prime 16 giornate, a Roma non veniva registrato da oltre 30 anni: era la stagione 1993/94, con Carlo Mazzone al timone, la seconda dall’apparizione ufficiale di Francesco Totti, Abel Balbo come principale finalizzatore che chiuderà la stagione con 13 reti segnate. Quella squadra, dopo l’1-1 con l’Inter alla 16a giornata, contava 15 reti segnate. Due in meno dello striminzito bottino attuale.

Nelle 31 stagioni che dividono l’attuale da quella che ferma il “record”, soltanto in due occasioni la Roma era scesa sotto la soglia dei 20 gol segnati nelle prime 16 giornate. Entrambe recenti, quasi premonitrici del picco negativo attuale: 19 gol nel 2022/23, 18 un anno fa. Sarà Dybala, con 18 reti di cui 12 in campionato, il miglior marcatore stagionale della squadra targata 2022/23. Scettro, per così dire, che finì a Dovbyk lo scorso anno, con lo stesso gruzzoletto in Serie A (12 gol) e uno in meno (17) complessivamente. Oggi, in condizioni residuali, seppur per motivi diversi, sono entrambi fermi a 2 reti stagionali. Per questo, anche per questo, Gasperini è arrivato a gridare aiuto.

I GOL SEGNATI DALLA ROMA ALLA 16a GIORNATA DAL 1990/91 AD OGGI:

2025/26 17 gol fatti

2024/25 18

2023/24 28

2022/23 19

2021/22 24

2020/21 35

2019/20 29

2018/19 29

2017/18 28

2016/17 36

2015/16 30

2014/15 28

2013/14 31

2012/13 38

2011/12 21

2010/11 21

2009/10 25

2008/09 21

2007/08 31

2006/07 36

2005/06 23

2004/05 30

2003/04 33

2002/03 27

2001/02 24

2000/01 31

1999/00 30

1998/99 33

1997/98 26

1996/97 26

1995/96 20

1994/95 21

1993/94 15

1992/93 17

1991/92 17

1990/91 23

Post Match – Il vento di Wesley

LR24 (MIRKO BUSSI) – Ferguson e Dovbyk per motivi diversi, Dybala e Bailey per questioni fisiche, Soulé ancora non sempre, Baldanzi chissà quando, El Shaarawy non più. Così la facciata offensiva della Roma, rimasta incompleta ad agosto, è l’aspetto su cui l’artigiano Gasperini non è riuscito, e forse non può, porvi rimedio. L’impalcatura resistente messa in piedi dall’allenatore pare non poter elevarsi oltre per le mancanze offensive che, dopo Juventus-Roma, sono state stese su piazza nei discorsi post partita. Quegli scontri di maggior prestigio in cui la Roma ha segnato un solo gol, quello di sabato appunto, nel teorema paiono palesare limiti difficilmente superabili.

Tanto da rendere un terzino, trasformato in quinto, nel principale artiglio offensivo della Roma. Quel vuoto di imprevedibilità che è rimasto dall’ultimo mercato nella casella poi occupata da Pellegrini con l’avvio del campionato, Gasperini ha tentato di compensarlo col trasloco di Wesley su quella corsia. Da un suo recupero in scivolata nascerà il tiro di Ferguson e la correzione poi definitiva di Baldanzi. Col passare delle giornate, anche se non soprattutto per le mancanze altrui, Wesley si è trasformato nel maggior generatore di pericoli della Roma. Per passaggi (18) e cross (9) in area di rigore avversaria è davanti a tutti nella rosa romanista, dietro solo a Dybala e Soulé per passaggi chiave (17) e SCA (occasione di tiro create).

La decisiva partecipazione al gol di sabato prosegue una collana che va avanti da Cremonese-Roma, praticamente un mese fa: 4 degli ultimi 5 gol realizzati dai giallorossi in Serie A portano il marchio dell’esterno brasiliano. Che sia per gol, come contro il Como o con la Cremonese, sia per una partecipazione decisiva allo sviluppo finale come sabato sera o nello 0-2 di Cremona segnato da Ferguson a seguito di un suo cross.

Anche nel primo tempo, il maggior rimpianto, se non l’unico, della Roma sul campo della Juventus sgorgherà da un’iniziativa da sinistra di Wesley. Isolato in massima ampiezza, con Pellegrini che conduceva internamente come più gli si addice, il brasiliano riceveva e poteva guardare in 1 contro 1 McKennie. Senza particolari abilità di dribbling che diano valore al passaporto brasiliano, Wesley monta però una motorizzazione particolarmente ricercata nel calcio attuale. Le sue sterzate e le sue variazioni di velocità gli bastano a crearsi lo spazio necessario ad esplorare l’area di rigore, come farà con l’assist di sinistro per Dybala che, anticipando Bremer, manderà a lato.

Le sue accelerazioni, come i suoi sfoghi in profondità, lo rendono indispensabile in una squadra che, ancora oggi, ha poca elettricità offensiva, basse dosi di uno contro uno e la necessità, dunque, di associarsi per creare pericoli. È forse il motivo che spiega l’insistenza nell’utilizzo di un attaccante atipico, in particolare Dybala, nelle partite più complesse. Se non puoi dribblare, triangola, riporta un adagio. Ma raramente i vantaggi che cerca la Roma nel campo, per il tipo di costruzione, sono posizionali o relazionali. Girando molto a largo, sulle ampiezze, le superiorità che si generano sono qualitative, magari per un’abilità in uno contro uno come gli capitava spesso all’Atalanta, oppure dinamiche, come nel caso di una sovrapposizione, interna o esterna, come sta garantendo Mancini sulla destra. Intanto, per quell’aridità offensiva, il vento di Wesley pare l’unico in grado di rinfrescare un po’ l’ambiente.

Post Match – Vuoi giocare con me?

LR24 (MIRKO BUSSI) – Quando il Como riprende le scalette che portano via dall’Olimpico ha il volto stravolto, i capelli dissestati e la frustrazione che traspira da maglie ormai praticamente inutilizzabili. La squadra di Gasperini l’ha tirata per la giacca e costretta a sporcarsi il vestito d’alta moda che abitualmente indossa dentro la partita. Alla fine i dati diranno che mai, in questa stagione, il Como aveva avuto una percentuale d’errore così alta nei passaggi: 23%, praticamente uno su cinque. Di solito, la squadra di Fabregas viaggia con una media dell’85% di passaggi completati, lunedì è arrivata appena al 77%. Merito della pressione della Roma che sembrava mettere sottofondi musicali ansiolitici appena il Como intraprendeva una delle sue tipiche costruzioni.

Lo scontro filosofico tra Fabregas e Gasperini portava, spesso, il pallone tra i piedi di Butez, terzo giocatore del Como con più palloni toccati (55). L’uomo in più necessario a dare la prima nota allo spartito del tecnico spagnolo mentre il collega romanista, nel post partita, ne definirà l’utilizzo ripetuto come “abbastanza stucchevole”. Dipende da che punto guardi il mondo. E il calcio.

Agli artifizi più classici, come la giocata tramite terzo uomo sul giocatore liberato dall’uscita in pressione dell’attaccante romanista su Butez, più spesso Ferguson, Fabregas ha aggiunto soluzioni più fantasiose come un rinvio dal fondo (4′ del primo tempo) in cui Smolcic, spostato centralmente, sovrapponeva su Ramon alla sua destra. Tutto questo, però, portava il Como al massimo con un possesso giocabile a 70 metri dalla porta romanista. Poi, che fossero giocate dirette in profondità o sulla sagoma di qualche giocatore offensivo, tutto o quasi veniva inghiottito dalla pressione della Roma.

Come al 25′, quando Nico Paz si abbassa a ricevere esternamente quasi all’altezza della propria area di rigore senza per questo guadagnare respiro dalla marcatura di Hermoso. Trascinato fino all’angolo, il Como veniva accerchiato finché, ormai smunto, non riconsegnava il pallone a Cristante in zona offensiva. Immediato il passaggio in area di rigore dove i 6 romanisti presenti provocheranno prima il tentativo di Soulé, respinto da Valle, e poi il successivo di Wesley finito alto.


Il corso della partita sembrava sempre più sfilettare le consapevolezze del Como e ingrossava le riserve energetiche della Roma, sempre più reattiva ed efficace nelle pressioni e, non casualmente, lucida nella gestione successiva del pallone. Il “flow” che poteva cavalcare la squadra di Gasperini la portava a mostrarsi fluida e sincronizzata negli smarcamenti in possesso. Tant’è che la partita, seppur piena di transizioni pericolose in seguito a riconquiste medio-alte dei giallorossi, viene decisa da una costruzione pregevole. Con la tipica composizione romanista che apparecchia gran parte dei giocatori all’esterno della struttura di pressione avversaria, il mediano di parte, in quel caso Cristante, abbassato in costruzione e Mancini già vestito da invasore, la Roma riusciva ad aprirsi il lato debole grazie alla sterzata interna di Soulé. Da lì, lo sviluppo inseriva altre caratteristiche abituali del manuale di Gasperini: ingresso esterno tramite cross e invasione con 6 giocatori, compreso Mancini naturalmente, nell’area di rigore avversaria. Quando la tipica musica ansiolitica cominciava a salire dagli altoparlanti, Wesley scoccava il diagonale perfetto nella scena madre del film e sembrava quasi di sentire Gasperini girarsi verso Fabregas con voce inquietante: “Vuoi giocare con me?”.

Indizi da Glasgow: meno possesso, più dribbling e palloni in area per Ferguson. Per una maxi-vittoria in trasferta che mancava da quasi 2 anni

LAROMA24.IT – Glasgow per rivedere la luce, in senso strettamente metaforico viste le abitudini meteorologiche del posto. Ma la Roma torna dalla trasferta di Europa League avendo ritrovato gol, vittoria e la conseguente cucchiaiata di morale in vista del rettilineo finale del 2025 che la vedrà incrociare in ordine Como e Juventus, due dirette avversarie, e il rigenerato Genoa di De Rossi.

Nella gara di ieri la Roma ha toccato diverse “prime volte”. A partire da quella più rincuorante, la doppietta di Ferguson: l’attaccante non segnava più di un gol in una partita da oltre 2 anni, quando ne rifilò 3 al Newcastle nel settembre del 2023. Quelli di ieri, intanto, sono serviti a piegare la partita e regalare una vittoria in trasferta con 3 gol di scarto, come non succedeva da 44 trasferte, dall’1-4 al Monza del marzo 2024, un anno e 9 mesi fa.

Oltre ai numeri ritardatari, la partita di ieri ne ha offerti altri che suonano come indizi. Il primo: per la prima volta in stagione la Roma si è ritrovata con meno del 50% di possesso, il 43% per l’esattezza. E questo, per le preferenze delle squadre di Gasperini, non è per forza un aspetto negativo, consentendo di poter creare situazioni pericolose in transizione, dunque a seguito di una riconquista. Un aspetto che in Europa viene più facile alla Roma rispetto alla Serie A: se i dati di PPDA (passaggi concessi all’avversario) sono sovrapponibili, 8,9 fuori dall’Italia, primato in Europa League, e 9,8 in A, dietro solo al Como, quello che cambia è l’effetto di quel pressing. In Italia, la Roma riesce a convertire in tiri successivi soltanto l’11,34% di quelle riconquiste (terz’ultimo posto), lo stesso dato in Europa s’impenna al 20,59%, con 14 conclusioni arrivate a seguito di azioni di pressing, meno soltanto del Feyenoord nella seconda competizione europea. Come quella che dallo strappo di El Aynaoui ha portato al palo colpito da Ferguson. I vaccini e le precauzioni su possibili transizioni in Serie A sono più alti rispetto a quanto accade fuori, con partite più aperte a forti rovesci da un lato all’altro del campo in Europa.

Ieri, in più, altri due dati hanno favorito maggiori tassi di pericolosità offensiva: il più netto riguarda il 71,4% di dribbling completati o in generale di superamento degli avversari, quello che nel gergo statistico anglofono viene racchiuso nella dicitura “take-ons”. Una percentuale enorme per le abitudini della Roma che, fin qui, in stagione era arrivata a toccare al massimo il 55,6% contro il Pisa. Questo, di conseguenza, ha permesso alla Roma di rifornire il proprio riferimento offensivo al meglio che poteva: 7 i palloni toccati da Ferguson all’interno dell’area di rigore, il numero più alto per l’attaccante di proprietà del Brighton quest’anno. 7, tra l’altro, è anche il record per Dovbyk che l’ha registrato due volte: entrambe in Europa League anche per lui, contro Viktoria Plzen e Rangers. Al massimo, in Italia, all’ucraino sono spettati 5 palloni in area di rigore, contro il Verona. Quando finì 2-0, con la firma (anche) di Dovbyk. Meno possesso, più recuperi efficaci, più palloni in area per i propri attaccanti. Gli indizi da Glasgow, magari, serviranno alla caccia al tesoro anche per la Serie A.