In ritardo a chi?

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Modric e Ricci in più, Reijnders in meno. Perché il Milan, pronti-via, ha perso il calciatore più forte della rosa. Ha finalmente trovato un allenatore di livello dopo avere puntato malissimo prima su Fonseca e poi su Conceicao. Ma al momento il Milan è più debole. Perché Modric ha quarant’anni, e Ricci, seppur in ruolo diverso, ha un peso specifico minore rispetto a Reijnders.

L’Inter ha messo in rosa Sucic, Bonny e Luis Henrique. Colpi a sensazione? Per niente. Poi magari saranno utilissimi, ma dall’Inter ci si aspetta di più, soprattutto nelle settimane in cui deve gestire questioni spinose, tipo Calhanoglu.

Il Napoli è un discorso a parte, perché parte con lo scudetto sul petto e pronti via ha ingaggiato un super campione, per quanto attempato, De Bruyne.

La Juventus ha sconfessato il sontuoso mercato del 2024, dai classici campetti dei quotidiani con le formazioni della nuova stagione sono già spariti Douglas Luiz e Koopmeiners. La Juventus ha preso David, al momento il migliore colpo della Serie A, ma le incognite sono tante, a cominciare dagli effetti della stanchezza da Mondiale per club, passando per l’allenatore, Tudor, quantomeno terza scelta.

L’Atalanta passa da Gasperini a Juric, per molti figlio legittimo del nuovo allenatore della Roma. A vedere le squadre di Juric, il tecnico reduce da una stagione imbarazzante è la cosa più lontana dal suo padre putativo. Un po’ come sostituire lo showman Fiorello con un cabarettista da sagra di paese. Ma, al di là delle critiche degli osservatori di calcio, come metabolizzeranno il cambio i calciatori atalantini? Mentre cerchiamo di capirlo, stanno vendendo Retegui, il capocannoniere della Serie A. E non è scontato che il nuovo centravanti cresca con Juric quando Retegui è cresciuto con Gasperini.

La Lazio? Anomalia inedita. Mercato bloccato. Può vendere, non può acquistare. La Fiorentina vive il tumulto da trauma, per molti la fuga di Palladino è soltanto la punta dell’iceberg.

In un contesto del genere, perché si continua a dire e a scrivere che la Roma è in ritardo sul mercato? Per gli stessi motivi illogici che hanno creato un allarmismo ingiustificato nel mese di giugno? Quando per settimane si è fatta disinformazione pericolosa dicendo e scrivendo che la Roma avrebbe, entro il trenta del mese, svenduto Svilar e Ndicka per evitare la scure dell’UEFA? Domanda che non avrà mai risposta. Perché la risposta è troppo banale per essere partorita.

In the box  – @augustociardi75

Massara non vuole il busto al Pincio

LR24 (AUGUSTO CIARDI) Roma è la città che si è innamorata di Baldini braccio armato di Sensi, e che si è poi sentita profondamente tradita al suo ritorno, nonostante i tentativi patetici a sua difesa da parte della propaganda dell’epoca nei primi anni americani. Roma è la città che ha provato ad aggrapparsi a Sabatini, con dei picchi di esagerazione di chi lo ha addirittura divinizzato, bravissimo scout ma più che discutibile oratore, chiamato per anni a recitare un ruolo che non gli appartiene, quello del frontman di una società mediaticamente non all’altezza, senza carisma. Roma è la città che ancora maledice Monchi. La città in cui è morta la carriera a certi livelli di Petrachi, durato un amen, noto a tutti per il carattere fumamtino tranne a chi lo scelse, tanto che fu messo subito all’indice per la sua indole battagliera e dialetticamente colorita. Roma è la città che quando si nomina Fienga si chiede ancora “perché?”,in quella parentesi nonsense con il manager costretto a svolgere anche le mansioni di Petrarchi senza averne, per sua ammissione, le competenze.  Roma è anche la città che, un anno e mezzo dopo l’addio di Tiago Pinto, conta una sparuta minoranza che prova a rivalutarlo soltanto per rafforzare concetti antimourinhani stantii e noiosi. Roma è la città che ha bocciato Ghisolfi prima ancora che mettesse piede a Roma, e che ha esultato il giorno dell’addio come se si fosse vinto un trofeo.

Roma è la città che a distanza di anni accoglie per la terza volta Frederic Massara, che probabilmente vorrebbe che Roma con lui non fosse nulla di tutto quello che abbiamo appena ricordato. Che non ami la ribalta mediatica è noto, forse l’unica cosa fatta con piacere davanti alle telecamere fu l’imitazione di Mughini nello spogliatoio del Pescara, incalzato dal suo compagno di squadra Righetti, al termine di una partita di oltre trenta anni fa, materiale reperibile su YouTube. Massara più Ranieri più Gasperini rappresentano un bel credito da mettere sul conto della fiducia. Gente di mestiere messa al posto giusto. Massara non avrà bisogno di avvocati difensori e saprà gestire a modo suo le eventuali critiche. Non si innamorerà delle telecamere e della propria voce come capitò al suo padre putativo. Non avrà bisogno di descrivere il suo lavoro perché lascia che sia il lavoro stesso a mostrarsi. Non ha bisogno di statue e di busti. A Roma sta bene ma per carattere è distante anni luce dalla socialità romana. E Roma, storicamente, nel calcio, ha sempre fatto bene quando nei ruoli chiave ci sono state professionalità che a Roma non somigliavano per niente. Buon segno.

In the box  – @augustociardi75

L’apocalisse

LR24 (AUGUSTO CIARDI)  Alla fine della giostra, la descrizione apocalittica della Roma non era legata a Lina Souloukou, a Florent Ghisolfi e al breve regno di Ivan Juric. Anche ora che hanno iniziato a lavorare insieme Claudio Ranieri, Frederic Massara e Gian Piero Gasperini, la Roma nell’immaginario collettivo continua a essere dipinta come una mendicante che nelle ultime ore del mese di giugno cerca di elemosinare monete anche fuori corso che servano per tenere in vita il club e per mettere insieme il pranzo e la cena.

Fate una breve rassegna stampa. La Lazio sta vivendo un momento drammatico, Sarri è ben oltre l’orlo di una crisi di nervi, ma i titoli dei quotidiani sono perentori. Ci pensa Lotito! Per risolvere la questione blocco sul mercato ha già in canna il piano A e il piano B. Si pubblicano valutazioni dei cartellini di buoni calciatori come Rovella, Tavares e Gila manco fossero top player che si litigano le big europee. Quaranta, cinquanta, cinquantacinque milioni. Tutto apposto. Peccato che per l’indice di liquidità non basti vendere i calciatori. Ma la gente che ha poco tempo per informarsi non può saperlo. Quindi si fida di ciò che legge. Lazio tutto ok. Roma già ko.

Perché in meno di un mese non è bastato a molte testate incassare la figura barbina, dopo che per mesi hanno scritto che i giallorossi rispetto a tutte le altre erano in grave ritardo sull’allenatore, registrare l’arrivo di Gasperini, mentre Inter, Juventus, Lazio, Atalanta e Fiorentina stavano ancora a carissimo amico. Si è dato per scontato che Svilar se ne sarebbe andato prima che scoccasse l’estate e che uno fra Angelino e Ndicka, se non entrambi, sarebbe partito in cambio di un piatto di minestra.

La Roma viene raccontata come club in perenne ritardo e difficoltà. Gila vale 50 milioni, mentre Ndicka va svenduto a 20 milioni. Una narrazione reiterata che non diventa mai cronaca. Che non contribuisce alla crescita delle copie vendute. Che è in perenne contrasto con la realtà. I rapporti contano più dei fatti.

In the box – @augustociardi75

Tridente tricolore

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Ranieri, Gasperini e Massara. I sostenitori degli italiani che fanno calcio in Italia finalmente trovano pace. Che poi in fondo fuori i torti non li hanno. Anzi. Si può lavorare bene nel calcio anche se ha una nazionalità diversa, ma in questo caso i tre in questione sono docenti in questa materia. Perché se prendi un patriarca del calcio nostrano, Ranieri, aggiungi uno dei migliori allenatori in circolazione, Gasperini, e completi il quadro dirigenziale-tecnico con uno dei dirigenti più capaci nello scovare talenti, Massara, ottieni un comparto completo e ottimamente assortito. I presupposti per fare bene ci sono tutti. Ora bisognerà vedere gli effetti.

La Roma nel 2011 provò a dare un impulso importante richiamando Baldini e ingaggiando Sabatini. In panchina la scelta, Luis Enrique, fu infelice non tanto per colpe dello spagnolo quanto per l’incapacità dirigenziale nel saperlo supportare e accompagnare fino alla patente, perché all’epoca Luis Enrique aveva il foglio rosa. E Baldini tradì miseramente le aspettative che la piazza si era creata dal giorno del suo ritorno. Massara è stato allievo di Sabatini, poi da direttore sportivo gli è bastato andare al Milan per superare il maestro.

Successivamente, la Roma si votò a una scelta internazionale, e nessuno poteva immaginare che Monchi avrebbe impataccato il suo curriculum con un’unica macchia, qua a Roma. Poi ci fu addirittura il periodo dell’algoritmo, per sintetizzare: un metodo grottesco di selezione dei dirigenti calcistici.

Ora sulla carta si bada al sodo. E poco importa se c’è chi esulta per Massara perché Massara gli risponde al telefono. La Roma prende un bravissimo direttore sportivo, che in carriera ha dimostrato di lavorare meglio se accanto ha un uomo di campo di esperienza (Maldini, e, si spera, oggi Ranieri), che si unisce a un dirigente che meglio di chiunque altro abbia lavorato nella Roma degli ultimi quindici anni conosce la materia, e a un allenatore che ha il grande pregio di volere essere partecipe alle manovre di mercato. Le premesse sono le migliori che si possano auspicare.

In the box – @augustociardi75

La fiera delle esagerazioni

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Scadenza contrattuale 2027. Allarme scattato senza motivo prima che finisse la stagione 2024-25. Procurato dalle strategie comunicative dell’agente del calciatore, consapevole di avere tra le mani uno dalle mani d’oro. Poi però bisogna saper distinguere. Nel contesto in cui la Roma al massimo “fa trapelare”, se ci si abbevera all’unica fonte ciarliera, si commentano i fatti perdendo il senso della misura.

Un bombardamento mediatico che ha attecchito facilmente perché la Roma viene descritta perennemente in ritardo. Al termine di una stagione altamente contraddittoria. Si è scritto e detto per mesi che fosse vergognoso che mancasse l’allenatore e poi la Roma ha preso uno dei migliori mentre le altre stavano ancora incassando il no dei candidati che rifiutavano. Si è scritto e detto che la Roma avesse praticamente perso Mile Svilar, perché nella negoziazione offriva una manciata di fusaie e due monete fuori corso. A un certo punto hanno fatto ingrifare i tifosi del Milan, che già sognavano Svilar erede di Maignan in cambio di Saelemaekers e di qualche banconota del Monopoli. E invece Svilar rimarrà. Perché, per quanto a Roma sembra che tutto ciò che ruota attorno alla Roma sia un unicum, accade invece né più né meno ciò che si registra in ogni angolo del mondo calcistico. La logorrea del manager di Svilar era semplicemente un momento della trattativa che prevedeva una strategia dello stesso atta ad attirare attenzione sul suo assistito. E in una piazza che sull’altare della passione spesso sacrifica la malizia, in molti sono andati nel panico più totale. Senza motivo. Dando per scontato che ciò che faceva diffondere l’agente fosse una verità assoluta.

Similitudini con la vicenda Ranieri-Nazionale? Tante. Chi dava per scontato che Ranieri sposasse l’azzurro, ha dato credito a chi scriveva avendo ascoltato soltanto una campana, la Federcalcio. Niente di nuovo. Tutto molto noioso e scontato.

In the box – @augustociardi75

Vicini, Sacchi, la Spal e una Roma “sbagliata”

LR24 (AUGUSTO CIARDI) C’è stato un tempo in cui il Commissario tecnico arrivava in nazionale dopo la trafila nei settori giovanili. Gli ultimi selezionatori furono Azeglio Vicini e Cesare Maldini. Alla nazionale di Vicini si legano tanti ricordi felici, macchiati soltanto dalla semifinale al San Paolo (già all’epoca la FIGC si distingueva per scelte “geniali”) contro l’Argentina di Maradona. Prima d Maldini, ci fu un cambio di direzione, con montaggio di uno dei migliori allenatori al mondo, Arrigo Sacchi, che non veniva dal settore tecnico azzurro ma legava la sua gavetta ai campi minori emiliano-romagnoli, prima del grande boom nel Milan.

Poi fu la volta di Trapattoni, quindi di Lippi, e via dicendo, fra soluzioni logiche, scelte imbarazzanti e decisioni illogiche (Spalletti non può fare il Commissario tecnico per tante ragioni, e non servivano la Svizzera e la Norvegia per evidenziarlo). Non esiste una linea da seguire. Ma, si può constatare che non si punti più sui tecnici federali. Anche per scelte degli stessi allenatori. Se passiamo attraverso le porte girevoli andando indietro nel tempo, oggi il commissario tecnico lo fa Daniele De Rossi. Perché dopo l’enorme esperienza acquisita nello staff di Mancini, ha accettato di proseguire sulla strada delle nazionali giovanili, e dopo avere allenato l’Under 21, subito dopo l’esonero di Spalletti, è stato chiamato da Gravina che gli ha affidato l’incarico a tempo, sapendo che comunque vada De Rossi non sarà colpevole di nulla. E che se invece scoccasse la scintilla, l’Italia si ritroverebbe in casa, anche con la somma felicità di chi vorrebbe che ad allenare fossero solo tecnici under quarantacinque, un patrimonio di cui vantarsi, e magari una fase finale raggiunta, che oramai sembra essere diventato un sogno proibito manco fossimo la Federazione Indonesiana Giuoco Calcio.

E invece ora a via Allegri, incassato persino il no di Pioli, e dopo una propaganda al limite dell’indecoroso che ha partorito una campagna stampa anti Ranieri, e anti Roma, che dovrebbe produrre indignazione popolare, stanno ancora sfogliando la margherita. De Rossi lasciano i quadri federali ha sposato prima l’azzurro scolorito della Spal. E poi una Roma che, purtroppo, in quel momento, era “sbagliata” nella mescola.

In the box @augustociardi75

Le veline

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Una Federazione allo sbando, da sempre protetta da una certa stampa accomandante e del tutto priva di capacità critica al cospetto di chi comanda. Anche il semplice pensare di ingaggiare Ranieri concedendogli il doppio incarico basterebbe per chiedere con veemenza la decapitazione dei vertici. Vivono su Marte. Immaginate Ranieri dirigente della Roma e Commissario tecnico. Immaginate la Nazionale che gioca pochi giorni prima di un big match della Roma, magari di un derby. Immaginate che nel corso della partita degli azzurri Zaccagni giochi novanta minuti non stando al meglio della condizione fisica, che si faccia male e che salti il derby. Ora pensate alle polemiche.

Voi immaginate e pensate, la Federazione no. E neanche i tanti mass media nazionali accomodanti, che acritici e ossequienti invocano Ranieri senza minimamente pensare alle conseguenze. Novelli Alice nel Paese delle meraviglie. Fini dicitori dell’opinione populistica, maestri del corsivo devoto al potere, scritto in punta di penna alloggiando all’interno di una bolla. D’altronde viviamo nel Paese in cui le conferenze stampa diventano comizi di propaganda.

A fine stagione il capo degli arbitri convoca i mass media e invece della resa dei conti le cronache diffondono bollettini in cui si magnificano le doti dei direttori di gara. A fine Europei dello scorso anno, Gravina convocò una conferenza stampa al termine della quale c’era la sensazione che fossero gli italiani a dovergli chiedere scusa per la figura penosa dell’Italia e non viceversa. Per non parlare della patetica esaltazione di una manciata di partite giocate dalla squadra di Spalletti, a cui dopo il flop colossale estivo era stato perdonato tutto. C’è un enorme problema di comunicazione in Italia. Non soltanto un enorme problema calcistico.

Non avrebbe senso se la Roma, attraverso i suoi tesserati, lanciasse una ciambella di salvataggio a una Federazione che in barba a ogni logica continua a collezionare errori, danni di immagine e fallimenti. In un mondo di veline, se salta il piano Ranieri potrebbero puntare sul Gabibbo. Un altro che piace a tutti.

In the box – @augustociardi75

La strada

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Alla fine, la Roma non era così indietro nella scelta dell’allenatore. Gasperini sarà pure divisivo, ma quando la Roma trova l’intesa, erano ancora senza guida la Juventus, l’Inter, la Lazio, la Fiorentina e l’Atalanta. Il Milan aveva da poco annunciato Allegri e il Napoli aveva da poco “ripreso” Conte. Poi è facile cambiare maschera a fatti compiuti. Reiterare critiche non costituisce resto.

Lodare a posteriori “perché in fondo vogliamo tutti il bene della Roma” è una scappatoia facilmente raggiungibile. E vissero tutti felici e contenti. Bisognerebbe rimarcare che la Roma, rea di una serie a catena di errori nella prima parte della passata stagione, ha innanzitutto fatto autocritica, e poi ha messo mano ai problemi. Ha sfiorato la Champions League, e ha scelto uno dei migliori allenatori su piazza, Gasperini, che se lo avessero preso la Juventus o il Milan ci sarebbero stati i caroselli delle “grandi” firme della “grande” stampa nazionale. Quella che va tutto bene madama la marchesa quando il capo degli arbitri fa il comizio di fine anno. Quella che dopo gli Europei difese a spada tratta Spalletti e Gravina, l’ineffabile duo che sta facendo rimpiangere Tavecchio e Ventura. La Roma si è rimessa in marcia in campionato, chiuso con decoro e rimpianti, ha preso Gasperini, e ora inizia a mantenere delle promesse e a fare chiarezza. Le ufficializzazioni e il comunicato diffusi in questo afoso weekend tra l’altro smontano le teorie sulla cessione del club. Perché nei mesi scorsi fantasiose ricostruzioni erano state tramutate in news. Tipico. D’altronde prosegue la tradizione: coi Friedkin in sella, è più facile inventare che sapere. Va di moda dire che alcune decisioni siano paracule. Basterebbe dire che le decisioni, se risultano giuste, sono soltanto delle decisioni giuste. Era giusto andare incontro a una gran fetta di tifosi riportando in auge uno degli stemmi storici utilizzati nei decenni dalla Roma. Tra l’altro, la Roma nei mesi scorsi ha aperto un canale di dialogo coi tifosi, ci si è confrontata. Ha abbattuto il muro. E gli è andata incontro. Liquidare quella parte di comunicato definendola ruffiana e paracula è tipico di chi si mette sul piedistallo per insegnare la vita agli altri trattandoli da idioti. Roba da mitomani che fanno i conti col narcisismo patologico. C’è anche la strada che porta al centenario del club.

Quindi certe scelte sono anche di prospettiva. Si rimarca poi che lo stadio si farà. Tanto per ribadire un impegno preso, compresa la volontà di non vendere la società. Insomma, dopo una stagione da labirintite, la Roma ha prima individuato gli errori commessi, e poi ha iniziato ad affrontare i problemi. Sta provando a risolverli, ha imparato ad ascoltare. Si sta finalmente avvicinando al territorio. Roma paracula? Se fai le cose per bene e trovi consenso, stai facendo le cose per bene. Punto. Poi bisognerà valutare i frutti che verranno raccolti lungo questa nuova strada. Ma in fondo, a pensarci bene, se la Roma voleva essere paracula non avrebbe ingaggiato Gasperini. Consapevole di quanto all’inizio questa scelta abbia diviso la piazza.

In the box – @augustociardi75

Si stava peggio quando si stava peggio

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Il PSG vince la prima Champions League della sua storia, grazie a un capolavoro di Luis Enrique. Tutto il mondo lo celebra. A Roma si litiga. Pazzia da primo caldo estivo? No, amarcord cacio e pepe. Si riavvolge il nastro e si va nel sottoscala, a pescare nelle scartoffie ingiallite e ammuffite. Bisogna rievocare il 2011. Tutti a bordo della macchina del tempo. Verre, Luigi Errichetto, mai schiavi del risultato, tornatene a Barcellona, il possesso palla, lo Slovan, sospiri dei nostalgici che ricordano “l’epopea” di DiBenedetto e Baldini, ossia si stava peggio quando si stava peggio.

Non se ne esce. Roma va in loop. Le si è incantato il disco. Si aspetta l’evento per rimpastare la storia. Una ripassatina in padella e la polemica è pronta, rancida ma fumante. Si schierano le truppe cammellate. Affilano le armi anti e pro Pallotta-Baldini-DiBemedetto-Baldissoni-Sabatini. Non se ne esce. Non si godono neanche una partita di calcio, anzi una lezione di calcio impartita da Luis Enrique, che in questi casi non viene esaltato (o criticato quando c’è da criticarlo) spontaneamente, bensì usato per giocare una patetica partita che non assegna trofei. L’unico intento è rinfacciarsi un passato passato invano, perché la Roma dal 2011 si fa notare più per le chiacchiere sterili che per i risultati.

Non mancano ovviamente riferimenti a Mourinho, il prezzemolo di chi lo odia e lo inserisce in ogni frase. Partono i confronti fra il piazzamento della Roma del portoghese e quella dello spagnolo. Senza motivo. Effetti del disturbo ossessivo compulsivo. La Roma è un gioco di ruolo. Vedove, cecchini, accusatori, nostalgici, quelli che se la prendono coi ruffiani lacchè di oggi dimenticando di essere stati a loro volta i ruffiani e i lacchè di ieri. Tutto il mondo si lustra gli occhi guardando il Paris Saint-Germain di Luis Enrique, straordinario uomo e magnifico allenatore. Roma scende in cantina e fa prendere aria ai ritagli d’epoca. Non c’è soluzione. Non se ne uscirà mai.

@augustociardi75

Liberi da che cosa?

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Ci siamo concentrati sulla rincorsa alla zona Champions League nella speranza che la semi impresa di Claudio Ranieri diventasse un miracolo. A mente fredda, a campionato chiuso, guardando la classifica, ci chiediamo in cosa la Roma avrebbe potuto fare meglio negli ultimi mesi, e ci viene da maledire la serata di Bergamo, perché il percorso nel girone di ritorno è stato affrontato a ritmo scudetto. Ma la classifica finale parte da Cagliari-Roma e termina a Torino-Roma. E allora, preso atto dell”ennesima stagione che si giocherà senza Champions League, evidenziamo anche un altro dato.

La Roma ha chiuso il campionato a 13 punti dal Napoli, senza mai avere dato la percezione di potersi avvicinare al podio. Come troppe volte accaduto negli ultimi anni. Quasi 7 vittorie di differenza. Un’enormità senza senso. E pensare che il Napoli non è la Juventus, non è l’Inter, non è il Milan, squadre che nei decenni spesso hanno staccato la Roma in classifica annichilendo ogni speranza di competitività. Napoli e Roma appartengono alla stessa categoria. Sono storicamente club che provano a contrastare i potentati del nord, riuscendoci una volta ogni venti anni, raccogliendo briciole e collezionando arrabbiature epocali, lamentando torti e costringendosi a celebrare le poche stagioni epocali del passato. La Roma come il Napoli, come in parte la Lazio, come in minima parte la Fiorentina.

Nel mentre, da troppo tempo, a Roma si è abbassata l’asticella delle aspettative. Dall’arrivo degli americani, si contano sulle dita di una mano le partecipazioni alla Champions League e avanzano anche, le dita. Nel mentre, realtà periferiche sono cresciute. Da poco meno di dieci anni è esploso il fenomeno Atalanta. da rivelazione a realtà consolidata. La Roma le ha fatto spazio fino al punto di essere soddisfatti se si perde di misura a Bergamo.

“E che vuoi andare a fare punti a casa di Gasperini?” Era il motivetto stonato cantato dalla propaganda della prima Roma americana. Stava diventando normale che, oltre alle grandi del nord, si pagasse dazio pure all’Atalanta. Roba da sbattere la testa contro gli spigoli. La Roma che per fatturato e monte stipendi stava nettamente davanti ai nerazzurri, non poteva più neanche immaginare di competere con loro. Oggi c’è pure il Bologna. Sì, la squadra che ha vinto la Coppa Italia dopo quasi mezzo secolo. E via a lodare il lavoro degli emiliani e a sospirare “magari sapessimo farlo pure noi”.

Noi che da troppo tempo ci siamo specializzati nelle celebrazioni degli avi. Ogni giorno una ricorrenza. Ci esce la lacrimuccia nel giorno dell’anno in cui abbiamo battuto il Barcellona di Messi. Ci sale l’erezione il giorno del compleanno dei nostri idoli. Rimpiangiamo direttori sportivi che in carriera non hanno manco mezzo trofeo, esultiamo se il Sunderland viene promosso in Premier League obbligandosi a riscattare Le Fée. Rimpiangiamo le plusvalenze realizzate vendendo Marquinhos e Alisson. Ci battiamo il petto per gli ottantasette punti di Spalletti. I calciatori vantano più targhe regalategli dai volenterosi club dei tifosi che obiettivi raggiunti. C’è un appiattimento che fa spavento. Speriamo che venga l’allenatore X così da poter rinfacciare allo speaker o allo streamer odiato di avere detto che sarebbe arrivato l’allenatore Y. Viviamo perennemente in uno spin off. Gli altri giocano, competono, vincono. Noi giriamo film che vedremo soltanto noi, nella nostra testa. Intorpiditi.

Il Napoli in tre anni ha vinto due scudetti. In due modi diametralmente opposti fra loro. Noi facciamo la guerra dei sottoinsiemi: la scelta dell’allenatore la commentiamo in base ai nostri interessi, io sono per i pragmatici tu per i giochisti, devo vincere la mia partita e soltanto dopo, forse, si penserà alla Roma. Sosteniamo le correnti di partito, ci si schiera a seconda di simpatie o antipatie nutrite ne confronti di dirigenti, addetti stampa, maestranze che frequentano Trigoria. Nel frattempo, la bollente tifoseria del Napoli nel giorno della celebrazione della squadra che sui pullman scoperti passeggia per lungomare Caracciolo, al netto delle classiche esagerazioni, ostenta una sorta di pacatezza mentale. Sapete perché? Perché vincere a Napoli non sarà diventata un’abitudine, ma ora sanno come si fa, hanno acquisito consapevolezza. In tre anni lo stesso numero di scudetti vinti nei precedenti novantasei. Vincere fa bene e per provare a farlo ancora anticipano tutti puntando De Bruyne. Danno la sensazione di avere fatto il salto di qualità. A Roma, dall’arrivo degli americani, vincere è diventato un optional. Un trofeo, europeo, dal 2008.

E il pensiero corre al 2011, quando all’annuncio della cessione del club in molti scendevano in piazza con la bandieretta in mano. Giallorossa? No. Stelle e strisce. Urlavano “siamo liberi”.

@augustociardi75