Post Match – I passaggi lunghi non allontanano i pericoli

LR24 (MIRKO BUSSI) – Strizzando il calcio dentro i luoghi comuni, spesso, il passaggio corto ha preso un’accezione pericolosa, come un presagio negativo, lasciando a quello lungo la sicurezza, quantomeno, di uno sventato pericolo seppur meno redditizio. A maggior ragione quando questo avviene all’interno della propria metà campo, figurarsi se con la porta ancora nel cono visivo.

In realtà, come accaduto alla Roma lunedì sera, non è la lunghezza dei passaggi a stabilire la tenuta di sicurezza della squadra, almeno non in assoluto. Tant’è che la squadra di Ranieri, contro l’Atalanta, si è prodotta in una partita ancor più diretta del solito, riducendo a 119 il conteggio dei passaggi corti, quelli che non superano i 14 metri. Soltanto contro Lazio e Inter, dove la situazione di vantaggio nel punteggio poteva inasprire la disponibilità a manovre più elaborate, ne aveva totalizzati di meno. Dall’altra parte, però, appena il 39% dei passaggi lunghi, stabiliti in quelli superiori ai 29 metri, è stato completato, dunque ha raggiunto la destinazione di un compagno romanista con successo.

Proprio un tentativo di giocata lunga, lunedì, ha allestito lo scenario da cui l’Atalanta è uscita col 2-1. Al 76′ Svilar batte un calcio di rinvio che porta Ederson e Cristante al duello aereo. Il colpo di testa è del centrocampista dell’Atalanta cadendo poi nella zona di Lookman, con la Roma costretta a cimentarsi in una situazione difensiva che tenta di evitare costantemente, con 50 metri di profondità alle spalle.

La rapida triangolazione Lookman-Retegui-Lookman porta l’attaccante dell’Atalanta in 1 contro 1 esterno e fa riempire l’area romanista. Qui, sulla successiva respinta debole, scaturirà il pallone con cui Sulemana scriverà il 2-1 definitivo.

Un principio simile lo si ritrova facilmente sulle palle inattive, in particolare su punizioni laterali o da distanza. E nel primo tempo se ne è avuta testimonianza quando Soulé ha spedito in area un calcio di punizione da circa 30 metri dalla porta. In queste situazioni i calciatori disposti in barriera sono potenzialmente pericolosi perché, in caso di respinta difensiva, la dinamica dell’azione li porrebbe in una condizione favorevole. È proprio Lookman, inizialmente in barriera, a convertire rapidamente quel pallone calciato e respinto dall’area dell’Atalanta in una transizione ad alto rischio. Scartando la pressione di Soulé, che aveva appena battuto, la squadra di Gasperini si sfoga in campo aperto ritrovandosi in superiorità numerica sulla strada verso Svilar.

Una volta riequilibrata, almeno numericamente, la situazione, è talmente stravolta da avere Shomurodov costretto a tentare di assorbire l’inserimento di Ederson, con tutto ciò che ne consegue. Fino al pallone sprecato da De Ketelaere da una posizione decisamente favorevole. Gli effetti del caos: talmente latente nel calcio da renderne vano ogni tentativo di semplificazione.

Post Match – Domus Claudio

LR24 (MIRKO BUSSI) – Claudio Ranieri si è presentato a San Siro col vestito migliore per l’ultima scena. Non quello indossato, impreziosito dalla spilletta romanista sul rever della giacca, ma quello con cui ha presentato la Roma in campo. Una struttura solida in non possesso, che non intendeva permettere all’Inter di prendere la fluidità vorticosa che la contraddistingue, pronta a mordere letalmente con transizioni e sviluppi offensivi che avevano nell’abilità in conduzione di Soulé il proprio punto di maggior velenosità.

La struttura in non possesso della Roma, sintetizzabile in un 3-5-1-1, era pronta a scomporsi per vietare gli accessi preferiti all’Inter, come quelle combinazioni coi vertici offensivi che, sugli inserimenti successivi, saranno da trama nel gol annullato a Frattesi o all’occasione sventata dall’uscita di testa di Svilar nel primo tempo. Il punto fisso era uno: Shomurodov su Calhanoglu, tra gli snodi principali dell’Inter. E mentre Dovbyk aveva in consegna Acerbi, su Bisseck e Carlos Augusto, terzi di difesa, si alzava a turno la mezzala di parte, da un lato Pellegrini e dall’altro Cristante.

Quelle che variavano, a seconda del lato, erano le scalate successive. Quando Cristante andava a mordere su Carlos Augusto, infatti, era Koné a scivolare su Barella, la mezzala che si liberava alle spalle dell’uscita del pariruolo romanista. Sul centrosinistra romanista, invece, con Pellegrini su Bisseck, era Ndicka a rompere la linea per andare ad occuparsi di Frattesi. In questo caso, la Roma accettava la parità numerica con Arnautovic e Lautaro, che rimanevano in consegna a Mancini e Celik mentre Angelino e Soulé se la vedevano con i quinti nerazzurri.

Così la Roma sbarrava la strada all’Inter ma per poi liberare la propria si appoggiava su una capacità di uscire dalle contropressioni nerazzurre più articolata rispetto alle verticalizzazioni dirette su Dovbyk che sarebbe stato esposto a duelli e inferiorità numeriche poco vantaggiose. A darle tempi e colori sgargianti, spesso, era la capacità di conduzione di Soulé che, dopo aver svolto i compiti da quinto, tornava alla sua versione più pura da esterno offensivo.

Al 27′, ad esempio, un recupero medio-basso della Roma viene convertito in sviluppo offensivo dall’argentino che, ruotando attorno alla riaggressione di Barella, può puntare Carlos Augusto facendo guadagnare ai giallorossi 40 metri di campo. La transizione in conduzione implica tempi più dilatati, che se da una parte offrono un’occasione di riposizionamento agli avversari, dall’altra permette ai compagni di assecondare lo sviluppo offensivo. La Roma, infatti, si ritroverà con 6 giocatori, compreso Soulé in possesso sulla corsia di destra, negli ultimi 25 metri dell’Inter: la combinazione successiva, da Cristante a Dovbyk per Pellegrini, preparerà il traversone di Angelino che produrrà uno dei rimpianti principali dei giallorossi per aumentare il vantaggio.

Nel gol, come si era già visto sullo 0-0 col tiro dal limite di Koné, la conduzione di Soulé diventa ipnotica per l’Inter: la situazione nasce da una costruzione dal basso pregevole della Roma che va poi a srotolarsi sul lato destro dove l’argentino spegne il pallone tra i propri piedi per 5 secondi. Quelli in cui fa collassare l’Inter verso la propria porta, con la difficoltà, per i nerazzurri, di tenere sotto controllo pallone e smarcamenti avversari. Come quello di Pellegrini che sfila al limite con, a quel punto, un ampio raggio a disposizione per preparare il tiro che produrrà la carambola favorevole proprio a Soulé.

“È l’ultima volta”, ripeterà Ranieri più volte ai collaboratori che corrono a stringergli la mano e congratularsi a fine partita. Prima di risistemarsi la giacca, salutare San Siro e, si spera, lasciare sul tavolo il foglio con le istruzioni generali. Utili a chi dovrà tornarci un’altra volta.

Post Match – Uno contro uno, uno per tutti

LR24 (MIRKO BUSSI) – Gran parte del prodotto totale della Roma di sabato sera, 1 gol per 1,25 xG, è stato accumulato al 4′. Quando Cristante, con lancio cucito su misura, ha acceso Soulé in 1 contro 1 con Valentini sul lato opposto, ha dato una dimostrazione di quella che, in letteratura calcistica, si definisce “superiorità qualitativa”.

Da qui, il dribbling dell’esterno argentino ha prodotto la prima parte di xG (0,24 nella metrica di UnderStat), col tocco sul portiere in uscita, più altri 0,94 xG per quello che è diventato un pregiatissimo assist per Shomurodov. Per un totale di 1,18 xG, la Roma ne produrrà appena altri 0,07 lungo tutto l’arco del match.

La difficoltà della Roma nel produrre sviluppi offensivi efficaci si lega alla bassa capacità di illuminare una delle 5 superiorità, secondo la classificazione di Coverciano. Oltre a quelle numeriche, più evidenti, esistono quelle posizionali, dinamiche e socio-affettive. E qualitative, dove la qualità, appunto, di un giocatore offre un vantaggio nella situazione. Come quando Soulé punta Valentini sabato scorso: quei 5 tocchi alzano la frequenza di conduzione dell’esterno romanista che costringe l’avversario a retrocedere rapidamente all’interno della propria area di rigore.

L’invito che la postura di Valentini offre sull’esterno e sul piede debole di Soulé non salva il difensore del Verona dal peggio: il romanista si prende proprio quel lato, come già aveva fatto sempre per Shomurodov contro il Monza, per guadagnarsi la porta di Montipò. Tocco sotto che diventerà un’occasione imperdibile per l’1-0 di Shomurodov.

Eppure quelle superiorità qualitative che Soulé può esprimere al meglio in 1v1 quando isolato in una parte del campo, la Roma è riuscita ad accenderle raramente perché, più spesso, sovraccaricava il lato destro. Saelemaekers e Soulé provavano a smarcarsi in direzioni e sensi opposti condividendo settori simili, Baldanzi si avvicinava per tentare di aumentare le interazioni ma faticavano ad emergere “superiorità relazionali”, socio-affettive, tra i 3 romanisti. La mappa dei tocchi mostra chiaramente dove pendeva la Roma sabato sera: 229 i tocchi sul lato destro del campo, appena 135 sul corridoio di Angelino.

4, comunque, le SCA (opportunità di tiro) prodotte da Soulé sabato sera, mantenendosi in media con i dati stagionali: il classe 2003 ne produce infatti 4,66 a partita, più di lui, in Serie A, soltanto Samardzic, Lookman, Dybala, Nico Paz e Calhanoglu. Sotto la produzione di Soulé, per dare un’idea, alcuni dei massimi esponenti nel ruolo: Rafael Leao e Yildiz, a 4,53 ogni 90 minuti, oppure Pulisic, i primi mesi di Kvaratskhelia al Napoli, David Neres, Isaksen o Zaccagni. 6 le ‘big chances’ costruite per la Roma, soltanto Dybala, con 8, ne produce di più tra i giallorossi.

Post Match – Il derby non si gioca

LR24 (MIRKO BUSSI) – Il derby non si gioca, si dice. Ma si vince, almeno così si spera nell’adagio. Domenica se ne è giocato lo stretto indispensabile, contando quei 49 minuti di gioco effettivo che vanno ben al di sotto della media della Serie A, già solitamente inferiore rispetto alle abitudini degli altri principali campionati europei. E nessuno l’ha vinto.

Per la Roma, oltre che per la morsa della pressione che solo un derby sa stringere a tal punto, è stato ancor più complicato giocarlo (anche) per via dell’atteggiamento della Lazio, che ha dimostrato di avere ancora la ferita aperta dall’andata di tre mesi prima. Rispetto a gennaio, infatti, Baroni ha scelto di abbassare la linea di pressione per proteggersi da quelle giocate dirette che avevano fatto la fortuna della Roma nel 2-0 del primo round.

La struttura rimaneva la stessa, in 4-4-2, ma Castellanos e Dia lasciavano surriscaldare il pallone tra i piedi dei costruttori romanisti, preoccupandosi di proteggere varchi centrali. Così la Roma, senza poter ricorrere a giocate dirette per Dovbyk, stavolta in consegna a Gigot che per struttura poteva contendergli palloni lunghi più facilmente, era chiamata a costruire in maniera più posizionale. Ma nel farlo chiamava fin troppi giocatori nella prima fase di gioco: sono addirittura 6, in alcuni frangenti, i romanisti che finiscono sotto la linea degli attaccanti biancocelesti. La conseguenza, intuitiva, è una mancanza di giocatori, quindi soluzioni, per poter sfidare le due linee da 4 con cui Baroni proteggeva Mandas.

E anche quando la Roma sviava dalla densità centrale cercando di azionare Soulé in 1v1 esterno, come nella seconda fotosequenza sopra, la Lazio riusciva a scivolare agilmente raddoppiando, e addirittura triplicando in quel caso, il duello esterno.

La costruzione romanista finiva allora per disperdersi tra giocate dirette ricche di speranza ma scariche di vantaggi, oppure in circolazioni sterili del pallone che la facevano sfociare esternamente, su possibili giocate in catena, dove però le scalate avversarie non avevano intralci nell’accorciare e vietare 1v1 frontali a Saelemaekers e Soulé.

Dall’altro lato, la struttura in non possesso della Roma era simile, in 4-4-2 con Pellegrini che affiancava Dovbyk nelle prime pressioni, seppur più aggressive rispetto a quelle laziali. La squadra di Baroni, però, riusciva ad azionare i propri esterni, principalmente Zaccagni, dopo aver scardinato le pressioni iniziali della Roma. Lo faceva impegnando meno giocatori, così da poterne avere di più negli sviluppi offensivi, e riuscendo ad accendere smarcamenti come quello di Rovella nel post n° 5 che permettevano, ora sì, di far arrivare il pallone a Zaccagni in situazioni decisamente più favorevoli.

Oppure, come nella costruzione evidenziata nel secondo tempo qui sotto, era uno dei tre costruttori a superare in conduzione, Gigot in questa occasione, la prima linea romanista. Per poi raggiungere Dia tra le due linee da 4 giallorosse rimanenti e, solo ora, rivolgersi a Zaccagni isolato più esternamente e supportato dalla sovrapposizione di Pellegrini. Perché sapere cosa si vuole è importante ma ancor più come farlo.

Post Match – Facce della stessa medaglia

LR24 (MIRKO BUSSI) – È stata la mano di Ranieri. Che per l’ultima volta in carriera, almeno a dar retta alle sue intenzioni pubbliche, sta nuovamente mostrando una sensibilità spiccata nel calmare le tempeste e spostare i venti nella direzione favorevole alla propria navigazione. Anche domenica sera, il burrascoso primo tempo è stato mitigato all’intervallo da una scelta dell’allenatore più esperto della Serie A: fuori Hummels, dentro Shomurodov.

Un attaccante per un difensore, nelle sintesi, ha fatto credere a cambi di modulo, modifiche strutturali che in realtà non si sono realizzati. È cambiato molto, nel punteggio e nell’inerzia successiva, senza però stravolgere le interpretazioni generali che la Roma ha mantenuto intatte tra un tempo e l’altro. Infatti la disposizione difensiva giallorossa, nei momenti più bassi, è rimasta la stessa, semplicemente cambiando interpreti. Anche la forma di costruzione, a 4 come nella prima frazione e in molti altri frangenti recenti, si è confermata coerente, almeno fino all’ingresso di Paredes a darne un tocco personalizzato. Semmai, l’aria era cambiata intorno e sotto Dovbyk, grazie al soccorso di Shomurodov. Ed era decisamente più respirabile.

Le intenzioni della Roma, inizialmente, erano diverse rispetto a quelle a cui l’ha costretta la maggior veemenza della Juventus, tanto da ridurre il conteggio del possesso, nei primi 15 minuti, a un disarmante 86%-14% in favore della squadra di Tudor. Nelle prime battute è chiaro che Ranieri volesse rispondere con la stessa briscola alla mano di pressioni uomo su uomo che contraddistingue l’allenatore bianconero.

Ma la sincronia nelle uscite, in particolare nella gestione di Kalulu e Kelly, e la forza nelle marcature, su tutte quella di Hummels su Vlahovic, faceva evaporare presto il tentativo: al 27′, il primo singhiozzo per i tifosi della Roma arriva proprio per lo spavento dovuto a pressioni giallorosse orientate sull’uomo scardinate dai bianconeri fino al colpo di testa di Nico Gonzalez. Sulla costruzione, Kalulu e McKennie riuscivano a verticalizzare per Vlahovic saltando le uscite in pressione di El Shaarawy ed Angelino: qui la marcatura di Hummels mostrava una presa lenta e permetteva così alla Juventus di rovesciarsi verso l’area romanista, dove staccherà pericolosamente Nico Gonzalez.

Messe da parte le ambizioni di aggressività, la Roma più volte si ricomponeva in un blocco più basso a forma di 5-4-1, in cui Soulé ed El Shaarawy sedevano ai lati di Koné e Cristante, con Celik ed Angelino sull’ultima linea. Una struttura di difesa posizionale che resterà intatta anche nel secondo tempo, chiedendo il sacrificio a Soulé, ora quinto di destra con Celik terzo di difesa. Shomurodov, in questa fase, sedeva proprio al lato di Koné, come aveva fatto l’esterno argentino per tutto il primo tempo.

Una maggiore frequenza di costruzione rendeva più visibile il disegno a 4 che componeva la Roma, come più volte ha fatto di recente. Ma era una struttura comparsa anche nel primo tempo, con Mancini che scivolava in ampiezza a destra spingendo Celik più in alto. Nella ripresa, questo succedeva col turco con l’effetto di riportare in posizioni più favorevoli alle sue caratteristiche Soulé.

La modifica sostanziale che aveva portato l’ingresso di Shomurodov era nelle maggiori possibilità di interazioni offensive per Dovbyk. Se nel primo tempo le difficoltà a resistere alle pressioni violente della Juventus avevano reso inaccessibili Soulé ed El Shaarawy, desiderosi di ricevere nei mezzi spazi, la presenza di punte affilate (traduzione: attaccanti disposti su altezze diverse), che garantiva la coppia Shomurodov-Dovbyk favoriva i dialoghi d’attacco.

Basta riavvolgere il nastro al motivo scatenante dell’angolo che sarà poi l’1-1. La chiusura di Kalulu, infatti, è il cerotto su una profondità innescata in seguito a una combinazione tra El Shaarawy, Shomurodov e Dovbyk, accordati in una “diagonalità” inimmaginabile nel primo tempo. Se la fortuna delle marcature individuali è scomporre l’avversario in una serie di uno contro uno, tagliandone i fili delle comunicazioni, quando questi riescono a mettersi in contatto tra gli scalini di quei duelli il campo si fa improvvisamente in discesa. Come avviene al 48′, con Kalulu costretto d’urgenza a suturare in calcio d’angolo la profondità che Dovbyk aveva tracciato per Shomurodov.

L’uscita dal campo di El Shaarawy, al 61′, è quella che modifica, invece, la struttura offensiva romanista. Qui, con Gourna-Douath e Paredes, subentrati a Cristante oltre all’esterno classe 1992, la Roma si mostrava asimmetrica, con una disposizione che non prevedeva più parità tra una corsia e l’altra. A destra, infatti, nei momenti di costruzione (come quello che dà la foto all’articolo) Celik spingeva in alto Soulé mentre a sinistra c’era il solo Angelino a riempire il corridoio più esterno, dato che Shomurodov e Dovbyk rimanevano centrali, rigorosamente affilati, per dar prurito al 2 contro 2 che Tudor concede per natura. Una soluzione utile anche a garantire maggior efficacia per quelle costruzioni dirette a cui, domenica, si abbandonava volentieri la Roma. Facce, modificate, di una medaglia rimasta inalterata tra un tempo e l’altro.

Post Match – In viaggio per l’Europa

LR24 (MIRKO BUSSI) – Venezia, Parma, Monza, Como, Empoli, Cagliari e Lecce sabato scorso erano il rettilineo a disposizione della Roma per prendere la scia europea. Missione completata con 21 punti su 21, tanto da scrivere una classifica inimmaginabile solo qualche mese fa: 6° posto, l’ultimo valido per l’Europa League se la Coppa Italia manterrà fede ai pronostici, altrimenti darà l’accesso alla prossima Conference League.

Nel mucchio che vede, con prospettive diverse, intrecciate 7 squadre, dall’Atalanta terza in classifica e ora con appena 3 punti di vantaggio sulla Juventus quinta, al Milan 9° in graduatoria, aggrappato solo alla matematica per un posto in Champions ma comunque a -5 dalla Roma, Ranieri è quello che ha davanti la salita peggiore per il calendario. Ma ci arriva coi giri del motore più alto, grazie a un girone di ritorno da prima della classe, in cui ha mangiato punti su tutte le concorrenti: 5 al Bologna e 7 alla Juventus, 12 a Lazio e Milan, addirittura 13 ad Atalanta e Fiorentina. Delle prime 9, la Roma è quella col peggiore attacco (45 gol segnati) ma tra quelle incluse nella lotta europea ha subito appena un gol in più dell’Atalanta e due rispetto alla Juventus. Un dato aggiustato dall’arrivo di Ranieri, tanto che nel 2025 ha chiuso senza subire gol 7 delle 12 gare di campionato affrontate.

Nel confronto con le migliori tre della lotta, Atalanta, Bologna e Juventus, la principale differenza che mostrano le statistiche avanzate è nella riconquista del pallone e nelle successive transizioni: la Roma è quella col PPDA (passaggi concessi all’avversario prima di avviare azioni difensive) più alto, in sostanza la meno aggressiva nelle pressioni, nonostante a Lecce abbia mostrato una faccia diversa. Ed è anche quella che produce meno pericoli, i “tiri veloci” in seguito a una riconquista, appena s’impossessa del pallone. In questi aspetti è il Bologna di Italiano ad avere i dati più rilevanti, ancor più di chi ne ha fatto un marchio d’autore come l’Atalanta.

Rispetto alle migliori tre, poi, è anche quella che concede più tiri in porta, 118, ma spesso la densità difensiva le consente di ribatterli, col 78% di salvataggi che è il più alto della Serie A. Il dato beneficia anche della presenza di Svilar, il terzo portiere in Italia per numero di parate, dietro solo a Milinkovic-Savic e Falcone.

Migliora il rapporto se paragonato alla borghesia del campionato, quella che include Fiorentina, Lazio e Milan. In questo confronto, la Roma esce come la squadra più compassata: ha dati di possesso più alti delle avversarie e riesce a garantirsi un maggior numero di tocchi nella trequarti offensiva dove tuttavia non potrà contare sulla genialità di Dybala da qui al termine della stagione.

In transizione positiva, però, si mostra ancora la più tiepida rispetto alle concorrenti, argomento in cui il Milan ha i dati più pesanti. Sulle costruzioni avversarie, invece, è la Fiorentina di Palladino ad essere ancor più permissiva della Roma, con un dato PPDA più alto (il dato va letto “al contrario” poiché tiene conto del numero di passaggi concessi, ndr) anche rispetto alla squadra di Ranieri. Come per i giallorossi, però, anche per la viola l’atteggiamento più pacato nelle pressioni si traduce in una più alta protezione della propria area di rigore: la Roma concede meno tocchi di tutte all’interno della zona più vicina alla porta. In più, sulle palle inattive, nessuna delle squadre in causa ha l’efficienza di Mancini e compagni.

Ognuna con le proprie carte, si siedono al tavolo finale per l’assegnazione dei posti europei. Il Bologna ha la mano migliore anche per un vantaggio negli scontri diretti già assicurato con Roma e Lazio, così come la Fiorentina, in caso di parità di punti, sarebbe davanti a Lazio e Juventus. Quella che ha già il destino complicato in caso di arrivo allo stesso punteggio è il Milan, sotto nel confronto con Lazio e Juventus. Il resto si scriverà già dalla prossima giornata, con tutte le 6 squadre coinvolte in scontri diretti mentre il Bologna ospiterà il Napoli.

Post Match – Distanze di sicurezza

LR24 (MIRKO BUSSI) – Per uscire dal fango del primo tempo, domenica Claudio Ranieri ha cambiato la trazione della squadra, montandola su un 4-4-2 che già in questi mesi ha più volte utilizzato come assetto di riserva. La modifica, se in costruzione scivolava agevolmente visto che la Roma spesso si predispone a 4, gracchiava pericolosamente nelle pressioni offensive. Qui, infatti, quando la squadra di Ranieri vuole darsi un tono più aggressivo nelle riconquiste mantiene orientamenti sull’uomo che ora diventavano più complicati da assecondare. Il risultato è stato di una squadra che perdeva le distanze di sicurezza, si allungava facilmente a cui, di conseguenza, doveva sopperire con lunghe corse che, alla fine, produrranno il dato di chilometri percorsi più alto del 2025: oltre 121 chilometri.

L’immagine del 52′, ad inizio secondo tempo, riassume le difficoltà: quando Dovbyk tenta di allungare la pressione sul portiere avversario, Caprile, le due linee da 4 romaniste offrono spazi intermedi di ricezione particolarmente dolorosi. La giocata diretta dell’estremo difensore va ad incendiare proprio quella zona, con un 4v4 che terminerà con la pericolosa girata in area di Piccoli.

 

L’utilizzo di Caprile era il filo tramite cui il Cagliari scuciva la maglia di pressioni della Roma. I richiami al proprio portiere della squadra di Nicola servivano a tirare avanti Dovbyk e con sé le prime uscite romaniste, con Adopo che rimaneva come uomo dispari tra le linee mentre Koné e Paredes, la coppia centrale romanista, avevano in dote gli altri riferimenti nel ruolo, Prati e Deiola. Si accendeva un altro 4 contro 4 che stavolta si sfogava nella profondità di Piccoli su Ndicka, fino al tiro in diagonale dell’attaccante del Cagliari.

Scenario simile verrà riproposto una manciata di minuti dopo, al 68′. Il gioco delle coppie stavolta offriva a Makoumbou una facile ricezione alle spalle della prima pressione romanista, su passaggio chiave nuovamente di Caprile, timbrando nuovamente le difficoltà della Roma ad evitare giocate interne. A quel punto la squadra giallorossa, sul successivo sviluppo a destra, era costretta a precipitarsi verso la propria area per ricomporre qualcosa di paragonabile ad un blocco difensivo. Il cross di Zortea portava al tiro di Piccoli, un altro spavento prodotto dal Cagliari. Cambiare trazione, a volte, obbliga a cambiare anche lo stile di guida.

 

Post Match – Cosa cambia con Dovbyk o Shomurodov?

LR24 (MIRKO BUSSI) – Uno era rimasto per caso in estate, l’altro è arrivato come principale colpo di mercato considerando l’investimento. Uno, per anni, è stato elevato a paradigma di operazioni di mercato sbagliate, l’altro valeva come rappresentazione plastica delle ambizioni estive. Per mesi, uno indiscusso titolare e l’altro eventuale arma di riserva. Oggi, a poche ore dal punto più atteso, almeno per il momento, della stagione della Roma, il conto alla rovescia è accompagnato da un dubbio: Dovbyk o Shomurodov?

L’ultima gara con l’Empoli, in cui hanno partecipato entrambi, ha sottolineato cosa cambia nella Roma con la presenza dell’uno o dell’altro.

Shomurodov e Dovbyk hanno dna calcistici differenti e questo produce interazioni diverse nell’organismo di squadra. L’uzbeko prende aria lontano dalla porta, l’ucraino vive invece per l’area di rigore. Lo si nota chiaramente dal numero di tocchi ogni 90 minuti: quasi il doppio per Shomurodov, 42,8 a partita, rispetto a Dovbyk, 24,4, comunque aumentati rispetto alle abitudini che aveva al Girona.

A Shomurodov, come si è visto più volte nel primo tempo di Empoli, piace abbassarsi e mettersi in linea con chi gli si muove sotto, come Soulé e Pellegrini domenica scorsa. Questo facilita le possibili combinazioni, il suo variare la posizione complica le interpretazioni difensive dei suoi marcatori, dilatandone le distanze e, di conseguenza, offrendo golose opportunità di inserimento. Ne hanno approfittato in più occasioni Pellegrini e Koné.

Dovbyk è invece un riferimento più fisso, impegna e fissa centralmente i propri avversari, svuotando quei canali intermedi che nel tempo sono stati codificati come “mezzi spazi”, l’area identificabile tra le proiezioni delle linee dei vertici dell’area di rigore e dell’area piccola. Da quello di centro-destra, ad esempio, riceve Baldanzi nel finale di Empoli-Roma e a quel punto Dovbyk può fare quello che preferisce: attaccare la profondità, ancor più se su taglio.

Quella tendenza di Shomurodov a svuotare il centro, domenica scorsa, ha permesso di ricevere palloni centrali in rifinitura anche a Soulé, come nelle prime due foto qui sotto. E allungare pericolosamente le distanze tra i centrali difensivi di D’Aversa, tanto che Koné, in una delle migliori combinazioni della partita, legge e divora quel varco con un inserimento che lo porterà di fronte a Silvestri.

Dovbyk, al contrario, vuole guadagnarsi il contatto con la porta il prima possibile, rendendosi disponibile a giocate da pivot che permettano l’accesso a zone di rifinitura o di finalizzazione dal limite dell’area solo quando ha esaurito le possibilità di smarcamenti utili per minacciare il portiere avversario. Inevitabilmente, in porzioni così avanzate di campo, gli spazi d’inserimento sono ridotti e la qualità necessaria per accedervi ha un prezzo più elevato. Il margine d’errore su una profondità di 3 metri è, intuitivamente, ridotto rispetto a quello ammesso per un passaggio decisivo con 15 metri di disponibilità in cui far cadere il pallone.

La fluidità che sa raggiungere la Roma nelle combinazioni offensive quando ha Shomurodov come riferimento offensivo viene tradotta nel numero più alto di SCA (opportunità di tiro) prodotte dal numero 14 (3,32 ogni 90′) rispetto a quelle di Dovbyk (1,82  a partita). Shomurodov calcia anche più di Dovbyk, in realtà di tutta la rosa giallorossa, con 3,74 conclusioni a partita contro le 2,23, di media, del collega ex Girona.

Se il classe 1995 sa fare da corista negli sviluppi offensivi, il quasi 28enne offre opportunità di sintesi come quella che gli regalerà la migliore occasione ad Empoli. Un rinvio lungo 50 metri da Svilar, il duello aereo vinto che svela il 2v2 da cui Baldanzi lo spedirà verso la profondità. Dovbyk, infatti, calcia meno ma con maggior precisione tanto da spedire in porta il 42,9% dei tiri mentre il tasso di Shomurodov è fermo al 35,1%. In più, se Shomurodov ha in dote quasi il doppio dei passaggi chiave (1,52 contro 0,86) per quell’abilità a mettersi in rima coi compagni e il triplo dei contrasti offensivi (0,33 a 0,11 sempre x90), la capacità di convertire tiri in gol di Dovbyk rimane superiore.

Resta, allora, solo da indovinare il tema della serata e scegliere il vestito più adatto.

Pre Match – A cena con l’eretico Valverde

LR24 (MIRKO BUSSI) – Quando Ernesto Valverde viene licenziato dal Barcellona si è preso una pausa di due anni e mezzo come non aveva mai fatto in carriera. Concedendosi all’altra sua grande passione, la fotografia, tanto da tenere una mostra all’Ernest Lluch Kulturetxea di San Sebastian nel giugno del 2021. Negli anni aveva impugnato la camera quando tutti gli occhi erano su di lui e sulla sua squadra. Un modo per estraniarsi, razionalizzare, quasi mantenere una distanza di sicurezza nel momento in cui tutti sono travolti dalle emozioni.

Mentre l’Olympiakos festeggia la vittoria del campionato insieme al presidente Marinakis, c’è Valverde che da un lato immortala il momento. Quando il pullman dell’Athletic Club viene abbracciato dalla felicità dei propri tifosi che hanno riassaporato il gusto di un trofeo dopo 31 anni, dall’interno Valverde ritrae la felicità che ha acceso in quelle anime. Al Barcellona, con tutti gli smartphone rivolti verso di lui e la sua squadra, l’allenatore di Viandar de la Vera, un paese dell’Estremadura da meno di 300 abitanti, mostra l’altro punto di vista: quella distesa di telefonini che tentano di catturare un momento.

Eppure dal Barcellona fu accompagnato all’uscita con accuse, sostanzialmente, di eresia. Oltre alle voci su un rapporto non proprio idilliaco con Messi, “alcune cose è bene che non si sappiano” dirà in un’intervista, Valverde veniva accusato di aver attentato alle radici del Barça. Quel pressing alto, per lui, non era più attuabile, ancor più se a forma di 4-3-3 come pretendeva la tradizione. A Roma, tappa determinante con la mitologica rimonta subìta nel 2018, tornerà col vestito preferito, che esalta le forme dell’Athletic dov’è tornato per la terza volta nell’estate del 2022.

Blocco medio in 4-4-2, con la squadra pronta a saltar fuori e alzare i voltaggi della pressione quando il pallone finisce sulle corsie più esterne. In questo, l’Athletic ha una precisione quasi meccanica, riuscendo spesso a mantenere distanze equilibrate, anche perché così si procaccia il cibo preferito: le transizioni. È una squadra estremamente reattiva, che si sente dalla parte giusta del tavolo quando il pallone lo mantengono prevalentemente gli avversari.

Riconquiste e riaggressioni, inevitabilmente, si incastrano favorevolmente contro squadre che hanno bisogno di ordine e razionalità in costruzione per avviare il proprio discorso. Come il Girona, torturato 3-0 al San Mamés proprio con continue riconquiste e transizioni. Avviare la riproduzione del momentaneo 2-0 di Sancet per delucidazioni: dopo aver riconquistato il pallone nella propria area, il Girona fornisce al possessore una serie di appoggi che possano facilitarne il riciclo del pallone. Ma l’assalto in riaggressione dell’Athletic è letale, il recupero avviene in zona ultra-offensiva e viene completato dal colpo di testa di Sancet all’interno dell’area pochi istanti dopo.

Tra le principali criticità, invece, c’è quella su cui ha tentato di battere, fino a colpire nell’1-0 decisivo, l’Atletico Madrid nell’ultima sfida di Liga. Per struttura, infatti, quel 4-4-2 che si preoccupa inizialmente di chiudere varchi centrali, soffre le ampiezze ad altezza intermedia, tra esterno alto e basso della catena, come quelle che naturalmente possono conferire dei quinti. Qui, infatti, il desiderio di aggressività che spinge i terzini ad uscire esternamente si scontra con la distanza dell’uscita che concede spesso un vantaggio temporale a chi riceve in quelle porzioni di campo. È da qui, infatti, che l’Atletico Madrid slaccia la squadra di Valverde svelando la superiorità numerica preparata contro i centrali baschi, esposti per di più ad una pericolosa profondità in cui verrà innescato Julian Alvarez. Inserimenti alle spalle dei terzini in uscita, golosi spazi tra le linee o l’attacco sul lato debole come fece proprio la Roma nella gara di settembre partendo da una situazione simile, possono manomettere il dispositivo difensivo dell’Athletic.

Il mantenimento dell’ordine e di una stabilità strutturale sono argomenti dominanti per dare coerenza alla ruvidità basca, così anche in costruzione la squadra difficilmente modifica i posizionamenti di base, sintetizzandosi spesso e volentieri in giocate dirette. Un lancio lungo che può scaturire un duello aereo e dunque una seconda palla gli permettono di autoprodursi delle riaggressioni in cui mirare rapidamente alla profondità.

La ricerca principale, altrimenti, è negli 1 contro 1 esterni, con la pendenza a sinistra dove si agita Nico Williams, 5° per dribbling in Liga. Isolato esternamente, l’esterno classe 2002 è la destinazione predefinita sul navigatore dei centrali a disposizione di Valverde. Gli sviluppi sono quasi nella totalità esterni, con la mobilità e l’abilità nell’inserimento di Sancet come unica forma di imprevedibilità centrale.

Le palle inattive rappresentano un altro tema di fronte all’Athletic, con la memoria che va facilmente al gol dell’1-1 subìto all’Olimpico nella fase iniziale di Europa League. E anche nell’ultima gara con l’Atletico Madrid soltanto i pali hanno salvato l’imbattibilità di Simeone. Nonostante un’altezza media non così preoccupante, con i 185 centimetri di Aitor Paredes a rappresentare la vetta massima della linea difensiva, la violenza con cui attaccano il pallone e la forza nello stacco gli garantiscono vantaggi nei duelli aerei. Le maggiori strutture, infatti, si trovano davanti tra Sancet e Guruzeta (entrambi alti 1,88) e Inaki Williams (1,86). 10 i gol segnati di testa finora in campionato: il dato più alto di tutta la Liga.

Post Match – “Il calcio è tempo, spazio e inganno”

LR24 (MIRKO BUSSI) – “Il calcio è un gioco basato sull’inganno”, ha detto uno di quelli che ne aveva ricevuto in dote i segreti, come Diego Maradona. Chi ci ha passato le notti sopra a decifrarlo, come Cèsar Luis Menotti, aveva reso il tutto un po’ più algebrico: “Il calcio è tre cose: tempo, spazio e inganno”.

La Roma l’ha visto lunedì sera, quando l’arte più nobile del calcio, quella ingannatrice per natura, l’uno contro uno, gli ha spianato la strada davanti al Monza.

Perché l’uno contro uno non ha solo l’effetto di una superiorità numerica ma ribalta i piani, cambia le dimensioni, altera le percezioni. Insomma, inganna. E non solo il diretto avversario, vittima dell’uno contro uno.

Al 5′, per esempio, Soulé s’incurva come fa quando entra nel suo mondo, quello tappezzato di uno contro uno. Lo fa da sinistra, dal lato che gli si addice meno, almeno in teoria, ma più che puntare Lekovic per dribblarlo, lo fissa, attirando su di sé le attenzioni del blocco difensivo del Monza che così perde reattività nell’assorbire l’inserimento di Pisilli. Soltanto quando Soulé svelerà il pallone, facendolo passare tra le gambe dell’avversario, l’inganno sarà svelato: il centrocampista è ormai alle soglie dell’area piccola a raccogliere il regalo, poi scartato in malo modo. Perché l’uno contro uno, in particolare quando avviene lateralmente, porta con sé effetti collaterali: chi difende in area faticherà a tenere sotto controllo due punti cardinali della marcatura, il pallone, da una parte, e l’avversario di riferimento, se fuori dalla visuale.

Poco dopo, a fare da illusionista sarà Saelemaekers. Dal vertice opposto dell’area di rigore, s’approfitta della distanza permissiva che gli ha accordato il suo avversario che pare quasi scommettere sul cross, la soluzione più ipotizzabile per un piede destro, da destra. È quello su cui gioca il belga, fintando il servizio in area di rigore e apparecchiandosi il tiro girevole sul sinistro, con quello che si definisce uno “scarto” più che un dribbling autentico.

Nel 2-0, invece, Soulé è tornato nella sua cameretta, quella vicina al corridoio laterale destro. La conduzione dell’argentina è ricca di tocchi: servono a tenere il pallone sotto stretto controllo e ridurre, di conseguenza, le possibilità di intervento dell’avversario, che finisce per indietreggiare fino all’ingresso dell’area di rigore. Qui, mentre incede, c’è tutto il resto della truppa difensiva del Monza che, col fiato sospeso, viene catturato dall’uno contro uno in scena perdendo efficacia nei propri compiti. Shomurodov ha il merito di assecondare fino all’ultimo le intenzioni del compagno restando in una posizione ibrida che gli permetta di scegliere la porzione d’area da attaccare. Prima, però, Soulé completerà il proprio affresco fintando il cross quando ormai la disponibilità di spazio sembrava esaurita, al punto da convincere il proprio avversario a lanciarsi per ostacolarlo. Schienato il contendente, l’argentino termina l’opera col cross, stavolta sì, di destro, su misura per la testa di Shomurodov, sul quale chi avrebbe potuto far di più in marcatura è il secondo centrale, che invece rimane ipnotizzato all’altezza del secondo palo.

E prima di uscire, anche Baldanzi sfodera il proprio arsenale sul tavolo dell’Olimpico. La zona in cui riceve, però, è più centrale e con una densità avversaria maggiore si espone rapidamente al raddoppio. La forte inferiorità numerica che contraddistingue lo sviluppo romanista viene però annullata dalla superiorità qualitativa: Baldanzi infatti decide di minacciare lo stesso la linea e con un dribbling, questo sì estremamente autentico, passa attraverso i due sfidanti, aprendosi di colpo tempo e spazio per il tiro. Tutto grazie ad un magnifico inganno.