Post Match – Stanchezza indotta

LR24 (MIRKO BUSSI) – Domenica col Verona la Roma ha chiuso la prima settimana con il triplo impegno, un aspetto che caratterizzerà il calendario romanista da qui alle porte di Natale. Infatti, oltre ad altri 5 turni di Europa League prima della sosta natalizia, ci sarà una giornata infrasettimanale di Serie A e gli ottavi di finale di Coppa Italia a rendere un’abitudine la settimana appena conclusa. Ad accentuare la crisi energetica che ha coinvolto “più di qualcuno”, come dirà Gasperini nel post-partita, c’è stato l’intreccio col Verona, ad oggi tra gli ospiti meno graditi per chi cerca una domenica rilassante.

La squadra di Zanetti, infatti, ha obbligato la Roma ad aumentare addirittura i carichi rispetto al solito: domenica i giallorossi hanno fatto registrare oltre 114 chilometri percorsi mentre contro Lazio e Torino, le ultime due affrontate in campionato, il dato si era sempre stabilizzato sui 112. Non solo, di quei 114 chilometri, i giocatori romanisti hanno dovuto percorrerne più di 20 a velocità sostenuta (tra i 7 e i 15 chilometri orari) e quasi 2 (1,85) in sprint (con velocità, dunque, superiori ai 15 chilometri orari). In nessuna delle altre due gare, contro Lazio e Torino, la Roma era stata così stressata fisicamente.

Il motivo di tanta fatica fisica, come spesso accade, ha risposte “calcistiche”, di squilibri che obbligano a corse d’urgenza per sopperirvi. Il Verona, intanto, arriva all’Olimpico con la nomina di squadra più diretta della Serie A, appena dietro il Pisa. 2,62, in media, i passaggi di ogni sequenza degli scaligeri, seconda appunto solo alla squadra di Gilardino (2,57). Il prima possibile, infatti, il Verona cerca uno sfogo per la profondità. E lo fa a velocità vertiginose: oltre che per la motorizzazione montata da Giovane e Orban, proprio per la rapidità con cui sanno far schizzare il pallone verso la porta avversaria, aspetto in cui soltanto il Lecce si mostra superiore nei dati Opta.

Uno dei temi più prevedibili, dunque, sarebbe stato quello delle seconde palle: con duelli aerei particolarmente stimolati da entrambe le parti, vista anche l’aggressività del Verona sulla costruzione della Roma, chi avrebbe raccolto i frutti successivi si sarebbe guadagnato ghiotte opportunità. Al 48′, infatti, il tiro alto di Giovane che spaventa la Roma è l’effetto di una seconda palla guadagnata da Bernede in seguito al colpo di testa di Ndicka. Da qui, Orban va subito a tentare di mangiare la profondità di Mancini che riesce solo a rimandare il pericolo, con l’intervento che apparecchierà il tiro a Giovane.

Oppure, al 78′, sarà direttamente Montipò a sottolineare quanto la Roma faticasse a tenersi stretta, con un rilancio che arriverà direttamente da Sarr, abile a controllare e condurre fino a una zona di tiro, poi innocuo.

Non solo “pallonate”, però. Perché il Verona ha mostrato anche modelli di costruzione che possono scalfire i sistemi orientati sull’uomo come quello della Roma di Gasperini. Come al 15′: scartata la pressione di Pellegrini con una finta a rientrare, Unai Nunez trovava la traccia verticale per Giovane che, muovendosi incontro aveva portato fuori Ndicka. Una giocata al terzo uomo liberava il pallone per Serdar che a quel punto poteva mettere in pista Belghali, su cui Angelino inevitabilmente, su lunghe distanze, faticava a mantenere una posizione di vantaggio. Da qui nascerà il cross che condurrà alla prima, grande, occasione di Orban.

In generale, l’abilità dei giocatori offensivi (i vertici) di legarsi tra loro e saper giocare anche con pressione alle spalle, è uno dei principali antidoti al sistema di riferimenti a uomo. Non è un caso, infatti, che le abilità combinate di Lautaro e Thuram, tra i massimi esponenti nel panorama italiano sul tema, hanno prodotte le giornate peggiori per Gasperini e l’Atalanta negli anni passati. Così anche nella ripresa, quando Svilar è costretto ad uscire ritrovandosi Orban nuovamente a tutta velocità contro, è l’effetto di un anticipo mancato da Ndicka su Giovane.

Anche qui, la costruzione è ridotta a un passaggio addosso ad uno dei due vertici offensivi del Verona che, stavolta, si mettono in proprio: Giovane fa rotolare in qualche modo il pallone alle spalle del numero 5 della Roma, Orban fa valere la differenza di cavalli rispetto a Mancini, lanciandosi verso la porta. È il 67′, come mostrato nei fotogrammi sotto, ma succederà nuovamente al 69′, quando un’altra giocata al terzo uomo tramite Giovane libererà il pallone per il Verona dietro il primo blocco di pressioni della Roma obbligando ad un’altra, vertiginosa, scappata a protezione della profondità i difensori giallorossi. Una serie di difficoltà, dunque, che hanno finito per aumentare il chilometraggio, e le velocità, necessarie a tenere in piedi il sistema. Ma, in fondo, le vittorie aiutano a velocizzare anche i processi di recupero energetico.

Post Match – PPDA: Per Prendersi il Derby Ancora

LR24 (MIRKO BUSSI) – Nel glossario del calcio, tra le varie metriche, negli ultimi anni si è inserito con sempre più frequenza il PPDA, utile a quantificare l’intensità, o l’efficacia, delle azioni di riconquista del pallone. Acronimo di “Passes allowed Per Defensive Actions”, passaggi concessi all’avversario prima di un’azione difensiva come può essere un fallo, un intercetto, un tackle o un duello vinto, consente di avere un riferimento su quanto una squadra sia attendista o meno nel recupero del pallone. Di conseguenza, più il valore risulterà basso, più la squadra sarà aggressiva, non concedendo un prolungato possesso del pallone all’avversario.

Dopo 4 giornate di campionato, aspettando Napoli-Pisa che comunque non sembrano in grado di stravolgere la graduatoria, la Roma è la seconda squadra in Serie A col dato più basso di PPDA. Soltanto il Como, per questioni di decimali, appare meno paziente con gli avversari in possesso (6,05 il dato). 6,13, in media, i passaggi concessi all’avversario prima di morderlo definitivamente. Sei passaggi, proprio quelli che vanno da Provedel a Tavares ieri, nella dinamica del recupero offensivo di Rensch che ha dato la luce al gol di Pellegrini. PPDA, stavolta, sta per ‘Per Prendersi il Derby Ancora’.

Nelle prime pressioni, come da regola di Gasperini preparate con riferimenti a uomo e dunque in parità numerica, Soulé e Ferguson avevano in consegna i rispettivi centrali oltre all’uscita conseguente sul portiere. Pellegrini sigillava Rovella mentre Angelino e Rensch, pur offrendo inevitabilmente maggior tempo di ricezione, erano pronti a saltare su Marusic e Nuno Tavares, con Koné e Cristante che si accoppiavano naturalmente alle mezzali di Sarri, Guendouzi e Belahyane, dopo l’uscita di Dele-Bashiru. Il tentativo di Provedel di saltare il primo blocco di pressioni giocando direttamente da Zaccagni veniva respinto indietro dalla guardia di Celik che obbligava di spalle l’attaccante esterno biancoceleste.

I 4 passaggi ripetuti tra Nuno Tavares e Belahyane, da qui in poi, denunciano le difficoltà della Lazio nell’uscire dalla pressione romanista che intanto cominciava a stringere la presa intorno al collo della squadra di Sarri finché il terzino sinistro non cadeva praticamente privo di sensi nel recupero di Rensch. Nella prima mezz’ora, già tre volte la Roma aveva strappato palloni in zona offensiva senza però monetizzarli: succede al 10′ in due rinvii dal fondo consecutivi della Lazio e poi di nuovo al 15′.

Quel recupero di Rensch verrà poi riconvertito definitivamente da Soulé con un passaggio all’indietro, a ridosso del limite dell’area, dove Pellegrini è all’appuntamento col destino. Un luogo e un percorso accuratamente calcolato: solo nel primo tempo, infatti, la Roma ricercherà 3 volte quel genere di rifinitura. Oltre al gol, già al 3′ lo sviluppo romanista porta Rensch in zona di cross: l’olandese non ha dubbi e serve all’indietro, in una sorta di cut-back, Pellegrini appostato proprio lì dove mezzora dopo sprigionerà l’emozione più intensa della giornata. In diagonale dietro di lui, a rimarcare come la zona fosse specificatamente ricercata, c’era anche Ferguson in gustosa attesa del pallone.

E di nuovo al 46′: Soulé aziona Rensch nelle stesse zone esterne, passaggio all’indietro in zona dischetto per Pellegrini che stavolta di sinistro non preoccupa particolarmente Provedel. La scelta era costruita sui principi difensivi tipici delle squadre di Sarri: orientandosi esclusivamente a zona, sugli attacchi laterali la linea difensiva tende a collassare verso la porta concedendo opportunità di finalizzazione nell’ultimo settore orizzontale dell’area di rigore (da 5,5 metri l’uno…), evidenziato facilmente dal colore più chiaro dell’erba dell’Olimpico. Quando, su transizioni o sviluppi particolarmente veloci, i centrocampisti non riescono ad abbassarsi per proteggere quella porzione, è il centrale più lontano, Gila in questi casi, a tentare di rompere per ostruire il tiro ma la distanza dall’avversario rende difficile l’operazione. Altri fattori che hanno inciso sul PPDA di domenica, non quello canonico ma il progetto romanista ‘Per Prendersi il Derby Ancora’.

Post Match – Distanze di relazione

LR24 (MIRKO BUSSI) – Il 16 agosto, dopo un umido 2-2 col Neom, Gasperini azzerava o quasi le speranze di chi immaginava Dybala ingannare le difese avversarie da “finto attaccante”. “Spero di no, – rispondeva secco l’allenatore della Roma nel post partita – spero che possa fare il suo ruolo normale e che saremo in grado di fare bene con le prime punte”. Un mese dopo Ferguson e Dovbyk, per motivi differenti, si accomodano in panchina e la Roma, nelle parole di Gasperini, sperava di “non dare punti di riferimento alla loro difesa a tre” schierando inizialmente El Aynaoui sotto Dybala, a sinistra, e Soulé, a destra.

Il bilancio del primo tempo sarà impietoso: 0-0 indiscutibile, con 0,35 come dato parziale di xG che sottolinea la punta arrotondata utilizzata dalla Roma per perforare la coperta spessa del Torino. Ma perché la squadra di Gasperini è risultata innocua senza un attaccante di riferimento?

Inizialmente, a complicare gli accordi offensivi, è stata la distanza che c’era tra i tre giocatori più offensivi: con Dybala che occupava principalmente l’ampiezza a sinistra e Soulé quella a destra, il blocco centrale del Torino, disposto in 5-4-1 nei momenti di difesa posizionale, veniva raramente minacciato. Le immagini dei primi 10 minuti, infatti, mostrano momenti di attacco sia posizionale che in transizione dove l’area di rigore o in generale le porzioni centrali erano in totale controllo della superiorità numerica granata.

Quello che Gasperini immaginava, probabilmente, si materializza in campo soltanto all’11’, quando Soulé, El Aynaoui e Dybala sono in posizioni intermedie, scaglionati centralmente, ed obbligano il pacchetto centrale del Torino a ‘rompere’ e offrire accessi alla profondità. Lo sviluppo romanista coinvolge i tre giocatori più offensivi per poi sgorgare esternamente da Angelino che al momento del traversone ipotizzato vede l’area di rigore avversaria ‘attaccabile’ da El Aynaoui, Soulé e Wesley, come si vede sotto.

Le distanze accentuate nel tridente offensivo, per due terzi composto da giocatori che necessitano di associazioni, come El Aynaoui e Dybala, per rendersi pericolosi, sono state progressivamente avvicinate in particolare dallo spostamento, al 23′ del primo tempo, del numero 21 al centro. Punto di aggregazione naturale, l’argentino da qui ha potuto entrare in contatto con Soulé, come si vede in due momenti consecutivi, prima al 35′ e poi al 37′. Queste interazioni, facilitate da quelle distanze di relazione più adeguate con la nuova disposizione, riuscivano a disordinare i comportamenti difensivi del Torino e realizzare quel desiderio di “non dare punti di riferimento” che c’era alla base della scelta.

Da qui, infatti, svuotando con movimenti incontro, come fa Dybala, e riempiendo con attacchi alla profondità di Wesley, più di Angelino, la Roma guadagnava le zone di rifinitura esterne particolarmente care a Gasperini. L’area, inoltre, ora poteva essere attaccata in corsa da El Aynaoui e con la difesa avversaria costretta a riposizionarsi come nello sviluppo del 38′. Ma questo è rimasto più nelle immaginazioni pre-partita che negli effetti del campo. Cancellato rapidamente nell’intervallo, con l’ingresso di Ferguson, con più canonici riferimenti che però non hanno alzato sensibilmente il tasso di pericolosità. L’1,03 come dato finale di xG, infatti, sarà principalmente effetto di situazioni da palla inattiva e tentativi di tiri in quantità, più che di qualità di occasioni.

Post Match – Catene alimentari

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Quando Dybala minaccia l’area di rigore dall’angolo sinistro, Angelino ha appena ripetuto quello che aveva fatto Wesley a destra. Passaggio sull’esterno offensivo disposto in ampiezza, immediata sovrapposizione interna. Di là, Soulé non aveva trovato lo scorcio giusto per progredire avanti, così aveva riannodato il filo da Angelino che proporrà lo stesso menù a Dybala. L’argentino sfrutta il movimento del collega spagnolo guadagnando l’interno del campo. Il resto è ancora vivido nella memoria: Ferguson custodisce e lucida il pallone che Soulé girerà in porta per lo 0-1.

Dopo neanche 50 giorni, Gasperini ad ogni intervista accarezza sulla testa la propria creatura ringraziando per la disponibilità con cui è stato accolto. Una squadra che ieri, come una settimana fa, ha schierato 8/11 della passata stagione, togliendo dal conto Hermoso, seppur già a libro paga, oltre a Wesley e Ferguson, si è rapidamente convertita alla nuova dottrina. Che prevede, ad esempio, continui giochi in catena, come vengono chiamate le combinazioni tra calciatori disposti sulla corsia laterale del campo. Spesso, infatti, uno dei mediani si smarca in ampiezza nelle costruzioni ricercando una superiorità numerica esterna. A seconda delle situazioni e delle interpretazioni, terzo di difesa, quinto e trequarti si dispongono su altezze e porzioni di campo diverse per favorire l’avanzamento del pallone.

Si creano così, come si vede sotto, quei rombi di progressione che coinvolgono i 4 giocatori più esterni o, talvolta, la punta di riferimento come avviene nel fotogramma colto a sinistra già nei primi 5′ di partita. È qui che la Roma mette in moto la propria catena alimentare, cercando di mangiare l’area di rigore avversaria. A Roma, dove al momento i quinti sono giocatori più cangianti come Wesley o Angelino, la fluidità nei posizionamenti permette di aumentare il tasso di imprevedibilità. Sullo stesso canovaccio, infatti, si vede da un lato (a sinistra) come la riga laterale sia impegnata dal quinto (Angelino), con El Shaarawy più interno. Sul giro opposto, la stessa disposizione viene realizzata diversamente: Soulé è in ampiezza con Wesley più interno.

Proprio nei comportamenti dei quinti si sono notate alcune variazioni sul tema classico di Gasperini: per disorganizzare il Pisa, infatti, spesso Wesley e Angelino venivano chiamati all’interno del campo, in zona di rifinitura, cercando di fissare in basso i quinti di Gilardino con El Shaarawy e Soulé in ampiezza.

Al 36′, infatti, viene scattato il momento in cui, sotto Ferguson, si vedono contemporaneamente il quinto di destra e quello di sinistra. Sulla catena destra, dove queste combinazioni appaiono più fluide, anche ieri si è visto uno dei temi più distruttivi portati da Gasperini: l’inserimento del terzo di difesa. Al 28′ del primo tempo, quando Wesley riceve in posizione centrale e si dirige da Soulé in ampiezza, Hermoso compensa immediatamente i movimenti dei propri colleghi di catena e si getta alle spalle della pressione avversaria.

Se a destra è dove la Roma ha lavorato più palloni, con Soulé e Wesley che sembrano riconoscersi ogni giorno più velocemente, è da sinistra, in particolare con l’ingresso di Dybala nel secondo tempo, che la squadra di Gasperini ha raccolto le maggiori soddisfazioni. 0,8 il dato di expected goals prodotto dalla corsia mancina, contro lo 0,37 complessivo racimolato su situazioni centrali o da destra. Da qui, infatti, Dybala infilzerà il blocco del Pisa sfruttando la sovrapposizione interna di Angelino. Movimento che era appena stato riprodotto da Wesley per Soulé una manciata di secondi prima. “Ora dobbiamo lavorare sui particolari più che sull’organizzazione generale che è abbastanza evidente grazie ai giocatori molto disponibili”, dirà Gasperini dopo la partita. I particolari, quelli che da adagio del calcio, spesso fanno la differenza tra il bene e il male.

Post Match – Roma violenta

LR24 (MIRKO BUSSI) – Al 16′ minuto di Roma-Bologna il sudore si gela sull’entusiasmo che la squadra di Gasperini aveva già iniziato a spargere intorno a sé. Su un rinvio lungo di Svilar, la transizione immediata del Bologna porta Orsolini a colpire a porta vuota. Il replay riequilibra i battiti sancendo quello che era già percepibile a occhio nudo: la rapida risalita dei difensori romanisti aveva lasciato in evidente fuorigioco Immobile e il 7 del Bologna.

Il gioco ripartirà dal minuto 17: da lì, per 8 minuti, nessun giocatore di Italiano avrà diritto a toccare un singolo pallone all’interno della metà campo romanista.

Da qui in avanti, ondate continue di pressioni e riaggressioni rinchiuderanno il Bologna all’interno della propria metà campo. Stavolta, infatti, l’abbinamento in parità numerica tipica delle squadre di Gasperini per la prima pressione viene rotta dal primo pressatore che allunga la scarica elettrica fino al portiere avversario. Nel caso “fotografato” sotto sarà Soulé ma più avanti capiterà anche a Ferguson o a Koné, in base alla situazione.

Oppure, come sul pallone recuperato da Lucumì assorbendo il movimento di Wesley, la trasformazione romanista in riaggressione si mostrerà particolarmente reattiva. L’effetto scaturito è che il Bologna, per uscire dalla morsa, annaspa in continue giocate dirette che vengono ripetutamente inghiottite da marcature o posizionamenti preventivi che avevano assunto Ndicka e simili, permettendo così di stabilizzare il possesso romanista nella metà campo avversaria. Qui sotto, ad esempio, il centrale ivoriano può riciclare il pallone appena riconquistato in un nuovo sviluppo esterno che porterà al cross Angelino. 8 minuti in cui il Bologna veniva letteralmente soffocato all’interno del proprio settore.

Sul riassunto statistico di fine partita la Roma farà scrivere 7,97 alla voce PPDA, il valore che misura i passaggi concessi all’avversario prima di un’azione difensiva. In sostanza, più è basso e più la squadra è stata aggressiva riducendo, di conseguenza, il numero di passaggi che l’avversario poteva effettuare. La scorsa stagione, per dare un’idea del cambiamento, la Roma in questa specifica caratteristica si attestava mediamente sui 12,14, la 12ª di tutta la Serie A. In quegli 8 minuti, soprattutto, la Roma farà registrare: un palo, 2 tiri, 2 cross e 2 punizioni guadagnate dal limite dell’area. Un po’ come quelli che schiaffeggiavano il flipper finché la biglia non finiva dove doveva.

Post Match – L’eredità di Ranieri

LR24 (MIRKO BUSSI) – Claudio Ranieri saluta mentre tutti intorno gli tributano gli onori accumulati in carriera. Quando lascia il campo ha ancora nel taschino della giacca il segreto della sua fortuna da allenatore, difficile da dimostrare con teoremi matematici. Perché appartiene all’impercettibile, a quel misto tra intuizione e capacità di analisi che gli fa raccontare come, dopo una settimana, fosse già convinto che avrebbe raddrizzato la situazione della Roma. È quella “semplicità” che appartiene solo a chi sa maneggiare con naturalezza argomenti complessi, “semplicemente” perché sa quali fili toccare.

Lascia dopo un girone di ritorno da 46 punti, come nessun’altra in Serie A, dando alla Roma una rinnovata consapevolezza, oltre al miglior punteggio degli ultimi 5 campionati che è valso almeno l’illusione di una corsa a un posto in Champions League. Nel pacchetto anche una serie di giocatori, da Celik a Shomurodov come casi più eclatanti, oltremodo rivalutati.

Lascia una squadra che si è slegata da un modello definito di gioco, quello a cui si rifacevano, su canoni praticamente opposti, i suoi due predecessori. Con Ranieri, la Roma ha accettato e poi vissuto tutti i momenti del gioco, anche a breve distanza uno dall’altro. Come domenica scorsa, quando ha dominato il possesso per il primo quarto d’ora, con una percentuale del 76%, per poi giocare i successivi 15 minuti, dal 15′ al 30′ del primo tempo, con appena il 34%.

Pur con un dato in ribasso col passare delle partite (chiuderà 9ª in Serie A per possesso, 53% di media), la Roma, in particolare se a muoverne i fili era Paredes come domenica, pareva sedersi dal lato più comodo della partita quando poteva banchettare nella metà campo avversaria. Soltanto Inter e Juventus, infatti, conteranno più “sequenze lunghe”, quelle con oltre 10 passaggi, della Roma: 523 azioni con oltre 10 passaggi che confermano la tendenza ragionata degli sviluppi romanisti.

L’arrivo di Ranieri ha semplificato molte delle costruzioni romaniste, facendole tendere direttamente verso i vertici offensivi. Situazioni come questa nella fotosequenza sotto, da Svilar a Shomurodov per Soulé domenica sera, in realtà, raramente si sono tradotte in vantaggi, anche per le caratteristiche degli attaccanti romanisti, poco inclini a ricevere giocate lunghe. Soltanto un gol, infatti, è arrivato da attacchi diretti, il dato più basso della Serie A dopo Genoa e Venezia che hanno chiuso a zero. A comandare la graduatoria ci sono la Juventus e…l’Atalanta di Gasperini.

Senza il pallone, invece, la Roma si è mostrata cangiante. Tra toni più aggressivi, come quelli con pressioni orientate sull’uomo che sono rimaste nel computer di bordo romanista anche con l’arrivo di Ranieri, e momenti di partita trascorsi con pazienza in un blocco più basso, magari anche riciclando sulla linea dei difensori uno dei quinti più offensivi, come Soulé col Milan o come aveva già fatto Saelemaekers in passato.

La Roma, infatti, se da un lato è risultata 3ª in Serie A per “azioni di pressing”, dietro a due navi guida come Bologna e Atalanta, dall’altra però ha racimolato solo un “gol veloce”, quelli che avvengono nei secondi immediatamente successivi alla riconquista. Un dato tra i più bassi del campionato italiano, pari al Venezia, con solo Napoli e Genoa ferme a zero.

I momenti sempre più frequenti, in particolare in situazioni di vantaggio, trascorsi con un baricentro più basso e una difesa più posizionale hanno fatto inevitabilmente impennare il dato PPDA della Roma, quello che conteggia i passaggi avversari prima che una squadra intervenga. Un dato, dunque, da leggere al contrario, con le squadre più aggressive che avranno un numero più basso. E sul tema soltanto la Fiorentina, tra le prime 10 squadre in classifica, ha valori più alti della Roma che, in media, concedeva oltre 13 passaggi agli avversari prima di inscenare un’azione difensiva.

Post Match – I passaggi lunghi non allontanano i pericoli

LR24 (MIRKO BUSSI) – Strizzando il calcio dentro i luoghi comuni, spesso, il passaggio corto ha preso un’accezione pericolosa, come un presagio negativo, lasciando a quello lungo la sicurezza, quantomeno, di uno sventato pericolo seppur meno redditizio. A maggior ragione quando questo avviene all’interno della propria metà campo, figurarsi se con la porta ancora nel cono visivo.

In realtà, come accaduto alla Roma lunedì sera, non è la lunghezza dei passaggi a stabilire la tenuta di sicurezza della squadra, almeno non in assoluto. Tant’è che la squadra di Ranieri, contro l’Atalanta, si è prodotta in una partita ancor più diretta del solito, riducendo a 119 il conteggio dei passaggi corti, quelli che non superano i 14 metri. Soltanto contro Lazio e Inter, dove la situazione di vantaggio nel punteggio poteva inasprire la disponibilità a manovre più elaborate, ne aveva totalizzati di meno. Dall’altra parte, però, appena il 39% dei passaggi lunghi, stabiliti in quelli superiori ai 29 metri, è stato completato, dunque ha raggiunto la destinazione di un compagno romanista con successo.

Proprio un tentativo di giocata lunga, lunedì, ha allestito lo scenario da cui l’Atalanta è uscita col 2-1. Al 76′ Svilar batte un calcio di rinvio che porta Ederson e Cristante al duello aereo. Il colpo di testa è del centrocampista dell’Atalanta cadendo poi nella zona di Lookman, con la Roma costretta a cimentarsi in una situazione difensiva che tenta di evitare costantemente, con 50 metri di profondità alle spalle.

La rapida triangolazione Lookman-Retegui-Lookman porta l’attaccante dell’Atalanta in 1 contro 1 esterno e fa riempire l’area romanista. Qui, sulla successiva respinta debole, scaturirà il pallone con cui Sulemana scriverà il 2-1 definitivo.

Un principio simile lo si ritrova facilmente sulle palle inattive, in particolare su punizioni laterali o da distanza. E nel primo tempo se ne è avuta testimonianza quando Soulé ha spedito in area un calcio di punizione da circa 30 metri dalla porta. In queste situazioni i calciatori disposti in barriera sono potenzialmente pericolosi perché, in caso di respinta difensiva, la dinamica dell’azione li porrebbe in una condizione favorevole. È proprio Lookman, inizialmente in barriera, a convertire rapidamente quel pallone calciato e respinto dall’area dell’Atalanta in una transizione ad alto rischio. Scartando la pressione di Soulé, che aveva appena battuto, la squadra di Gasperini si sfoga in campo aperto ritrovandosi in superiorità numerica sulla strada verso Svilar.

Una volta riequilibrata, almeno numericamente, la situazione, è talmente stravolta da avere Shomurodov costretto a tentare di assorbire l’inserimento di Ederson, con tutto ciò che ne consegue. Fino al pallone sprecato da De Ketelaere da una posizione decisamente favorevole. Gli effetti del caos: talmente latente nel calcio da renderne vano ogni tentativo di semplificazione.

Post Match – Domus Claudio

LR24 (MIRKO BUSSI) – Claudio Ranieri si è presentato a San Siro col vestito migliore per l’ultima scena. Non quello indossato, impreziosito dalla spilletta romanista sul rever della giacca, ma quello con cui ha presentato la Roma in campo. Una struttura solida in non possesso, che non intendeva permettere all’Inter di prendere la fluidità vorticosa che la contraddistingue, pronta a mordere letalmente con transizioni e sviluppi offensivi che avevano nell’abilità in conduzione di Soulé il proprio punto di maggior velenosità.

La struttura in non possesso della Roma, sintetizzabile in un 3-5-1-1, era pronta a scomporsi per vietare gli accessi preferiti all’Inter, come quelle combinazioni coi vertici offensivi che, sugli inserimenti successivi, saranno da trama nel gol annullato a Frattesi o all’occasione sventata dall’uscita di testa di Svilar nel primo tempo. Il punto fisso era uno: Shomurodov su Calhanoglu, tra gli snodi principali dell’Inter. E mentre Dovbyk aveva in consegna Acerbi, su Bisseck e Carlos Augusto, terzi di difesa, si alzava a turno la mezzala di parte, da un lato Pellegrini e dall’altro Cristante.

Quelle che variavano, a seconda del lato, erano le scalate successive. Quando Cristante andava a mordere su Carlos Augusto, infatti, era Koné a scivolare su Barella, la mezzala che si liberava alle spalle dell’uscita del pariruolo romanista. Sul centrosinistra romanista, invece, con Pellegrini su Bisseck, era Ndicka a rompere la linea per andare ad occuparsi di Frattesi. In questo caso, la Roma accettava la parità numerica con Arnautovic e Lautaro, che rimanevano in consegna a Mancini e Celik mentre Angelino e Soulé se la vedevano con i quinti nerazzurri.

Così la Roma sbarrava la strada all’Inter ma per poi liberare la propria si appoggiava su una capacità di uscire dalle contropressioni nerazzurre più articolata rispetto alle verticalizzazioni dirette su Dovbyk che sarebbe stato esposto a duelli e inferiorità numeriche poco vantaggiose. A darle tempi e colori sgargianti, spesso, era la capacità di conduzione di Soulé che, dopo aver svolto i compiti da quinto, tornava alla sua versione più pura da esterno offensivo.

Al 27′, ad esempio, un recupero medio-basso della Roma viene convertito in sviluppo offensivo dall’argentino che, ruotando attorno alla riaggressione di Barella, può puntare Carlos Augusto facendo guadagnare ai giallorossi 40 metri di campo. La transizione in conduzione implica tempi più dilatati, che se da una parte offrono un’occasione di riposizionamento agli avversari, dall’altra permette ai compagni di assecondare lo sviluppo offensivo. La Roma, infatti, si ritroverà con 6 giocatori, compreso Soulé in possesso sulla corsia di destra, negli ultimi 25 metri dell’Inter: la combinazione successiva, da Cristante a Dovbyk per Pellegrini, preparerà il traversone di Angelino che produrrà uno dei rimpianti principali dei giallorossi per aumentare il vantaggio.

Nel gol, come si era già visto sullo 0-0 col tiro dal limite di Koné, la conduzione di Soulé diventa ipnotica per l’Inter: la situazione nasce da una costruzione dal basso pregevole della Roma che va poi a srotolarsi sul lato destro dove l’argentino spegne il pallone tra i propri piedi per 5 secondi. Quelli in cui fa collassare l’Inter verso la propria porta, con la difficoltà, per i nerazzurri, di tenere sotto controllo pallone e smarcamenti avversari. Come quello di Pellegrini che sfila al limite con, a quel punto, un ampio raggio a disposizione per preparare il tiro che produrrà la carambola favorevole proprio a Soulé.

“È l’ultima volta”, ripeterà Ranieri più volte ai collaboratori che corrono a stringergli la mano e congratularsi a fine partita. Prima di risistemarsi la giacca, salutare San Siro e, si spera, lasciare sul tavolo il foglio con le istruzioni generali. Utili a chi dovrà tornarci un’altra volta.

Post Match – Uno contro uno, uno per tutti

LR24 (MIRKO BUSSI) – Gran parte del prodotto totale della Roma di sabato sera, 1 gol per 1,25 xG, è stato accumulato al 4′. Quando Cristante, con lancio cucito su misura, ha acceso Soulé in 1 contro 1 con Valentini sul lato opposto, ha dato una dimostrazione di quella che, in letteratura calcistica, si definisce “superiorità qualitativa”.

Da qui, il dribbling dell’esterno argentino ha prodotto la prima parte di xG (0,24 nella metrica di UnderStat), col tocco sul portiere in uscita, più altri 0,94 xG per quello che è diventato un pregiatissimo assist per Shomurodov. Per un totale di 1,18 xG, la Roma ne produrrà appena altri 0,07 lungo tutto l’arco del match.

La difficoltà della Roma nel produrre sviluppi offensivi efficaci si lega alla bassa capacità di illuminare una delle 5 superiorità, secondo la classificazione di Coverciano. Oltre a quelle numeriche, più evidenti, esistono quelle posizionali, dinamiche e socio-affettive. E qualitative, dove la qualità, appunto, di un giocatore offre un vantaggio nella situazione. Come quando Soulé punta Valentini sabato scorso: quei 5 tocchi alzano la frequenza di conduzione dell’esterno romanista che costringe l’avversario a retrocedere rapidamente all’interno della propria area di rigore.

L’invito che la postura di Valentini offre sull’esterno e sul piede debole di Soulé non salva il difensore del Verona dal peggio: il romanista si prende proprio quel lato, come già aveva fatto sempre per Shomurodov contro il Monza, per guadagnarsi la porta di Montipò. Tocco sotto che diventerà un’occasione imperdibile per l’1-0 di Shomurodov.

Eppure quelle superiorità qualitative che Soulé può esprimere al meglio in 1v1 quando isolato in una parte del campo, la Roma è riuscita ad accenderle raramente perché, più spesso, sovraccaricava il lato destro. Saelemaekers e Soulé provavano a smarcarsi in direzioni e sensi opposti condividendo settori simili, Baldanzi si avvicinava per tentare di aumentare le interazioni ma faticavano ad emergere “superiorità relazionali”, socio-affettive, tra i 3 romanisti. La mappa dei tocchi mostra chiaramente dove pendeva la Roma sabato sera: 229 i tocchi sul lato destro del campo, appena 135 sul corridoio di Angelino.

4, comunque, le SCA (opportunità di tiro) prodotte da Soulé sabato sera, mantenendosi in media con i dati stagionali: il classe 2003 ne produce infatti 4,66 a partita, più di lui, in Serie A, soltanto Samardzic, Lookman, Dybala, Nico Paz e Calhanoglu. Sotto la produzione di Soulé, per dare un’idea, alcuni dei massimi esponenti nel ruolo: Rafael Leao e Yildiz, a 4,53 ogni 90 minuti, oppure Pulisic, i primi mesi di Kvaratskhelia al Napoli, David Neres, Isaksen o Zaccagni. 6 le ‘big chances’ costruite per la Roma, soltanto Dybala, con 8, ne produce di più tra i giallorossi.

Post Match – Il derby non si gioca

LR24 (MIRKO BUSSI) – Il derby non si gioca, si dice. Ma si vince, almeno così si spera nell’adagio. Domenica se ne è giocato lo stretto indispensabile, contando quei 49 minuti di gioco effettivo che vanno ben al di sotto della media della Serie A, già solitamente inferiore rispetto alle abitudini degli altri principali campionati europei. E nessuno l’ha vinto.

Per la Roma, oltre che per la morsa della pressione che solo un derby sa stringere a tal punto, è stato ancor più complicato giocarlo (anche) per via dell’atteggiamento della Lazio, che ha dimostrato di avere ancora la ferita aperta dall’andata di tre mesi prima. Rispetto a gennaio, infatti, Baroni ha scelto di abbassare la linea di pressione per proteggersi da quelle giocate dirette che avevano fatto la fortuna della Roma nel 2-0 del primo round.

La struttura rimaneva la stessa, in 4-4-2, ma Castellanos e Dia lasciavano surriscaldare il pallone tra i piedi dei costruttori romanisti, preoccupandosi di proteggere varchi centrali. Così la Roma, senza poter ricorrere a giocate dirette per Dovbyk, stavolta in consegna a Gigot che per struttura poteva contendergli palloni lunghi più facilmente, era chiamata a costruire in maniera più posizionale. Ma nel farlo chiamava fin troppi giocatori nella prima fase di gioco: sono addirittura 6, in alcuni frangenti, i romanisti che finiscono sotto la linea degli attaccanti biancocelesti. La conseguenza, intuitiva, è una mancanza di giocatori, quindi soluzioni, per poter sfidare le due linee da 4 con cui Baroni proteggeva Mandas.

E anche quando la Roma sviava dalla densità centrale cercando di azionare Soulé in 1v1 esterno, come nella seconda fotosequenza sopra, la Lazio riusciva a scivolare agilmente raddoppiando, e addirittura triplicando in quel caso, il duello esterno.

La costruzione romanista finiva allora per disperdersi tra giocate dirette ricche di speranza ma scariche di vantaggi, oppure in circolazioni sterili del pallone che la facevano sfociare esternamente, su possibili giocate in catena, dove però le scalate avversarie non avevano intralci nell’accorciare e vietare 1v1 frontali a Saelemaekers e Soulé.

Dall’altro lato, la struttura in non possesso della Roma era simile, in 4-4-2 con Pellegrini che affiancava Dovbyk nelle prime pressioni, seppur più aggressive rispetto a quelle laziali. La squadra di Baroni, però, riusciva ad azionare i propri esterni, principalmente Zaccagni, dopo aver scardinato le pressioni iniziali della Roma. Lo faceva impegnando meno giocatori, così da poterne avere di più negli sviluppi offensivi, e riuscendo ad accendere smarcamenti come quello di Rovella nel post n° 5 che permettevano, ora sì, di far arrivare il pallone a Zaccagni in situazioni decisamente più favorevoli.

Oppure, come nella costruzione evidenziata nel secondo tempo qui sotto, era uno dei tre costruttori a superare in conduzione, Gigot in questa occasione, la prima linea romanista. Per poi raggiungere Dia tra le due linee da 4 giallorosse rimanenti e, solo ora, rivolgersi a Zaccagni isolato più esternamente e supportato dalla sovrapposizione di Pellegrini. Perché sapere cosa si vuole è importante ma ancor più come farlo.