Post Match – Periferia romanista

LR24 (MIRKO BUSSI) – Era Genova ma sembrava Cagliari. Una strategia avversaria simile, le difficoltà ripetute della Roma in quel contesto, un prodotto offensivo di 7 tiri, di cui appena uno in porta, che si posiziona appena sotto soltanto alla sfida persa contro la squadra di Pisacane a dicembre, dove però l’inferiorità numerica per quasi un tempo complicò ulteriormente lo scenario.

Per arrivare al primo pallone toccato da Malen bisogna scrollare in avanti la partita di oltre 18 minuti, alla fine del primo tempo la Roma rientrerà negli spogliatoi con 0,08xG creati: abbastanza per sottolineare le difficoltà che ha avuto la squadra di Gasperini a rendere redditizio quel 62% di possesso accumulato nella prima frazione.

La forte aggressività del Genoa spingeva la Roma in un vortice di giocate dirette da cui riusciva a guadagnarne ben poco, viste le caratteristiche di Malen, Pellegrini o Venturino. Da qui il cambio all’intervallo tra l’ex Genoa e Cristante. Quando poi la Roma tentava di orientarsi sulle solite giocate esterne, lì la squadra di De Rossi scalava con forza, in parità numerica, soffocando le trame mnemoniche in catena.

La tendenza romanista ad aprire tutti i propri “costruttori” all’esterno del blocco avversario, come si vede nella prima foto del post sopra, finiva per facilitare gli inneschi della pressione avversaria. Scavalcare o girare intorno alla pressione può ridurre i rischi in costruzione ma, allo stesso tempo, ne depotenzia la pericolosità.

Non è un caso, infatti, che quel poco di buono raccolto la Roma l’ha trovato passando per corridoi centrali, all’interno della struttura di pressione avversaria. L’angolo dell’1-1, ad esempio, nasce a seguito di una progressione centrale di Pellegrini che segue a una seconda palla guadagnata proprio all’interno del blocco del Genoa. Da qui, poi, l’inserimento interno di Mancini porterà il difensore romanista alle soglie centrali dell’area di rigore avversaria, scegliendo solo a quel punto di rifinire esternamente col cross di Pellegrini che decreterà l’angolo di lì a poco favorevole a Ndicka.

Ancora più evidente l’importanza di ricezioni interne nella miglior situazione creata dalla Roma “open play”, quella del gol annullato a Malen. Sulla riconquista offensiva di Koné, infatti, Tsimikas riesce a trovare El Aynaoui in posizione centrale, in quella che nel dizionario del gioco posizionale è definita come “zona 14”, la più prelibata. Da lì si aprirà la fessura centrale per Malen che si vedrà invalidare la sua unica occasione della partita. Una situazione, però, che la Roma raramente ricerca e, di conseguenza, fatica ad innescare in particolare contro squadre aggressive o che si siedono in blocchi più bassi. Rendendo quasi d’intralcio quel 61% di possesso accumulato in tutta la partita che, per di più, ha viaggiato ben al di sotto della media, già bassa, di tempo effettivo della Serie A, attestandosi appena al 47% del tempo giocato.

Post Match – One Pisilli

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Quando vengono stampati i fogli statistici di Roma-Juventus c’è un nome che continua a ridondare ovunque come aveva appena reso evidente a occhio nudo. Palloni recuperati: 19, più di tutti i romanisti in campo. Di questi, 9 nella metà campo avversaria, anche qui come nessun altro. 11 gli intercetti, primato che si estende anche considerando i giocatori della Juventus. Tra i giocatori della Roma, inoltre, nessuno ha toccato più di 76 palloni o corso più di 11,91 chilometri. Numeri tutti appartenenti a Nicolò Pisilli, autore di una prestazione ricca di principi attivi per il sistema romanista. Ha duellato 26 volte, più di ogni altro giocatore in campo, ma quel che più rende l’idea è che, fatta eccezione per Cambiaso, l’ha fatto con tutti gli avversari che si sono affacciati domenica sera all’Olimpico. “Strepitoso”, sarà il giudizio finale di Gasperini che pare averlo modellato, ora, secondo i suoi canoni preferiti.

Come per il sistema generale romanista, anche la sua prestazione individuale parte da una fase di non possesso estremamente nutriente: in prima pressione era delegato all’uscita su Kalulu, sul quale completerà il primo intercetto inghiottendo il tentativo di costruzione direttamente in ampiezza di Perin al 3′. Anticipazione delle intenzioni avversarie, quando il pallone deve ancora partire dal piede del portiere della Juventus Pisilli è già in movimento, calcolo della traiettoria aggiornato in tempo reale, recupero completato. E poi trasformato in una conduzione verso l’area di rigore che produrrà la respinta e la prima “big chance” capitata sui piedi di Pellegrini. Anche l’angolo del 2-1, d’altronde, arriverà a seguito di un pallone intercettato da Pisilli all’altezza del cerchio di centrocampo.

Più avanti, invece, Pisilli aveva il compito più complesso, data la centralità che ha assunto McKennie nel sistema di Spalletti. Era il 61 romanista infatti a dover assorbire di frequente gli inserimenti del texano, anche in condizioni estreme come quelle a cui espone per natura la struttura difensiva della Roma. Qui sotto, al 68′, si vede come Pisilli finisca a duello con McKennie praticamente da ultimo uomo e con oltre 40 metri di profondità alle spalle. L’intervento acrobatico, in anticipo sullo juventino, silenzierà sul nascere il potenziale pericolo.

Tonico per natura, Pisilli ora appare più risolutivo sia per capacità fisiche che nella velocità con cui anticipa gli scenari successivi. Una dote che nella Roma si esprime anche nelle frequenti situazioni di seconde palle che costruzioni dirette o respinte difensive spesso generano. Come quella palla vacante su cui si avventa al 39′, vincendo il duello con Kalulu e rovesciando il senso dell’azione fino a produrre la situazione dell’1-0 di Wesley.

Se l’abilità di inserimento fa parte della predisposizione naturale di Pisilli, il netto miglioramento è avvenuto nella gestione dei possessi, con un tasso di passaggi riusciti arrivato al 90% domenica sera, il migliore tra i romanisti in campo escludendo i difensori. A favorirlo, in questo caso, sono i meccanismi mnemonici di prima progressione del pallone della Roma. Come da manuale del mediano di Gasperini, Pisilli contro la Juventus si inseriva nella prima linea di costruzione per favorire gli innesti in catena. La sua presenza, e i suoi compiti, permettevano alla Roma un cambio di spartito offensivo rispetto al solito quando c’è Soulé, o comunque un esterno più tipico, ad affiancare Malen con Pellegrini.

Cristante, domenica sera, veniva infatti utilizzato come assaltatore, andando ad attaccare la profondità al fianco di Malen in modo da non lasciar cadere l’attaccante nel controllo simultaneo di Bremer e Kelly. Emerge chiaramente dallo sviluppo del 3-1, con Pisilli abbassato al fianco di Ndicka, Koné che si muove per ricevere da appoggio e Cristante che va ad impegnare Bremer, dilatando i centrali e lasciando disponibile quel varco su cui Malen batterà Kelly. Nonostante questo, Pisilli chiuderà comunque la partita con 4 palloni toccati in area di rigore avversaria, meno soltanto del referente offensivo principale della Roma (6, quelli di Malen). Proprio come quei mediani preferiti da Gasperini, in grado di spargersi da area ad area.

Post Match – 4 ruote motrici

LR24 (MIRKO BUSSI) – L’aveva già fatto a Bergamo, contro l’Inter e poi per affrontare il Verona di Juric. È successo di nuovo a metà di Roma-Cremonese, impantanata sullo 0-0 e con una traversa di Mancini come unico prodotto offensivo del primo tempo giallorosso. A fine partita Gasperini confesserà di “averci già pensato in settimana” di posare, almeno per un attimo, la sua difesa a 3 brevettata. Così, all’intervallo, la Roma ha inserito El Aynaoui per Ghilardi, dando forma a un 4-2-3-1 che prevedeva Cristante alle spalle di Malen “per avere più presenza”, come spiegherà il tecnico a fine gara.

La difficoltà ad articolare discorsi offensivi efficaci nel primo tempo riportava in superficie alcuni vizi di costruzione della Roma già visti in stagione: i continui posizionamenti in ampiezza all’esterno del blocco della Cremonese finivano per facilitare le scalate difensive della squadra di Nicola e finivano per isolare Malen con i 3 centrali avversari, per di più schermati dal play che non aveva impegni di marcatura. In sostanza, la Roma non riusciva quasi mai ad entrare nella struttura avversaria e, di fatti, l’unico rimpianto era arrivato su un cross da sinistra con Mancini che si era inserito fino a riempire l’area alle spalle di Malen.

La diversa disposizione del secondo tempo non cambiava i principi di costruzione della Roma ma finiva per modificare alcune spaziature e, di conseguenza, le ricezioni in particolare di Pellegrini e Zaragoza, poi Venturino. Koné ed El Ayanaoui, come avviene anche nella solita disposizione a 3, si infilavano nella prima linea di costruzione per facilitare la circolazione del pallone. L’ampiezza assoluta finiva nella competenza di Celik e Wesley, così per Pellegrini e Zaragoza gli spazi di ricezione erano più interni, con Cristante adesso in grado di ridondare gli attacchi alla profondità prima esclusiva o quasi di Malen.

Quanto si materializza al 52′ ne è un esempio dei benefici apportati, più che dalla nuova disposizione, dalle ricezioni in punti diversi: sul consueto possesso romanista che tende a muoversi da un lato all’altro, ora la mezzala della Cremonese viene ‘impegnata’ da Koné, così Pellegrini può ricevere in quel mezzo spazio che finisce per provocare l’uscita del terzo di difesa, Luperto, smontando finalmente il castello difensivo avversario. Appena il difensore avversario tenta di accorciare sulla ricezione di Pellegrini, infatti, sia Malen che Cristante, ora puntano la profondità aperta. Sul filtrante del numero 7, l’attaccante potrà ricevere all’ingresso dell’area e far valere la propria caratura in una finta che apre di colpo le porte della rifinitura laterale in quella porzione tra area piccola e area di rigore che è tra le più fertili per la Roma. In più, a presenziare l’area di rigore, ora c’è anche Cristante. Quelle zone saranno raggiunte con ulteriore continuità anche grazie all’adrenalina apportata da Venturino poco dopo e Pisilli più tardi.

Dove la Roma ha dovuto registrarsi più volte, invece, è nelle scalate difensive per agganciare i propri riferimenti. In particolare nel finale quando Nicola ha inserito un attaccante in più, Djuric, abbassando Bonazzoli e aprendo Thorsby che finiva dunque nel taccuino di Wesley. Gli smarcamenti interni del norvegese complicavano le scelte dell’esterno brasiliano, culminati nell’occasione che poi porterà al colpo di testa alto di Thorsby nel finale. Quando va a ricevere in posizioni intermedie, Wesley rompe per accorciarlo ma concede inevitabilmente la propria corsia alla sovrapposizione. Da lì arriverà il cross poi raccolto in solitaria proprio dal numero 2 della Cremonese. Sarà lì che Gasperini chiamerà d’urgenza il cambio inserendo Ziolkowski per spostare Wesley a destra.

Post Match – Il duello Ndicka-Hojlund

LR24 (MIRKO BUSSI) – A leggere il futuro di Napoli-Roma alla finestra, ricalcando i duelli che si sarebbero agganciati frequentemente in campo, non servivano particolari competenze per cerchiare in rosso quello tra Ndicka ed Hojlund. Da una parte, quella di casa, la tendenza lukakiana delle squadre di Conte ad accedere a zone di rifinitura utilizzando il lavoro da pivot del proprio vertice offensivo, dall’altra, quella romanista, di marcati riferimenti individuali nei propri comportamenti difensivi. Questo il conteggio finale: saranno 25 i duelli con protagonisti Ndicka ed Hojlund, nettamente il più frequentato della sfida, visto che al secondo posto c’è quello tra Malen e Rrahmani arrivato, appena, a 7 eventi.

Già dal principio è chiaro come Conte voglia manomettere gli ingranaggi difensivi di Gasperini: iniziale inganno di costruzione per attirare più romanisti possibili e allargare quanto possibile il campo di gioco tra il proprio attaccante e il difensore romanista. Saranno ripetute le verticalizzazioni per Hojlund: direttamente dai piedi di Milinkovic, con giocate a saltare una linea dei propri centrali oppure le classiche “girate” a piede invertito da ricezioni in ampiezza. Più spesso Spinazzola da sinistra e Politano da destra. Una di queste, al 6′, anticiperà quanto accadrà, definitivamente, nel 2-2.

La “frisata”, come aveva teorizzato Giampaolo ormai quasi vent’anni fa quella giocata di prima, codificata, da piede invertito verso l’interno del campo, farà scattare il primo di una serie di rovesci in campo che porterà Vergara a ridosso dell’area romanista, prima di un contropiede della Roma, di un nuovo attacco del Napoli e quindi della ripartenza che terminerà nello 0-1 di Malen. La ricerca è chiara: giocata sulla figura per Hojlund, rigorosamente accorciato da Ndicka, scarico per il movimento del trequartista più vicino, qui Politano, che premierà l’attacco alla linea del terzo più lontano, nel caso sequenziato sopra Vergara.

Eppure a leggere il bollettino finale della sfida tra Ndicka e Hojlund, il sentimento in diretta viene certificato dai dati: l’ivoriano ha pressoché prosciugato le opportunità dell’avversario. 20 i palloni recuperati da Ndicka, dato più alto della partita e ben al di sopra della sua media recente (15 a partita), gli unici due tentativi di tiro da parte di Hojlund respinti proprio dal centrale romanista, che mangerà il 75% di quei 25 duelli andati in scena. Lo ha fatto utilizzando tutta la strumentazione difensiva possibile, compreso l’utilizzo dell’anticipo, arnese difensivo necessario soprattutto in marcature con riferimenti ossessivi sull’uomo. Due esempi diversi sono visibili sopra: il primo su un passaggio di Spinazzola, l’altro su rinvio dal fondo di Milinkovic. Nel primo caso, vista la distanza dalla porta, Ndicka è in marcatura stretta e, passando esternamente come da riferimenti in letteratura calcistica, scivola davanti la figura dell’attaccante. Nell’altro, invece, Ndicka è abile a tenersi a distanza senza dare informazioni così al suo avversario, per poi passargli davanti quando il calcolo della traiettoria è stato ottimizzato e può respingere il pallone dopo avergli guadagnato lo spazio davanti.

Il “problema”, semmai, è stato proprio nel frequente accesso che il Napoli è riuscito a ottenere verso quel duello, per l’antico adagio secondo cui all’attaccante, in fondo, basterà vincere appena un duello per sistemarsi dalla parte del giusto. E su 25 occasioni, quella buona per il Napoli è arrivata all’82’, quando su un’altra verticalizzazione Hojlund adempie al proprio compito aprendo la zona di rifinitura ad un compagno che può accendere l’elettricità portata da Alisson Santos. La marcatura di Mancini si allenta a protezione della porta, di conseguenza lo spazio per preparare il tiro si dilata fino alla realizzazione del 2-2.

Quella frequenza di accessi ad Hojlund è riconducibile all’abilità del Napoli nell’apparecchiare, con costruzioni ad hoc, il canale per il proprio vertice offensivo, riducendo come raramente era accaduto quest’anno l’efficacia del pressing romanista. Sarà di 12,8, infatti, il dato finale di PPDA (passaggi concessi all’avversario prima di un’azione difensiva) registrato dalla Roma domenica sera, tra i più alti in stagione e ben sopra la propria media di 9,7. Sintetizzando, forse anche troppo, la Roma ha concesso 3 passaggi in più del solito prima di riconquistare o sporcare la costruzione altrui. Quei 3 passaggi che bastavano al Napoli per bussare ripetutamente da Hojlund. A cui, alla fine, è bastato poco per passare dalla parte della ragione.

Post Match – L’oscurità di Malen

LR24 (MIRKO BUSSI) – Alla fine di Roma-Cagliari saranno 15 i tiri complessivi dei giallorossi, 7 quelli di Malen. Praticamente la metà. Una media che trova coerenza anche con le altre tre partite in cui la Roma ha sfoggiato il suo nuovo attaccante: 10 contro l’Udinese, 4 firmati dall’olandese, altri 15 col Milan di cui 7 scaturiti da Malen. In 4 presenze, che tradotti in minuti effettivi equivalgono a 3 partite e mezza, Malen calcia mediamente 6,27 volte ogni 90′. Un dato ancora da normalizzare col tempo ma che aiuta a tastare quanto la Roma sia più affilata dall’ingresso del numero 14. Malen sta doppiando il numero di tiri in porta dei più assidui tiratori romanisti: fin qui Ferguson e Dybala con una media di 3,14 e 3,90 tiri ogni 90 minuti. Il dato trova spiegazione negli sfoghi in profondità di cui Malen ha accessoriato la Roma, nell’abilità dell’olandese di ricavarsi angoli di tiro in ogni situazione ma anche dalla sua capacità di eclissarsi dalle marcature avversarie. Come si è visto lunedì.

Appena una manciata di secondi, venti per l’esattezza, e Malen si muove già nell’oscurità, nella zona d’ombra del fuorigioco, seppur si tratti di una rimessa laterale. Passa alle spalle dei propri marcatori, obbligandoli a scelte drastiche: guardare il pallone o controllare i suoi movimenti. Gestire entrambi, i punti cardinali per orientare una marcatura, sarà impossibile in questo modo. Poi, all’improvviso, aziona i suoi passi estremamente rapidi nei primi appoggi per guadagnare una posizione di vantaggio davanti al proprio marcatore.

Succede sulla prima rimessa laterale della partita, tornerà in scena appena un minuto più tardi su uno sviluppo di gioco. Il pallone scorre lateralmente verso Mancini, nel frattempo Malen scivola via in posizione di fuorigioco alle spalle di Dossena, che infatti deve perdere di vista il pallone per assicurarsi da dove sbucherà l’avversario. Di colpo, ora, Malen si riallinea e detta il movimento per ricevere un pallone, stavolta sulla figura, che potrà però gestire con una marcatura sufficientemente allentata per sterzare internamente, scartare l’avversario e costringerlo al fallo.

Stesso metodo utilizzato più tardi, sempre nel primo tempo, stavolta per ricavarsi una succosa profondità. Con Soulé che si smarca internamente nel mezzo spazio, si vede Malen risalire da una posizione di fuorigioco utile ad allungare la linea avversaria e dilatare lo spazio di giocata per il compagno. Quando l’argentino sta per entrare in possesso del pallone, Malen regolarizza la propria posizione, allineandosi sui difensori, per poi nuovamente sterzare in profondità dove riceverà un pallone in posizione di vantaggio rispetto all’avversario.

Questa continua mobilità e sequenza di smarcamenti composti diventa necessaria, in assenza di dotazioni fisiche imponenti, per allentare marcature difensive che ormai hanno sempre più spesso forti riferimenti sull’uomo.

E anche nel 2-0, Malen preparerà il suo attacco alla porta sfruttando le spalle dei difensori. Quella tendenza a muoversi fuori linea, nella zona cieca di chi lo marca, torna spesso nelle situazioni con palloni in ampiezza, come quando tenterà il colpo di testa o quello in acrobazia sempre lunedì sera. Sul pallone che gli varrà la doppietta, invece, l’attaccante olandese si tiene inizialmente nel campo visivo di Dossena che prova a infatti a prenderne contatto tramite il braccio. Nel momento in cui lo sviluppo romanista ha un’accelerazione, con l’ingresso in area di Celik, Malen scivola via alle spalle del proprio avversario e si troverà in netto vantaggio per attaccare la porta. Scompare e riappare, dove più conta.

Post Match – Gasperini contro se stesso

LR24 (MIRKO BUSSI) – Linee strette, reparti compatti, uscite in pressione con adeguate coperture e indirizzamenti del gioco avversario erano le principali linee guida nei libri della fase di non possesso. Potevano cambiare le gradazioni, più o meno aggressive, a diverse altezze del campo, ma quei caposaldi erano ricercati da tutte le squadre. Le maggiori ricercatezze in fase di costruzione delle squadre, però, avevano stressato quei modi di difendere fino all’arrivo del dentista. L’Atalanta, infatti, aveva iniziato a fissare sulla sedia e trapanare gli incisivi delle squadre in Italia e poi in Europa. Progressivamente, allora, tutti o quasi, completamente o in parte, hanno iniziato ad assorbire la lezione di Gasperini. Riferimenti sull’uomo che, se non totali, adesso portavano le linee difensive ad orientarsi sempre più sull’avversario, perdendo con maggior frequenza i connotati di reparto. Quasi 10 anni dopo rispetto a quando Gasperini iniziò la sua opera all’Atalanta, è ora costretto a fare i conti con la sua stessa fortuna.

Quando infatti il ricavato di pressioni offensive e conseguenti transizioni è ridotto al minimo, come lunedì contro l’Udinese, la ripetitività delle strutture della Roma si scontra proprio con la rivoluzione del suo allenatore. Oggi, infatti, aprire o abbassare un mediano, far slittare un terzo di difesa più in là o un trequarti più qua difficilmente produce una superiorità numerica come poteva avvenire contro pressioni zonali. I riferimenti a uomo, infatti, riducono il tempo di giocata avversaria e proteggono proprio dalla creazione di superiorità numeriche o posizionali, come le ricezioni tra le linee. Come quelle superiorità numeriche che la Roma tenta di costruire in catena e che, oggi, appaiono meno redditizie rispetto a qualche tempo fa.

Oggi, in particolare contro squadre che tendono a ricreare gli stessi modelli di progressione del pallone, come fa la Roma sulle catene laterali, gli avversari sempre più spesso scivolano con decisione senza farsi troppi problemi a rompere i reparti di competenza. Come faceva l’Udinese lunedì sera (foto nel post X sopra) costringendo la Roma a riavvolgersi continuamente all’indietro per tentare di distendersi sul lato opposto dove, nuovamente, Runjaic preparava un nuovo 4 contro 4.

Questo rendeva la Roma innocua nonostante un possesso accumulato fino al 64%, il 5° dato più alto in stagione. E forse non è un caso che nelle 9 occasioni in cui i giallorossi hanno totalizzato più del 60% di possesso, hanno perso 5 volte. La ripetitività di alcuni posizionamenti, smarcamenti o progressioni, in un calcio di profonda e rapida analisi, appare più facilmente difendibile.

Quello che pare sempre più necessario per contrastare questa continua opposizione in parità numerica è la capacità dei giocatori di associarsi in spazi ad alta densità e di farlo con forme e modi spesso diversi tra loro. Ecco perché, probabilmente, le uniche progressioni efficaci della Roma sono arrivate quando hanno coinvolto giocatori fuori dalle tipiche catene laterali. Succede con Malen, al 48′ come si vede nelle immagini del post sopra, che togliendosi dal consueto posizionamento da vertice offensivo, si abbassa a ricevere godendo di un’insolita libertà che gli permette di rifinire per Wesley dopo aver combinato con Pellegrini. Poco dopo, sempre da quel lato, si libererà El Aynaoui, fin lì utilizzato principalmente in costruzione. Quella volta, invece, il centrocampista taglia il campo di 40 metri in diagonale fino a ritrovarsi al vertice dell’area di rigore e aggredire una profondità liberata dagli smarcamenti in ampiezza dei compagni. In entrambi i casi, Malen prima ed El Aynaoui poi, il rispettivo duellante ha perso aderenza nella marcatura proprio per la netta differenza di comportamento del romanista rispetto a quanto avvenuto in precedenza. Gli stessi percorsi, in ampiezza, ma con protagonisti differenti. Oppure sfida quelle parità o superiorità numeriche con connessioni relazionali, come quella sfoggiata da Dybala e Malen con il Torino. O, per dare un’idea, messa in scena da Pio Esposito e Lautaro per la vittoria dell’Inter con l’Udinese un paio di settimane fa.

Post Match – Malen plus

LR24 (MIRKO BUSSI) – Per togliere alcuni bruciori di stomaco che ormai disturbavano l’allenatore anche in pubblico sono serviti i principi attivi mostrati da Malen in 76 minuti. Subito dopo la vittoria per 2-0 a Torino, marchiata proprio dal primo gol dell’attaccante olandese, Gasperini non nasconde una soddisfazione più lunga e consistente dei tre punti appena conquistati. “Ha le caratteristiche che cercavo”, dirà quasi esultando dopo la partita. Per poi spiegare più nel dettaglio: “Ha questa abilità nello smarcarsi non di schiena e non di spalle, di spostarsi sul taglio“. Il riferimento è a quel movimento che Malen sfoggia già al primo, vero, pallone gestito con la maglia della Roma.

Minuto 5: con Pellegrini in zona centrale, Malen sfila al lato del suo marcatore, in un movimento fuori linea, ritrovandosi così con i piedi verso la porta mentre con lo sguardo segue l’evolversi della situazione. Quando riceverà, in questo modo, sarà già proiettato all’1 contro 1 col suo avversario, sposterà rapidamente sul destro per un tiro poi reso innocuo da una deviazione. Quello su cui più volte Gasperini ha confessato di lavorare coi suoi attaccanti, tentando di orientarli verso la propria porta, Malen l’ha portato con sé come effetto personale dall’Aston Villa. Una scena simile sarà apprezzabile nella ripresa, stavolta con Soulé in zona di rifinitura, allontanandosi sempre dal suo marcatore che, per non perdere la posizione di vantaggio verso la porta, è costretto a concedergli tempo e spazio di ricezione sui piedi.

I benefici che Malen porterà all’organismo romanista sono risaltati in maniera fin troppo evidente da subito. Tanto da farlo idealizzare anche al di sopra della realtà mostrata negli ultimi anni. L’olandese, quantomeno, potrà spostare la tendenza offensiva della Roma verso la porta avversaria per quell’indole ad attaccare la profondità che, già ieri sera, lo ha portato 3 volte in fuorigioco, compresa l’occasione del gol annullato. In tutta la stagione, Dovbyk ci è finito 4 volte finora e Ferguson appena 3, per dare un metro di valutazione sulla novità. Nei vari momenti di transizione che la Roma sa generare a seguito di riconquiste, la squadra di Gasperini ora potrà sfogarsi ancor più velocemente in avanti.

Oltre alla naturale affinità con Dybala, con cui ha scambiato il pallone addirittura in 7 occasioni al debutto in giallorosso, la capacità di Malen di custodire e gestire il pallone sotto pressione potranno tornare utili anche per sistemare alcune ruggini di costruzione della Roma. Quegli smarcamenti in ampiezza dei mediani che finiscono per creare l’ormai consueto vuoto interno della Roma può diventare un punto d’accesso per le ricezioni dei vertici offensivi. Un esempio è arrivato all’11’ della gara col Torino quando, abbassandosi a ricevere dentro la propria metà campo, Malen ha poi raggiunto Dybala e trafitto così la pressione del Torino, costretto a quel punto a ripiegare verso la propria porta. Un miglioramento che la Roma dovrà far per evitare di rifugiarsi in eccessive giocate dirette, categoria in cui neanche l’arrivo di Malen potrà favorire particolari vantaggi in risalita.

Post Match – I mille di Gasperini

LR24 (MIRKO BUSSI) – Ne sono serviti due di quei mille per aver ragione del Sassuolo dopo oltre un’ora di discussioni. Quei mille sono i principali argomenti della Roma in questo inizio di stagione: il dato, tondo, che racchiude i “recuperi” dalla squadra di Gasperini in poco più di metà campionato. Un numero inarrivabile per le altre, considerando che la cugina più lontana, l’Atalanta, si ferma a 963 ed è la seconda in questa graduatoria. Quei recuperi che tratteggiano la caratteristica principale delle squadre di Gasperini e ora anche della Roma: la veemenza con cui si scaglia a riconquistare il pallone.

E proprio così sono arrivati i due gol contro il Sassuolo. Come, per citare i più recenti, era nato quello di Ferguson contro il Genoa o quello di Baldanzi contro la Juventus. Tant’è che torna alla mente quel paradosso tedesco, per cui il contro-pressing sarebbe il miglior regista. E pare valere, a volte, anche per la Roma. Per cui, per assurdo, a volte conviene quasi perdere il pallone in zona offensiva. Per potersi così lanciare a riconquistarlo e colpire, a quel punto, un avversario inevitabilmente più disordinato rispetto a quando lo si attacca in maniera più definita e lineare. Aspetti in cui, invece, per desideri di mercato ancora inespressi e processi di lavoro, la Roma pare mostrare i maggiori margini di miglioramento.

Sia l’1-0 di Koné che il 2-0 di Soulé hanno la stessa matrice: un recupero in zona offensiva. Per la prima rete è Wesley, in scivolata, a cancellare la pericolosa ripartenza che il Sassuolo stava progettando in seguito a una respinta su un calcio d’angolo a favore della Roma. Sul raddoppio, invece, il pallone perso negli ultimi 30 metri viene immediatamente riaggredito da tre romanisti che accerchiano il malcapitato del Sassuolo. Entrambe le reti, poi, nella fase successiva di transizione prevedranno tratti tipici del manuale offensivo di Gasperini: sul colpo di testa di Koné si contano fino a 7 romanisti che hanno inondato l’area avversaria. Sul 2-0, invece, dall’utilizzo del lato debole, alla combinazione laterale con inserimento in area del terzo di difesa, quel percorso che sabato fa Ghilardi ed è stato più volte battuto in stagione da Mancini.

La rapidità dei recuperi della Roma nell’ultima gara contro il Sassuolo può essere misurata tramite il dato di PPDA che riporta come la squadra di Gasperini concedesse in media appena 5,42 passaggi a quella di Grosso prima di riconquistare, un dato secondo solo a quello registrato contro il Torino in stagione. Non appare disconnesso da questo, allora, che il mucchio di recuperi registrati sabato abbia prodotto la gara con la maggior mole offensiva, statisticamente, della Roma: 2,5 gli expected goals (dato più alto della stagione), 26 i tiri complessivi (record stagionale), 48 SCA (azioni di tiro create, letteralmente), anche qui punto più alto della stagione. Perché, a volte, la riaggressione vale come un playmaker. O come un centravanti di manovra o una seconda punta di piede destro che crei continua superiorità.

Post Match – La via della rete

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Il gol che non t’aspetti arriva quando l’aridità offensiva della Roma era tema ormai smascherato, anche nelle parole di chi la dirige e allena. La sorpresa nella rete che ha girato la partita di martedì non è tanto nel marcatore, tra i vari capi d’accusa del reparto sotto osservazione, quanto per la via percorsa. Non quella più battuta, la più esterna, ma un accesso centrale da cui poi Dybala luciderà il pallone con cui Ferguson scriverà lo 0-1.

Come aiuta a sintetizzare il grafico di Opta, infatti, le strade ricercate maggiormente dalla Roma per arrivare in area di rigore sono quelle laterali. In viola, infatti, vengono rimarcate le zone in cui la squadra di Gasperini ha un dominio di tocchi rispetto all’avversario. Oltre all’area di rigore, rimane colorata di rosa, scelto per indicare le zone con una netta prevalenza avversaria, quella fascia centrale a ridosso dell’area di rigore. Una delle più ambite, anche statisticamente, per provocare pruriti alla porta avversaria. Lì la Roma, per un connubio tra preferenze in costruzione e di conseguenza negli sviluppi offensivi che per caratteristiche dei giocatori in rosa, raramente vi accede.

Tra i pochi a poterlo fare, naturalmente, in rosa c’è Dybala. In grado di posizionarsi, controllare e gestire con cura quel pallone in zone spesso ad alta densità o rese ancora più impervie, ultimamente, dai sempre più frequenti riferimenti sull’uomo per le difese.

Più spesso, invece, le abitudini della Roma la portano a scivolare esternamente, ricercando superiorità di vario genere sulle corsie laterali. Come accadrà sempre a Lecce in occasione dell’altra occasione capitata a Ferguson. Dal 2 contro 1 in ampiezza di El Shaarawy e Celik, si accede all’area di rigore lateralmente, con la tipica inondazione romanista composta da 6 uomini arrivati nella zona più calda avversaria.

Questa carenza offensiva aiuta, magari, anche a spiegare alcune ricerche di mercato. I profili di Zirkzee e Raspadori, tra i più chiacchierati al momento, appaiono come un’iniezione di imprevedibilità offensiva proprio per la loro capacità di assumere posizionamenti sfumati in campo, staccandosi spesso dalla marcatura avversaria per poter ricevere in quelli che una volta erano riconosciuti come spazi, o mezzi-spazi, tra le linee altrui. Oggi, con più riferimenti sull’uomo, quella tendenza si è dovuta convertire in un’abilità nel ricevere sotto pressione, nel gestire il pallone in spazi angusti come quelli che inevitabilmente si generano nelle zone più centrali del campo.

Anche nei pochi sprazzi avuti in questi primi mesi al Manchester United o all’Atletico Madrid, è facile ritrovare momenti in cui Zirkzee come Raspadori, seppur con modi e costumi differenti tra loro, vengono a galleggiare in zone di confine, provocando instabilità nei comportamenti difensivi avversari. È il caso dell’assist di Zirkzee in casa del Leeds, quando staccandosi dalla marcatura si costruisce la visuale e il sentiero ideale in cui rifinire per Matheus Cunha. Ma anche Raspadori, in una situazione differente contro un blocco più basso come nel finale della gara contro il Girona, sa volteggiare e ricevere in una manciata di zolle per poi andare a chiudere lo sviluppo all’interno dell’area di rigore. Aspetti difficilmente ritrovabili tra gli scaffali dell’attacco romanista e che finiscono spesso per arrotondare la punta offensiva della Roma.

Post Match – Guardati com’eri, guardati come sei

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Alla prova di peso e altezza, sulla bilancia dell’Atalanta, la Roma ha mostrato una carenza muscolare, o meglio ancora neuro-muscolare, per poter indossare quei panni che Gasperini le sta cucendo su misura. La differenza principale, evidenziata anche in alcuni episodi cruciali, l’ha segnata la fisicità dell’Atalanta, intesa non soltanto come quantità di corsa, chili o centimetri. Ma come abitudine a vivere una partita piena di scontri e transizioni, reattività all’imprevisto, capacità di sostenere e ripetere questi sforzi nel tempo. La Roma, per tratti della partita, è sembrata impegnarsi a restare dentro il personaggio, l’Atalanta, invece, era semplicemente se stessa. Certo, tra le due creature passano 9 anni sostanzialmente e dunque è facile ritenere impari il confronto. Una linea temporale in cui, a cadenza semestrale, l’Atalanta in una minuziosa opera di compravendita riusciva ad avvicinarsi continuamente alla propria immagine desiderata.

In una partita che ha visto le squadre produrre secondo le modalità più connaturate, transizioni e palle inattive, due flash da situazioni di riconquista aiutano a tracciare le differenze. La prima è il maggior rimpianto della serata romanista, con l’errore di Ederson che regala a Dybala il pallone più ghiotto della serata. Più della gestione della situazione da parte dell’argentino, quello che salta all’occhio, qui, è la capacità di rimbalzo spaventosa dell’Atalanta anche di fronte ad uno scenario pressoché disperato: quando sul cronometro c’è scritto 6.32, il numero 21 della Roma è faccia a faccia con Carnesecchi. Il secondo dopo (!), quando ha scelto la strada che risulterà meno produttiva, 2 giocatori dell’Atalanta sono già all’interno dell’area di rigore e altri 2 si trovano in prossimità. Ferguson scaglia il primo tiro 3 secondi dopo il primo fermo immagine e l’Atalanta ha già ripopolato l’area di rigore così da poter ribattere, anche una seconda volta, i tentativi dell’attaccante romanista.

Se qui la situazione aiuta a misurare la reattività dell’Atalanta a transizioni brevi, il secondo caso dilata il campo quasi per l’intera lunghezza. È quanto accade in occasione del tiro di Zalewski 13 minuti più tardi. La riconquista della squadra di Palladino su Koné arriva in una porzione di campo difensiva, a circa 70 metri dalla porta di Svilar. Abbastanza per sottolineare come le caratteristiche della rosa nerazzurra siano state progettate per vivere e godere di situazioni simili: la violenza con cui i 6 nerazzurri rovesciano il campo è disumana, con la Roma che palesa differenze quasi genetiche, di cilindrata, rispetto all’avversario. Basterebbe confrontare i profili di Ederson, Scamacca, Zalewski, Zappacosta o Bernasconi con i rispettivi romanisti.

Nei dati di fine partita (legaseriea.it), la differenza non è tanto nei chilometri complessivi (120 a 119 per l’Atalanta) che spesso si equivalgono tra le squadre in campo ma nel modo in cui sono stati percorsi. Il salto più grande, nella comparazione tra i valori di Atalanta e Roma, è nella distanza coperta in sprint (accelerazione massima su distanze brevi), dove i nerazzurri totalizzano 400 metri in più rispetto ai giallorossi (2,87 km contro 2,47 km). Un dato in cui la Roma era finita sotto anche nelle ultime due sconfitte con Juventus e Cagliari: contro i bianconeri la distanza fu più contenuta, 320 metri, mentre coi sardi la differenza fu clamorosa, quasi 700 metri (2,5 km contro gli 1,82 giallorossi) in cui va considerata però la porzione di gara giocata in inferiorità numerica. Tra oltre 4 mesi, il prossimo 19 aprile, la Roma tornerà a guardarsi allo specchio con l’Atalanta. Magari, con un mercato e altro lavoro di mezzo, sarà più vicina a come la immagina Gasperini.