Altro colpo Roma

IL TEMPO (F. BIAFORA) –  Il settimo colpo è in canna: la Roma sta stringendo il cerchio per Jan Ziolkowski, difensore centrale in forza al Legia Varsavia. Massara ha messo sul piatto un’offerta da 6 milioni più bonus per il classe 2005, considerato uno dei migliori talenti del calcio polacco. La cifra proposta viene reputata quella giusta per chiudere l’affare e regalare a Gasperini un nuovo rinforzo dopo Wesley, Ferguson, El Ayanoui, Ghilardi, Zelezny e Vasquez. Il direttore sportivo, in continuo contatto con l’agente di Ziolkowski, può contare anche sul gradimento del diretto interessato, che ha chiarito la sua preferenza al club di appartenenza: vuole andare alla Roma. Oggi sono in programma altri contatti tra Îe parti, con la volontà di chiudere al più presto l’affare, per poi iniziare il solito iter propedeutico alla firma. Siamo all’ultimo chilometro.

Oltre ad allungare le rotazioni tra gli uomini a protezione di Svilar, gli sforzi della Roma si stanno tutti concentrando sull’attaccante che giostrerà sulla sinistra. Quel giocatore che nelle idee di Gasperini dovrebbe far fare il salto di qualità all’intera rosa. Da metà luglio l’obiettivo principale è rappresentato da Echeverri, calciatore di proprietà del Manchester City. Che lo ha però usato col contagocce negli scorsi sei mesi in cui è sbarcato alla corte di Guardiola dopo essere rimasto un anno in prestito al River Plate, come era previsto nell’accordo per l’acquisto di inizio 2024. “El Diablito”, come è stato soprannominato in patria, ha bisogno di giocare e per lui il City ha in mente un anno di maturazione al Girona in prestito secco. L’argentino, al contrario del giovane brasiliano Vitor Reis, non ha però intenzione di trasferirsi nella società controllata dal City Group e ha sbarrato la strada a questa ipotesi. Per lui, al momento, esiste solo la strada di un passaggio alla Roma. La volontà di Echeverri non è però sufficiente per arrivare ad una stretta di mano tra i due club e da Manchester non sono arrivati fino ad ora segnali di apertura. La trattativa è veramente complicata. Da capire se Massara, che oggi raggiungerà la squadra in Inghilterra insieme a Ranieri, avrà un contatto diretto con il City in questi giorni in cui sarà in Inghilterra.

Nel frattempo sono emerse le cifre delle cessioni di Saud e Solbakken. Il terzino destro è passato al Lens in prestito oneroso da 500mila euro, con un diritto di riscatto a favore del club francese pari a 3,5 milioni. Massara si è riservato anche un diritto di controriscatto: per riavere il nazionale arabo dovrebbe sborsare 500mila euro al Lens. Il Nordsjaelland verserà invece 950mila euro per l’acquisto a titolo definitivo di Solbakken, con ulteriori bonus – sia in base ad obiettivi personali che di squadra -per 1,3 milioni. Sul norvegese c’è anche un 10% garantito sulla futura rivendita. Completati questi trasferimenti c’è altro da fare in uscita, in primis nel reparto difensivo. A Trigoria si è alla ricerca di una soluzione per Kumbulla, che non ha conquistato Gasperini in ritiro. L’albanese è destinato a partire in prestito, con alcune società spagnole che monitorano la situazione. Oltre a lui la dirigenza sta cercando di piazzare pure Hermoso, che al contrario del compagno di reparto sta piacendo di più a Gasp. Se non fosse per il suo maxi-stipendio probabilmente non ci sarebbero dubbi sulla sua permanenza, ma viene reputato un costo da scaricare. Discorsi più da fine mercato. Resta sempre un punto interrogativo sul destino di Dovbyk: serve però una maxi-offerta per la sua cessione.

Ziolkowski è vicino, Il suo ct gli disse: «Andrai al Real»

La Roma accelera per Jan Ziolkowski. L’agente del difensore è sbarcato ieri nella Capitale per definire gli ultimi dettagli dell’operazione con il Legia Varsavia. L’accordo è ormai vicino: 6 milioni di euro più 2 di bonus per il cartellino e contratto fino al 2030 già pronto. […] In patria è già stato accostato a Dean Huijsen, per caratteristiche fisiche e tecnica nell’impostazione. Cresciuto nel Legia e nella nazionale U19, dove il ct Libich gli predisse un futuro da Real Madrid davanti a tutto lo spogliatoio, Jan ha saputo trasformare le pressioni in motivazioni. Il carattere è forte, talvolta spigoloso, ma in campo non tradisce mai. Legatissimo alla fidanzata Natalia, Ziolkowski ha scelto Roma senza esitazioni, rifiutando la corte dell’Udinese. […]

(Corsera)

La fascia? Pellegrini tira dritto. No alla cessione: va in scadenza

Lorenzo Pellegrini non è più il capitano della Roma. Non ufficialmente, non ancora. Ma nei fatti sì. Lo ha detto con chiarezza Gasperini, illustrando il criterio che guiderà la fascia in questa stagione: sarà indossata dal giocatore con più presenze. E allora, davanti a tutti, c’è El Shaarawy (320 gare con la Roma), seguito da Cristante (318), poi Pellegrini a quota 316. Niente più gerarchie stabili, né simboli incrollabili. La fascia diventa fluida, condivisa, quasi svuotata di significato rispetto al passato. E in questa nuova Roma che si sta costruendo, la figura di Pellegrini appare sempre più marginale. […] Lui, che aveva raccolto l’eredità di Totti e De Rossi, oggi sembra più vicino a un addio che a un rilancio. Il presente dice che è fermo per infortunio, a Roma, a lavorare per recuperare da un’operazione al tendine effettuata a maggio. […] Solo Trigoria, solo lavoro differenziato. […]  La Roma non intende prolungare a quelle condizioni. E il mercato, al momento, non offre uscite concrete: nessuna delle destinazioni gradite al giocatore si è fatta avanti, e Pellegrini non prenderà in considerazione piste esotiche come Arabia Saudita o Turchia. […] Gasperini, dal canto suo, non ha fatto nulla per nascondere il cambio di passo. Alla domanda su Pellegrini, ha risposto secco: «È un giocatore infortunato». Nessuna concessione, nessuna carezza. Ha parlato di mentalità, di spirito collettivo, di dover essere squadra. Ha detto che la fascia la merita chi ha più presenze, chi gioca per il gruppo, chi dà tutto ogni giorno. «I capitani con me possono essere 7-8, magari anche 15», ha spiegato, dando la sensazione che il ruolo non debba più essere simbolico ma funzionale. Un modo diverso, pragmatico, distante anni luce dal romanticismo che per decenni ha accompagnato la figura del capitano a Roma. E intanto il tempo scorre. Pellegrini dovrebbe tornare ad allenarsi in gruppo tra una ventina di giorni. […]

(Corsera)

Stasera coi Villains Massara ritrova l’amico Monchi

Si alza il livello: oggi alle 20.30 (19.30 inglesi), la Roma affronterà l’Aston Villa di Unai Emery. […] Gasperini dovrà fare i conti con qualche assenza. […] In attacco spazio a Dovbyk non vuole pensare alle voci di mercato degli ultimi giorni. I giallorossi sono pronti ad ascoltare offerte, ma ad oggi diversi club in giro per l’Europa hanno effettuato solamente dei sondaggi. Piace a Leeds, West Ham, Besiktas e Villarreal. Dietro all’ucraino spazio a Baldanzi e uno tra Pisilli e Soulé. Sulla destra aperto il ballottaggio tra Rensch e Wesley, mentre dall’altra parte Angeliño è sicuro del posto. La coppia di centrocampo dovrebbe essere composta ancora una volta da El Aynaoui e Koné. Gasp li sta provando insieme da diversi giorni e col Lens hanno dato risposte positive. […] In Inghilterra per Aston Villa-Roma arriveranno Frederic Massara e Claudio Ranieri. Un tuffo nel passato per il ds giallorosso che ritroverà Monchi. […] Ziolkowski è a un passo: la Roma ha offerto 6 milioni più 1.5 di bonus al Legia ed ha già l’ok del giocatore. Va avanti la trattativa col City per Echeverri, ma la squadra inglese non ha ancora aperto al prestito con diritto di riscatto che la Roma vorrebbe mettere a 35 milioni di euro. Intermediari arrivati in Inghilterra nella giornata di ieri per cercare di sbloccare l’operazione. L’argentino non vuole trasferirsi al Girona e ha messo i giallorossi in pole.

(Il Messaggero)

SVILAR: “I tifosi della Roma meritano la Champions ogni anno. Se avessi potuto firmare un contratto più lungo lo avrei fatto”

IL ROMANISTA – Mile Svilar, fresco di rinnovo in giallorosso, ha rilasciato un’intervista al quotidiano romano dal ritiro inglese della Roma. Ecco le parole del portiere giallorosso:

Per prima cosa auguri! II 18 giugno sei diventato papa del piccolo Lio-Mile. Come procede?
«Grazie! Di solito tutti gli inizi sono difficili. Con lui invece l’inizio è stato tranquillo, era buonissimo, ma dopo 4-5 settimane ha cominciato a piangere un po’…(ride, ndr)».

Non vi fa dormire?
«A me sì, alla mamma meno (ride ancora, ndr). ma ci sta dai sono i primi tempi. Siamo felicissimi».

Ti senti cambiato in qualche modo da questa paternità?
«Assolutamente. Mi sento più maturo, più uomo. Adesso c’è un bambino, che è diventata la priorità della nostra vita. Non esisto più soltanto io, o solo io e mia moglie. Adesso c’è lui. E la mia vita la vivo per lui».

A proposito di papà, tu hai seguito le orme di tuo padre Ratko, portiere anche lui. Da piccolo era lui il tuo idolo?
«Ho sempre sognato di diventare ciò che sono adesso, anche se di ambizione per crescere ancora tanto c’è. Fare il portiere era la mia ambizione fin da piccolo e ovviamente in questo c’è tanto  di mio papà, in qualche modo è stato lui a coltivare in me questo seme, che col
tempo è cresciuto».

A questo punto dobbiamo aspettarci anche Lio-Mile tra qualche anno come portiere…
«Non lo so, farà quello che più gli piace. Io però gli auguro di diventare un attaccante (ride, ndr)».

Perché il numero 99? E, soprattutto, perché non la maglia numero 1?
«Perché sono superstizioso. La moglie di un mio ex compagno, quando ero al Benfica, ma già sapevo di venire alla Roma perché il contratto era in scadenza, mi aveva suggerito di prendere la maglia numero 99 perché mi avrebbe portato fortuna, quindi non voglio cambiare. È qualcosa che mi fa sentire a mio agio».

E alla fine ha avuto ragione la moglie di questo tuo ex compagno. A proposito del Benfica, a chi dobbiamo dire grazie se Mile Svilar oggi è qui alla Roma?
«Ci sono tante persone che mi hanno aiutato lungo il mio percorso, tra queste anche Tiago
Pinto, che mi aveva portato a Benfica dall’Anderlecht. Io poi in Portogallo non ho trovato spazio, ho giocato per la seconda squadra del Benfica, che è nella serie b portoghese e poco tempo dopo mi sono trasferito alla Roma».

Stai vivendo un’estate ricca: l’emozione della nascita del primo figlio e un passo importante per la tua carriera come il rinnovo con la Roma fino al 2030. Lungo come contratto…
«In realtà, se ti dovessi dire onestamente quello che penso, se avessi potuto firmare un contratto ancora più lungo l’avrei fatto (sorride, ndr). Questa era la mia idea e quella della società, di firmare e rimanere insieme il più a lungo possibile. Prima della fine della stagione non ci ho pensato troppo a questa questione. In quella seconda fase del campionato, con Ranieri, stavamo andando bene e quando le partite vanno bene non pensi al resto. Finita la stagione, invece, l’inizio dell’estate non è stato molto tranquillo per me, perché pensavo a questo fatto del rinnovo e volevo trovare una soluzione. Sapevo che l’avremmo trovata, la trattativa è durata un po’, ma ci sta».

C’è mai stato un momento in cui hai pensato di dover andare via?
«No, onestamente ci sono state altre possibilità e altre scelte, ma io non ho mai considerato di prendere altre strade. Volevo solo la Roma, ero sicuro che avremmo trovato una soluzione prima o poi, insieme con la società, e per me era la cosa più importante. Volevo per forza stare qui».

Si è parlato molto del ruolo di Ranieri nella trattativa che ha portato al tuo rinnovo. Puoi raccontare come ha aiutato e se hai sentito la vicinanza dei Eriedkin?
«Chiaro, quello che posso dirvi è che come io volevo rimanere a tutti i costi, anche loro volevano farmi rimanere per forza. Questo mi ha dato una spinta in più per decidere di restare qui alla Roma. Nella trattativa ci sono stati momenti più difficili, più facili, però quando Ranieri è diventato dirigente ho parlato due o tre volte con lui e per me è stato molto importante, come adesso è importante per me che lui sia rimasto alla Roma. Lo stesso posso dire dei Friedkin, ho sempre sentito la loro volontà di farmi rimanere. Se sento questo dal club e dai proprietari, a me basta questo».

Facciamo un passo indietro. Eri diventato titolare già con Mourinho, nella sua ultima partita a Milano, o lo sei diventato solo successivamente con De Rossi?
«Sinceramente non lo so. Giocai da titolare a gennaio Milan-Roma, ma nessuno mi aveva detto che da lì in poi sarei rimasto titolare. Se devo dire la mia, penso di esserlo diventato soltanto dopo con De Rossi».

Che rapporto c’è stato con De Rossi?
«Con Daniele c’è stato qualcosa di speciale. Un tipo di rapporto che ti capita di avere nel settore giovanile, ma che a me non era mai capitato a livello professionistico, nel calcio dei grandi. Mi ha fatto sentire importante e questo nella vita di un calciatore è fondamentale».

Che cosa è andato storto, secondo te, con lui in panchina?
«È il calcio (che ricorda parecchio il “That’s football” di Matic a Dybala, dopo Budapest, ndr). Penso che anche mister De Rossi lo sappia, che a volte il calcio funziona così. Noi, dentro lo spogliatoio, siamo stati molto dispiaciuti quando è stato mandato via, penso si sia visto anche nelle settimane successive al suo addio. Il pallone però ti impone di andare avanti. Noi abbiamo provato a fare questo switch mentale il più in fretta possibile, ma non è stato semplice, perché lui è una persona che si fa volere bene e nello spogliatoio tanti di noi erano molto legati a lui. Il gruppo era dispiaciuto e io ancora di più».

Da un mister all’altro, adesso c’è Gasperini. Com’era affrontare la sua Atalanta?
«Non gliel’ho ancora mai detto a mister Gasperini, ma le due volte che abbiamo giocato lì a Bergamo e io ero titolare, nei primi 20 minuti ho sempre pensato: “Sarà difficile uscire da qui con una vittoria stasera”. A volte capita che alcune squadre ti diano queste sensazione in campo. Però per fortuna adesso è con noi, almeno adesso noi famo (sì, proprio famo, in romano, ndr) sentire agli altri questa brutta sensazione».

Non sarai mai stato così contento, come quest’estate, di essere un portiere, vedendo i tuoi compagni correre così tanto…
«Ma no, anche noi portieri fatichiamo parecchio (ride, ndr). Abbiamo un allenatore dei portieri (Simone Farelli, ndr) molto, molto ambizioso, che ci ha fatto fare tanto in più rispetto all’anno scorso. Non è così semplice purtroppo, anche per noi».

Completa la frase: sei contento a fine stagione se la Roma…
«Se la Roma va in Champions, sicuramente. E se la Roma va lontano in Europa League, perché penso che il club, la piazza, Roma merita di andare il più lontano possibile in coppa e giocare con stabilità la Champions League, cosa che non c’è riuscita negli ultimi anni. Abbiamo una squadra e un allenatore, che l’ha già fatto tra l’altro per tanti anni all’Atalanta, che meritano di competere per questi due obiettivi».

A proposito di Europa League. Tu sei arrivato che la Roma aveva appena vinto la Conference League, poi c’è stata Budapest, la semifinale con De Rossi. Da dentro lo spogliatoio percepite quanto per i tifosi sia importante il sogno di una coppa europea?
«Sì, assolutamente. Anche noi, come squadra, per Budapest siamo stati distrutti. Non è andata come volevamo e come meritavamo quella sera. L’Europa League è una competizione con un suo fascino importante. Quando giochi quel tipo di partite senti
sempre qualcosa di diverso dentro allo stadio. Chiaramente non è questo il momento di fare promesse, ma con molto lavoro proveremo ad andare il più lontano possibile».

Hai un rapporto speciale con la Sud: dalla tua esultanza dopo i rigori contro il Feyenoord, al coro che hanno fatto per te, dopo tanti anni che non si sentiva cantare per un giocatore, fino agli striscioni per chiedere il tuo rinnovo. Ti va di raccontarcelo un po’?
«Non è facile spiegarlo. In quel Roma-Feyenoord ho fatto la cosa più spontanea che potessi fare, iniziare a correre verso la Sud. Penso che la gente abbia apprezzato quel momento e quanto fosse naturale. Allo stesso modo io ho apprezzato tantissimo l’amore che ho sentito riversato su di me coi cori e con gli striscioni. Questo amore mi ha dato un’ulteriore spinta, enorme, verso la decisione di rimanere qui. Non potevo né volevo fare altro che rimanere alla Roma e firmare questo rinnovo di contratto. Voglio fare qualcosa di speciale per loro, per la Roma come club e come piazza. Quando vedi come la gente qui vive per il calcio, quando senti lo stadio addosso non puoi restare indifferente. Spesso penso e mi dispiaccio del fatto che non siamo riusciti a ripagare questo amore con qualcosa di grande nelle ultime stagioni, oltre alla vittoria della Conference ovviamente, però spero veramente per loro, per noi e per la Roma di fare qualcosa di grande in questi anni che verranno».

Piaci a tutti, anche ai colleghi portieri, hai sentito i complimenti che ti ha fatto Caprile di recente?
«Sì, gli ho scritto su Instagram per ringraziarlo. Penso sia un portiere dal grande futuro e gli
auguro il meglio».

Sei stato anche premiato come miglior portiere dell’ultima Serie A.
«Sì, non posso dire di non essere contento di questo premio, è stato sicuramente un onore riceverlo e spero di collezionarne altri. Non mi sento però arrivato, credo di poter migliorare ancora tanto e, soprattutto, con i premi individuali ci faccio poco, spero di vincere con la Roma, che è la cosa più importante».

Ci presenti Vasquez e Zelezny?
«Sono due bravi ragazzi, oltre che due bravissimi portieri e sono sicuro che ci potranno aiutare. Come portieri siamo sempre una squadra dentro la squadra, con questo piccolo gruppo di 3-4 ragazzi con cui lavori tutti i giorni. È importante che ci diamo questa spinta in più durante l’allenamento, aiutandoci l’un l’altro. Sono felice di poter lavorare con due bravissimi portieri, ma soprattutto con due bravissimi ragazzi».

Con Rui Patricio che rapporto c’è stato?
«Con Rui il rapporto è sempre stato buono, fin dall’inizio. Entrambi parlavamo in portoghese, oltre a lavorare tutti i giorni vicini sul campo, e questo ci ha aiutato ovviamente. Quando sono diventato io il titolare ho visto nei suoi occhi la gioia, vera e sincera, per me. In quella fase, per me cruciale, mi è stato sempre di grande aiuto e supporto, soprattutto dal punto di vista mentale. Quando lo vedo lo ringrazio sempre ancora per quei momenti, è una grandissima persona. Del portiere non dobbiamo parlare perché ha vinto abbastanza per far parlare la sua carriera per sé. Ma è una grandissima persona e lo ringrazierò per sempre».

Un’ultima curiosità: ti va di spiegarci la gestione della tua carriera in nazionale?
«No, non mi va di parlarne. In questo momento non credo sia qualcosa di importante per la mia carriera, perché davanti a tutto metto la Roma, la nazionale viene dopo. Adesso devo concentrami qui, su fare bene qui e poi, in futuro, ci penserò».

Allora chiudiamo con una promessa: visto che avresti voluto firmare per un contratto ancora più lungo, ci rivediamo tra 5 anni e facciamo l’intervista dopo un nuovo rinnovo?
«Io spero di sì (sorride, ndr)».

WESLEY: “Grazie Gasp. Nel mio destino c’era la Roma. L’allenatore dice che sono importante: nessuno lo aveva mai fatto”

IL MESSAGGERO – Uno dei nuovi volti della Roma, tra gli acquisti più attesi anche per via della lunga trattativa con il Flamengo, Wesley ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano. L’esterno ha parlato del suo rapporto con Gasperini e non solo. Le sue parole:

Wesley, come sta andando?
“Bene, grazie. Sono molto felice dell’accoglienza, concentrato sul lavoro. Cerco di adattarmi il prima possibile. Lo confesso: in questi primi giorni è complicato, ma sono felice».

Chi le ha regalato il primo pallone?
«Mia madre mi racconta che da piccolo il mio giocattolo preferito era una palla, la creava mio padre perché non avevamo i mezzi per comprarne una. Con quella palla trascorrevo tutto il tempo, a casa, per strada: il calcio è una passione con cui sono nato».

È stata una vita difficile la vostra?
«Non paragonabile a quella di altri brasiliani, nati in altri posti. I miei genitori hanno fatto sempre di tutto per me, per mia sorella. Non ci è mai mancato il cibo, e ancora oggi nel mio paese c’è tanta gente che soffre per la fame. Sono cresciuto avendo sempre il sorriso sul viso».

Quindi ha ragione Gasperini: i calciatori devono sorridere, proprio come i brasiliani.
«Sì, come Neymar, Rodrigo. I miei allenatori mi hanno sempre chiesto di andare in campo
con allegria. In particolare, Filipe Luis al Flamengo. Hanno notato che quando giocavo in maniera meno rilassata, rendevo meno. Se anche Gasperini la pensa così, mi fa piacere»,

Durante il Covid, senza calcio, ha pensato di smettere e ha scelto di fare il parcheggiatore. Si denota una certa sensibilità da parte sua, un risveglio dell’umiltà.
«Non credo sia una questione di sensibilità. Erano delle circostanze del momento, le cose non andavano bene da un punto di vista calcistico, avevo già 15-16 e temevo di non potercela fare. Così mi sono interrogato su come poter aiutare la famiglia, e ho deciso
di dare una mano al ristorante, poi le cose sono andate come sappiamo. E ho ripreso».

Se non avesse giocato a calcio, quale sarebbe stato il suo destino?
«Non avevo trovato altre opzioni. E l’ho preso come un segno del destino: Dio voleva che io giocassi al calcio, da quando ero piccolo».

La Roma ha avuto una lunga tradizione di calciatori brasiliani. Oggi qui è l’unico, in mezzo a
tanti argentini. Un problema?
«Infatti quando sono partito ho pensato “sarò l’unico lì”, invece mi hanno accolto benissimo Dybala, Soulé, tutti mi hanno fatto sentire subito parte di questo gruppo. E a volte mi dimentico di essere l’unico brasiliano. Oggi sono molto felice e orgoglioso di vestire la maglia che è stata di grandi calciatori miei connazionali».

Cafu è uno di questi: quando lei nasceva, lui aveva appena lasciato la Roma.
«È un riferimento per chiunque ricopra quel ruolo, quindi anche per me è un modello. Mi è stato detto che ricordo Cafu per come gioco, ed è un onore essere accostato a lui o avere delle caratteristiche simili. Un giorno spero di poterlo incontrare».

Gasperini è stato decisivo nella trattativa tra Roma e il Flamengo?
«Con lui parlai già lo scorso anno quando sfiorai l’Atalanta. Lo sanno tutti, ero già con le valige in mano. Ma Dio ha un copione in mente ed evidentemente era scritto così, che dovessi venire a Roma. Gasperini mi ha chiamato, mi ha detto che ero un pezzo importante per lui. Nessun altro club ha fatto questo per me, nessuno è arrivato a tanto. Nessun allenatore mi ha motivato come lui. C’erano altre squadre su di me, ma io non potevo non scegliere la Roma».

Che cosa le sta chiedendo in particolare l’allenatore?
«Lui conosceva le mie qualità, i miei difetti. Magari che in difesa devo essere più solido, più determinato».

Di solito Gasp utilizza terzini più strutturati fisicamente.
«Ma io sono un instancabile. Cerco sempre lo spunto, un cross, un tiro, un appoggio per i compagni, rubare un pallone, quello che ho sempre fatto in Brasile mi piacerebbe farlo anche a Roma».

Come mai vuole proprio l’Europa League?
«Quando indossi questa maglia pensi di poter vincere qualcosa, questi colori non si indossano tanto per…E Gasperini non lo accetterebbe».

Da Gasp ad Ancelotti, ct del Brasile: resterà in buone mani.
«Ancelotti lo conoscono tutti, è un grande allenatore. Ho lavorato con lui in allenamento, ma non ho ancora giocato. Credo che essere alla Roma non possa che aiutarmi in chiave nazionale, sogno di poter giocare un mondiale e aiutare la Seleçao».

Le prime differenze tra il calcio brasiliano e quello europeo/italiano?
«I brasiliani che sono stati in Europa ripetono sempre che qui il livello è più alto, anche di serietà. Non che in Brasile non si giochi con serietà, ma è proprio un modo diverso, più spensierato, leggero. Danilo, Jorginho ed Emerson mi hanno detto la mia vita cambierà
subito. Per me conta diventare un giocatore migliore».

E’ un po’ spaventato da questo salto triplo di livello?
«No no, è proprio quello che volevo. Non vedevo l’ora di arrivare. Lo rifarei cento volte».

Lei è molto religioso e Roma è la città del Papa. Come la mettiamo?
«A casa siamo tutti molto credenti, io penso ci sia qualcuno che dall’alto ci aiuti. Essere nella città del Papa, a Roma che è bellissima, è senza dubbio un motivo in più di felicità. Sarebbe bello, ovviamente, conoscere il Santo Padre, guardarlo da vicino. E sarebbe bello anche scoprire meglio la città, voglio mostrarla a mia figlia, raccontarla alla famiglia, a tutti».

Lei si è sposato molto presto, come mai?
«Essere single e giocare a calcio non faceva per me. Ho sempre voluto una famiglia tutta mia, era giusto per me e per la mia carriera»,

Sua moglie e sua figlia sono a Roma?
«Sì, in questo momento vivono in hotel, ma abbiamo già preso casa, tra una decina di
giorni ci trasferiamo. Sono tutti molto felici. I miei genitori, invece, sono rimasti in Brasile, vivremo la vita qui solo noi tre: sarà anche questo un momento di crescita per il nostro matrimonio e la maturazione come coppia».

Come mai si è tinto i capelli di giallo?
«Ogni volta che succede qualcosa nella mia vita di positivo, allora faccio un gesto per cambiare. È il motivo per cui gioco con una manica lunga su un braccio e con l’altro scoperto. Ed è andata così anche per la scelta del colore dei capelli: era un momento in cui
non stavo giocando particolarmente bene, così ho cambiato look, è stato come girare la chiave, un click. E continuerò con questo comportamento. A meno che il Gasperini non me lo vieti».

I Friedkin hanno investito molto su di lei, è tra i terzini più pagati della storia della Roma.
«È frutto del mio lavoro. E’ motivo di orgoglio e una grande responsabilità. Sono consapevole che devo rendere al meglio, mi auguro che in futuro quando partirò costerò di più di quanto sono stato pagato».

MANCINI: “Alla Roma per tutta la vita. Mou mi ha cambiato. Gasp è un martello. Pellegrini farà una grande stagione”

CORRIERE DELLO SPORT – Gianluca Mancini, ex vice capitano della Roma, ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano sportivo. Il difensore si è soffermato su tanti temi, da Mourinho al suo rapporto con i colori giallorossi. Ecco le sue parole:

Lei lo sa cosa dice la gente? “Mancio in campo fa quello che farei io, ha le reazioni che avrei io, ci mette il cuore che ci metterei io”. Più che un’empatia, sembra una simbiosi.
«Sin da subito Roma ti abbraccia e ti porta dentro questo vortice emotivo. Ti beccano in giro
e ti parlano della Roma, li incontri al bar e ti chiedono perché la Roma non vince o quanto siamo forti quest’anno. La Roma è ovunque, è un’idea che cammina su tante gambe, ed è
meraviglioso. I nostri tifosi non possono scendere in campo, così provo a farlo io per loro.
Reagendo alle ingiustizie come reagirebbero loro».

Si sente un simbolo?
«Forse mi vedono come quello più carismatico, simbolo però è una parola grossa. Chissà, magari quando smetterò mi ci sentirò».

Una volta raccontò che da ragazzino, nel vivaio della Fiorentina, rischiava di essere tagliato ogni anno. L’Italia non e un paese per giovani.
“Dai 9 ai 19 anni giocavo poco, è vero. Mi dicevo “non sarai mai un calciatore”. Non è facile resistere, devi essere forte di testa. Diciamo che sono un sopravvissuto. Anche grazie a quella vocina che continua a salirmi dallo stomaco».

E cosa le dice?
«Non mollare, non smettere di pensare che davanti a te c’è sempre una salita. Sai, bisogna avere anche un po’ di paura per andare avanti. Parlo della paura di perdere tutto, che tutto questo un giorno finisca».

Si legherebbe alla Roma a vita?
«Sì, assolutamente sì. Sono qua dal 2019 e diventare una bandiera sarebbe un sogno. La
Roma a vita, mi piace».

La scadenza del contratto fino al 2027 però è dietro l’angolo.
«Non ne stiamo ancora parlando. Per me non è un problema. Non c’è alcun tipo di preoccupazione».

Gasp ha detto che ci sono 7-8 leader in questo gruppo e che il capitano lo sceglierà in base alle presenze. A conti fatti, però, lei passerebbe da vice a quarta scelta.
«Non è importante, non mi pesa. Anzi è positivo che nel nostro gruppo i leader si sentano capitani. La fascia è solo un simbolo della domenica».

Da bambino ce l’aveva un mito?
«Marco Materazzi, una fonte d’ispirazione. Quando sono arrivato a Roma hanno cominciato a parlarmi di Aldair e così ho guardato tutti i suoi video».

Cos’è il derby per Mancini?
«Lo stomaco che frulla, l’attesa che quasi ti uccide. Pensi, io ho debuttato con la Roma in
un derby. La rivalità ti logora, quella partita ti toglie il sonno, vivi una settimana da incubo e
non vedi l’ora che inizi».

Di solito che metodi utilizza per allentare la tensione?
«Non la allento mica. Sul pulIman metto la playlist “allenamento forte”. Sento solo “bum
bum bum”. E nel frattempo giro nella mia testa il film della partita che sto per giocare».

L’attaccante che l’ha snervata di più?
«Ho fatto una fatica bestiale a marcare Higuain»

E nell’ultimo campionato?
«Moise Kean, rostissimo. Non si ferma un attimo».

Fonseca, Mourinho, De Rossi, Juric, Ranieri, Gasperini. C’è un segreto per adattarsi così velocemente a tecnici così diversi tra loro?
«Il mio è fare tutto quello che mi chiedono».

Ad esempio?
«Se lei fosse il mio allenatore e per assurdo mi dicesse “Gianluca, oggi per vincere la partita dai 5 testate a un albero”, io lo farei. Mi fiderei di lei, rispetterei i compiti che mi assegna. Non sto mai a pensare a cose tipo “sono abituato a questo”, “per me sarebbe meglio quest’altro”. Sono pensieri che inquinano la mente e basta. Quando non mi sento capace di fare qualcosa, cerco di impararla».

La cavalcata con Ranieri cosa vi ha dimostrato?
«Che nulla è impossibile. E che se possiamo fare 46 punti nel girone di ritorno, allora dobbiamo farli anche in quello d’andata. Ranieri ci ha dato serenità, ha fatto ordine. Che eravamo forti già lo sapevamo, io l’ho sempre detto pure nei momenti bui, rischiando di passare per scemo».

Si è detto che a Bergamo qualche volta discuteva con Gasperini.
«Mai vero. Quando sono venuto alla Roma è stata la prima persona che ho chiamato. Io so cos’è la gratitudine»

Che tipo è Gasp?
«Il più grande insegnante di calcio e tattica che io abbia mai avuto. In campo è un martello, è molto esigente e non cerca mai alibi. Con lui alzi l’asticella, è inevitabile».

Cos’è stato invece Mourinho per la sua carriera?
«Un mostro che è arrivato e mi ha fatto dire “sì, lui può cambiare la mia storia e quella di tutti noi”. José ci ha dato carisma, mentalità, convinzioni. In campo ero il suo condottiero, a volte ho esagerato andando un po’ oltre…ma lo facevo perché sentivo che lui ci avrebbe portati alla vittoria».

E oggi cosa sente?
«Abbiamo tutto per riprovarci, anche in Europa».

Budapest quanto le fa male?
«Me la sogno spesso. E me la sogno male».

È una ferita aperta o è già una cicatrice?
«Ferita che provoca dolore. Io non riguardo mai immagini di quella finale di Europa League, non ho mai rivisto quella partita e quando su Instagram scrollo i reel e mi ritrovo davanti agli occhi i video di quel rigore chiudo il telefono. Meritavamo quella coppa, quell’episodio ci ha condannati. Io poi sono stato un protagonista in negativo con l’autogol e con un rigore sbagliato. Budapest la porterò per sempre dentro».

La Champions è un obiettivo concreto?
«Sì lo è. Una squadra come la Roma non può stare fuori dalla Champions League per tutto
questo tempo. Io poi non ci ho mai giocato».

È vero che ci sono state offerte dall’Arabia? 
«Ci sono stati degli interessamenti, dei sondaggi. Perà ho detto al mio procuratore che sto troppo bene qua. Amo questa società e questa maglia e non voglio pensare ad altro».

Lei ha visto l’alba dell’era Friedkin. Cinque anni dopo il loro arrivo, come è cambiata la Roma?
«Sono alla Roma dal 2019, arrivato insieme a tanti acquisti: sembrava ci fosse una rivoluzione in corso. Oggi, grazie ai Friedkin, la Roma è un punto di arrivo. Basta vedere Trigoria per rendersene conto: è migliorata in tutto, dai campi ai macchinari, fino alle strutture. Ora tocca a noi fare qualcosa di speciale».

Le esclusioni di Spalletti quanto le hanno fatto male?
«Dicono che abbiamo discusso. Non è così. L’ho sempre ringraziato anche quando mi ha convocato da riserva o se un collega si faceva male. Quando chiama la Nazionale, si corre. Anche a piedi. Aggiungo che non tutti hanno la fortuna di fare un Europeo. Poi il ct ha fatto altre scelte. Ho sempre detto che quando non ti chiamano devi essere il primo tifoso a casa».

Ha già parlato con il ct Gattuso?
«Sì, ci siamo conosciuti. Voglio convincerlo, di sicuro l’azzurro passa dalla Roma».

Sua moglie Elisa, le tre figlie Ginevra, Lavinia e Bianca. Lei è circondato da donne.
«Fino a 50 anni infatti giocherò a calcio, visto che a casa non tocco palla».

Le mancano quando è in ritiro?
«Da morire, sono gli amori della mia vita, tutto quello che ho, il mio rifugio. Guai a chi me le
tocca, sono geloso».

Ed è anche felice?
«Nella vita? Sì, tanto. Soprattutto quando posso fare qualcosa per gli altri».

Nel suo paese, hanno organizzato un evento per ricordare Mattia Giani, il fratello di suo cognato venuto a mancare ad appena 26 anni mentre giocava a calcio. La sua foto mentre sparecchiava ha fatto il giro del web.
«E non me lo spiego. Ho visto ragazzi montare, smontare, preparare, cucinare, pulire, apparecchiare, servire ai tavoli. Così l’ho fatto anche io. Sono un ragazzo normale come tanti. Abbiamo bisogno di normalità in questo mondo. Riguardo Mattia, il vuoto che ci ha lasciato è impossibile da colmare».

Esiste l’amicizia vera nel calcio?
«Eh, non è mica facile. Ma io ho due amici che sono come due fratelli: con Leonardo Spinazzola ci completiamo, il destino ci ha separati alla nascita e poi ci ha fatti ritrovare. E poi c’è Lorenzo Pellegrini, con il quale condivido tutto».

Cosa si augura per lui?
«L’ho visto stracarico. Abbiamo fatto le vacanze insieme e non si vedeva mai perché era sempre ad allenarsi. Doppie sedure tutti i giorni».

La Roma lo aspetterà?
«A braccia aperte. E lui farà una grande stagione».

FERGUSON: “Punto a 20 gol e alla Champions. La concorrenza con Dovbyk? Normale. Con Gasp si segna tanto. Mi piace: altro che difensivismo”

GAZZETTA DELLO SPORT – Evan Ferguson è stato sicuramente uno dei grandi protagonisti di questa prima parte del pre-campionato giallorosso. L’attaccante ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano sportivo. Ecco le sue parole:

Ferguson, lei viene da una famiglia di calciatori. Nasce così il suo amore per il calcio?
«Ho iniziato per strada, con i miei migliori amici. Poi ci siamo spostati a Dublino per fare sul serio. Mio nonno giocava, ma non era un professionista. Mio padre invece si, con il Coventry e l’Under 21 dell’Irlanda. Chiaro che tutto questo abbia influito, sono nato con il pallone nelsangue. Anche mia sorella Ellie era nelle giovanili irlandesi, poi ha preferito andare in America, nei college. Ora non gioca più».

Lei è il primo irlandese nella storia della Roma. Che sensazione è?
«L’ho saputo solo quando sono arrivato qui. È sicuramente motivo d’orgoglio, soprattutto perché rappresento a Roma il mio Paese».

Con Gasperini sono esplosi tanti centravanti: da Milito a Retegui. Adesso tocca a lei?
«Sì, so che con il mister tanti attaccanti sono diventati famosi. Con lui si segna tanto. È una cosa sicuramente positiva anche per me».

La concorrenza con Dovbyk come la vive?
«Nel calcio si gioca solo in undici, è normale che ci siano giocatori che competono per lo stesso ruolo. Si tratta solo di lavorare duro. Ma può succedere anche di giocare con Artem: nella prima amichevole abbiamo giocato con le due punte, io e Dybala…».

La scorsa stagione tra Brighton e West Ham ha segnato un solo gol in 23 partite. Cosa è successo?
«E stata un’annata dura. I primi sei mesi ho convissuto con l’infortunio alla caviglia, poi ho deciso di andare al West Ham. Non è andata come volevo, ma ora fisicamente mi sento molto bene».

La felicità è segnare quanti gol in un anno?
«Di solito non penso a un numero esatto di gol. Di certo voglio segnare in ogni partita, anche se so che non è semplice. Venti gol? Speriamo…».

La Roma vuole tornare in Champions…
«Questo è un grande club, con ambizione: possiamo riuscirci. Come giocatori e come squadra dobbiamo spingere tutti in quella direzione. I tifosi meritano una squadra più in alto del quinto posto. Quando ho giocato a Roma con il Brighton c’era un ambiente speciale, i giocatori sembravano indemoniati».

Se a giugno la Roma decidesse di spendere 35 milioni di euro per acquistarla come si sentirebbe?
«Siamo all’inizio, non possiamo mai sapere cosa può succedere nel futuro. Ora penso solo a far bene qui, magari potrei restarci anche per sempre».

La cercavano in Premier. Perché ha scelto Roma?
«È un club con una grande storia: questa è una sfida, una nuova opportunità, mi piacciono le cose diverse. E poi i Friedkin vogliono fare grandi cose».

Qualcuno le ha già parlato del derby?
«Da quando sono qui tutti mi hanno detto di essere pronto per la Lazio. Voglio giocarlo, al 100%».

In Inghilterra Sherwood l’ha paragonata a Shearer, Glenn Murray a Kane. Paragoni pesanti…
«Si parla molto. Sono cose che non posso controllare: cerco di non pensarci e fare solo bene il mio lavoro. Come la storia di Chelsea e Tottenham pronti a spendere cento milioni di sterline per prendermi. Le valutazioni non dipendono da noi, non ci penso. Non so neanche se sia vero. E non me lo chiedo».

Suo padre Barry è irlandese, sua mamma Sarah inglese. Mai pensato di giocare per l’Inghilterra?
«Mai. Per me c’è solo l’Irlanda».

De Zerbi che l’ha allenata disse che può diventare uno dei migliori attaccanti della Premier.
«È stato molto carino, ma nel calcio le cose cambiano in fretta. Io voglio essere uno dei migliori, giocare bene e segnare, aiutando la squadra. Il mister mi ha mandato un messaggio a gennaio, voleva portarmi al Marsiglia. Ora sono contento di essere qui».

C’è un centravanti a cui si ispira?
«Cerco di rubare con gli occhi dai più bravi: Kane, Suarez, Ibrahimovic e Lewandowski … ».

Cosa pensa della scuola italiana di allenatori?
«In tanti dicono che sia una scuola difensivista e lo pensavo anche io: poi ho conosciuto De Zerbi e ora Gasperini e allora ho capito che non è così».

SVILAR: “La Roma e i tifosi meritano di andare molto lontano in Europa League e di giocare la Champions ogni anno”

IL ROMANISTA – Mile Svilar, pilastro della nuova Roma di Gian Piero Gasperini, ha rilasciato un’intervista al quotidiano a tinte giallorosse e le dichiarazioni integrali saranno pubblicate nella giornata di domani. Il portiere ha toccato numerose tematiche e si è soffermato anche sugli obiettivi stagionali. Ecco le sue parole.

Al termine della stagione sarai contento se?
“Se la Roma va in Champions, sicuramente. E se andremo lontani in Europa League. La piazza di Roma merita di andare più lontano possibile in Europa e di giocare la Champions ogni anno, cosa che non abbiamo fatto in questi anni. Abbiamo una squadra e un allenatore che l’ha fatto in tanti anni con l’Atalanta. Questa squadra merita di andare molto lontano in Europa League e di entrare in Champions”.

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WESLEY: “Gasperini nel mio destino, mi aiuterà. Sono orgoglioso di indossare la maglia della Roma”

IL MESSAGGERO – Wesley, l’acquisto più caro della Roma in questa sessione di calciomercato, ha rilasciato un’intervista al quotidiano e le dichiarazioni integrali saranno pubblicate nella giornata di domani. Il terzino brasiliano ha toccato numerose tematiche tra cui il rapporto con Gian Piero Gasperini e il sogno Mondiale. Ecco un’anticipazione delle sue parole: «Voglio fare bene con la Roma e sogno di andare al Mondiale del 2026. Ancelotti? Tutti lo conoscono, è un grande allenatore. Non ho ancora esordito con lui ma ci ho fatto degli allenamenti. Farò di tutto per essere convocato ma il mio focus è sulla Roma».

Gasperini?
«Con lui avevo già parlato l’anno scorso quando ero ad un passo dall’Atalanta ma Dio ha un copione in mente ed evidentemente era scritto così. Avere lui come allenatore mi aiuterà. Essere qui è una grande motivazione ed è un orgoglio indossare la maglia della Roma».