Manco dar fornaro

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Esistesse un manuale illustrato dei modi di dire, sotto la definizione “non segna manco con le mani” ci sarebbe la foto degli attaccanti della Roma. Due numeri nove, soltanto un gol complessivo. E meno male che tre volte è andato a segno Soulé e che il derby è stato vinto grazie alla rete di Pellegrini.

A Gasperini imputano le scelte iniziali di sabato sera. Avrà pure sbagliato alcune mosse, ma c’è già una massa informe di critici che sta comprando chiodi in ferramenta per metterlo in croce. Quando si capirà che le cause di una sterilità imbarazzante sono riconducibili al mercato estivo degli ultimi due anni sarà sempre troppo tardi. Nel mentre, tanto per rinverdire la modalità “ricordati che devi morire”, il direttore sportivo prima della sfida all’Inter carica di entusiasmo l’ambiente ribadendo che a gennaio il mercato sarà condizionato dagli accordi di Nyon. Grazie, di nuovo, ma lo abbiamo capito. Tanti e tanti anni fa. Dai tempi di Pallotta se chiedete l’ora ai dirigente della Roma vi risponderanno indicando Nyon sul mappamondo e vi ricorderanno che bisogna fare i conti coi paletti Uefa.

Ogni tanto, si potrebbe anche sorvolare sul tema. Acquisti sbagliati, un anno fa, acquisti mancati, quest’anno. La Roma è vittima anche degli errori dirigenziali. Basterebbe prenderne atto e voltare pagina, pensando a come migliorare una squadra che se continua a stare lassù è grazie a un tecnico che, lo disse chiaramente, per sfamare le ambizioni stagionali è costretto a nutrire la squadra mangiando la carne fino a spolpare l’osso di una rosa colpevolmente monca, dovendo persino fare esperimenti durante i match, anche a costo di esporsi a possibili figuracce. “Gasperini sta a fa’ er fenomeno”. Certo, come no. Se ci si vuole fidare è bene, altrimenti avanti il prossimo, e ricominciamo l’ennesimo giro, tanto da qualche anno è sempre colpa dell’allenatore, no? Fidiamoci. Ne vale la pena.

Gli attaccanti della Roma sono i primi difensori degli avversari. Gli altri non stanno meglio, numeri alla mano. Non cerchiamo il mezzo gaudio evidenziando il mal comune, ma a tempo perso leggete la classifica marcatori dopo sette giornate di campionato. In testa troverete un ex promessa che di mestiere fa l’esterno, Orsolini, che in età matura ha trovato finalmente continuità. Cinque gol, niente di che. Ma per la Roma attuale, in questo momento, sarebbe il nuovo Batistuta. A quota quattro il talentuoso Paz e l’atipico Pulisic. Manco l’ombra di un centravanti. Quindi, a tre, Lautaro, Bonny, Thuram, Soulé, Cancellieri, De Bruyne e Simeone. Fra i primi dieci marcatori della Serie A, ci sono soltanto quattro attaccanti centrali: Lautaro, Thuram, Bonny e Simeone. Dodici gol in quattro, appartenenti a due squadre, Inter e Torino. Due squadre su venti. Una miseria.

Dicono che siamo la nuova Turchia perché ingaggiamo quarantenni sperando che l’esperienza accenda la luce. Se prendiamo in considerazione l’apporto delle punte in fase realizzativa, somigliamo molto di più al campionato cipriota. Continuiamo a sfogliare il manuale illustrato dei modi di dire…“non segna manco dar fornaro”. Anvedi! Le foto di Dovbyk e Ferguson. Ma anche di Vlahovic, David, Gimenez, Kean, Castellanos, Dia. Spoiler: è colpa della pirateria. E di Nyon. Mai di chi gestisce il governo del calcio e i club. Loro godono dell’immunità mediatica.

In the box – @augustociardi75

L’occasione

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Firmereste per il pareggio? La domanda più banale che si possa fare nei giorni che precedono un big match, ma chi di noi non l’ha fatta, agli altri o a se stesso? Perché Roma-Inter è una grande occasione per la Roma ma non bisogna mai sottovalutare gli effetti di una sconfitta in uno scontro diretto, soprattutto perché negli ultimi anni la squadra giallorossa ha faticato tantissimo contro le più forti. In particolare quando davanti si ritrova l’Inter.

Che però, va detto, è oggi nei nomi meno forte rispetto alle Inter del recente passato. Non più debole. Meno forte. Anche in panchina. Perché, al netto del futuro di Chivu, nelle ultime stagioni la Roma ha avuto a che fare con l’Inter di Simone Inzaghi, di Conte e di Spalletti. E in attacco? Lanciatissimi Bonny e Pio Esposito, ma c’è un Thuram in meno. In mediana Chivu si affida alla vecchia guardia, perché Mkhitaryan, Barella e Calhanoglu sono la colonna portante del centrocampo, ma qualche problemino interno la scorsa estate c’è stato e soprattutto l’età avanza.

Anche se al momento l’Inter gode di buona salute. Arriva di slancio all’Olimpico, ma grazie a un calendario favorevole. Dopo la vittoria contro il Torino e la sconfitta contro l’Udinese, l’Inter ha perso l’unico scontro diretto, in casa della Juventus, giocando bene ok, ma subendo quattro gol. Quindi, dopo Torino, percorso netto, ma battendo squadre abbordabili: Cagliari, Sassuolo e Cremonese in Italia, Ajax e Slavia Praga in Europa. Ora il test più tosto, a cui ne seguirà uno ancora più difficile. Perché l’Inter, dopo Roma e Champions League, giocherà a Napoli. Da qui, per i nerazzurri sabato sera ci sarà un peso superiore sulle spalle rispetto alla Roma. Per i punti lasciati per strada finora e per il calendario che in nove giorni presenta due trasferte insidiose.

Roma senza responsabilità? Tutt’altro. Avere una grande occasione non significa potersi permettere di mancarla. E qua torniamo alla firma per il pareggio. La tentazione di non apporla in calce a un ipotetico documento è forte. Sicuramente non firma Gasperini. E questo è confortante. Fidarsi di lui è doveroso.

In the box – @augustociardi75

Gasperini-Inter, quante bugie

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Uno è stato attore protagonista della storia dell’Inter da calciatore e ora spera di esserlo da allenatore. Gli altri due, nel giro di pochi mesi nella stessa stagione, nella Milano nerazzurra non hanno lasciato tracce.

Cristian Chivu, dopo la Roma, ha giocato nell’Inter per sette anni. Fra triplete, singoli scudetti e supercoppe viene ricordato come uno dei migliori difensori degli ultimi venti anni. Poi, nella fase finale della carriera, come tutta la squadra, post Mourinho, si è via via spento. Era ancora all’Inter nella stagione 2011-12, quella in cui per tutta l’estate e per un mese di campionato, è stato allenato da Gian Piero Gasperini. Il tempo di perdere la supercoppa con il Milan, e di lasciare tutti i punti in palio in tre delle prime quattro di campionato. Fatale, per Gasperini, fu Novara, a metà settembre.

Al suo posto Claudio Ranieri, già noto all’epoca per essere bravo a riesumare salme calcistiche. Ci stava riuscendo pure a Milano. Parte vincendo, in inverno piazza nove vittorie (otto in campionato più una in Champions League) consecutive. Poi esce col Marsiglia in Europa e in primavera non vince per nove partite di fila. Perde con la Juventus e via pure Ranieri, al suo posto il giovanissimo Stramaccioni. Quarto nome che lega la sua carriera calcistica sia alla Roma sia all’Inter.

Sabato sera Chivu e Ranieri si ritrovano. Acqua passata non macina più, all’epoca si mormorò che il romeno fosse fra i senatori che mal digerivano l’allenatore. Soprattutto il modulo tattico. Gasperini veniva dagli ottimi risultati nel Genoa, lanciando tra l’altro Milito e Motta, non era un ragazzino, bensì un cinquantenne che chiedeva fiducia, ma capì subito che aria tirava, perché dal mercato estivo voleva gente motivata e adatta alla difesa a tre. Si ritrovò invece una collezione di figurine umane, grandi firme con la pancia piena, un plotone di orfani di Mourinho. Al punto che un anno prima indussero, involontariamente, un vate della panchina, Benitez, a salutare tutti a dicembre dopo avere vinto il Mondiale per club.

Chivu contro Gasperini, a bordocampo, sabato sera. Chivu, anzi l’Inter, senza congiure e malevoli intenzioni, ma con tanta indolenza, contro Gasperini, quattordici anni fa. Dati di fatto. Camuffati o addirittura omessi dall’ignoranza e dal passare del tempo, hanno lasciato spazio a bugie di comodo ed etichette ingiustificate. Per anni si è detto che Gasperini non avesse il fisico del ruolo per stare in una big. Da grande lavoratore qual è, ha preso una medio-piccola e l’ha resa regina, vincente, realtà consolidata. E ora ci riprova con la Roma.

“Gasperini può allenare solo le provinciali”. Quante volte lo avete sentito? Se avete meno di venticinque anni siete pieni di alibi. Non eravate nati o eravate troppo piccoli per ricordare come sono andate le cose. Se siete grandicelli, o all’epoca seguivate poco il pallone, o vi abbeverate a fonti condizionate nel raccontare le cose.

Gasperini non sarà Capello e Zidane, che hanno iniziato allenando squadre di vertice e con esse hanno subito vinto. Ma ha dimostrato di poterci stare ai vertici. L’importante è che i dirigenti gli diano retta, non vadano per altre strade, perché se prendi Gasperini devi fare di tutto per accontentarlo, altrimenti meglio rivolgersi altrove. Quell’Inter là ignorava le sue richieste, lo frantumò come un vaso di coccio schiacciato vasi di ferro, e poi affidò a Ranieri una macchina che non si accendeva più, con star del calcio ancora frignanti perché avevano perso Mourinho un anno e mezzo prima e ancora portavano il lutto. l’Inter era tornata a essere una gabbia di matti. E lo sarebbe stata per quasi tutti i dieci anni successivi.

In the box – @augustociardi75

La grande occasione

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Gennaio. Ma anche, in passato, ottobre e novembre. I mesi della seconda finestra di mercato. Sbagliato e mediocre definirlo mercato di riparazione. Perché pure in estate si ripara ciò che non ha funzionato durante la stagione appena conclusa. “Mercato di riparazione” e “mercato difficile” sono le definizioni che utilizzano i dirigenti che cercano alibi e i media che vogliono concedere alibi ai dirigenti.

Perché la seconda sessione di mercato vale quasi quanto quella estiva. Dura un mese in meno, ma nessuno impedisce di portare a termine il lavoro interrotto. E spesso, se vi lavorano dirigenti capaci e società disponibili, la seconda sessione di mercato risulta determinante.

Ne parliamo perché ora, durante la seconda sosta per le nazionali, si comincia a parlare di trattative invernali. Non serve andare troppo lontano per comprenderlo. Basti guardare la Roma. Delvecchio, Candela, Nakata, Zago. Vi dicono qualcosa? Tre titolari più uno (decisivo) della Roma scudetto furono negli anni acquistati durante le seconde sessioni di mercato.

9 novembre 1995, per 4 miliardi di lire la Roma si assicura il prestito di Marco Delvecchio. Un anno dopo con 6 miliardi acquista la comproprietà, e nel 1997 co ulteriori 4 miliardi e 300 miliardi di lire completò l’operazione di acquisto. Gennaio 1997, dopo una estenuante trattativa con il Guingamp, Vincent Candela passa alla Roma, grazie anche a un suo intervento deciso sul presidente francese che non smetteva un tira e molla che sembrava infinito. 6 miliardi per regalarlo a Zeman, che lo aveva indicato al club. Due anni dopo la Roma lo “riacquistò” su volere di Capello, perché Candela sembrava al passo di addio, essendo in accordo con l’Inter. Nel gennaio 1998, per 7,3 miliardi di lire la Roma compra Antonio Carlos Zago dal Corinthians, perché era tornato in Brasile dopo un’esperienza in Giappone. La Roma lo rigenera, torna anche in nazionale. Pilastro dello scudetto 2000-01.
Il momento di Hidetoshi Nakata arriva nel gennaio 2000. La Roma lo compra dal Perugia di Gaucci per 30 miliardi più il cartellino di Alenitchev. Due stagioni part-time ma con un’incidenza notevole nei momenti cruciali del terzo scudetto. Concluso il biennio, la Roma lo rivende al Parma al doppio di quanto lo aveva pagato. Nel periodo dell’Epifania del 2003, da Leeds arriva Olivier Dacourt, che con De Rossi in linea fu tra i pionieri del primo 4-2-3-1 di Spalletti, per poi lasciare a Pizarro la maglia da titolare nel 2006.

Ma gennaio per la Roma significa anche Toni e Nainggolan, Perotti ed El Shaarawy. Non soltanto Doumbia, Jonathan Silva e Reynolds. A gennaio la Roma ha preso calciatori che si sono distinti dopo essere stati acquistati nella seconda sessione di mercato.

Citiamo infine soltanto un’operazione fatta da altri club oltre l’estate. Marcel Desailly, che il Milan di Berlusconi regalò al tecnico Capello. Era l’ottobre del 1993, i rossoneri versarono 10 miliardi e 700 milioni di lire al Marsiglia. Giocava da centrale di difesa. Capello lo trasformò in diga di centrocampo. Uno dei segreti del suo Milan.

Mercato di riparazione o grande occasione? Questi sono i fatti. Giudicate voi.

In the box – @augustociardi75

Spycam

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Come stanno le altre? Siamo bravissimi ad analizzare e giudicare la Roma pure nei dettagli, spesso superflui, ma è bene studiare i momenti delle avversarie dirette.

La Roma condivide la vetta col Napoli, che ha perso contro il Milan, ma oggettivamente il Napoli sembra appartenere a un’altra dimensione. Napoli che, come Inter, Atalanta e Juventus, lo scorso anno ha chiuso il campionato davanti alla Roma, brava comunque a passare dal medioevo di metà stagione fino a un passo dal paradiso grazie a Ranieri. E la Roma di Gasperini sta facendo il copia incolla del cammino intrapreso lo scorso gennaio. Vittorie di misura, pochi gol subiti, ogni intanto un passo falso. Sulla falsariga del primo semestre 2025 segna poco, anche perché le lacune offensive non sono state colmare dal mercato, che in attesa di Bailey apparentemente ha indebolito il reparto, perché fra gli altri la Roma ha perso Saelemaekers.

E le altre? A inizio campionato c’erano molte ombre sull’Inter. In discussione soprattutto Chivu. Alla vigilia della terza giornata, trasferta in casa della Juventus, i titoli a nove colonne dei quotidiani sportivi nazionali erano sulla precarietà dell’allenatore, che aveva già perso in casa con l’Udinese. A Torino l’Inter gioca bene e perde male, apriti cielo. L’anello debole è il romeno, e come al solito i media cuor di leone gli danno addosso. Accusato di tutto, Chivu tiene la barra dritta e le vince tutte. Nessun gigante abbattuto, ma bottino pieno con Sassuolo, Cagliari, Cremonese, oltre ad Ajax e Slavia Praga. In un mese, le grandi firme cambiano maschera e sfornano grandi banalità. Chivu è il nuovo genio, saggio e coraggioso, aspirante profeta. Voglia di vendere. Le copie in edicola. L’Inter in più della Roma ha una rosa molto più ampia, ha un numero superiore di singoli in grado di fare la differenza. E, a proposito di rosa, ha quattro attaccanti. Ma in fondo pure il Torino ha più attaccanti della Roma. La sensazione è che l’Inter finirebbe alle spalle della Roma soltanto se la sta stagione si rivelasse un flop colossale.

Più abbordabile è la Juventus. Ha tenuto Tudor soltanto perché ha bucato ogni obiettivo fissato, da Conte fino a Gasperini, passando per Genesio. Ha fatto un mercato in funzione della cessione di Vlahovic (prima David e poi Openda sono stati presi dando per scontata la partenza del centravanti) e del ritorno, sfumato, di Kolo Muani. Dopo un avvio promettente, come un anno fa la Juventus ha sposato i pareggi, ha iniziato ad alternare i titolari, soprattutto in attacco. Pagando dazio alla continuità e ai punti di riferimento. Tudor, fra i tecnici delle big, è l’unico che arriva alla seconda sosta col mirino puntato addosso.

Allegri invece si sta mangiando ancora le mani per il rigore sbagliato da Pulisic, e per gli orrori sottoporta di Leao. Il suo Milan ha pagato il biglietto alla prima, perdendo con la Cremonese, poi non si è fermato più. Non ha le coppe, quindi ha più tempo per recuperare fiato e per preparare le partite, come la Roma ha un attacco che non convince, ma più della Roma ha centrocampisti che hanno confidenza con il gol. Curioso che i più grandi detrattori di Allegri, quelli che lo hanno linciato usando gli insulti al posto delle critiche, davanti a un Milan che mostra già una buona identità, rigirano la frittata dicendo che finalmente Allegri si è aggiornato. Volendo avere loro ragione anche davanti a una figura di melma colossale. Praticamente Allegri dovrebbe ringraziarli secondo le loro bislacche teorie, perché convinti di averlo spronato a cambiare. Deliri di onnipotenza. Ipertrofia dell’ego.

Alzi la mano che credeva che dopo sei giornate l’Atalanta di Juric avrebbe avuto al massimo quattro-cinque punti. Ammetto che sto scrivendo con la sinistra. Dopo un paio di partite apatiche, la squadra è ripartita. Nonostante un’infinità di assenti, che piano piano stanno tornando. Non è l’Atalanta di Gasperini (e un giorno mi spiegheranno in cosa le squadre di Gasperini e di Juric si assomigliano) ma la memoria storica esiste. L’Atalanta dà la sensazione che potrà bazzicare il quarto posto, ma non viene vista più come una squadra che travolge chiunque con lo strapotere fisico e con l’intensità di gioco.

La Lazio è fuori dai giochi. Dilaniata dell’immobilismo, guidata da un allenatore che non sembra più in grado di lasciare un’impronta, ha una classifica che è specchio fedele del suo momento storico.

Il Bologna ha i fari bassissimi, ma il progetto offre continuità, la squadra è rodata e sta iniziando a corricchiare. Difficile possa lottare per il quarto posto ma occhio, perché sottovalutare il Bologna per il terzo anno consecutivo sarebbe peccato mortale.

La Fiorentina potrebbe lasciare a piedi Pioli se perdesse in casa del Milan. Il tecnico ci era rimasto male quando in estate Allegri non aveva menzionato la Viola fra le aspiranti a un posto Champions League, e aveva risposto dicendo in conferenza stampa “ci vediamo alla fine del campionato”. Difficile.

In the box – @augustociardi75

Svilar è della Roma

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Tante persone a giugno si erano convinte che la Roma avrebbe perso il portiere in cambio di un paio di dozzine di milioni di euro. Il tam tam estivo prevedeva questo, la Roma deve vendere, deve affrettarsi a vendere, anzi deve svendere.

Vederlo parare con la maglia della Roma per molti fa strano. Ma garantiamo che Svilar è un tesserato della Roma. Brava a rinnovargli il contratto. Non basta. Perché per molti Svilar è una concessione elargita generosamente da un ente. Tipo quando non hai i soldi per difenderti in tribunale e ti assegnano l’avvocato d’ufficio. No. Svilar è un tesserato della Roma, quindi? Come funziona?

Se il Milan di Pioli vince lo scudetto più per i meriti di Maignan che di Leao e Tonali sono grandi Maldini e Massara che hanno scovato in Francia un valore aggiunto per sostituire Donnarumma, ma se la Roma si concede il lusso di avere Svilar deve chiedere scusa perché finalmente ha un portiere che para?

La narrazione del calcio deve convincere la massa che la Roma abbia culo. Devono essere ridimensionate le vittorie. Ci siamo abituati, furono sminuite la vittoria di Tirana e il furto di Budapest. Figuriamoci se possono sorprendere le reazioni contrariate perché la Roma ha messo insieme dodici punti su quindici anche grazie a un portiere che non funge da sedia messa in mezzo ai pali. Si vuole fare credere che ogni parata sia grazia ricevuta. Lasciate che ci si convinca di tutto ciò.

La Roma ha un grande portiere, che è stata brava a mantenere in organico, nonostante si dia già per scontato che partirà a giugno così come si dava per scontato che sarebbe partito tre mesi fa. A proposito di narrazione. Non che non sia possibile, ma solo a Roma a settembre si parla già del mercato in uscita a giugno.

Digerire che Svilar sia rimasto per molti è stato difficile. Considerando che i giornali di Milano hanno già iniziato con la cantilena su Koné all’Inter. Solite storie. Perché nel terzo millennio si tifano più le proprie idee che le squadre e mal si accettano le constatazioni dei fatti, falsificando la realtà. La Roma non ha mai considerato la cessione di Svilar.

Svilar para per la Roma. Come Maignan para e parava per il Milan. Come Buffon parava per la Juventus. E questo grande portiere, e le sue parate, valgono come i gol di un attaccante, la rifinitura di un trequartista e i recuperi di un mediano.

In the box – @augustociardi75

Fossi laziale sarei terrorizzato

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Il minimo sindacale per vincere il derby, in emergenza, che significa nove punti su dodici. Mica male per una squadra incompleta che oggi ha rispolverato Lorenzo Pellegrini che quando vede la Lazio resuscita. C’è tanto da lavorare ma la Roma ha guida giusta, un allenatore serio, bravo e vincente. Che sa usare anche parole dure e in pubblico come terapia choc per calciatori che andavano ceduti e che alla fine lui dovrà tenere in considerazione almeno fino a gennaio. E ogni riferimento a Pellegrini è voluto.
Poi c’è la Lazio, e giuro che non è sfottò. Fossi tifoso laziale non sarei preoccupato. Sarei terrorizzato. Questa stagione è pericolosissima. Il mercato bloccato ha lasciato in eredità uno stallo enorme. Estate cristallizzata. Società che prima della partita (mai dopo) manda a parlare l’unico Direttore sportivo al mondo che in estate avrebbe potuto organizzare le vacanze come un impiegato qualsiasi. Allenatore dogmatico che non prevede piani B, che messo al corrente del mercato bloccato ha cancellato, accettando di restare, ogni alibi a suo favore, che non concedendo deroghe per il suo anzianotto schema tattico manda in campo sotto il sole cocente almeno quattro bisognosi di cambi per raggiunti limiti di età o perché a rischio infortuni muscolari.

E poi ci sono i calciatori. Se a suonare la carica nei momenti cruciali sono elementi avvezzi a crisi isteriche, tipo Guendouzi e Pellegrini, la stagione può davvero essere un film dell’orrore.

In the box – @augustociardi75

Il capobranco

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Il prepartita di Roma-Torino è stato in tinta con la prestazione. Perché, ultimo in ordine di tempo dopo Gasperini e Ranieri, il direttore sportivo Massara a domande poco originali ha dato l’ennesima risposta su Sancho e ha ribadito il monotono concetto dei paletti UEFA e delle regole stringenti che rendono complicato il mercato della Roma. Come se non fossero bastati gli assist della scorsa settimana che hanno permesso ai media di trattare la Roma come un supermercato. A metà settembre la Roma è l’unico club si cui si parla in funzione del mercato del prossimo giugno. Un reiterato mettere le mani avanti.

La Roma ha commesso errori sul mercato, accumulati nella seconda metà di agosto, a prescindere dall’accordo di Nyon. Per le mancate entrate e per le mancate uscite. Gasperini voleva un esterno d’attacco di livello, un centravanti che sostituisse Dovbyk e possibilmente un altro centrocampista. E avrebbe salutato senza rimpianti, oltre all’ucraino, Pellegrini, Baldanzi, e non si sarebbe strappato i capelli in caso di cessione di Pisilli. Non è accaduto nulla di tutto ciò. Amen. Bastavano le dichiarazioni di Gasperini, che chiaramente ha detto di guardare avanti e che di mercato, esigenze e problematiche annesse, se ne sarebbe riparlato a tempo debito. Prima della partita ha parlato anche Ndicka, ma in questo caso trattasi delle classiche battute volanti dei calciatori. “La Roma ha sette-otto leader“. Battuta volante. Sette leader non li hanno neanche il Real Madrid e il Paris Saint-Germain. Intendendo per leader i capibranco carismatici, magnetici.

Lasciamo stare la deriva dei leader tecnici. Dybala non è un leader, Soulé non è un leader. Perché il leader non è quello forte tecnicamente a cui tutti affidano il pallone. Gli affidano il pallone semplicemente perché è quello forte tecnicamente. Non era un leader neanche Messi. Maradona sì. La Roma negli ultimi quindici anni ha avuto pochissimi leader, e questo ha spesso rappresentato un problema. Per questo si affida agli allenatori carismatici. E ora deva affidarsi a Gasperini. E fidarsi di Gasperini. Anche se vive una giornata storta come ieri. Poteva fare scelte diverse ok, ma torniamo alle lacune di agosto. Ci fosse stato il famoso esterno sinistro di livello, Dybala avrebbe continuato a fare il dodicesimo uomo. Ha giocato titolare perché il titolare delle prime due partite, El Shaarawy, non ha convinto. E perché l’altra alternativa era Baldanzi, ma Baldanzi senza errori di mercato oggi giocherebbe (forse) il posticipo del lunedì con il Verona. Mentre ieri, da subentrato, ha mancato l’ennesima occasione per mettersi in mostra.

L’errore di Gasperini semmai è stato quello di rinunciare al centravanti. Ma la Roma non ha perso perché Gasperini ha sbagliato tutto. Gasperini ha fatto delle prove e la Roma se le poteva permettere, dopo le prime due vittorie. Nell’Atalanta capitava di vedere in panchina Zapata o Scamacca o Retegui per fare giocare De Ketelaere punta atipica, cosa che ieri avrebbe dovuto fare El Aynaoui. Serve tempo per gli automatismi ma Gasperini non soffre di fenomenite. Quindi la speranza è che non diventi bersaglio di critiche eccessive, perché ancora una volta la Roma deve aggrapparsi al suo allenatore. Che va seguito. Anche dalla dirigenza. E va seguito pure quando invita a non alimentare chiacchiere sul mercato appena finito e sul mercato che aprirà fra dieci mesi. E l’altra speranza è che i dirigenti, ascoltando le solite banali e ripetitive domande, la smettano di ricordare che Sancho, richiesto dall’allenatore, si è comportato male, e che ci sono i paletti dell’Uefa e le regole stringenti da seguire che rendono complicato il mercato della Roma. Lo abbiamo capito. Lo sapevamo già. Lo giuriamo.

In the box – @augustociardi75

La vera lacuna

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Quasi più direttori marketing che allenatori e direttori sportivi. Gente quotata proveniente da aziende come Adidas, manager con l’NBA nel curriculum. Grandi esperti di settore giustamente annunciati in pompa magna, che non hanno cavato un ragno dal buco.

Perché quando arrivarono i primi americani a Roma, nel 2011, potevano sorgere dubbi sulle scelte tecniche, ma sul fronte marketing e fatturato c’era la certezza che la Roma avrebbe svoltato. Perché fino a quel momento la pigrizia mentale faceva credere a molti che bastava spendere il nome di Roma per essere abbinati commercialmente alla Coca-Cola o a Bill Gates. Che sulle brochure da presentare alle grandi aziende per ottenere decine di milioni di euro sarebbe bastato incollare la foto dei fori imperiali. Cazzate.

Roma calcisticamente è sempre stata periferia del mondo, salvo rari casi, quindi le servivano strategie strutturate da chi sa come si fa. E chi meglio degli americani? Chiunque, potremmo rispondere a distanza di quindici stagioni. Perché la Roma continua a sperare di fare cassa soltanto attraverso la cessione dei calciatori.

La domanda di ogni giorno non dovrebbe essere “chi vendiamo a giugno?” ma “possibile che dal 2011 soltanto tre volte la Roma ha avuto il main sponsor?”. Una di queste tre volte è finita male, perché la Digitalbits, fino al 2023 partner del club, così come dell’Inter, non ha saldato i conti. Servirono sette anni alla gestione DiBenedetto-Pallotta per scrivere un nome portato da loro sulla maglia, la Qatar Airways. Fino al 2013 c’era la Wind, ma per accordi antecedenti al cambio di proprietà. Erano gli anni in cui se le persone di buona volontà provano a chiedere per quale motivo non si poneva rimedio, da Trigoria rispondevano stizziti e infastiditi da quesiti così stolti che la Roma puntava in alto e rifiutava partnership legate a cifre giudicate inadeguate. Avevano un’idea distorta della “potenza” del club. Ingaggiavano fior di professionisti ma, fatti alla mano, appunto, non cavavano un ragno dal buco. Penalizzando il fatturato. Fatti inconfutabili perché la Roma negli uffici commerciali aveva già all’epoca le porte girevoli. E se cambi di continuo direttori marketing significa che stai lavorando male. Ma non lo ammettevano.

Nel 2021, era Friedkin, la Roma si votò alla Digitalbits, per interrompere il rapporto dopo neanche due anni, ad aprile 2023, a stagione in corso, per il mancato pagamento di una rata, mentre a Milano l’Inter aveva tolto quel marchio dalla maglia cinque mesi prima, ma soltanto perché le rate avevano scadenze diverse da quelle della Roma. Quindi toccò alla Riyadh Season, accordo dall’ottobre 2023 al giugno 2024 (25 milioni complessivi).

E oggi? La Roma è l’unica squadra di Serie A, per ora, oltre alla Lazio, a non avere il main sponsor. Ovvio che molti main sponsor pagano cifre considerate irrisorie per il calcio di oggi. Ma da zero a cento, dieci è sempre meglio di zero. Soprattutto quando devi fare i conti col pallottoliere, e quando ogni volta che c’è da produrre introiti, ci si vota alla cessione dei calciatori. Una regola fissa nell’era Pallotta, una prospettiva dichiarata per l’attuale proprietà. Più facile vendere oro e argento di casa che accettare proposte un po’ più basse delle pretese per l’affitto di un immobile di proprietà non utilizzato.

La Roma non risolverebbe tutti i problemi facendo funzionare al meglio il comparto commerciale, ma avrebbe comunque un’entrata adeguata e utile su cui puntare. Milan e Inter hanno una situazione debitoria peggiore della Roma ma possono contare su introiti superiori. E allora sotto la minaccia incombente del “cartellino rosso” dell’Uefa, si riaprono le danze sul rischio cessioni a giugno. Come se fosse una novità. Come se non se ne parlasse, spesso anche a sproposito (nel giugno scorso si dava quasi per scontato che la Roma avrebbe dovuto svendere Svilar e Ndicka), tutti gli anni.

Ma lo sponsor? Qualcosa si sta muovendo, ma non riempirà il vero buco nero degli ultimi tre lustri.

In the box – @augustociardi75

Ricordati che devi morire

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Storicamente periferiche rispetto al calcio d’élite, Roma, Lazio e Napoli hanno messo la testa fuori dall’anonimato in diverse epoche per vincere e poi ubriacarsi di festeggiamenti, minando le basi per una continuità mai raggiunta. Ci sta provando da un paio di anni il Napoli a cambiare il corso di storie spesso già scritte. Perché il Napoli sembra avere gettato basi solide, acquisendo consapevolezza. Rendendosi conto che vincere è bello, ma vincere di nuovo lo è ancora di più. E per vincere di nuovo bisogna correre il rischio di impresa, rompere gli schemi e stracciare il copione assegnato alle comparse.

Roma invece vive una fase di assuefazione. Una parte di Roma ha, in parte, sempre rigettato chi le ha indicato la via della premiazione, perché si è forse sentita scuotere da un intorpidimento pigro e comodo, causato da un’indolenza spesso presuntuosa. Il massimo a cui si aspira da quasi dieci anni è il quarto posto. Ma per assurdo, per cavalcare l’ambizione, parte della piazza dà la caccia alle streghe, identificate in chi ha doti superiori alla media. Gente da sacrificare sull’altare di Nyon. L’ultimo esempio è Kone. Centrocampista coi fiocchi. Arrivato nell’estate 2024. Erano mesi di tumulti e di guerre intestine, e l’acquisto passò sottotraccia, perché altrove si godono i rinforzi di qualità, a Roma si litiga per assegnare la paternità dell’operazione. È stato Ghisolfi, no De Rossi lo ha imposto, ma che dici c’è la mano della Souloukou. Non c’è più nessuno dei tre nella Roma, ma alcuni avrebbero voluto che non ci fosse più manco il nazionale francese. Che ieri sera è salito sul podio dei migliori, battuto per rendimento soltanto da Tchouameni. Meno di un mese fa, a ferragosto non c’era manco il solleone, perché il tempo faceva schifo. Quindi non fu un colpo di calore a fare sperare che la Roma lo vendesse all’Inter. Attenzione, non mettiamo in mezzo Gasperini. Lui extrema ratio se ne sarebbe privato qualora poi si fosse completata la rosa con un suo sostituto e con due esterni offensivi di qualità elevata. Non certo coi ragazzini del Chelsea e del Manchester City.

Metà agosto e Roma spaccata a metà. Da una parte chi già si era listato a lutto, dall’altra i tana libera tutti, quelli del “via Kone, perché nel calcio moderno certe offerte vanno accettate”. Alt, quali offerte? Visto che l’Inter fece sapere, senza mai presentare proposte ufficiali, che forse sarebbe arrivata a trentacinque milioni? Ossia stava pensando di formulare un’offerta irricevibile. Irrispettosa. E poi, chi ha stabilito che nel calcio moderno devono essere venduti i migliori? Di norma, i migliori servono per avvicinarsi ai risultati che, nell’era del calcio pensato negli studi dei commercialisti, creano il miglior indotto economico. Invece no, la Roma paesone della provincia molisana guarda con fare sospetto il forestiero benestante che va in giro per i vicoli del centro storico e del borgo medievale arroccato fra le montagne. E spera che se ne vada il prima possibile, perché la sua presenza scombussola le abitudini locali. Spesso cattive. Non a caso i media francesi nel commentare la trasferta della loro nazionale, esaltando Kone si sono chiesti per quale motivo sia rimasto alla Roma e non abbia spiccato il volo verso top club. Roma considerata periferia provinciale del calcio che conta. In barba anche alla dignità mostrata dalla Roma nelle coppe europee. E questo dovrebbe fare riflettere. Perché degli ultimi quindici anni, targati Stati Uniti, se ne salvano forse cinque. Quindici anni con la Roma uscita dall’anonimato soltanto nell’anno della semifinale di Champions League, nel biennio in cui ha ha vinto la Conference League e si è vista scippare l’Europa League, e forse il primo anno di Garcia in panchina e quello del record di punti con Spalletti.

Stagioni a metà, perché quando andava bene nelle coppe collezionava figuracce in campionato, e viceversa. Una miseria che ha indotto al ridimensionamento delle ambizioni, forse inconscio, al punto che se parte un calciatore forte ci si bea della cifra incassata. Kone parte bene con la Roma e detta legge in nazionale? Ottimo, a giugno speriamo che ci arrivi un’offerta da cinquanta milioni. Pensieri strani indotti da campagne mediatiche ansiogene, stile “ricordati che devi morire” perché ogni volta che arriva giugno sembra che la Roma debba svendere i migliori per non fallire.

In the box – @augustociardi75