Niente di nuovo

LR24 (AUGUSTO CIARDI)Roma vive una sorta di psicosi da grande sfida. A causa del quale una sconfitta tutt’altro che netta, oltretutto decisa da un episodio grave non tanto per l’intervento su Kone, ma perché nel calcio che hanno reinventato i cervelloni dell’IFAB e che interpretano a piacimento i solerti arbitri italiani, quegli interventi vengono sanzionati nove volte su dieci, nonostante i commenti ondivaghi di “esperti” del mestiere. La Roma non ha mollato, non si è arresa a un Napoli che, pur contando l’assenza di Lukaku, potendo giocare con Hoijlund, si permette di fare entrare Lucca, pagato oltre trenta milioni, a una manciata di minuti dalla fine, per tenere il pallone lontano dalla propria area. Di contro, Gasperini per rimontare la partita è stato costretto a togliere l’unico centravanti a disposizione. Paradosso figlio della necessità se non della disperazione. Non un gesto inconsulto, non un impazzimento. Ma una presa di coscienza. Almeno in questo momento storico l’allenatore ritiene che la via del gol sia più facilmente perseguibile attraverso una manovra che prevede nell’area avversaria un trequartista in miniatura piuttosto che attaccante centrale alto più di un metro e ottanta. Eppure si continua a credere che Gasperini, quando la Roma perde, sbaglia i cambi se non addirittura la scelta dei titolari. Non ci si rende conto che la Roma prova a battere certi avversari tirando i sassi mentre gli altri sparano le cannonate. Nessuno si allarmi se l’allenatore sembra arrendevole quando risponde a domande sul mercato di gennaio. Non deve essere incisivo parlando in tv con ex calciatori e soubrette. È un tipo che a mercato chiuso pensa al campo. Che diventa un martello pneumatico nelle sedi deputate, le sedi dirigenziali e gli studi televisivi, quando c’è da martellare. Ieri il Napoli è stato più intenso della Roma, fino all’ultimo secondo del recupero. La Roma meno lucida degli ultimi due mesi ha ceduto a una squadra sulla carta oltre che più forte decisamente più completa. E ha perso perché arbitri e varisti solitamente solerti nell’interpretare un regolamento che sta stuprando il calcio, hanno deciso di fare correre e di non intervenire sull’intervento difensivo del Napoli da cui è scaturita il gol. Secondo voi, Massa e Aureliano potevano annullare il gol di Neres e fare riprendere il gioco con un calcio di punizione a favore della Roma al limite dell’area del Napoli? Risposta scontata.

In the box –  @augustociardi75

Complichiamo i rapporti come grandi cruciverba

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Esistono diversi livelli di comprensione del testo. Tutt’altro che elevato è il livello di difficoltà di comprensione degli allenatori, molto più leggibili di quanto la superficialità generale o la voglia di complicare i rapporti facciano sembrare. Chiunque potrebbe leggere tra le righe dei testi degli allenatori. Non sono filosofi, non scimmiottano la sfinge. Poi possono esserci agevolazioni. C’è chi riesce a stabilire un contatto con i tecnici e può giocare di anticipo. E ci sono pure, come in ogni ambito, gli invidiosi che vorrebbero avere contatti con gli allenatori, ma siccome al telefono non gli rispondono manco i parenti stretti, passano la loro magnifica e livorosa vita a criticare chi quei contatti li ha, accusandoli di servilismo. Una prece.

Per Gian Piero Gasperini non serve il traslator. Parla chiaro. E col supporto del suo passato, noto a chi bazzica il calcio, capirlo è semplice. Prima della partita europea dice che la Roma numericamente non è in difficoltà. E fa intendere che non si aspetti chissà cosa dal mercato. Apriti cielo, i più superficiali immaginano che Gasperini non abbia bisogno di nessuno perché rispetto alla scorsa estate si è reso conto che allena una squadra forte e completa. Sbandata clamorosa. Gasperini durante la stagione, a meno che non si sia a ridosso del finale, parla di campo. Non di mercato. Lo disse anche a chiusura della sessione estiva. Totalmente rapito dalle partite e dagli allenamenti. Poi si apre il mercato e non le manda a dire. Citofonare Trigoria per avere conferme. Gasperini ribadisce che non si deve comprare tanto per comprare, perché già ad agosto volevano recapitargli gente di cui non aveva bisogno, presa magari dal Bologna o dal Monza o in prestiti folli dalla Premier League. No, grazie, gente come George e Dominguez non serviva, Pessina è il passato, che poteva tornare di moda, ma non alle condizioni irriguardose proposte dai dirigenti brianzoli. Quindi Gasperini, tornando sul tema del comprare senza logica, ha lanciato un monito, vietato perdere tempo.

La Roma ha avuto quattro mesi per inquadrare l’obiettivo. E la crescita della squadra non deve essere un alibi per il club. Perché in una stagione lunga esistono le difficoltà, e quando arrivano non si fanno prigionieri. La Roma a gennaio non deve riparare. La Roma a gennaio ha una grande opportunità. Rafforzare la squadra seguendo alla lettera le indicazioni del tecnico e spazzare via i dubbi che ha generato quel maledetto mese di agosto, quando sul mercato il club è diventato una comparsa goffa e impreparata. Bisogna ascoltare gli allenatori, o al limite dare credito a chi li conosce direttamente e bene. Non è difficile comprenderli. Il primo step per farlo, è togliersi di dosso pregiudizi e livore. Senza complicarsi la vita facendo giri col cervello inutili. Gli allenatori sono uomini di campo. Parlano in modo semplice. Sono i media che li dipingono come guru da interpretare.

In the box – @augustociardi75

L’aria che tira

LR24 (AUGUSTO CIARDI) – Non esiste al mondo un direttore sportivo che manifesti ottimismo in vista di una sessione di mercato. È una regola. Piangere miseria, bagnare le polveri, non alzare l’asta delle aspettative. Fanno il loro mestiere. È giusto che sia così. C’era un dirigente quasi cinque anni fa che trattava con Sarri e col suo procuratore arrivando quasi alla firma, mentre il presidente a Londra definiva i dettagli dell’ingaggio di un altro allenatore. E quel dirigente, inizialmente tenuto fuori dalla vera trattativa, convinceva chi in buona fede gli metteva la pulce nell’orecchio, invitando gli astanti a non creare illusioni fra i tifosi della Roma. Perché accade anche questo. Che quando nessuno se lo aspetta intervengono i presidenti e aprono il portafogli. Anche in contesti in cui bisogna fare calcoli precisi per via di accordi finanziari con l’Uefa.

La Roma può fare mercato a gennaio. Può spendere. Anche perché non deve acquistare Valverde o Haaland. Molti organi di informazione da qualche giorno stanno tirando il freno a mano. Ribadendo l’ovvio, ossia che esistono i paletti Uefa, e evidenziando quanto sia complicato il mercato di gennaio, quanto siano capricciosi i proprietari dei cartellini dei calciatori ambiti, quanto siano ingordi procuratori e mediatori. Roba vecchia. Nota, arcinota. Ciò che si legge è ciò che spesso raccontano i dirigenti a intermediari e giornalisti, perché oltre a non volere generare illusorie aspettative, creano attorno a se stessi una specie di protezione verbale, che poi possa portare a dire “eh povero Direttore, come poteva rafforzare la squadra con tutti i problemi che ci sono?“. Vale per tutti. Galliani era maestro nel gettare acqua sul fuoco. Per Marotta l’hobby preferito è piangere miseria nonostante i fatti parlino di Inter che ogni anno spende per cartellini e commissioni. Leggere il mercato, significa anche andare oltre le frasi ripetute a pappagallo e diffuse tramite mass media.

In the box – @augustociardi75

Pio, patria e famiglia

LR24 (AUGUSTO CIARDIServiva davvero un’amichevole per capire che l’Italia del calcio ha problemi enormi? Per aprire l’ennesimo dibattito su presunte riforme calcistiche, sui settori giovanili, sugli stadi? Per le solite manfrine per cui tutti salgono in cattedra per insegnare il nulla cosmico? Dibattiti e grandi consigli che hanno la scadenza fissata a domenica, al fischio di inizio del derby milanese?

La rivoluzione serve innanzitutto nell’informazione. Che per motivi oscuri non mette mai in discussione la federcalcio. Informazione e comunicazione fatta di “Grandi Firme” che come massimo guizzo rivoluzionario ieri al gol di Esposito si sono scagliate contro Haaland. Avendo in canna dal giorno prima il tweet per rinfacciare al campione norvegese l’irriverenza di non avere ancora messo a fuoco l’attaccante dell’Inter. Patetici.

Immaginate se l’Italia avesse battuto la Norvegia in amichevole. Perché quella di ieri era un’amichevole. Le solite grandi firme si sarebbero rivolte all’Onu per via dell’ingiustizia causata dai metodi di qualificazione. Il solito soccorso da portare ai vertici del calcio che non sbagliano mai. Gli orgoglioni avrebbero difeso Dio (Gravina), patria e famiglia (stipendio). Si sono ritrovati a difendere Pio, patria e famiglia. Fino a quando Haaland ha fatto due gol in una manciata di secondi, condannando all’eternità i tweet inadeguati partoriti al gol di Esposito. Che hanno portato pure la classica sfiga di chi non capisce che a partita in corso bisogna tacere. Il dato aggregato dice 1-7 e allora ci buttiamo sul tennis.

Perché un anno e mezzo fa per il flop europeo la colpa era dei ragazzini che non giocano più a pallone in strada. Mica di Spalletti, anzi Luciano perché chiamarlo Luciano fa più figo. Mica c’è stato qualcuno che abbia scritto che un allenatore come Spalletti Luciano non può fare il commissario tecnico, perché esaltare il suo calcio, irriproducibile in nazionale, faceva troppo figo.

Stavolta bisogna prendere esempio dal tennis, perché nel frattempo siamo diventati sessanta milioni di tennisti. E allora che il calcio prenda esempio dal tennis. Non c’è speranza. Non ci sono due cose più distanti di quanto siano calcio e tennis. Sport individualista, che per organizzazione, crescita dei ragazzi, tipologia di trasferte e costi per la formazione non può avere mai un punto di contatto con il calcio.

Ma bisogna distrarre la massa. E purtroppo la massa è quella che lancia urla di incitamento mentre il campione di tennis lancia in aria la pallina per la battuta. La massa che spesso capisce poco. Come i grandi geni della comunicazione e dell’informazione, come molte “grandi firme” nostrane. Meno credibili del commissario tecnico nigeriano che a fine partita, perso I rigori, parla dei riti voodoo dei congolesi.

In the box – @augustociardi75

L’antidoto

LR24 (AUGUSTO CIARDI– Non è dato sapere dove arriverà la Roma. Sappiamo però cosa ha incontrato durante questo percorso iniziale. Il migliore antidoto per il virus di indolenza e di piacioneria piagnona che attanaglia la Roma dalla nascita.
Spesso si accusa la piazza giallorossa di essere deleteria. Lo è ma, non per i motivi che accompagnano tale teoria, perorati da chi cerca alibi per le società. Roma non distrugge, Roma è bambagia, rende i calciatori mammoni, li abbraccia fino a stritolarli. Roma è la piazza che il giorno del sorteggio dei gironi di coppa va su Google Maps per misurare le distanze da colmare per giocare in trasferta. Poveri calciatori, come faranno? Il giovedì sera si gioca al freddo nell’Europa dell’est e la domenica pomeriggio c’è la trasferta di Pisa. Della serie “n do’ ‘nnamo dominamo’ ma poi datece er tempo che se dovemo rifocillà”. Quindi ci vestiamo da tecnici di Coverciano e immaginiamo ampio turnover, innescando la gara di piacioneria piagnona, perché è la gara a chi la dice più grossa. “Facciamo giocare il terzo portiere!”. “No! Mandiamo in campo undici Primavera!”. Poi arriva Gasperini e liquida la vicenda “riposiamo quando andiamo a dormire”. E tanti cari saluti al pianeta dei complotti abitato da chi per anni insinuava che a Bergamo si recuperasse in fretta perché Zingonia faceva rima con doping. Pianeta oramai disabitato, stranamente. La Roma di Gasperini è prima con Baldanzi centravanti. La Roma di Gasperini prima in classifica chiude la partita di ieri col tridente Baldanzi, Cristante ed El Shaarawy. Perché quella colpevole lacuna strutturale non colmata in estate resta e andrà cancellata obbligatoriamente a gennaio. Ma lui ha saputo non snaturare il suo credo avendo l’intelligenza di sfruttare fino all’ultima stilla di talento le caratteristiche di gente che fino all’ultimo giorno di mercato non ha mai disfatto le valigie. Chissà se in caso di rimonta dell’Udinese si sarebbe alzata anche stavolta la voce di chi più di una volta quest’anno ha già affermato che l’allenatore sbaglia formazione perché “è venuto a Roma a fa’ er fenomeno”. Quando arriva un lavoratore serio, che ha già vinto altrove, che propone in modo convincente una metodologia acclarata dai risultati, viene facile seguirlo. Anche dai calciatori più usurati, quelli prossimi all’addio. Quando arriva uno così, vincente, forestiero, diverso, che non concede confidenze, che non ha bisogno di chiamare per cercare alleati, viene visto in cagnesco. Gasperini è la cosa migliore che potesse capitare alla Roma. Sta scardinando un sistema pieno di falle. Vincendo otto partite su undici, non ha battuto le varie Lazio, Pisa, Udinese. Ha battuto l’indolenza e i luoghi comuni di un centro sportivo e di un certo tipo di comunicazione che ha sempre spacciato la Roma per un figlio un po’ coglione per il quale trovare una scusa valida dopo l’ennesimo fallimento. Gasperini sta allenando squadra, società e comunicazione. Non deve allenare i tifosi. Loro in quanto tali possono, nei limiti della civiltà, esprimere consenso e disgusto. Non a caso sono gli unici che pagano nel mondo del calcio. Gasperini non a caso viene da lontano. Roma ha sempre ottenuto i risultati grazie ai forestieri. Nella città più bella del mondo, per il salto di qualità c’è bisogno di gente nata a Grugliasco, Xanxere, Aulla, Pieris, Reconquista, Setubal, Brescia, Valdemarsvik. È un dato di fatto.

In the box – @augustociardi75



Si scrive 16 si legge cuore

“Soffro come un cane ma gli auguro il meglio perché se lo merita”. Più o meno, tanti romanisti che non smetteranno mai di mostrare amore spontaneo a Daniele De Rossi, stanno pensando questo. Daniele De Rossi, più un fratello che una bandiera. Il migliore amico, quello carismatico e rassicurante più che un allenatore. Personalizziamo le emozioni esterne. Che in teoria non ci riguardano. Non perché non ci riguardi De Rossi. Ma perché De Rossi fa l’allenatore. E pure se il rapporto con la Roma non si fosse interrotto per corto circuito societario, sarebbe durato quanto? Due anni? Cinque anni? Anche vincendo trofei a ripetizione, prima o poi lo avremmo salutato. Ma qualsiasi cosa extra Roma che avrebbe fatto, e che farà, ci farà sempre premettere che soffriamo vedendolo su altre panchine. Avendo quasi paura a immaginare quel giorno di fine anno, quando arriverà a Roma da avversario. Inedito assoluto. Sia da calciatore sia da allenatore.

Bisogna accettarlo. Ora sta al Genoa, squadra del popolo, di una città di mare che ha la squadra in difficoltà. Situazione che sembra perfetta per lui. La squadra che ha bisogno di un faro, il popolo, il mare. Un giorno da avversario tornerà allenando il Milan, o il Napoli, forse chissà la Juventus. Una cosa è certa. Non fingerà come altri allenatori che si spacciano per quello che non sono. De Rossi non mette in vendita i sentimenti mentendo sul passato. Anche perché nessuno chiede finzione, ma in tanti sono disposti a farsi fregare dagli uomini di calcio evidenziando in taluni dei maestri di modalità. De Rossi fa il professionista, e non ha mai finto. Se diventerà un top manager, lo scopriremo. Ma non abbiamo bisogno di scoprire cosa sia l’uomo.

In the box – @augustociardi75

Gasp è il migliore. Ma noi deppiù

Tutti noi, ieri, già dal quinto minuto del primo tempo, avremmo preso per il collo, del piede, i calciatori della Roma per stimolarli a tirare di collo, del piede. Passa la nottata, e non l’amarezza, ma al risveglio, a freddo, possiamo farci una domanda: noi che al massimo abbiamo giocato i tornei scolastici e parrocchiali siamo davvero nella condizione di insegnare ai calciatori professionisti come si calcia il pallone?

Davvero pensiamo di poterci fare spazio tra Gasperini e i suoi collaboratori per urlare da bordo campo a Dybala, Baldanzi, Cristante, El Aynaoui, Pellegrini, Kone e Dovbyk che devono tirare la botta? Riflettendo, stamattina, io sono arrossito per avere pensato queste cose durante e dopo Milan-Roma, o a margine di Roma-Inter. Ma d’altronde siamo il popolo che va dal medico e gli presenta la diagnosi prima di essere visitato, che va dal meccanico e gli indica dove intervenire.

Da tifosi della Roma, negli ultimi anni siamo diventati persino urbanisti, archistar ed esperti di finanza, capaci di spiegare a presidenti di club, giunte comunali e regionali come e dove si fanno gli stadi. Esperti persino di carotaggio. La Roma aveva un problema che non è stata capace di risolvere. Viviamo nella città in cui se muovi una critica al mercato estivo si pensa che dietro la critica ci sia un retrogusto acido, figlio di antipatie nei confronti della direzione sportiva. E siamo così presuntuosi da credere che i calciatori siano così stupidi e gli staff tecnici così impreparati da non rendersi conto che basterebbe tirare la botta per trasformare le serate post sconfitta nel carnevale di Rio.

Siamo convinti che se Pellegrini, El Aynaoui, Kone e Baldanzi fossero allenati da Conte affiancherebbero nella classifica marcatori Anguissa e Mc Tominay? La Roma segna poco, per caratteristiche e lacune. Da anni. Ci sono stati tecnici che, preso atto di tali lacune e caratteristiche, hanno provato a sfruttare le peculiarità del gruppo, ossia difendere i magri bottini realizzativi, anche a scapito del calcio champagne che tanto piace oggi. Gasperini sta provando a scardinare questo sistema, lavorando sul campo a modo suo. In modo serio. Identificativo. Anche a costo di commettere errori, anche quando la cosa più banale e stupida diventa etichettarlo come quello che “sta a fa er fenomeno” perché costretto e continuo a modellare il reparto offensivo per trovare la formula giusta. E soprattutto Gasperini fa l’allenatore, non le convergenze ai piedi.

A inizio agosto disse che gli obiettivi della Roma sarebbero stati determinati dagli acquisti in attacco nelle ultime quattro settimane di sessione estiva. La Roma aveva già preso in prestito un potenziale buon calciatore, Ferguson, che nell’ultimo anno aveva visto tanti lettini dei fisioterapisti, poco campo e pochi palloni finire in porta. E da inizio agosto al due settembre avrebbe preso soltanto Bailey, calciatore utilissimo in quanto uno dei pochi che salta l’uomo, ma storicamente incostante e con scarsa propensione realizzativa. Non è ingeneroso urlare contro la televisione quando Cristante (uno dei pochi che sa tirare da fuori) fa ballonzolare il pallone lontano dalla porta e se El Aynaoui passa la palla a Maignan, al pari di Pellegrini nel secondo tempo. Ma pensare che i problemi di una squadra, che comunque ha un solo punto in meno del Napoli che ha tre centravanti e che ha pagato il meno dotato trentacinque milioni, siano legati soltanto all’addestramento dei calciatori durante le sedute a Trigoria, è ridicolo.

Gasperini ieri per rimontare la partita ha fatto entrare Pellegrini, Baldanzi e Dovbyk, oltre a Bailey. Pellegrini, Baldanzi e Dovbyk in estate dovevano partire. Gasperini aveva dato l’ok. La Roma, sapendo che non era facile, non è riuscita a piazzarli. Ma soprattutto non è stata in grado di rimpiazzarli. E questo è un dato di fatto. E se Gasperini è più amareggiato per l’infortunio di Dybala che per la sconfitta rocambolesca, significa che anche lui, come Ranieri e come Mourinho, sa che Dybala è l’unico che può fare qualcosa di utile sotto porta. Anche dopo una partita giocata da Dybala malissimo e chiusa peggio, con il rigore fatale sbagliato.

In the box – @augustociardi75

A casa? Tutto bene?

Commentiamo calcio con le cuffiette alle orecchie. Prima di Roma-Parma si era diffusa la psicosi da partita casalinga. Agitati dalla canzone Campo Testaccio. Che mise in musica la mitica Roma di metà anni trenta, novanta anni fa, che nel mitico stadio con le tribune di legno bastonava ogni avversario. Due sconfitte all’Olimpico in campionato, più due in coppa, laddove la Roma in coppa in questi anni ha reso orgogliosi i tifosi e ha rappresentato al meglio il patetico calcio italiano, ma nei primi turni in coppa ha sempre stentato.

Due sconfitte casalinghe in campionato, diversissime tra loro. Pessima la Roma contro il Torino, nella canicola estiva di un match organizzato per mezzogiorno e mezza. Dignitosissima la Roma contro l’Inter, al punto che se fosse finita in parità la partita nessuno si sarebbe scandalizzato. Apriti cielo. Roma terra di conquista. La Roma che ha sempre basato i suoi successi(?) sui match in casa, ora regala punti a chiunque. Esagerazioni superficiali spesso derivanti dalla voglia di ostentare la presunta sfiga che storicamente attanaglia la squadra. La solita piacionata. La Roma che fuori casa le ha vinte tutte, mostrava secondo molti l’onta della vergogna perché i forestieri violavano l’Olimpico. Tipico di una piazza poco avvezza alla crescita, alla rottura del cordone ombelicale che si annoda alla gola al punto che non arriva più l’ossigeno al cervello. Roma-Parma, due a uno e tutti a casa. Spazzati via luoghi comuni piacioni e piagnoni. La Roma dopo nove partite è prima assieme al Napoli. Lotterà per lo scudetto? Magari, ma l’obiettivo prioritario è la lotta per un posto Champions, che non è un atto dovuto, perché Gasperini, che se i Friedkin sono furbi nomineranno monarca assoluto di Trigoria, è costretto partita dopo partita a fare esperimenti per la composizione di un tridente che colpevolmente in estate non è stato non solo completato, ma manco modificato. Nel mentre, ventuno punti su ventisette. Come il Super Napoli, più della Mega Inter, dello spendaccione Milan e della Juventus, a un oceano di distanza da Atalanta, Bologna e Lazio. Questa è la realtà. A cui si abbina un consiglio. Continuiamo a cantare orgogliosi Campo Testaccio, e a stendere striscioni o alzare pezze con scritte perentorie, tipo N’do nnamo dominamo.

Ma ricordiamoci che sono soltanto testi di canzone e lettere stampate che trasudano amore, passione e illogicità del tifo inimitabile romanista. La storia della Roma dice altro. Che Campo Testaccio non esiste più da una vita e al suo posto hanno provato a edificare qualsiasi cosa, e che se la Roma dovesse malauguratamente perdere altre due partite in casa, tutto dovremmo fare fuorché rompere i coglioni parlando di Olimpico terra di conquista. Altrimenti sarebbe un doloroso dovere ricordare cosa la Roma negli ultimi quarant’anni ha perso nel suo stadio (che si giocasse in casa, fuori o in campo neutro). Da una Coppa dei campioni sfuggita ai rigori a una Coppa Italia sanguinosa, da uno scudetto contro il Lecce a svariati passaggi di turno nelle coppe. Evitiamo. La Roma è prima.

In the box – @augustociardi75

Iachini

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – A un punto dal Milan in campionato, in evidente difficoltà in Europa League (la Roma in coppa è sempre partita male), la popolarità di Gasperini, acquisita grazie al lavoro serio e non certo per l’immagine (per molti a fine maggio la Roma sembrava che stesse ingaggiando Salvini), viene scalfita da critiche legittime fino a quando non sfociano nel nonsense. Sta allenando la stessa squadra che un anno fa era in zona retrocessione, sta provando in corsa a darle un senso e a dare un senso a un mini esercito di calciatori nuovi, che almeno a oggi non sono all’altezza di ciò che chiede l’allenatore. Nuovi calciatori che sono arrivati quasi tutti a luglio, perché ad agosto la Roma ha partorito una serie di errori gravi, bucando ogni tipo di obiettivo, soprattutto in un reparto che andava rivoluzionato e che invece in questi due mesi ha riproposto Pellegrini, Dybala, Dovbyk, El Shaarawy e Baldanzi, che fra l’estate 2024 e l’estate 2025 dovevano andare via per contratti in scadenza, trattative avanzate, bocciatura tecniche o tattiche.

Gasperini dovrebbe cambiare tattica per adattarsi al materiale di cui dispone? Facciamo una cosa, risoluzione contrattuale e chiamiamo Iachini. Nonsense. Gasperini sta facendo un lavoro i cui frutti si dovranno valutare nei prossimi mesi, e poi nelle prossime due stagioni. Se a metà autunno del 2025 si deve constatare che la mediana non può prescindere neanche quest’anno da Cristante, se basta un gol annullato a Pisilli per pensare che Gasperini debba adattare gli schemi anche a lui per dargli spazio, se sono bastate due partite decenti di Celik per farsi venire l’acquolina in bocca pensando al suo rinnovo, chiamiamo Iachini, uno di quelli che si chiamano in corsa. Gasperini sta facendo molto più di chiunque altro farebbe se stesse al suo posto. Al ritorno dalla sosta, la scorsa settimana e non due mesi fa, si celebrava la Roma che se avesse battuto l’Inter sarebbe andata in fuga. Poi la Roma perde senza straperdere con l’Inter (il cui quarto attaccante, Esposito, nella Roma sarebbe capitano) sbaglia completamente una partita di Europa League (quattro anni fa in questi giorni il Bodo ne faceva sei alla squadra che avrebbe vinto la coppa), e i fari si accendono su Gasperini. Propone l’attacco leggero e si invoca il centravanti. Mette il centravanti e ci si rende conto che sabato contro l’Inter il falso nueve non era Dybala in campo, ma Dovbyk e Ferguson che stavano in panchina. In estate la dirigenza ha perso la bussola, perché non si conosce il motivo per cui si sia puntato su un’incognita, Ferguson, a inizio mercato, non avendo la minima certezza sulla cessione di Dovbyk nelle settimane successive. Dovbyk che sarebbe stato sostituito da Gimenez, che nella classifica di Serie A dei centravanti che litigano con la porta è secondo alle spalle indovinate di chi? Bravi, di Dovbyk. Ed è inutile tornare sul tema degli esterni d’attacco, il vero buco nero della sessione di mercato estiva.

Anche se, piano piano, certi discorsi li stanno capendo un po’ tutti. Ricapitolando, o si chiama Iachini così vedremo una Roma che sfrutta tutti gli straordinari petali della rosa, oppure più semplicemente si deve dare fiducia totale a Gasperini. E si dovrà allo stesso tempo essere molto esigenti con proprietà e dirigenza, perché a gennaio servono un centravanti, un esterno sinistro offensivo e un centrocampista centrale. Molto da fare e poco tempo a disposizione? Tempo ce n’è, agosto e gennaio. Agosto è passato? Pazienza, ci si è allenati, il tempo si recupera. E non si spreca. Come quando a fine agosto si trattavano gli ingaggi di Pessina del Monza e Dominguez del Bologna e la cessione di Baldanzi al Verona. Nonsense.

In the box – @augustociardi75

Il meno gasperiniano di tutti

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – La forte sensazione è che quando avrà una rosa che si avvicina a ciò che immagina, ci si divertirà. Per ora, ed era in parte prevedibile, Gian Piero Gasperini apporta modifiche necessarie al suo intendimento di calcio. Perché se a sinistra, in prima linea, passi da Lookman a Pellegrini, Dybala, Baldanzi, El Shaarawy e anche Bailey (più estremo esterno destro che offensivo sinistro, e oltretutto mancino di piede), diventa difficile cercare nella Roma un cambiamento radicale di gioco, che forse albeggia ma non può mai essere già a mezzogiorno.

Gasperini in questo momento è il meno gasperiniano fra i tesserati della Roma, estremizzando il concetto. Da inizio stagione ci chiediamo quali siano i “suoi” uomini. Di sicuro Svilar, Mancini, Ndicka, Wesley, Kone, Cristante (per DNA) e Soulé. È salito in corsa sul suo pullman Celik, a cui va reso merito per l’abnegazione. Si intravedono doti care al tecnico in Ziolkowski, felice intuizione di Massara, Rensch e Tsimikas, forse in Ferguson, ed è troppo presto per giudicare El Aynaoui. Quelle caratteristiche che nonostante le chance concesse non ha Dovbyk, che già in estate secondo indicazioni tecniche sarebbe stato meglio sostituire.

E gli altri? Ghilardi è in officina, la Roma in difesa ha abbondanza e piuttosto che lanciarlo e bruciarlo Gasperini gli sta montando l’allestimento giusto. Su Angelino c’erano forti dubbi a inizio estate che a fine ottobre vengono avvalorati dai fatti. Pisilli giocava poco già nelle amichevoli, difficile vederlo nei due di mediana, avrebbe più chance giocando alle spalle della punta, sul centrosinistra, ma in quella zona c’è concorrenza. E il brutto è che nessuno dei tanti che si alternano fanno al caso dell’allenatore, sempre per come intende il calcio. Per Pellegrini l’auspicio è che la Lega si inventi un calendario personalizzato e che tutte le settimane l’avversaria della Roma si chiami Lazio. Dybala è un caso a parte. Stesse bene (maledetta premessa) sarebbe gasperiniano come è stato ranieriano, mourinhano e allegriano. Ma non è il “suo” offensivo di sinistra ideale.

In questo contesto, premettendo che tutti i tecnici possono sbagliare le mosse iniziali di una partita, Gasperini deve avere il tempo, e da gennaio gli uomini, per sviluppare in campo quello che ha in testa. Le prime forti critiche ricevute sono ingenerose. Oltretutto non cerca alibi. Borbotta quando il mercato è aperto, ma poi lavora sodo, e basta. Gasperini sta adattando i suoi schemi alla Roma in questo periodo di lavori in corso, non si sta adattando alla Roma. Perché è la Roma, intesa come dirigenza, squadra e piazza, che deve adattarsi a Gasperini. Il prima possibile, soprattutto a mercato aperto.

In the box – @augustociardi75