Roma, è emergenza: si ferma Pellegrini. Gasp spinge per Zirkzee

[…] L’infortunio di Lorenzo Pellegrini – lesione al bicipite femorale sinistro durante l’ultimo allenamento prima di Natale – preoccupa la Roma. Perché il centrocampista rischia di stare ai box per un mese: quattro settimane decisive per la stagione. […] Il tecnico, da solo, non riesce più a mascherare i limiti di un reparto spento. Ha bisogno di una mano, la pretende. Quella di Frederic Massara. Il direttore sportivo vuole accontentare Gasperini, che non smette di pressarlo. Servono due regali per l’attacco. Uno, il più desiderato, s’avvicina: Joshua Zirkzee vede Trigoria e ha dato da tempo il suo via libera. […] L’operazione, in realtà, è ben avviata. Le parti stanno lavorando sulle condizioni per far scattare l’obbligo di riscatto. Lo United partiva da una richiesta di 50 milioni di euro. Una cifra enorme per le casse romaniste, ancora lucchettate dall’accordo economico con l’Uefa. Massara potrà spingersi fino a 40, alla ricerca di un punto d’incontro rispetto alla sua prima offerta (intorno ai 30). Insomma, la strada per accontentare Gasperini è tracciata. Per l’olandese come per Giacomo Raspadori, anche se l’Atletico Madrid fa muro. Nei prossimi giorni sono previsti nuovi contatti per l’azzurro, che però gli spagnoli non vogliono lasciarsi strappare facilmente. La richiesta è chiara: prestito con obbligo di riscatto (circa 20 milioni) o cessione a titolo definitivo. […] Se il rientro di Hermoso gli fa tirare un sospiro di sollievo, l’assenza di Ndicka lo preoccupa. Gli errori difensivi contro la Juventus risuonano come un campanello d’allarme nella sua testa: bisogna intervenire. Dopo aver sondato Disasi, la Roma ha chiesto informazioni su Dragusin, ex Juventus ai margini del progetto Tottenham dopo la rottura del crociato. Ma da Londra – per il momento – non si registrano grandi aperture. […]

(la Repubblica)

Florenzi: “La semifinale di Champions la più grande soddisfazione con la Roma ma anche un rimpianto”

Torna a parlare Alessandro Florenzi. L’ex giallorosso si è raccontato attraverso una lunga intervista a Radio TV Serie A. Le sue parole:

Sugli inizi e sulla scelta tra Roma e Lazio.

“Fino a 9 anni ho giocato nel campo di calcio di un centro sportivo dove mia mamma aveva il bar, i giorni in cui avevo allenamento mi allenavo e i giorni in cui non lo avevo Comments per primo facevo lo stesso. C’erano due container, gli spogliatoi, e dietro uno spazio di terra, l’unico spazio vuoto dove si poteva giocare oltre ai campi. Li 6 dove affinavo la tecnica sette ore al giorno. I mister della mia infanzia, Maurizio Ceccarelli e Roberto SpanO, non li potrò mai dimenticare. Dopo sono stato due anni alla Lodigiani, la terza squadra di Roma, e poi a 11 anni ho dovuto scegliere. Avevo Roma e Lazio che volevano che entrassi nella loro Accademia: sono andato a Formello, poi ho parlato con Bruno Conti. Io ero tifoso della Roma, ma ha influito fino a un certo punto: quando ho parlato con Bruno Conti c’è stato un effetto calamita, ho visto Trigoria… Mamma e papà mi avevano lasciato libero di scegliere, ma per me era già presa: volevo iniziare un percorso alla Roma, che da 11 anni era durato fino a 29-30 salvo il passaggio per il Crotone. Era il 2012 faccio l’esordio in Serie A a 21 anni e poi decidiamo di farmi fare un anno a Crotone in Serie B. Poi 8 anni con la Roma, Valencia, Psg e Milan”.

La pia grande soddisfazione con la Roma?

“Sicuramente la semifinale di Champions League. Ed è stata una partita molto discussa, il Var non c’era… perdiamo 5-2 ad Anfield l’andata, al ritorno siamo 2-2 quando manca mezz’ora e Alexander Arnold fa una parata di mano con palla già entrata. Era rigore ed espulsione, con mezz’ora da giocare. Venivamo dalla rimonta contro il Barcelona e con l’apporto di quel pubblico poteva veramente succedere di tutto. Quello è il più grande raggiungimento ma anche uno dei rimpianti che ho, una delle più grandi gioie… chissà come ne sarebbe potuta andare”.

Come nasce il soprannome Spizzi?

“Da mio fratello più grande di 11 anni. Si divertiva a dare dei nomi a caso, s’inventa il nome ‘Spizzingrillo: E non per me… A me piaceva e piace tuttora giocare con la PlayStation, lì devi mettere un nome in cui ti devi identificare e ho deciso di usarlo. Al Milan aniva il boom e lo accorciano, chiamandomi Spizzi. Nell’anno dello scudetto io giocavo terzino destra ma davanti a me c’era Saelemaelcers: Ale e Alex. Pioli quando diceva ‘Ale’ ci giravamo entrambi, quindi doveva trovare una soluzione e mi chiamavano Spizzi.”

Sulla sua duttilità.

“Nella mia caniera ho sempre detto the dall’1 all’11 vanno tutti bene, basta che gioco. Questa cosa nasce addirittura a Crotone: arrivò lì da centrocampista, ma in una partita di Coppa Italia ad agosto ci troviamo senza terzini destri e Menichini mi ci mette. Io ero appena arrivato, mi chiese se me la sentissi: io non avevo nulla da perdere. Vinciamo a Lecce 2-0 e io faccio assist sul primo gol, da terzino destra tornano i due terzini, io comincio a giocare da centrocampista o anche seconda punta: alla fine faccio 11 gol e non so quanti assist, qualcosa di magico. Torno a Roma, faccio l’anno con Zeman da centrocampista e poi arriva Garcia. Mi spiega quello che per lui era il terzino destra che doveva stare molto alto: io dico proviamoci. Lo scotto da pagare era ovviamente sentire gli altri dire che fisicamente non ero cosi prestante, ma il nostro gioco richiedeva che avessimo tanto possesso palla quindi in teoria dovevamo subire poco. Quell’anno andò bene e intrapresi la stagione da terzino e da alto a destra: tante volte infatti giocava Maicon basso e io altre volte giocavo io terzino. Essere un jolly è diventato anche una mia dote, e a volte può essere anche un cruccio.’

Che emozione e che responsabilità è stata quella di indossare la fascia di capitano della Roma?

“Una grande responsabilità, essere capitano della squadra che tifi ha ancora più, valore. Soprattutto farlo a Roma, dove davanti a me c’erano stati De Rossi e Totti. Avere la responsabilità di essere alla loro altezza, nessuno potrà mai essere come loro, Totti e De Rossi non c’erano più. Io ero quello più longevo in squadra: inizio a fare il capitano con Garcia, poi con Di Francesco”.

Come è stato giocare con Totti e De Rossi?

“Incredibile. Io faccio l’esordio in Serie A subentrando a Totti. Quando mi chiedono che cosa ricordo dell’esordio mi viene sempre da ridere, l’unica cosa che ricordo è stato fare il cambio a Totti. Poi sono stato tre minuti a correre, senza prendere mai la palla. Sono due leggende del calcio italiano, due leggende per Roma a cui nessuno potrà mai dire niente, due amici”.


Il suo gol più bello?

“Sicuramente quello in Roma-Barcellona in Champions, recupero una palla nella nostra trequarti e superato il centrocampo vedo Ter Stegen fuori dai pali. Tirai volutamente, e alla fine pareggiamo “

Quale allenatore ha avuto un maggiore impatto su di lei?

“Ne potrei citare svariati. Non in ordine di importanza: Spalletti, Conte, Pioli, Tuchel, Garcia E sicuramente sto dimenticando qualcuna in mezzo a questi, però non dimentico da dove vengo: per arrivare a questi sono passato da Alberto De Rossi, colui che mi ha formato nei tre anni di Primavera e che mi ha insegnato come si calcia, come ci si comporta in determinate situazioni. Mi ha fatto diventare professionista, assolutamente, e quando lo incontro ho sempre bei ricordi per lui. L’ho incontrato poco tempo fa, avevo promesso a Daniele che sarei andato a vedere una partita dell’Ostiamare senza immaginare che avrei incontrato anche Alberto*.

Di Canio: “Bodo/Glimt? Con la Roma erano salmonari, contro la Lazio già professionisti”

FANPAGE.IT – Paolo Di Canio, ex attaccante della Lazio, ha rilasciato un’intervista al sito e tra i vari temi trattati è tornato a parlare del Bodo/Glimt. L’opinionista etichettò i calciatori norvegesi come “salmonari” in seguito al 6-1 rifilato alla Roma, ma pochi anni più tardi eliminarono la Lazio dall’Europa League. Ecco le sue parole.

Pensando alla Champions mi ritorna in mente la definizione che hai fatto dei giocatori del Bodo Glimt, “salmonari”.
“Lo erano. E va a vedere la storia. In quel momento sette giocatori erano dipendenti di aziende ittiche che facevano salmone, pure buono. Sono quelle esternazioni che divertono pure, ma non era contro la Roma. Noi diciamo che il calcio nostro è meraviglioso, Mourinho è meraviglioso, la Roma è 100 volte il Bodo, prendi sei gol e lo fai passare come: ‘Vabbè, ci può stare’. E io ogni tanto ironizzo perché ci sono i miei amici della Roma che ci ridono su questa cosa. E io gli dico sempre, ridendoci: ‘Beh, avete fatto della beneficenza perché da quel momento hanno capito che potevano diventare una società professionistica’. Infatti da quel momento in poi li hanno aiutati a credere nelle loro potenzialità, tanto è vero che adesso nessuno è più salmonaro, sono professionisti che gravitano sempre nelle coppe europee fino ad arrivare quest’anno addirittura alla Champions League. Cioè la Roma è stata apripista per i salmonari, per diventare una squadra totalmente professionistica”.

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Genoa, De Rossi: “Non meritavo l’esonero alla Roma, avevo un piano scudetto. Tornare? L’avrei fatto, ma la scelta della società è talmente evidente…”

DAZN – Daniele De Rossi, allenatore del Genoa, ha rilasciato un’intervista a Massimo Ambrosini e tra i vari temi trattati si è soffermato suo rapporto con la Roma, sull’esonero e sulla sfida di lunedì contro i giallorossi allo Stadio Olimpico. Ecco le sue dichiarazioni.

Come hai fatto a coniugare interessi extra-calcistici all’idea di stare sempre qui dentro?
“Mi sono fatto esonerare prestissimo, questa è la soluzione (ride, ndr)”.

Hai rifiutato tante offerte durante il periodo in cui sei stato fermo? Ti sei pentito di alcune scelte?
“No. Non ho rifiutato perché avevo voglia di andare e sono gli altri che hanno rifiutato me. Quando ho rifiutato l’ho fatto forse per la categoria e perché in alcune situazioni non vedevo molto chiaro. Nelle prime due esperienze, in maniera diversa, ho avuto problemi con i dirigenti: alla SPAL ho avuto problemi, ma ora quel dirigente (Fabio Lupo, ndr) lo sento ancora adesso e abbiamo chiarito. Anche alla Roma ho chiarito con l’amministratore delegato (Lina Souloukou, ndr). Niente di clamoroso, ma comunque c’erano problemi. Non voglio mettermi in una condizione in cui possa tornare ad averli e non voglio che passi il concetto che io sia uno che ha problemi con i dirigenti. Alla Spal parlai di quanto io non fossi contento del mercato in conferenza, dissi la verità. Il presidente Tacopina si arrabbiò e mi disse: ‘Chi ti ha detto che puoi dire la verità sulla mia squadra?’. E io lì ho capito tante cose”.

Cosa ti è rimasto dell’esperienza della Roma?
“A vederla adesso un po’ mi dispiace quello che è successo. Nonostante io stia benissimo, mi dispiace perché sta avendo un exploit che io avevo predetto: dissi che certi giocatori il primo anno avrebbero fatto fatica, nel secondo sarebbero esplosi e nel terzo, continuando con quel mercato, avremmo lottato per lo scudetto. Non eravamo proprio pazzi a puntare su questo gruppo, dato che per me è molto forte”. 

Non ti credevano quando lo dicevi?
“I presidenti pendevano dalle mie labbra, con loro avevo un rapporto costante. A livello calcistico ho sempre avuto ampia libertà sulle scelte, si fidavano, mi chiedevano e si confrontavano. Mi hanno iniziato a chiedere le cose ancor prima di confermarmi per i successivi tre anni. Da quel punto di vista c’era grande rispetto dei ruoli da parte di tutti. Poi si sono un po’ incrinate le cose e mi dispiace, ma quello che è successo io e il mio staff non lo meritavamo. Non sei mai pronto all’esonero, era molto presto. E’ successo a Genova e ora questa squadra ha un debito con me (ride, ndr)”.

L’hai vissuta come un’ingiustizia?
“Ci vai sopra perché io pensavo e penso di essere a posto con la coscienza. Non ho mai abbassato di un centimetro l’impegno che ho messo lì dentro, non ho mai tradito chi era lì, non ho mai usato il ‘potere’ che avevo in quella città per proteggere me e andare contro i giocatori o per andare contro la società. Se mi fossi tradito da solo non sarei stato così orgoglioso di ciò che abbiamo fatto. Ogni volta che vieni esonerato smetti di vivere ciò che ti piace. Non penso di aver avuto più dolore dall’esonero dalla Roma che dalla Spal, non cambia niente: ti manca il fatto che saluti i giocatori e poi non li vedrai più. Quando ho salutato a Ferrara eravamo in una palestra più brutta di quella di Trigoria, con dei giocatori meno bravi, con una società meno forte, ma il dolore era lo stesso e i ragazzi piangevano tutti… Ti rimane il senso di incompiutezza, quel ‘fammi fare che la rimetto a posto e andremo alla grande’. Questo ti rimane e ogni tanto ritorna fuori”.

Quando sei diventato allenatore del Genoa hai subito guardato il calendario e visto quando saresti tornato a Roma?
“Sì, ho guardato quando avrei giocato con la Roma e la Lazio (ride, ndr)”.

Non vedi l’ora?
“Si tratta di una sensazione particolare. Da bambino la vivi in un modo, da ragazzo del settore giovanile in un’altra maniera, da giocatore in maniera focosissima e da allenatore in modo folle. Ho sempre desiderato tutti i giorni che la Roma vincesse, questa è la cosa che mi fa più ridere. Per una settimana dovrò lavorare per far perdere la Roma… Ora non salto sul divano quando guardo la Roma, ma la vedo da collega e da ex giocatore. Se vince però sono contento”.

C’è stato un momento in cui potevi tornare alla Roma?
“No, non penso ci sia mai stata davvero la possibilità. Hanno fatto una scelta talmente evidente e chiara… A Roma si parla sempre e il mio nome accostato alla Roma funziona sempre. Ma non credo sarebbe stato il passo giusto per me, anche se ovviamente sarei tornato subito perché credo nella squadra e nei giocatori”.

Spalletti?
“Spalletti è geniale. Mi ha sempre spiegato quello che mi faceva fare e lo stesso Antonio Conte. Non c’era niente lasciato al caso ed era tutto nell’ottica di far giocare meglio la squadra. Anche Ranieri diceva: ‘È meglio un’idea mediocre che fanno tutti che un’idea geniale che capiscono in quattro. Io assorbivo tutte le riunioni, quella di Spalletti me la mangiavo con gli occhi mentre c’era gente che sbadigliava. Mi piaceva, sono sempre stato appassionato di calcio sotto l’aspetto tattico. Mi piace capire cosa sta succedendo intorno a me”.

Un altro che ti ha influenzato?
“Ho avuto Luis Enrique quando era molto giovane. Ha cambiato tutto rispetto all’inizio, si è evoluto. Alla Roma mi spiegò ciò che andava di moda nel mondo, ovvero il Barcellona e ci spiegò perché dovevamo fare quei passaggi e quando farli. Mi sono sempre legato alla persona, alle spiegazioni che ti dava. Per me è stato illuminante, ha cambiato il modo di approcciarmi”.

Da chi prendi ispirazione?
“Siamo andati a guardare Maresca al Chelsea, ha qualcosa di geniale. Anche Iraola al Bournemouth, sia per il rapporto che c’è con Tiago Pinto sia per ciò che fa l’allenatore. C’è sempre la curiosità dietro questo. Poi non smetto di guardare Spalletti, Gasperini, Conte. In Italia ci sono tanti allenatori bravi. Italiano è quello che sta facendo meglio negli ultimi anni ed è uno che mi incuriosisce molto. Fabregas non è più una sorpresa, ma è una bella scoperta perché cambia di partita in partita e regala sempre uno spunto. Sarà una settimana faticosa di preparazione quando giocheremo contro il Como. Chivu che ha messo qualcosa di suo, poi c’è la stima per Allegri che magari fa un calcio un po’ diverso. Ma te la vuoi fare una domanda se quello sta sempre lì su? Ci sono allenatori che magari non vuoi copiare calcisticamente, ma vorresti copiare i suoi risultati. Il mio idolo è Guardiola, è il migliore”.

L’avventura al Genoa?
“Tutto molto affascinante. Non so quante squadre abbiano il centro sportivo che sembra la cappella Sistina. Dobbiamo essere bravi a non disperdere tutto questo”.

Parli con i giocatori che lasci in panchina?
“Renzo Ulivieri mi ha detto di non dare troppe spiegazioni perché poi ti vai a incartare. Ho avuto spiegazioni poco convincenti da alcuni allenatori. Nella parte finale della mia carriera ho fatto diverse panchine. Un allenatore mi disse: ‘Oggi non giochi con il Real Madrid perché domenica c’è l’Ascoli ed è più importante. Non dirò chi è, ho scambiato le squadre per non far capire. Resta comunque un bravo allenatore. Se mi dici le bugie mi incavolo…”.

Il tuo sogno era finire la carriera alla Roma?
“Sì, ma ero anche tanto curioso di vedere cosa c’era di fuori”.

Come hai reagito al mancato rinnovo?
“Non ho odiato così tanto smettere quanto avrei odiato trascinarmi in campo. Quando mi hanno comunicato alla Roma la decisione io lo avevo capito, si protraeva da troppo tempo. Giravi l’angolo e vedevi il dirigente che si girava subito per non incrociarti (ride, ndr). L’ho vissuto in maniera molto serena. Avevo paura del dopo, ma io ho chiesto di saperlo. Era l’elefante dentro la stanza, tutti ne parlavano ma io volevo saperlo. Ero curioso e poi volevo salutare i miei tifosi nonostante non sia un amante degli addii. Chiesi a Guido Fienga di dirmi le cose perché avrei voluto fare una conferenza stampa per ringraziare, salutare con un giro di campo. E lui mi disse che l’intenzione era non rinnovare il contratto. Avevo due alternative: provare a convincerli, ma a livello di dignità avrei perso parecchio. Non ti do la gioia di farmi vedere stramazzato sotto la Sud perché voglio rimanere. Volevo uscire con eleganza, rappresento un bel pezzo di Roma e del calcio italiano. Cosa mi cambiava un anno in più? Ero preparato perché avevo visto la fine della carriera di Francesco (Totti, ndr). Quando ha smesso era distrutto, ne ho parlato mille volte con lui e io non volevo stare così male. Ho provato a prepararmi, smettere di giocare a calcio è stata una botta anche per me. Io ho smesso e dopo due mesi c’è stato il Covid: smetti col calcio, smetti di uscire, smetti di vedere persone… Per un attimo mi sono chiesto cose stesse succedendo”. 

Hai ricevuto offerte dall’Italia dopo l’addio alla Roma?
“Io volevo vedere nell’almanacco solo la Roma accanto al mio nome. Mi chiamarono De Zerbi al Sassuolo e Montella alla Fiorentina. Non sarebbe stata una fine con il botto. Ma io non volevo giocare contro la Roma e sapevo che i tifosi non l’avrebbero presa bene. A qualcuno non è piaciuta nemmeno la scelta del Boca…”.

Calciomercato Roma: nella corsa al 19enne Ilenikhena anche i giallorossi

La Roma continua a monitorare con attenzione il mercato, alla ricerca di opportunità utili a rinforzare la rosa senza perdere di vista profili giovani e di prospettiva. Tra i nomi seguiti negli ultimi giorni figura quello di George Ilenikhena, attaccante nigeriano classe 2006 di proprietà del Monaco.Secondo quanto riportato da Ekrem Konur di CaughtOffside, il club del Principato sarebbe disposto a valutare una cessione del giocatore, la cui valutazione si aggira intorno ai 20 milioni di euro. Un prezzo che testimonia la crescita del giovane centravanti, già nel mirino di diverse società europee: Eintracht Francoforte, Stoccarda, Bayer Leverkusen e Villarreal avrebbero manifestato interesse per lui.Ilenikhena sta vivendo una stagione positiva con la maglia del Monaco. Finora ha collezionato 15 presenze complessive tra tutte le competizioni: 12 in Ligue 1 (con 2 gol in 278 minuti), una in Coupe de France e 2 in Champions League, per un totale di 34 minuti nella massima competizione europea.

Calciomercato Roma: l’Atletico accetterebbe solo un’offerta da 22 milioni

Giacomo Raspadori è uno degli obiettivi primari della Roma. Da Madrid però giungono le prime frenate sulla trattativa. Secondo quanto trapelato al Metropolitano ssebbene non né particolare voglia né necessità di una sua partenza e soprattutto l’eventuale partenza del nazionale italiano ha un prezzo.

Nonostante sia il ventesimo giocatore utilizzato da Simeone dopo 326 minuti di gioco , sia l’allenatore che Mateu Alemany lo considerano ancora un’opzione interessante per completare Julián Alvarez, Sørloth e Griezmann in attacco. A questo proposito, pur comprendendo che ha ancora margini di miglioramento, apprezzano molto il fatto che abbia sfruttato al meglio le sue quattro presenze da titolare, segnando due gol (contro Eintracht Francoforte e Atlético Baleares) e fornendo due assist nelle sue 14 sporadiche presenze (una a Llorente a Liverpool, dove ha anche iniziato, prima di essere sostituito a metà tempo, e un’altra ad Antoine Griezmann nell’ultima partita dell’anno a Girona dopo essere entrato dalla panchina).

Jack rimane quindi nei piani dell’Atlético, pur consapevole che la sua mancanza di minutaggio è l’unico fattore che potrebbe spingere l’attaccante ad accettare le 
allettanti offerte provenienti dal suo Paese d’origine . In particolare da Roma, dove si profila per lui un ruolo più importante di quello di cui ha goduto nella prima parte della stagione, cosa che, d’altro canto, non gli ha impedito di rimanere titolare nelle formazioni della sua nazionale né di compromettere il suo posto ai Mondiali. Tuttavia, così come ha espresso la sua 
soddisfazione per le sue prestazioni , la dirigenza sportiva dell’Atlético ha anche chiarito le condizioni alle quali potrebbe essere presa in considerazione la sua partenza.

Con il club romano che propone un 
prestito di due milioni di euro e un’opzione di acquisto di 20 milioni , la posizione dell’Atlético aggiunge un’importante sfumatura, poiché accetterebbe la proposta solo se l’opzione di acquisto fosse obbligatoria . In altre parole, se Raspadori insistesse per il trasferimento, il piano dell’Atlético è quello di 
recuperare i 22 milioni di euro pagati al Napoli la scorsa estate (tramite un trasferimento o con questa cessione “differita”), indipendentemente dalle prestazioni del nazionale italiano sotto la guida di Gasperini e, di conseguenza, dalla decisione della Roma a fine stagione. 

Questa dimostrazione di forza, in definitiva, nasce dalla totale mancanza di urgenza di affrontare la partenza di un attaccante che, dato il suo ruolo attuale, continua a godere della fiducia della squadra , come gli è stato fatto capire. Pertanto, il suo futuro è interamente nelle mani di Raspadori… o con la Roma che bussa alla porta con almeno 20 milioni di euro in tasca.

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(marca.com)

Coppa d’Africa: critiche per la competizione ogni 4 anni. I ct: “Mancanza di rispetto”

La Coppa d’Africa si ferma per il giorno di Natale, la fase a gironi riprenderà domani, ma il giorno di stop è l’occasione per fare alcune riflessioni sul futuro, specie dopo l’annuncio del presidente della Confederazione africana (Caf), Patrice Motsepe, che dal 2028 il torneo si disputerà ogni quattro anni anziché ogni due. Una modifica motivata dalla necessità di armonizzare il calendario calcistico mondiale ma che ha subito creato due fazioni, tra chi la considera una “mancanza di rispetto” e un piegarsi ai voleri della Fifa e chi ritiene che darà ancor “maggiore attrattività” al Calcio del continente. Ad esprimere le prime critiche sono stati i ct del Mali e dell’Uganda, Tom Saint e Paul Put, entrambi belgi. “Dal 1957, l’Africa organizza la Coppa ogni due anni, ora dicono ogni quattro. Non è giusto. L’Africa va rispettata – ha detto il primo -. Forse il problema sta nella Coppa del Mondo e nel Mondiale per club?”. 

Un critica diretta alla Fifa di Gianni Infantino, finito nel mirino dei ct africani per aver posticipato di una settimana la messa a disposizione dei giocatori da parte dei club, specie europei. “Due dei miei si sono infortunati proprio nell’ultima partita con il club”. ha affermato Saintfiet. Altri sono stati più aperti alla novità. “Ci sono aspetti positivi e altri meno – ha detto Walid Regragui, ct del Marocco -. Certo il formato biennale ha permesso a molte squadre di progredire, o di ricostruirsi rapidamente dopo una battuta d’arresto”. “È una nuova sfida per lo staff tecnico e i giocatori in un torneo dello stesso livello e di fronte a un pubblico numeroso”, ha affermato il ct tunisino, Samir Trabelsi.

Un po’ a sorpresa, invece, il capitano algerino Riyad Mahrez si è fatto portavoce dei sostenitori del provvedimento: “Penso che renderà la competizione più attraente“, ha affermato. Anche all’interno della CAF, Motsepe è stato criticato per aver modificato la frequenza della Coppa d’Africa, consentendo ai club europei – dove gioca la maggior parte delle stelle africane – e alla FIFA di non essere più tenuti a mettere a disposizione i loro giocatori internazionali africani ogni due anni per più di un mese. “Il comitato non è stato consultato prima dell’annuncio di questa decisione. Siamo rimasti sorpresi perché solleva questioni organizzative che richiedono discussioni approfondite prima di poter prendere una decisione definitiva”, ha dichiarato alla Afp una fonte nella Caf.

BUONE FESTE DA LAROMA24.IT!

Con il pensiero già al Genoa e all’inizio del nuovo anno con l’Atalanta, l’augurio come sempre è che sia la Roma a regalarci sorrisi e vittorie. La redazione de LAROMA24.IT augura a tutti gli utenti un felice Natale. Durante il periodo delle festività la testata verrà comunque aggiornata con frequenza. Grazie per il seguito e per l’apprezzamento che ci accordate quotidianamente.

Como, Fabregas: “Nella ripresa contro la Roma abbiamo giocato bene anche se il risultato ha detto altro” (VIDEO)

Cesc Fabregas ha commentato il match contro la Roma ai canali ufficiali del club. Ecco l’analisi a freddo del tecnico: “Credo che il secondo tempo sia stato il nostro momento migliore. Nella ripresa abbiamo giocato bene così come avevamo fatto con l’Inter. Penso che nella ripresa abbiamo giocato bene anche se il risultato ha detto altro. Anche lì, una delle prime azioni di gioco aperto che hanno avuto, una situazione pulita della partita, hanno creato un’occasione, era una cosa che sapevamo e su cui avevamo lavorato, non dovevamo permettere loro di spostare il pallone da una parte all’altra con facilità“.

Cassano: “Dybala è inguardabile, ha 32 anni e non ha più forza e freschezza. A Gasperini devono prendere 3/4 giocatori” (VIDEO)

VIVA EL FUTBOL – Antonio Cassano, ex calciatore della Roma tra le altre squadre in cui ha militato, ha parlato della rosa giallorossa durante la trasmissione. Giudizi netti su tutto il reparto offensivo e anche sul centrocampo, da Dybala fino a Koné. Le sue parole: “Adesso Gasperini è quarto, a +1 sulla Juve e neanche tanto lontano dall’Inter. In questo momento devono comprare 3/4 giocatori davanti per aiutare Gasperini. Dybala è inguardabile, Dovbyk viene dall’infortunio. Gasperini ha messo fuori Ferguson anche dopo la partita con la Cremonese: non capisco se è questione di atteggiamento o se non è pronto. Ma è impensabile far giocare Dybala: ha 32 anni, non ce la fa più ed è già da un paio di anni che non ha più la forza, non ha più la freschezza, appena può tira”.

Su Pellegrini.
«Pellegrini è un giocatore da zero a zero. È vero che poi ha fatto un gol importante nel derby, ha segnato su punizione, ha fatto gol, ma non è un giocatore adatto per Gasperini. Sempre mono passo non mi dà niente».

Su Soulé.
«Soulé è un altro giocatore che si deve svegliare, a me piace tanto, però nell’ultimo mese e mezzo non sta facendo buone prestazioni, può fare qualche gol, ma non sta giocando bene».

Su Koné.
«Koné è un buon giocatore, ma se vuole andare all’Inter lo venderei e prenderei Ederson e Lookman. Gasperini vuole un De Roon che lo fa Cristante e un Ederson che fa le due fasi, fa la giocata decisiva, calcia in porta, segna, è il giocatore più tecnico, mentre Koné porta la palla talmente tanto che per me non lo vedo nell’idea di Gasperini. Non è quello che serve».