Post Match – La fobia degli angoli

LR24 (MIRKO BUSSI) – La gonofobia è la paura degli angoli dei palazzi, che arriva a comprendere, come si legge in un autentico dizionario delle ansie stilato sul sito Tiscali, la paura di scontrarsi con persone che sbucano dagli angoli. Un trauma che la Roma ha vissuto nell’andata col Porto quando da un calcio d’angolo a favore si è ritrovata improvvisamente sbattuta 60 metri indietro a rincorrere una pericolosa ripartenza finita poi nell’1-1.

E gli effetti si sono visti a Parma dove, con 10 angoli a disposizione, la squadra di Ranieri è sembrata più preoccupata dalle controindicazioni che intrigata dalla possibilità di far male all’avversario. Cambiano le stagioni, con loro le persone e dunque il modo di guardare la realtà: poco più di un anno fa ogni tiro dalla bandierina era vissuto con l’acquolina alla bocca dalla Roma, oggi, invece, pare provocare principalmente aumenti della sudorazione.

Il conteggio degli angoli viene inaugurato al 15′ del primo tempo: la Roma porta 5 giocatori ad attaccare l’area di rigore e sfidare il castello difensivo a zona del Parma composto da 8 elementi. L’ottavo, al limite dell’area, è contrapposto a Soulé disposto centralmente proprio in funzione preventiva. Pecchia infatti sceglie di lasciare due vertici fuori dai 16 metri per accendere il gas in possibili ripartenze. Sulla respinta difensiva, la Roma si trova a quel punto con Soulé a gestire un pericoloso duello al limite dell’area contro il più manesco Keita. L’argentino se la caverà rimediando un fallo che spegne la possibile transizione.

Al secondo angolo, però, il timore di ripartenze prende definitivamente forma: battuta dall’angolo opposto, la struttura difensiva del Parma cambia per via di una traiettoria che sarà ad uscire stavolta e sulla respinta al limite dell’area c’è Celik in marcatura preventiva. Ma la seconda palla che ne scaturisce finisce per far sfogare il Parma in transizione: la Roma non riesce a riaggredire e 40 metri più in là, ormai nella metà campo romanista, c’è ancora Soulé coinvolto in un 1 contro 1 difensivo in cui rischia di far pagare l’inferiorità qualitativa di un esterno offensivo seduto dalla parte sbagliata del tavolo.

 

Se sul terzo angolo la Roma pare quasi rinunciare alla battuta, portando appena 2 giocatori in area contro i 7 del Parma, sul quarto tentativo dalla bandierina, ancora sullo 0-0 e dunque in parità numerica, i fantasmi escono nuovamente dall’armadio romanista. La parabola di Paredes viene infatti inghiottita in presa alta da Suzuki che immediatamente fa ripartire l’azione obbligando la Roma a precipitarsi all’indietro in una pericolosa parità numerica. Sarà Salah-Eddine a spegnere l’incendio ormai al limite dell’area romanista.

Nel secondo tempo, l’angolofobia romanista è ormai manifesta: nel primo calcio d’angolo della ripresa, il quinto complessivo, il Parma utilizza tutti i propri effettivi rimasti (10) a proteggere l’area di rigore. Ma la Roma ha la ferita ancora aperta al punto da lasciare comunque 3 giocatori in posizionamenti preventivi, con Gourna-Douath che ha rilevato i compiti difensivi di Koné sugli angoli a favore. La preoccupazione è rintracciabile anche nella scelta di Paredes che, invece di tentare la fortuna calciando in area, mette nel mirino Pellegrini sul versante opposto, fuori dalla mischia, con la Roma che finisce così per rilegare l’azione all’indietro. Sarà proprio sullo sviluppo che ne consegue, però, che produrrà l’occasione più gustosa, con il tiro di Soulé e la timida ribattuta di Salah-Eddine strozzata da Suzuki sulla linea.

Sesto e settimo tentativo dalla bandierina confermano la scelta conservativa della Roma: i 9 giocatori di movimento rimasti a disposizione del Parma ripiegano tutti in area di rigore ma Ranieri non autorizza più di 4 giocatori a minacciarli, tenendone 3 al limite per agguantare possibili respinte difensive e Celik ancora più indietro come ultimo controllore.

Gli ultimi tre angoli arriveranno dal 75′ in poi e qui la Roma prende le maggiori precauzioni possibili, scegliendo di batterli tutti corti e riavvolgere l’azione all’indietro. Una scelta che riduce le possibilità di minaccia per l’area di rigore ma spegne anche i rischi di transizioni lunghe, consolidando il possesso e cambiare, di conseguenza, lo scenario. Perché non sai mai cosa può sbucare dietro l’angolo.

Post Match – Ménage à Douath

LR24 (MIRKO BUSSI) – Girando tra gli scaffali dell’ultimo giorno di mercato, la Roma ha trovato un’offerta imperdibile o quasi per Gourna Douath. Con 400mila euro, come svelato in mattinata da ‘Il Tempo’, l’equivalente della monetina da inserire nel carrello per le abitudini del calciomercato, è stato sbloccato il passaggio in prestito. Serviranno 20 milioni o giù di lì, a seconda del piazzamento finale e del minutaggio, per completare l’operazione e la cifra ne restituisce meglio il valore. Quello già espresso e ancor più quello potenziale, per cui fu pagato 13 milioni due anni e mezzo fa, l’assegno più alto mai staccato dal RB Salisburgo.

Gourna Douath ha fatto più spesso il centrocampista di presidio davanti alla difesa. In più interviste ha parlato di Vieira o Makélélé come giocatori di riferimento, non tanto per le caratteristiche tecniche, coi quali comunque condivide degli aspetti, ma per una questione di “affidabilità”. È un mediano di presidio più che una mezzala di impeto e assalti offensivi. Agisce prevalentemente davanti alla difesa, gli piace timbrare i palloni all’uscita dalla prima costruzione e nell’ultima versione del RB Salisburgo lo si poteva trovare spesso ad abbassarsi tra i due centrali.

Svolge il compito sfruttando una delle doti ormai imprescindibili per gli aspiranti al ruolo di ultima generazione: la resistenza alla pressione. Gourna Douath sa ricevere e gestire il pallone, scartarlo anche all’occorrenza, nonostante la prossimità di un avversario, un aspetto necessario per vivere da centrocampista nell’epoca dei sistemi di pressing con riferimenti sull’uomo sempre più marcati. È una delle prime cose svelate a Venezia: al 7′ riceve un pallone da Celik e con una finta di corpo cestina l’uscita in pressione di Nicolussi Caviglia. Un’applicazione che, tra i centrocampisti della Roma, si trova installata con alti livelli di efficacia soltanto nel software di Paredes. La presenza del francese, magari, potrà ridurre le costruzioni dirette della Roma, facilitando l’avanzamento del pallone in maniera più graduale e, soprattutto, “pulita”. Rispetto all’argentino è certamente più prosaico nella costruzione, senza quella luminosità nei passaggi, ma gestisce comunque, con elevatissime percentuali di riuscita, un alto numero di palloni.

Il corso di studi ad una delle università Red Bull ne ha stimolato ulteriormente la reattività nei momenti di transizione, uno degli aspetti più dolorosi nell’impianto romanista fin qui. Sui palloni persi, infatti, Gourna Douath rimbalza rapidamente che sia in riaggressione, la preferita nei canoni da cui proviene, o come recupero del posizionamento difensivo. Qui sfrutta a pieno la sua cilindrata fisica con accelerazioni che in Serie A appaiono ancora fuori scala rispetto alle abitudini altrui. Lo si è visto anche nell’episodio dell’ammonizione, quando al pallone perso dalla Roma nell’ultimo terzo di campo, con 6 giocatori in zone offensive, la vigorosa reazione di Gourna Douath lo ha fatto lanciare in un contrasto azzardato che ha bloccato la possibile ripartenza ma gli è servito per imparare i canoni del nuovo campionato. Il tasso di falli e di ammonizioni ricevute, una ogni 3 partite e mezzo in carriera, rappresentano una delle sue principali area di miglioramento.

 

La compresenza di Cristante, tra i centrocampisti più posizionali a disposizione, può ingannare sulle abitudini del francese che più di una volta è stato visto muoversi in verticale. Ma era più un adattamento per le caratteristiche del compagno di reparto che una tendenza innata di Gourna Douath che, oltre a un set atletico ultra-accessoriato, non ha strumenti particolarmente interessanti per proiettarsi negli ultimi metri di campo. La sua presenza stabile e la capacità di presidiare potranno invece liberare Manu Koné da richieste difensive più stringenti e sguinzagliarlo senza troppe preoccupazioni nella metà campo avversaria, dove ha dimostrato di poter avere argomenti validi. La loro presenza contemporanea, in più, sposterà la lancetta dell’aggressività su tacche rivoluzionarie per le recenti abitudini della Roma, permettendole di immaginare riconquiste più alte in campo, un altro modo di pararsi da quelle dolorose transizioni difensive. È proprio la fantasia sulle potenzialità della coppia francese ad aver ispirato il titolo lussurioso.

Gourna Douath arriva da giovane, compirà 22 anni il prossimo 5 agosto, ma già ampiamente testato su strada locali ed autostrade internazionali. Per dare un’idea, del suo percorso e della differenza culturale che ancora attanaglia l’Italia, quando Pisilli (classe 2004) ha giocato la sua prima partita da titolare con la Roma, contro la Juventus lo scorso 1 settembre, Gourna Douath aveva da poco raccolto la sua 148ª presenza tra i professionisti.

Post Match – La solitudine del numero 11

LR24 (MIRKO BUSSI) – Artem Dovbyk domenica ha fatto uno con uno. Un gol su rigore e un tiro a disposizione, quello sfiatato nel secondo tempo, non rientrando il colpo dal dischetto nella statistica. Ci sta facendo l’abitudine l’attaccante arrivato in estate con la corona di Pichichi della Liga: in metà delle partite giocate alla Roma, 14 su 28, ha infatti avuto a disposizione al massimo un tiro. Soltanto due attaccanti di riferimento della Serie A possono lamentarsi maggiormente sulle scorte a disposizione: Lukaku e Pohjanpalo.

20 attaccanti centrali, uno per ogni squadra di Serie A, scegliendoli in base a minutaggio e utilizzo in campo: dal capocannoniere Retegui a Djuric, passato ora al Parma ma principale riferimento del Monza nella prima parte di stagione, solo il Napoli con Lukaku e il Venezia con Pohjanpalo offrono meno rifornimenti rispetto a quanto la Roma fa con Dovbyk.

2,02 a partita i tiri a disposizione di Dovbyk finora, che tradotti fanno un gol ogni 0,16 conclusioni, ad una distanza media di 13,3 metri dalla porta: questo il quadro clinico delle finalizzazioni del numero 11 romanista. Chi si riempie la pancia di tiri, in Serie A, è Krstovic che calcia in media 4,33 volte ogni 90 minuti. Subito dietro di lui c’è il terminale dell’Atalanta, Retegui, che ha raccolto i suoi 16 gol finora grazie a 4,18 tentativi a partita. Poi Castellanos, con 4,09, Vlahovic a 3,50, i 3,46 di Kean e i 3,40 di Lautaro. L’unico, tra le grandi, vicino ai numeri di Dovbyk è Alvaro Morata, fermo a 2,21 tiri a partita.

La motivazione è facilmente riconducibile nell’utilizzo che fa la Roma di Dovbyk, bersagliato da frequenti giocate lunghe in cui deve fare da ponte per accedere all’area di rigore o, quantomeno, nei pressi. Un esempio arriva anche da domenica, quando il tiro di Rensch, tra le principali occasioni del primo tempo, preparato proprio grazie al lavoro da vertice di Dovbyk, raggiunto dal passaggio lungo di Angelino.

L’unico tiro avuto a disposizione da Dovbyk domenica pomeriggio è arrivato con l’ingresso di Shomurodov. E non appare casuale: sulla giocata lunga di Pellegrini, stavolta, era l’uzbeko a contendersi il duello aereo con l’ucraino pronto a raccogliere la seconda palla, poi annacquata da una macchinosa preparazione al tiro. Senza modificare profondamente la natura della squadra, che fatica a raggiungere con continuità zone di rifinitura tramite costruzioni più articolate e lasciando Dovbyk sul davanzale della profondità, la possibilità di dividersi il lavoro di recluta di duelli aerei con un collega pare migliorare le condizioni di vita dell’attaccante della Roma.

Il confronto col Girona aiuta a contornare ancora le differenze: se Dovbyk poteva fare principalmente il finalizzatore d’area, col 30,6% dei tocchi registrati nelle aree avversarie della Liga, alla Roma è ultrastimolato fuori dai sedici metri, con il dato che scende appena al 22,6%. L’alternativa, allora, arriva nuovamente dal registro di Udine: senza voler raggiungere le più complesse zone di rifinitura centrali dove poterlo azionare in profondità, una serie di rifornimenti esterni tra cross o traversoni, come quello di Pisilli che gli varrà un gol poi annullato, potrebbero almeno saziarne la fame d’area di rigore.

Post Match – Quanto sposta Saelemaekers

LR24 (MIRKO BUSSI) – La chiave che ha aperto Roma-Genoa è stata girata da destra, lo stesso lato da cui era stato dipanato il Bologna per il momentaneo 0-1 e, sempre da lì, erano arrivate le fortune nel 2-0 del derby. Lì dove ha traslocato Saelemaekers, che al rientro dopo l’infortunio ha inizialmente occupato zone più offensive, comunque sempre partendo da destra, per poi scivolare più indietro, fino a toccare i fili elettrici di un ruolo che negli anni ha polverizzato la credibilità popolare di diversi avventori succedutisi.

Saelemaekers, invece, in una manciata di partite ha riempito i vuoti, con 3 gol e 2 assist partendo da lì, escludendo quello col Lecce dunque, e, in questo modo, ha spiegato anche perché i vari terzini riciclati nel ruolo erano finiti in cortocircuito.

L’elettricità e la varietà di soluzioni che inevitabilmente ha un giocatore dal dna offensivo come il belga rispetto a un canonico terzino, ha permesso alla Roma di trovare slancio in un settore che viene facilmente illuminato anche dalla prossimità di Dybala, sempre più libero nelle sue scelte di posizionamenti ma comunque mantenendo la preferenza di quegli spiazzali sul centro-destra. L’abilità in uno contro uno di Saelemaekers, la sua rapidità nel breve oltre alla capacità di relazionarsi ai compagni offensivi hanno allargato e, anzi, quasi spostato la Roma sul lato destro.

Come succede venerdì, quando il possesso romanista finiva per accumulare 8 giocatori nella metà più a sinistra del campo: da qui, il rapido innesco partito da Dybala e assecondato poi da Mancini, che in più si sovrappone, ha permesso a Saelemaekers di preparare nel migliore dei modi il cross destinato a Pellegrini e poi corretto definitivamente in rete da Dovbyk.

Un cambio di abitudini, per la Roma, che esce nitidamente anche dalla mappa dei tocchi dei giallorossi nelle ultime partite. Contro il Genoa, venerdì sera, il maggior numero di tocchi negli ultimi metri avversari è arrivato proprio dalla corsia destra. Lo stesso si vede anche dalla mappa dei tocchi registrata a Bologna dove saranno addirittura 86 i palloni gestiti nella parte più offensiva della corsia destra rispetto ai 50 manovrati sul lato opposto. Il dato trova coerenza in tutte le ultime 8 partite di campionato della Roma, con l’unica eccezione del derby, a partire dalla gara con l’Atalanta che ha visto il ritorno in campo dell’esterno di proprietà del Milan.

Prima che tornasse Saelemaekers, invece, la Roma pendeva a sinistra, con le ultime 2 partite di Juric oltre al debutto di Ranieri a Napoli, che vedono la corsia mancina come quella dove i giallorossi gestivano il maggior numero di palloni negli ultimi metri avversari.

L’annosa ricerca di un esterno destro dovrebbe vedere un nuovo capitolo a breve con Devyne Rensch, almeno a dar retta alle indiscrezioni più recenti. Un profilo che, se forzato da quinto, potrebbe presentare le controindicazioni già viste in passato: il classe 2003 olandese, infatti, ha la linearità calcistica tipica dei terzini, seppur di scuola offensiva, senza quelle effervescenze in uno contro uno, quelle taglienti tendenze alla profondità o in generale di incisività negli ultimi metri con cui Saelemaekers, ormai, ha spostato la Roma dal suo lato.

Post Match – I 7 vizi capitali

LR24 (MIRKO BUSSI) – Quando Bologna e Roma imboccano gli spogliatoi hanno appena lasciato sul campo più di 116 chilometri a testa, oltre a rimorsi di vario genere. Un dato decisamente sopra la media, almeno per la Roma, che per dire contro Lazio e Milan aveva corso 112 e 109 chilometri complessivi. Per spiegarlo, basta rivedere le ondate continue che sbattevano le squadre da un’area all’altra sempre di più col passare del tempo.

Come succede nell’1-1 del Bologna che allunga la striscia negativa di gol subiti in ripartenza dalla Roma: 7 come nessun altro in Serie A, 7 come solo il Montpellier tra i 5 principali campionati europei. Il conto è stato pagato principalmente nell’interregno di Juric: tra i due subiti col Verona, primo e terzo, quello con l’Inter sul pallone perso da Zalewski e un altro paio con la Fiorentina. La lista arriva a 7 per mano di Gabrielloni e, infine, Dallinga domenica. Ma situazioni simili hanno portato anche al gol di Reijnders col Milan o al rigore guadagnato dall’Empoli all’Olimpico a inizio campionato.

“Tutte le squadre prendono transizioni”, ha detto Mancini nel post partita come premessa alla risposta, inevitabile, che a Trigoria si dedichi del lavoro alla risoluzione del caso che perseguita la Roma più di ogni altra squadra. Infatti, anche per i “tiri veloci” subiti, quelli in seguito a una riconquista avversaria, i 25 tentativi incassati dalla Roma sono il dato peggiore della Serie A. Se con De Rossi o Juric, per motivi diversi, i giallorossi tendevano a lasciarsi parecchio campo alle spalle degli ultimi difendenti, con Ranieri il problema sembra riproporsi sotto forme diverse. E si è visto in particolare a Bologna, quando il dato dei passaggi riusciti è coinciso con la peggiore percentuale della stagione: 76,3%. Accentuando, di conseguenza, gli inneschi in transizione.

Questo dato, oltre che per il volume di pressing che sa generare la squadra di Italiano è dovuto anche alla lunghezza media dei passaggi che con l’arrivo di Ranieri si è particolarmente allungata. Gli esempi mostrati sotto, dal cambio di campo di Paredes intercettato al rinvio lungo di Svilar ad inizio partita, aiutano a passare dalla statistica alla pratica: in entrambi i casi la Roma è inevitabilmente lunga e aperta per favorire lo sviluppo e la costruzione, questo non gli consente di poter accorciare e riaggredire, uno dei modi per evitare ripartenze, o quantomeno contendere a dovere la seconda palla ma è costretta a scappare all’indietro esponendosi a pericolosi attacchi avversari in parità numerica.

Spie rosse che si erano accese più volte fino alla rottura dell’1-1: il tiro di Dovbyk dal limite dell’area viene ribattuto e Dominguez fa saltare il blocco di Saelemaekers e Paredes rovesciando immediatamente il senso dell’azione. In una gara di frequenti ribaltamenti, il Bologna ha commesso quasi il doppio dei falli della Roma (18-10 il conteggio finale), ultimo appiglio per bloccare eventuali ripartenze. Che, appunto, non si possono evitare ma le squadre più efficaci sono quelle in grado di ridurle al minimo o gestirle economicamente.

Senza una forte spinta alla riaggressione, anche perché lo stile di attacco particolarmente diretto difficilmente lo renderebbe possibile, la Roma più volte si ritrova a scappare a protezione dell’area, una scelta che incide poi sul chilometraggio complessivo. Succede anche sull’1-1 ma qui le scelte difensive a ridosso dell’area mostrano bassa sincronia: Hummels, infatti, decide di riparare al possibile 2 contro 1 su Ndicka ma in questo modo svuota il centro e soprattutto non è riconosciuta tempestivamente dal collega ivoriano che resta vicino al portatore e non ha modo di chiudere il passaggio. Che raggiungerà Dallinga ormai liberato da Mancini, costretto a stringere per assecondare la scelta difensiva iniziale di Hummels.

 

Tra i principali sistemi di protezione contro ripartenze c’è quello delle marcature preventive, sempre più spesso chiamate in causa anche se, nel caso della Roma, non sembrano essere la causa principale delle indigestioni in transizione. Raramente, infatti, la squadra di Ranieri attacca come nella sequenza raccolta sotto, al 51′, quando porta 9 giocatori negli ultimi 30 metri avversari. Qui si nota come il principale vertice avversario, giocatore posizionato in avanti e particolarmente importante per eventuali ripartenze, sia libero da presidi, con Mancini impegnato al cross pochi secondi prima e Saelemaekers distratto dallo sviluppo dell’azione. Una libertà che consente a Dominguez di azionare nuovamente la sua conduzione frenetica che in poco tempo sposterà il problema nella metà campo romanista in un 2 contro 2 ad alto rischio, poi sventato dal recupero di Paredes.

 

Post Match – Manuale d’amore

LR24 (MIRKO BUSSI) – Quando il derby finisce, tra le schiume dei festeggiamenti romanisti, le statistiche finali nascondono la partita che la Roma ha preparato e vinto nel tempo di 18 minuti. Perché la Roma ha giocato, e vinto, su due piani differenti. Il primo, il volume 1 di quel manuale d’amore, corrisponde alla parte iniziale in cui la squadra di Ranieri era tutt’altro che disposta a lasciare l’iniziativa all’avversario.

Nel primo quarto d’ora, infatti, il dato sul possesso è a favore della Roma: 57% contro 43%, rimarrà l’unico tratto favorevole ai giallorossi che dal 2-0 in poi non avranno più interesse nel percorrere il derby col pallone tra i piedi. È il 9° minuto quando la Lazio sta per effettuare una rimessa in gioco da Provedel e l’immagine (nel post sotto) spiega a sufficienza le intenzioni della Roma: sono predisposti duelli uomo su uomo, con i quinti pronti a saltare sui terzini avversari accettando, di conseguenza, la parità numerica nel settore difensivo più profondo. Si vedono, infatti, i tre centrali più Koné accoppiati ai quattro giocatori offensivi di Baroni. Un’aggressività che porterà la Lazio a cercare direttamente i propri vertici offensivi, idea stracciata però dal duello aereo vinto da Koné. E possesso riconvertito in favore della Roma.

 

Qui, la Roma ribalta la situazione, consolidando il possesso in una serie di passaggi che la riportano da Svilar con l’effetto di alzare stavolta le pedine avversarie in pressione. La struttura di costruzione giallorossa, 4+2 con Mancini che si apre a destra, Hummels e Ndicka ai lati di Svilar e Angelino nella prima ampiezza a sinistra, ha un chiaro obiettivo: sfruttare la differenza di peso e centimetri tra Dovbyk e la coppia Gila-Romagnoli. Sotto l’albero dell’ucraino, a raccoglierne i frutti, si precipiteranno Pellegrini e Dybala, con Saelemaekers come freccia per la profondità a destra.

È il canovaccio dell’1-0, dal lancio di Ndicka sul petto di Dovbyk che apparecchia la tavola per Dybala e Pellegrini prima di svilupparsi a destra da Saelemaekers e tornare definitivamente tra i piedi del numero 7. Verrà ripetuta pochi minuti dopo per il 2-0: ancora un duello difensivo su Dovbyk lasciato irrisolto da uno dei centrali della Lazio, conduzione vertiginosa di Dybala che fissa centralmente Tavares e lo obbliga a liberare il corridoio verso il raddoppio per Saelemaekers.

 

A quel punto sì, la Roma si cambierà d’abito e giocherà il volume 2 della partita sedendosi in un blocco basso sintetizzabile in un 5-3-2. La difficoltà a risalire il campo con giocate dirette su Dovbyk la terrà più spesso a ridosso della propria area ma riuscendo a controllare con efficacia il centro. Così la Lazio accumulerà sempre più possesso ma convertendolo principalmente in cross (38 quelli totalizzati a fine gara), una situazione che incontrava i gusti difensivi preferiti da Mancini, Hummels e Ndicka.

Tant’è che se la Lazio finirà con più tiri, 17 in totale contro i 7 della Roma, anche nella ripresa l’occasione più redditizia secondo le metriche di xG sarà colorata di giallorosso. Al 57′, infatti, un rinvio di Svilar mostra nuovamente Gila legato a Dovbyk. Il risultato sarà lo stesso già riscosso nel primo tempo: pallone ripulito in zone di rifinitura per Angelino che lo spedirà rapidamente nella profondità tracciata da Pellegrini. Il tiro di sinistro del centrocampista a una manciata di metri dalla porta varrà 0,17 xG: il più alto registrato in partita dopo quello valso il 2-0 di Saelemaekers. Il resto, poi, saranno salse e condimenti sparsi sull’ormai denudata sensibilità avversaria che daranno maggior sapore alla portata principale. Pronta già dopo 18 minuti.