Post Match – Perché sono stati invertiti Mancini e Ndicka

LR24 (MIRKO BUSSI) – Come era già successo contro il Parma, anche a San Siro Gasperini ha invertito le posizioni di Ndicka e Mancini. L’ivoriano era nuovamente il centrale dei tre, con Mancini sistemato sul centro destra. Una scelta che, oltre a tener conto del duello con Leao da quel lato, pare affondare le motivazioni nella continua ricerca di Gasperini verso una maggiore propulsione offensiva. L’aspetto che più manca alla Roma per completare la trasformazione è nella capacità di rovesciarsi in area di rigore, che sia su sviluppi offensivi o ancor più su transizioni. Quello per cui, ultimamente, Cristante è stato riportato più avanti. Così da garantire quelle corse a riempire l’area che compensino i vuoti lasciati naturalmente dalle caratteristiche dei giocatori offensivi.

Soulé, come Dybala, Pellegrini o Bailey, tendono a ricevere sui piedi, dunque con movimenti incontro, al limite in ampiezza o in zone di rifinitura. Così, ad attaccare le profondità e dare quella necessaria pendenza verticale agli sviluppi e alle transizioni serviranno altre corse. Che domenica sera Gasperini ha cercato anche da Mancini, spostandolo dal centro.

Al 5′, le intenzioni sono già chiare sulla catena di destra: Mancini avvia lo sviluppo e si lancia in proiezione offensiva, bilanciando così il movimento incontro di Soulé che sta per innescare la profondità di Dybala. Per ulteriori chiarimenti, guardare la quarta foto della sequenza sopra: al momento in cui l’argentino entra in area di rigore, il romanista più avanzato è proprio Mancini, pronto ad invadere l’area.

Questa maggiore partecipazione offensiva di Mancini ha inevitabilmente delle ripercussioni nelle gestioni preventive. Come emerge dalla transizione lunga che porterà poi all’1-0 del Milan: anche in quello sviluppo da destra, c’è Mancini in area ad impegnare i centrali di Allegri. Stavolta, però, sul recupero dei rossoneri non scatta adeguatamente la riconquista immediata della Roma e il Milan può srotolarsi in campo aperto. Con Ndicka che ha dovuto caricarsi il compito del duello con Leao, inizialmente allentato per garantirsi più copertura centrale ma con l’effetto di far sfogare la capacità di conduzione dell’attaccante rossonero.

I numeri finali di Mancini, con più tocchi tra tutti i romanisti nel settore centrale del campo, i 5 passaggi completati verso gli ultimi trenta metri (2° solo dietro a Cristante), il dato di distanza progressiva, verso la porta avversaria, guadagnata tramite passaggi, spiegano come il decentramento del numero 23 possa aumentare la forza d’urto della Roma. Che più che scassinare la serratura avversaria, vorrebbe buttare giù la porta altrui con invasioni prepotenti e quelle ondate tipiche di cross o transizioni veloci che hanno reso celebri le squadre di Gasperini in passato. Che per questo, probabilmente, continua a sistemare l’acconciatura della sua squadra fino a quando ci si potrà specchiare completamente.

Post Match – Cristante svelato

LAROMA24.IT – 8 gol in 8 partite bastano per essere primi in classifica in Serie A, al momento. Ma anche per arrovellarsi alla ricerca di soluzioni, come ha fatto fin qui Gasperini. Che, tranne per le prime due giornate, ha continuamente messo mano alla disposizione o agli uomini del reparto offensivo. In principio, ad agosto, fu Ferguson con ai lati, o sotto come si preferisce, Soulé ed El Shaarawy. Poi venne Dybala, in Roma-Torino, con El Aynaoui e Soulé. Quindi il derby, in cui ritirò fuori dal mazzo Pellegrini, con Ferguson e Soulé. Con Verona e Fiorentina, invece, toccherà a Dovbyk. Contro Pioli, addirittura, nel giro entrerà anche Baldanzi. Fino all’Inter, col ritorno di Dybala come punto di riferimento offensivo, accompagnato da Pellegrini e Soulé. Due mesi a cercare una formula giusta che possa alzare il tasso di pericolosità della Roma. Che mai era risultata così minacciosa come domenica col Sassuolo: 1,74 il dato di xG finale, il più alto tra le 8 gare di Serie A disputate.

Si fa ancora più interessante il dato se spacchettato tra i decimali prodotti “open play”, vale a dire su azione, e quelli su calcio piazzato (appena 0,23xG domenica), spiegando ulteriormente come la riproposizione di Cristante all’Atalantina abbia reso più imprevedibili, velenosi e, soprattutto, verticali le intenzioni della Roma.

Il gol dello 0-1, intanto, è un piatto tipico del menù di Gasperini: la riconquista alta di Ndicka su Berardi, tratto già consolidato nella Roma 2025/26, ha trovato stavolta un veloce riciclo verso la porta di Muric grazie alla tendenza alla profondità di Cristante. Quando il difensore ivoriano passa per Dybala, intenzionato a ricevere sui piedi come l’istinto gli comanda, si vede già Cristante minacciare l’area di rigore del Sassuolo con un inserimento. A quel punto l’argentino è in una delle funzioni che più gli si addice: dare significato alle corse altrui. Prima di andare a correggere, sulla respinta, la finalizzazione mancata da Cristante.

Non sarà l’unica volta in cui Cristante (3 tiri domenica, al pari di Pellegrini e Wesley) finirà sullo zerbino di Muric. È il 33′ quando la Roma abbandona rapidamente ambizioni di costruzioni articolate e Svilar rinvia direttamente oltre la metà campo. Qui Bailey controlla e ripulisce il pallone mentre Dybala e Cristante si dividono istintivamente i compiti: l’argentino si muove verso il pallone, il numero 4 comincia ad attaccare la porta. 2 tocchi, pochi istanti e il trucco è svelato: Cristante si trova nuovamente sull’uscio di Muric. La progressiva trasformazione in mediano prettamente difensivo si nota al momento della scelta finale, con un tocco di punta destra che rimbalza sul portiere avversario ormai disteso a terra.

Poi, a metà secondo tempo, la Roma avrà completamente cambiato abito offensivo: ora sotto Dovbyk si muovono Soulé e Pellegrini. Nonostante la squadra giallorossa continuerà a produrre situazioni pericolose, dovrà farlo in maniera diversa, non avendo più giocatori così golosi di profondità nei posti offensivi. La miglior situazione della ripresa, quella che porterà al palo di Pellegrini, arriva infatti su una traccia già mostrata in passato: il lavoro di rifinitura del vertice offensivo. È inevitabile, infatti, che l’area ora sia maggiormente vuota e Dovbyk si ritrovi in forte inferiorità numerica, con Pellegrini che è richiamato naturalmente dal pallone custodito da Soulé tra le proprie zolle preferite, quelle di centro destra. Con queste caratteristiche, l’attacco dell’area di rigore richiede tempi diversi, più dilatati, e maggiori capacità associative oltre che puramente qualitative. Lo sviluppo infatti è più lento, il Sassuolo può posizionarsi centralmente prima che Pellegrini estragga un colpo di esterno destro, pregevole imitazione di quello mostrato da Dybala a Pisa, per connettersi a Dovbyk, come quella volta fece Ferguson, e andare a recuperare il pallone lì nei pressi, controllarlo nel traffico per poi tentare di scavalcare delicatamente Muric. A quel punto la Roma era diversa e percorreva strade alternative per rendersi pericolose. Più lontane, probabilmente, da quella “comfort zone” di cui parlava Gasperini. Che, magari, si sarà invece sentito coccolato dai ricordi nel primo tempo di Sassuolo-Roma.

Post Match – Perché Gasperini ha invertito Hermoso e Ndicka

LR24 (MIRKO BUSSI) – La lettura delle formazioni di Roma-Inter ha svelato le lunghe elucubrazioni che hanno accompagnato la vigilia di Gasperini. E probabilmente spiegano quanto l’allenatore romanista rispettasse l’avversario, al punto da mostrare un paio di assetti inediti. Più della scelta di Dybala come vertice offensivo, il riferimento è a Wesley, l’esterno in rosa più in grado di scendere in pista senza imbarazzi con Dumfries, e ancor di più alle posizioni di Ndicka ed Hermoso. Gasperini, infatti, decide di far traslocare Ndicka a destra e sistemare lo spagnolo sul centro-sinistra, a dispetto di quanto aveva fatto finora, utilizzandolo principalmente a piede contrario.

La domanda, generica, sulla valutazione del lavoro difensivo svolto, offre a Gasperini la possibilità di lasciare un indizio sul percorso mentale che l’ha portato a questa scelta: “Ndicka ed Hermoso sono due mancini, preferisco sia Hermoso ad uscire alto. Ci sono tanti destri che giocano a sinistra, noi avendo due sinistri su tre uno doveva per forza giocare a destra. Ma non c’entra niente con il gol”.

Perché, allora, Hermoso sarebbe dovuto uscire alto? Per gli abbinamenti scelti nelle consuete pressioni con riferimenti sull’uomo. Infatti, la Roma pareggiava i tre difensori dell’Inter con i propri giocatori offensivi. Pellegrini, Dybala e Soulé si spartivano così Akanji, Acerbi e Bastoni. Koné era il delegato su Calhanoglu, Cristante avrebbe girato con la foto segnaletica di Mkhitharyan e Barella, dunque, rimaneva come “dispari”. Serviva dunque un terzo di difesa, sul centro sinistra, che rompesse continuamente in avanti per andare ad accorciare sulla mezzala di destra di Chivu. Come si vede chiaramente dall’istantanea presa a metà primo tempo. A quel punto, Mancini e Ndicka sarebbero stati i responsabili dei duelli con Lautaro e Bonny. Con l’ivoriano considerato, presumibilmente, più dotato fisicamente per reggere l’urto e la verticalità dell’ex Parma, anche in rapporto alle caratteristiche tecniche e fisiche di Mancini o Hermoso.

Qui, inevitabilmente, l’Inter ha giocato per stuzzicare le scelte difensive di Gasperini. Barella, assecondando quella che è stata la sua evoluzione nel tempo, tendeva principalmente verso la propria costruzione che ad invadere il campo romanista. Questa scelta portava Hermoso a doversi allontanare sempre di più dal proprio habitat naturale. È chiaro già al 4′, prima dello 0-1, come Barella funga da esca. Nella scena immortalata sopra è Mancini a prenderlo in consegna, seguendo il movimento del centrocampista dell’Inter fino a una decina di metri da Sommer, in possesso del pallone al limite dell’area. Quando Barella arriverà ad abbassare la sua posizione al lato del portiere nerazzurro, addirittura sotto la linea del pallone, allora Mancini batterà la ritirata preferendo una superiorità difensiva sull’ultima linea.

Sarà questa la sceneggiatura su cui poggerà il gol poi decisivo nella partita. Sulla costruzione alta dell’Inter, Barella si apre in ampiezza, al lato di Akanji in possesso. Il pallone è lasciato “aperto” da Pellegrini che non ha ancora alzato la pressione sul proprio riferimento, per questo Hermoso sceglie inizialmente di allentare la presa su Barella. Quando scatta il passaggio del difensore ex City in direzione del centrocampista, Hermoso abbandona i blocchi per uscire. Comportamento in linea con i dettami generali di Gasperini che, infatti, nel post partita approverà la scelta dello spagnolo. Inevitabilmente, in questo modo si concede un facile accesso diretto per la profondità, con Mancini orientato su Lautaro, posizionato tra le linee, e Ndicka chiamato a gestire Bonny.

Qui si apre l’altro capitolo decisivo dell’episodio: la scelta del centrale ivoriano su come proteggere quella profondità. Invece di seguirne il taglio, impegnandosi in un duello su 30-40 metri, Ndicka tenta di spegnere il pericolo con la soluzione meno dispendiosa ma anche più rischiosa, il fuorigioco. Senza avere la giusta coordinazione con Celik, inizialmente allineato, Ndicka, scegliendo il passo in avanti, si procura un forte ritardo nell’inseguimento che faciliterà poi la finalizzazione a Bonny.

Post Match – Da Pisa a Firenze

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Era comunque in Toscana, era lo stesso il primo gol di una partita e a metterci la firma ancora Soulé. Così come la Roma aveva colpito a Pisa, lo fa un centinaio di chilometri più in là e poco dopo un mese. A Firenze come quella sera del 30 agosto: ingresso in area con passaggio diagonale da sinistra, lavoro di sponda dell’attaccante, raccolto e impreziosito da Soulé. La rete dell’1-1 di domenica ricorda molto da vicino quella decisiva nello 0-1 di Pisa.

La particolarità del gol di domenica è che arriva in un contesto poco frequente nelle abitudini di Gasperini, al termine di una sequenza di 14 passaggi che ha portato la Roma a monetizzare un attacco posizionale. Raramente, infatti, l’allenatore giallorosso preferisce elaborati così lunghi, tant’è che la Roma è 8a in Serie A, dietro tutte le big, per sequenze da più di 10 passaggi. Preferisce, o preferirebbe, andare dritto al punto, a minacciare l’area di rigore. Ma quel discorso sulla comfort zone di qualche conferenza fa di Gasperini pare trovare forma anche in questo aspetto: la necessità di associarsi, per caratteristiche, dei giocatori offensivi della Roma, ne obbliga ad aumentare la verbosità degli sviluppi offensivi. Pochi, infatti, i giocatori offensivi in dote che possono mettersi in autonomia, tramite dribbling o strappi incisivi, negli ultimi metri di campo.

E allora è necessario legarsi, mettersi in comune. Come avviene nell’1-1 di domenica: da Koné, posizionato in ampiezza, si passa per Dovbyk che mostra quantomeno dedizione nello studio della parte, inarcando il corpo e mantenendo il proprio marcatore alle spalle prima di rifinire con un tocco d’esterno che Soulé trasformerà in assist dopo essersi smarcato centralmente.

Una traccia che verrà riproposta poco dopo, al 27′, stavolta in un contesto di transizione. Dopo il recupero di Koné, la Roma si dispiega nuovamente da sinistra, da dove Baldanzi produrrà un altro passaggio diagonale ancora dalle zolle intorno al vertice dell’area di rigore. Stavolta viene saltato il lavoro di rifinitura dell’attaccante, con Dovbyk che attaccando la porta si trascina in basso i centrali rimanenti di Pioli. Liberando, così, quella zona di finalizzazione all’altezza del dischetto. Dove si è smarcato nuovamente Soulé che calcerà da una posizione ancor più favorevole rispetto a quella dell’1-1.

A Pisa, nell’opera originale, era stato Dybala a far accedere all’area di rigore sempre dai cancelli del vertice sinistro, con un passaggio d’esterno che fu protetto, levigato e poi ridistribuito da Ferguson, sempre per Soulé, protagonista di un altro smarcamento simile a quello visto domenica pomeriggio.

Nelle tre situazionali analizzate, le due di domenica al ‘Franchi’ e quella che valse il jackpot a Pisa, c’è una costante e un’eccezione delle abitudini emerse dalle prime 6 gare della Roma di Serie A. La costante è rappresentata dalla finalizzazione di Soulé: 18 tiri in questo primo scorcio di stagione, di gran lunga il principale “tiratore” romanista, con almeno il doppio delle conclusioni rispetto ad ogni compagno. Il secondo in graduatoria, con 9 tentativi, è addirittura Cristante. Nel dato aggiustato sulla media per i minuti giocati, Dybala ed El Shaarawy hanno più tiri (4,53 e 3,57 contro i 3,34 del numero 18 romanista) ma conferma come l’argentino, alla sua seconda stagione, sia ora l’attore principale dell’attacco romanista.

L’eccezione, invece, è rappresentata dal punto di ingresso: le 3 situazioni messe alla lente, infatti, hanno accessi in area da sinistra, così da facilitare la conclusione per il mancino di Soulé. In realtà, però, la Roma pende a destra: domenica scorsa l’82% degli attacchi è arrivato dalla catena di Celik, Wesley e appunto Soulé. Con 1,16 punti di xG, su 1,42 complessivi, prodotti proprio partendo da destra. Appena il 16% degli attacchi è arrivato da sinistra, soltanto il 3% dal centro. A volte, però, uscire dalle abitudini permette di scoprire scorci migliori.

Post Match – Stanchezza indotta

LR24 (MIRKO BUSSI) – Domenica col Verona la Roma ha chiuso la prima settimana con il triplo impegno, un aspetto che caratterizzerà il calendario romanista da qui alle porte di Natale. Infatti, oltre ad altri 5 turni di Europa League prima della sosta natalizia, ci sarà una giornata infrasettimanale di Serie A e gli ottavi di finale di Coppa Italia a rendere un’abitudine la settimana appena conclusa. Ad accentuare la crisi energetica che ha coinvolto “più di qualcuno”, come dirà Gasperini nel post-partita, c’è stato l’intreccio col Verona, ad oggi tra gli ospiti meno graditi per chi cerca una domenica rilassante.

La squadra di Zanetti, infatti, ha obbligato la Roma ad aumentare addirittura i carichi rispetto al solito: domenica i giallorossi hanno fatto registrare oltre 114 chilometri percorsi mentre contro Lazio e Torino, le ultime due affrontate in campionato, il dato si era sempre stabilizzato sui 112. Non solo, di quei 114 chilometri, i giocatori romanisti hanno dovuto percorrerne più di 20 a velocità sostenuta (tra i 7 e i 15 chilometri orari) e quasi 2 (1,85) in sprint (con velocità, dunque, superiori ai 15 chilometri orari). In nessuna delle altre due gare, contro Lazio e Torino, la Roma era stata così stressata fisicamente.

Il motivo di tanta fatica fisica, come spesso accade, ha risposte “calcistiche”, di squilibri che obbligano a corse d’urgenza per sopperirvi. Il Verona, intanto, arriva all’Olimpico con la nomina di squadra più diretta della Serie A, appena dietro il Pisa. 2,62, in media, i passaggi di ogni sequenza degli scaligeri, seconda appunto solo alla squadra di Gilardino (2,57). Il prima possibile, infatti, il Verona cerca uno sfogo per la profondità. E lo fa a velocità vertiginose: oltre che per la motorizzazione montata da Giovane e Orban, proprio per la rapidità con cui sanno far schizzare il pallone verso la porta avversaria, aspetto in cui soltanto il Lecce si mostra superiore nei dati Opta.

Uno dei temi più prevedibili, dunque, sarebbe stato quello delle seconde palle: con duelli aerei particolarmente stimolati da entrambe le parti, vista anche l’aggressività del Verona sulla costruzione della Roma, chi avrebbe raccolto i frutti successivi si sarebbe guadagnato ghiotte opportunità. Al 48′, infatti, il tiro alto di Giovane che spaventa la Roma è l’effetto di una seconda palla guadagnata da Bernede in seguito al colpo di testa di Ndicka. Da qui, Orban va subito a tentare di mangiare la profondità di Mancini che riesce solo a rimandare il pericolo, con l’intervento che apparecchierà il tiro a Giovane.

Oppure, al 78′, sarà direttamente Montipò a sottolineare quanto la Roma faticasse a tenersi stretta, con un rilancio che arriverà direttamente da Sarr, abile a controllare e condurre fino a una zona di tiro, poi innocuo.

Non solo “pallonate”, però. Perché il Verona ha mostrato anche modelli di costruzione che possono scalfire i sistemi orientati sull’uomo come quello della Roma di Gasperini. Come al 15′: scartata la pressione di Pellegrini con una finta a rientrare, Unai Nunez trovava la traccia verticale per Giovane che, muovendosi incontro aveva portato fuori Ndicka. Una giocata al terzo uomo liberava il pallone per Serdar che a quel punto poteva mettere in pista Belghali, su cui Angelino inevitabilmente, su lunghe distanze, faticava a mantenere una posizione di vantaggio. Da qui nascerà il cross che condurrà alla prima, grande, occasione di Orban.

In generale, l’abilità dei giocatori offensivi (i vertici) di legarsi tra loro e saper giocare anche con pressione alle spalle, è uno dei principali antidoti al sistema di riferimenti a uomo. Non è un caso, infatti, che le abilità combinate di Lautaro e Thuram, tra i massimi esponenti nel panorama italiano sul tema, hanno prodotte le giornate peggiori per Gasperini e l’Atalanta negli anni passati. Così anche nella ripresa, quando Svilar è costretto ad uscire ritrovandosi Orban nuovamente a tutta velocità contro, è l’effetto di un anticipo mancato da Ndicka su Giovane.

Anche qui, la costruzione è ridotta a un passaggio addosso ad uno dei due vertici offensivi del Verona che, stavolta, si mettono in proprio: Giovane fa rotolare in qualche modo il pallone alle spalle del numero 5 della Roma, Orban fa valere la differenza di cavalli rispetto a Mancini, lanciandosi verso la porta. È il 67′, come mostrato nei fotogrammi sotto, ma succederà nuovamente al 69′, quando un’altra giocata al terzo uomo tramite Giovane libererà il pallone per il Verona dietro il primo blocco di pressioni della Roma obbligando ad un’altra, vertiginosa, scappata a protezione della profondità i difensori giallorossi. Una serie di difficoltà, dunque, che hanno finito per aumentare il chilometraggio, e le velocità, necessarie a tenere in piedi il sistema. Ma, in fondo, le vittorie aiutano a velocizzare anche i processi di recupero energetico.

Post Match – PPDA: Per Prendersi il Derby Ancora

LR24 (MIRKO BUSSI) – Nel glossario del calcio, tra le varie metriche, negli ultimi anni si è inserito con sempre più frequenza il PPDA, utile a quantificare l’intensità, o l’efficacia, delle azioni di riconquista del pallone. Acronimo di “Passes allowed Per Defensive Actions”, passaggi concessi all’avversario prima di un’azione difensiva come può essere un fallo, un intercetto, un tackle o un duello vinto, consente di avere un riferimento su quanto una squadra sia attendista o meno nel recupero del pallone. Di conseguenza, più il valore risulterà basso, più la squadra sarà aggressiva, non concedendo un prolungato possesso del pallone all’avversario.

Dopo 4 giornate di campionato, aspettando Napoli-Pisa che comunque non sembrano in grado di stravolgere la graduatoria, la Roma è la seconda squadra in Serie A col dato più basso di PPDA. Soltanto il Como, per questioni di decimali, appare meno paziente con gli avversari in possesso (6,05 il dato). 6,13, in media, i passaggi concessi all’avversario prima di morderlo definitivamente. Sei passaggi, proprio quelli che vanno da Provedel a Tavares ieri, nella dinamica del recupero offensivo di Rensch che ha dato la luce al gol di Pellegrini. PPDA, stavolta, sta per ‘Per Prendersi il Derby Ancora’.

Nelle prime pressioni, come da regola di Gasperini preparate con riferimenti a uomo e dunque in parità numerica, Soulé e Ferguson avevano in consegna i rispettivi centrali oltre all’uscita conseguente sul portiere. Pellegrini sigillava Rovella mentre Angelino e Rensch, pur offrendo inevitabilmente maggior tempo di ricezione, erano pronti a saltare su Marusic e Nuno Tavares, con Koné e Cristante che si accoppiavano naturalmente alle mezzali di Sarri, Guendouzi e Belahyane, dopo l’uscita di Dele-Bashiru. Il tentativo di Provedel di saltare il primo blocco di pressioni giocando direttamente da Zaccagni veniva respinto indietro dalla guardia di Celik che obbligava di spalle l’attaccante esterno biancoceleste.

I 4 passaggi ripetuti tra Nuno Tavares e Belahyane, da qui in poi, denunciano le difficoltà della Lazio nell’uscire dalla pressione romanista che intanto cominciava a stringere la presa intorno al collo della squadra di Sarri finché il terzino sinistro non cadeva praticamente privo di sensi nel recupero di Rensch. Nella prima mezz’ora, già tre volte la Roma aveva strappato palloni in zona offensiva senza però monetizzarli: succede al 10′ in due rinvii dal fondo consecutivi della Lazio e poi di nuovo al 15′.

Quel recupero di Rensch verrà poi riconvertito definitivamente da Soulé con un passaggio all’indietro, a ridosso del limite dell’area, dove Pellegrini è all’appuntamento col destino. Un luogo e un percorso accuratamente calcolato: solo nel primo tempo, infatti, la Roma ricercherà 3 volte quel genere di rifinitura. Oltre al gol, già al 3′ lo sviluppo romanista porta Rensch in zona di cross: l’olandese non ha dubbi e serve all’indietro, in una sorta di cut-back, Pellegrini appostato proprio lì dove mezzora dopo sprigionerà l’emozione più intensa della giornata. In diagonale dietro di lui, a rimarcare come la zona fosse specificatamente ricercata, c’era anche Ferguson in gustosa attesa del pallone.

E di nuovo al 46′: Soulé aziona Rensch nelle stesse zone esterne, passaggio all’indietro in zona dischetto per Pellegrini che stavolta di sinistro non preoccupa particolarmente Provedel. La scelta era costruita sui principi difensivi tipici delle squadre di Sarri: orientandosi esclusivamente a zona, sugli attacchi laterali la linea difensiva tende a collassare verso la porta concedendo opportunità di finalizzazione nell’ultimo settore orizzontale dell’area di rigore (da 5,5 metri l’uno…), evidenziato facilmente dal colore più chiaro dell’erba dell’Olimpico. Quando, su transizioni o sviluppi particolarmente veloci, i centrocampisti non riescono ad abbassarsi per proteggere quella porzione, è il centrale più lontano, Gila in questi casi, a tentare di rompere per ostruire il tiro ma la distanza dall’avversario rende difficile l’operazione. Altri fattori che hanno inciso sul PPDA di domenica, non quello canonico ma il progetto romanista ‘Per Prendersi il Derby Ancora’.

Post Match – Distanze di relazione

LR24 (MIRKO BUSSI) – Il 16 agosto, dopo un umido 2-2 col Neom, Gasperini azzerava o quasi le speranze di chi immaginava Dybala ingannare le difese avversarie da “finto attaccante”. “Spero di no, – rispondeva secco l’allenatore della Roma nel post partita – spero che possa fare il suo ruolo normale e che saremo in grado di fare bene con le prime punte”. Un mese dopo Ferguson e Dovbyk, per motivi differenti, si accomodano in panchina e la Roma, nelle parole di Gasperini, sperava di “non dare punti di riferimento alla loro difesa a tre” schierando inizialmente El Aynaoui sotto Dybala, a sinistra, e Soulé, a destra.

Il bilancio del primo tempo sarà impietoso: 0-0 indiscutibile, con 0,35 come dato parziale di xG che sottolinea la punta arrotondata utilizzata dalla Roma per perforare la coperta spessa del Torino. Ma perché la squadra di Gasperini è risultata innocua senza un attaccante di riferimento?

Inizialmente, a complicare gli accordi offensivi, è stata la distanza che c’era tra i tre giocatori più offensivi: con Dybala che occupava principalmente l’ampiezza a sinistra e Soulé quella a destra, il blocco centrale del Torino, disposto in 5-4-1 nei momenti di difesa posizionale, veniva raramente minacciato. Le immagini dei primi 10 minuti, infatti, mostrano momenti di attacco sia posizionale che in transizione dove l’area di rigore o in generale le porzioni centrali erano in totale controllo della superiorità numerica granata.

Quello che Gasperini immaginava, probabilmente, si materializza in campo soltanto all’11’, quando Soulé, El Aynaoui e Dybala sono in posizioni intermedie, scaglionati centralmente, ed obbligano il pacchetto centrale del Torino a ‘rompere’ e offrire accessi alla profondità. Lo sviluppo romanista coinvolge i tre giocatori più offensivi per poi sgorgare esternamente da Angelino che al momento del traversone ipotizzato vede l’area di rigore avversaria ‘attaccabile’ da El Aynaoui, Soulé e Wesley, come si vede sotto.

Le distanze accentuate nel tridente offensivo, per due terzi composto da giocatori che necessitano di associazioni, come El Aynaoui e Dybala, per rendersi pericolosi, sono state progressivamente avvicinate in particolare dallo spostamento, al 23′ del primo tempo, del numero 21 al centro. Punto di aggregazione naturale, l’argentino da qui ha potuto entrare in contatto con Soulé, come si vede in due momenti consecutivi, prima al 35′ e poi al 37′. Queste interazioni, facilitate da quelle distanze di relazione più adeguate con la nuova disposizione, riuscivano a disordinare i comportamenti difensivi del Torino e realizzare quel desiderio di “non dare punti di riferimento” che c’era alla base della scelta.

Da qui, infatti, svuotando con movimenti incontro, come fa Dybala, e riempiendo con attacchi alla profondità di Wesley, più di Angelino, la Roma guadagnava le zone di rifinitura esterne particolarmente care a Gasperini. L’area, inoltre, ora poteva essere attaccata in corsa da El Aynaoui e con la difesa avversaria costretta a riposizionarsi come nello sviluppo del 38′. Ma questo è rimasto più nelle immaginazioni pre-partita che negli effetti del campo. Cancellato rapidamente nell’intervallo, con l’ingresso di Ferguson, con più canonici riferimenti che però non hanno alzato sensibilmente il tasso di pericolosità. L’1,03 come dato finale di xG, infatti, sarà principalmente effetto di situazioni da palla inattiva e tentativi di tiri in quantità, più che di qualità di occasioni.

Post Match – Catene alimentari

LR24.IT (MIRKO BUSSI) – Quando Dybala minaccia l’area di rigore dall’angolo sinistro, Angelino ha appena ripetuto quello che aveva fatto Wesley a destra. Passaggio sull’esterno offensivo disposto in ampiezza, immediata sovrapposizione interna. Di là, Soulé non aveva trovato lo scorcio giusto per progredire avanti, così aveva riannodato il filo da Angelino che proporrà lo stesso menù a Dybala. L’argentino sfrutta il movimento del collega spagnolo guadagnando l’interno del campo. Il resto è ancora vivido nella memoria: Ferguson custodisce e lucida il pallone che Soulé girerà in porta per lo 0-1.

Dopo neanche 50 giorni, Gasperini ad ogni intervista accarezza sulla testa la propria creatura ringraziando per la disponibilità con cui è stato accolto. Una squadra che ieri, come una settimana fa, ha schierato 8/11 della passata stagione, togliendo dal conto Hermoso, seppur già a libro paga, oltre a Wesley e Ferguson, si è rapidamente convertita alla nuova dottrina. Che prevede, ad esempio, continui giochi in catena, come vengono chiamate le combinazioni tra calciatori disposti sulla corsia laterale del campo. Spesso, infatti, uno dei mediani si smarca in ampiezza nelle costruzioni ricercando una superiorità numerica esterna. A seconda delle situazioni e delle interpretazioni, terzo di difesa, quinto e trequarti si dispongono su altezze e porzioni di campo diverse per favorire l’avanzamento del pallone.

Si creano così, come si vede sotto, quei rombi di progressione che coinvolgono i 4 giocatori più esterni o, talvolta, la punta di riferimento come avviene nel fotogramma colto a sinistra già nei primi 5′ di partita. È qui che la Roma mette in moto la propria catena alimentare, cercando di mangiare l’area di rigore avversaria. A Roma, dove al momento i quinti sono giocatori più cangianti come Wesley o Angelino, la fluidità nei posizionamenti permette di aumentare il tasso di imprevedibilità. Sullo stesso canovaccio, infatti, si vede da un lato (a sinistra) come la riga laterale sia impegnata dal quinto (Angelino), con El Shaarawy più interno. Sul giro opposto, la stessa disposizione viene realizzata diversamente: Soulé è in ampiezza con Wesley più interno.

Proprio nei comportamenti dei quinti si sono notate alcune variazioni sul tema classico di Gasperini: per disorganizzare il Pisa, infatti, spesso Wesley e Angelino venivano chiamati all’interno del campo, in zona di rifinitura, cercando di fissare in basso i quinti di Gilardino con El Shaarawy e Soulé in ampiezza.

Al 36′, infatti, viene scattato il momento in cui, sotto Ferguson, si vedono contemporaneamente il quinto di destra e quello di sinistra. Sulla catena destra, dove queste combinazioni appaiono più fluide, anche ieri si è visto uno dei temi più distruttivi portati da Gasperini: l’inserimento del terzo di difesa. Al 28′ del primo tempo, quando Wesley riceve in posizione centrale e si dirige da Soulé in ampiezza, Hermoso compensa immediatamente i movimenti dei propri colleghi di catena e si getta alle spalle della pressione avversaria.

Se a destra è dove la Roma ha lavorato più palloni, con Soulé e Wesley che sembrano riconoscersi ogni giorno più velocemente, è da sinistra, in particolare con l’ingresso di Dybala nel secondo tempo, che la squadra di Gasperini ha raccolto le maggiori soddisfazioni. 0,8 il dato di expected goals prodotto dalla corsia mancina, contro lo 0,37 complessivo racimolato su situazioni centrali o da destra. Da qui, infatti, Dybala infilzerà il blocco del Pisa sfruttando la sovrapposizione interna di Angelino. Movimento che era appena stato riprodotto da Wesley per Soulé una manciata di secondi prima. “Ora dobbiamo lavorare sui particolari più che sull’organizzazione generale che è abbastanza evidente grazie ai giocatori molto disponibili”, dirà Gasperini dopo la partita. I particolari, quelli che da adagio del calcio, spesso fanno la differenza tra il bene e il male.

Post Match – Roma violenta

LR24 (MIRKO BUSSI) – Al 16′ minuto di Roma-Bologna il sudore si gela sull’entusiasmo che la squadra di Gasperini aveva già iniziato a spargere intorno a sé. Su un rinvio lungo di Svilar, la transizione immediata del Bologna porta Orsolini a colpire a porta vuota. Il replay riequilibra i battiti sancendo quello che era già percepibile a occhio nudo: la rapida risalita dei difensori romanisti aveva lasciato in evidente fuorigioco Immobile e il 7 del Bologna.

Il gioco ripartirà dal minuto 17: da lì, per 8 minuti, nessun giocatore di Italiano avrà diritto a toccare un singolo pallone all’interno della metà campo romanista.

Da qui in avanti, ondate continue di pressioni e riaggressioni rinchiuderanno il Bologna all’interno della propria metà campo. Stavolta, infatti, l’abbinamento in parità numerica tipica delle squadre di Gasperini per la prima pressione viene rotta dal primo pressatore che allunga la scarica elettrica fino al portiere avversario. Nel caso “fotografato” sotto sarà Soulé ma più avanti capiterà anche a Ferguson o a Koné, in base alla situazione.

Oppure, come sul pallone recuperato da Lucumì assorbendo il movimento di Wesley, la trasformazione romanista in riaggressione si mostrerà particolarmente reattiva. L’effetto scaturito è che il Bologna, per uscire dalla morsa, annaspa in continue giocate dirette che vengono ripetutamente inghiottite da marcature o posizionamenti preventivi che avevano assunto Ndicka e simili, permettendo così di stabilizzare il possesso romanista nella metà campo avversaria. Qui sotto, ad esempio, il centrale ivoriano può riciclare il pallone appena riconquistato in un nuovo sviluppo esterno che porterà al cross Angelino. 8 minuti in cui il Bologna veniva letteralmente soffocato all’interno del proprio settore.

Sul riassunto statistico di fine partita la Roma farà scrivere 7,97 alla voce PPDA, il valore che misura i passaggi concessi all’avversario prima di un’azione difensiva. In sostanza, più è basso e più la squadra è stata aggressiva riducendo, di conseguenza, il numero di passaggi che l’avversario poteva effettuare. La scorsa stagione, per dare un’idea del cambiamento, la Roma in questa specifica caratteristica si attestava mediamente sui 12,14, la 12ª di tutta la Serie A. In quegli 8 minuti, soprattutto, la Roma farà registrare: un palo, 2 tiri, 2 cross e 2 punizioni guadagnate dal limite dell’area. Un po’ come quelli che schiaffeggiavano il flipper finché la biglia non finiva dove doveva.

Post Match – L’eredità di Ranieri

LR24 (MIRKO BUSSI) – Claudio Ranieri saluta mentre tutti intorno gli tributano gli onori accumulati in carriera. Quando lascia il campo ha ancora nel taschino della giacca il segreto della sua fortuna da allenatore, difficile da dimostrare con teoremi matematici. Perché appartiene all’impercettibile, a quel misto tra intuizione e capacità di analisi che gli fa raccontare come, dopo una settimana, fosse già convinto che avrebbe raddrizzato la situazione della Roma. È quella “semplicità” che appartiene solo a chi sa maneggiare con naturalezza argomenti complessi, “semplicemente” perché sa quali fili toccare.

Lascia dopo un girone di ritorno da 46 punti, come nessun’altra in Serie A, dando alla Roma una rinnovata consapevolezza, oltre al miglior punteggio degli ultimi 5 campionati che è valso almeno l’illusione di una corsa a un posto in Champions League. Nel pacchetto anche una serie di giocatori, da Celik a Shomurodov come casi più eclatanti, oltremodo rivalutati.

Lascia una squadra che si è slegata da un modello definito di gioco, quello a cui si rifacevano, su canoni praticamente opposti, i suoi due predecessori. Con Ranieri, la Roma ha accettato e poi vissuto tutti i momenti del gioco, anche a breve distanza uno dall’altro. Come domenica scorsa, quando ha dominato il possesso per il primo quarto d’ora, con una percentuale del 76%, per poi giocare i successivi 15 minuti, dal 15′ al 30′ del primo tempo, con appena il 34%.

Pur con un dato in ribasso col passare delle partite (chiuderà 9ª in Serie A per possesso, 53% di media), la Roma, in particolare se a muoverne i fili era Paredes come domenica, pareva sedersi dal lato più comodo della partita quando poteva banchettare nella metà campo avversaria. Soltanto Inter e Juventus, infatti, conteranno più “sequenze lunghe”, quelle con oltre 10 passaggi, della Roma: 523 azioni con oltre 10 passaggi che confermano la tendenza ragionata degli sviluppi romanisti.

L’arrivo di Ranieri ha semplificato molte delle costruzioni romaniste, facendole tendere direttamente verso i vertici offensivi. Situazioni come questa nella fotosequenza sotto, da Svilar a Shomurodov per Soulé domenica sera, in realtà, raramente si sono tradotte in vantaggi, anche per le caratteristiche degli attaccanti romanisti, poco inclini a ricevere giocate lunghe. Soltanto un gol, infatti, è arrivato da attacchi diretti, il dato più basso della Serie A dopo Genoa e Venezia che hanno chiuso a zero. A comandare la graduatoria ci sono la Juventus e…l’Atalanta di Gasperini.

Senza il pallone, invece, la Roma si è mostrata cangiante. Tra toni più aggressivi, come quelli con pressioni orientate sull’uomo che sono rimaste nel computer di bordo romanista anche con l’arrivo di Ranieri, e momenti di partita trascorsi con pazienza in un blocco più basso, magari anche riciclando sulla linea dei difensori uno dei quinti più offensivi, come Soulé col Milan o come aveva già fatto Saelemaekers in passato.

La Roma, infatti, se da un lato è risultata 3ª in Serie A per “azioni di pressing”, dietro a due navi guida come Bologna e Atalanta, dall’altra però ha racimolato solo un “gol veloce”, quelli che avvengono nei secondi immediatamente successivi alla riconquista. Un dato tra i più bassi del campionato italiano, pari al Venezia, con solo Napoli e Genoa ferme a zero.

I momenti sempre più frequenti, in particolare in situazioni di vantaggio, trascorsi con un baricentro più basso e una difesa più posizionale hanno fatto inevitabilmente impennare il dato PPDA della Roma, quello che conteggia i passaggi avversari prima che una squadra intervenga. Un dato, dunque, da leggere al contrario, con le squadre più aggressive che avranno un numero più basso. E sul tema soltanto la Fiorentina, tra le prime 10 squadre in classifica, ha valori più alti della Roma che, in media, concedeva oltre 13 passaggi agli avversari prima di inscenare un’azione difensiva.