A casa? Tutto bene?

Commentiamo calcio con le cuffiette alle orecchie. Prima di Roma-Parma si era diffusa la psicosi da partita casalinga. Agitati dalla canzone Campo Testaccio. Che mise in musica la mitica Roma di metà anni trenta, novanta anni fa, che nel mitico stadio con le tribune di legno bastonava ogni avversario. Due sconfitte all’Olimpico in campionato, più due in coppa, laddove la Roma in coppa in questi anni ha reso orgogliosi i tifosi e ha rappresentato al meglio il patetico calcio italiano, ma nei primi turni in coppa ha sempre stentato.

Due sconfitte casalinghe in campionato, diversissime tra loro. Pessima la Roma contro il Torino, nella canicola estiva di un match organizzato per mezzogiorno e mezza. Dignitosissima la Roma contro l’Inter, al punto che se fosse finita in parità la partita nessuno si sarebbe scandalizzato. Apriti cielo. Roma terra di conquista. La Roma che ha sempre basato i suoi successi(?) sui match in casa, ora regala punti a chiunque. Esagerazioni superficiali spesso derivanti dalla voglia di ostentare la presunta sfiga che storicamente attanaglia la squadra. La solita piacionata. La Roma che fuori casa le ha vinte tutte, mostrava secondo molti l’onta della vergogna perché i forestieri violavano l’Olimpico. Tipico di una piazza poco avvezza alla crescita, alla rottura del cordone ombelicale che si annoda alla gola al punto che non arriva più l’ossigeno al cervello. Roma-Parma, due a uno e tutti a casa. Spazzati via luoghi comuni piacioni e piagnoni. La Roma dopo nove partite è prima assieme al Napoli. Lotterà per lo scudetto? Magari, ma l’obiettivo prioritario è la lotta per un posto Champions, che non è un atto dovuto, perché Gasperini, che se i Friedkin sono furbi nomineranno monarca assoluto di Trigoria, è costretto partita dopo partita a fare esperimenti per la composizione di un tridente che colpevolmente in estate non è stato non solo completato, ma manco modificato. Nel mentre, ventuno punti su ventisette. Come il Super Napoli, più della Mega Inter, dello spendaccione Milan e della Juventus, a un oceano di distanza da Atalanta, Bologna e Lazio. Questa è la realtà. A cui si abbina un consiglio. Continuiamo a cantare orgogliosi Campo Testaccio, e a stendere striscioni o alzare pezze con scritte perentorie, tipo N’do nnamo dominamo.

Ma ricordiamoci che sono soltanto testi di canzone e lettere stampate che trasudano amore, passione e illogicità del tifo inimitabile romanista. La storia della Roma dice altro. Che Campo Testaccio non esiste più da una vita e al suo posto hanno provato a edificare qualsiasi cosa, e che se la Roma dovesse malauguratamente perdere altre due partite in casa, tutto dovremmo fare fuorché rompere i coglioni parlando di Olimpico terra di conquista. Altrimenti sarebbe un doloroso dovere ricordare cosa la Roma negli ultimi quarant’anni ha perso nel suo stadio (che si giocasse in casa, fuori o in campo neutro). Da una Coppa dei campioni sfuggita ai rigori a una Coppa Italia sanguinosa, da uno scudetto contro il Lecce a svariati passaggi di turno nelle coppe. Evitiamo. La Roma è prima.

In the box – @augustociardi75

Iachini

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – A un punto dal Milan in campionato, in evidente difficoltà in Europa League (la Roma in coppa è sempre partita male), la popolarità di Gasperini, acquisita grazie al lavoro serio e non certo per l’immagine (per molti a fine maggio la Roma sembrava che stesse ingaggiando Salvini), viene scalfita da critiche legittime fino a quando non sfociano nel nonsense. Sta allenando la stessa squadra che un anno fa era in zona retrocessione, sta provando in corsa a darle un senso e a dare un senso a un mini esercito di calciatori nuovi, che almeno a oggi non sono all’altezza di ciò che chiede l’allenatore. Nuovi calciatori che sono arrivati quasi tutti a luglio, perché ad agosto la Roma ha partorito una serie di errori gravi, bucando ogni tipo di obiettivo, soprattutto in un reparto che andava rivoluzionato e che invece in questi due mesi ha riproposto Pellegrini, Dybala, Dovbyk, El Shaarawy e Baldanzi, che fra l’estate 2024 e l’estate 2025 dovevano andare via per contratti in scadenza, trattative avanzate, bocciatura tecniche o tattiche.

Gasperini dovrebbe cambiare tattica per adattarsi al materiale di cui dispone? Facciamo una cosa, risoluzione contrattuale e chiamiamo Iachini. Nonsense. Gasperini sta facendo un lavoro i cui frutti si dovranno valutare nei prossimi mesi, e poi nelle prossime due stagioni. Se a metà autunno del 2025 si deve constatare che la mediana non può prescindere neanche quest’anno da Cristante, se basta un gol annullato a Pisilli per pensare che Gasperini debba adattare gli schemi anche a lui per dargli spazio, se sono bastate due partite decenti di Celik per farsi venire l’acquolina in bocca pensando al suo rinnovo, chiamiamo Iachini, uno di quelli che si chiamano in corsa. Gasperini sta facendo molto più di chiunque altro farebbe se stesse al suo posto. Al ritorno dalla sosta, la scorsa settimana e non due mesi fa, si celebrava la Roma che se avesse battuto l’Inter sarebbe andata in fuga. Poi la Roma perde senza straperdere con l’Inter (il cui quarto attaccante, Esposito, nella Roma sarebbe capitano) sbaglia completamente una partita di Europa League (quattro anni fa in questi giorni il Bodo ne faceva sei alla squadra che avrebbe vinto la coppa), e i fari si accendono su Gasperini. Propone l’attacco leggero e si invoca il centravanti. Mette il centravanti e ci si rende conto che sabato contro l’Inter il falso nueve non era Dybala in campo, ma Dovbyk e Ferguson che stavano in panchina. In estate la dirigenza ha perso la bussola, perché non si conosce il motivo per cui si sia puntato su un’incognita, Ferguson, a inizio mercato, non avendo la minima certezza sulla cessione di Dovbyk nelle settimane successive. Dovbyk che sarebbe stato sostituito da Gimenez, che nella classifica di Serie A dei centravanti che litigano con la porta è secondo alle spalle indovinate di chi? Bravi, di Dovbyk. Ed è inutile tornare sul tema degli esterni d’attacco, il vero buco nero della sessione di mercato estiva.

Anche se, piano piano, certi discorsi li stanno capendo un po’ tutti. Ricapitolando, o si chiama Iachini così vedremo una Roma che sfrutta tutti gli straordinari petali della rosa, oppure più semplicemente si deve dare fiducia totale a Gasperini. E si dovrà allo stesso tempo essere molto esigenti con proprietà e dirigenza, perché a gennaio servono un centravanti, un esterno sinistro offensivo e un centrocampista centrale. Molto da fare e poco tempo a disposizione? Tempo ce n’è, agosto e gennaio. Agosto è passato? Pazienza, ci si è allenati, il tempo si recupera. E non si spreca. Come quando a fine agosto si trattavano gli ingaggi di Pessina del Monza e Dominguez del Bologna e la cessione di Baldanzi al Verona. Nonsense.

In the box – @augustociardi75

Il meno gasperiniano di tutti

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – La forte sensazione è che quando avrà una rosa che si avvicina a ciò che immagina, ci si divertirà. Per ora, ed era in parte prevedibile, Gian Piero Gasperini apporta modifiche necessarie al suo intendimento di calcio. Perché se a sinistra, in prima linea, passi da Lookman a Pellegrini, Dybala, Baldanzi, El Shaarawy e anche Bailey (più estremo esterno destro che offensivo sinistro, e oltretutto mancino di piede), diventa difficile cercare nella Roma un cambiamento radicale di gioco, che forse albeggia ma non può mai essere già a mezzogiorno.

Gasperini in questo momento è il meno gasperiniano fra i tesserati della Roma, estremizzando il concetto. Da inizio stagione ci chiediamo quali siano i “suoi” uomini. Di sicuro Svilar, Mancini, Ndicka, Wesley, Kone, Cristante (per DNA) e Soulé. È salito in corsa sul suo pullman Celik, a cui va reso merito per l’abnegazione. Si intravedono doti care al tecnico in Ziolkowski, felice intuizione di Massara, Rensch e Tsimikas, forse in Ferguson, ed è troppo presto per giudicare El Aynaoui. Quelle caratteristiche che nonostante le chance concesse non ha Dovbyk, che già in estate secondo indicazioni tecniche sarebbe stato meglio sostituire.

E gli altri? Ghilardi è in officina, la Roma in difesa ha abbondanza e piuttosto che lanciarlo e bruciarlo Gasperini gli sta montando l’allestimento giusto. Su Angelino c’erano forti dubbi a inizio estate che a fine ottobre vengono avvalorati dai fatti. Pisilli giocava poco già nelle amichevoli, difficile vederlo nei due di mediana, avrebbe più chance giocando alle spalle della punta, sul centrosinistra, ma in quella zona c’è concorrenza. E il brutto è che nessuno dei tanti che si alternano fanno al caso dell’allenatore, sempre per come intende il calcio. Per Pellegrini l’auspicio è che la Lega si inventi un calendario personalizzato e che tutte le settimane l’avversaria della Roma si chiami Lazio. Dybala è un caso a parte. Stesse bene (maledetta premessa) sarebbe gasperiniano come è stato ranieriano, mourinhano e allegriano. Ma non è il “suo” offensivo di sinistra ideale.

In questo contesto, premettendo che tutti i tecnici possono sbagliare le mosse iniziali di una partita, Gasperini deve avere il tempo, e da gennaio gli uomini, per sviluppare in campo quello che ha in testa. Le prime forti critiche ricevute sono ingenerose. Oltretutto non cerca alibi. Borbotta quando il mercato è aperto, ma poi lavora sodo, e basta. Gasperini sta adattando i suoi schemi alla Roma in questo periodo di lavori in corso, non si sta adattando alla Roma. Perché è la Roma, intesa come dirigenza, squadra e piazza, che deve adattarsi a Gasperini. Il prima possibile, soprattutto a mercato aperto.

In the box – @augustociardi75

Manco dar fornaro

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Esistesse un manuale illustrato dei modi di dire, sotto la definizione “non segna manco con le mani” ci sarebbe la foto degli attaccanti della Roma. Due numeri nove, soltanto un gol complessivo. E meno male che tre volte è andato a segno Soulé e che il derby è stato vinto grazie alla rete di Pellegrini.

A Gasperini imputano le scelte iniziali di sabato sera. Avrà pure sbagliato alcune mosse, ma c’è già una massa informe di critici che sta comprando chiodi in ferramenta per metterlo in croce. Quando si capirà che le cause di una sterilità imbarazzante sono riconducibili al mercato estivo degli ultimi due anni sarà sempre troppo tardi. Nel mentre, tanto per rinverdire la modalità “ricordati che devi morire”, il direttore sportivo prima della sfida all’Inter carica di entusiasmo l’ambiente ribadendo che a gennaio il mercato sarà condizionato dagli accordi di Nyon. Grazie, di nuovo, ma lo abbiamo capito. Tanti e tanti anni fa. Dai tempi di Pallotta se chiedete l’ora ai dirigente della Roma vi risponderanno indicando Nyon sul mappamondo e vi ricorderanno che bisogna fare i conti coi paletti Uefa.

Ogni tanto, si potrebbe anche sorvolare sul tema. Acquisti sbagliati, un anno fa, acquisti mancati, quest’anno. La Roma è vittima anche degli errori dirigenziali. Basterebbe prenderne atto e voltare pagina, pensando a come migliorare una squadra che se continua a stare lassù è grazie a un tecnico che, lo disse chiaramente, per sfamare le ambizioni stagionali è costretto a nutrire la squadra mangiando la carne fino a spolpare l’osso di una rosa colpevolmente monca, dovendo persino fare esperimenti durante i match, anche a costo di esporsi a possibili figuracce. “Gasperini sta a fa’ er fenomeno”. Certo, come no. Se ci si vuole fidare è bene, altrimenti avanti il prossimo, e ricominciamo l’ennesimo giro, tanto da qualche anno è sempre colpa dell’allenatore, no? Fidiamoci. Ne vale la pena.

Gli attaccanti della Roma sono i primi difensori degli avversari. Gli altri non stanno meglio, numeri alla mano. Non cerchiamo il mezzo gaudio evidenziando il mal comune, ma a tempo perso leggete la classifica marcatori dopo sette giornate di campionato. In testa troverete un ex promessa che di mestiere fa l’esterno, Orsolini, che in età matura ha trovato finalmente continuità. Cinque gol, niente di che. Ma per la Roma attuale, in questo momento, sarebbe il nuovo Batistuta. A quota quattro il talentuoso Paz e l’atipico Pulisic. Manco l’ombra di un centravanti. Quindi, a tre, Lautaro, Bonny, Thuram, Soulé, Cancellieri, De Bruyne e Simeone. Fra i primi dieci marcatori della Serie A, ci sono soltanto quattro attaccanti centrali: Lautaro, Thuram, Bonny e Simeone. Dodici gol in quattro, appartenenti a due squadre, Inter e Torino. Due squadre su venti. Una miseria.

Dicono che siamo la nuova Turchia perché ingaggiamo quarantenni sperando che l’esperienza accenda la luce. Se prendiamo in considerazione l’apporto delle punte in fase realizzativa, somigliamo molto di più al campionato cipriota. Continuiamo a sfogliare il manuale illustrato dei modi di dire…“non segna manco dar fornaro”. Anvedi! Le foto di Dovbyk e Ferguson. Ma anche di Vlahovic, David, Gimenez, Kean, Castellanos, Dia. Spoiler: è colpa della pirateria. E di Nyon. Mai di chi gestisce il governo del calcio e i club. Loro godono dell’immunità mediatica.

In the box – @augustociardi75

L’occasione

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Firmereste per il pareggio? La domanda più banale che si possa fare nei giorni che precedono un big match, ma chi di noi non l’ha fatta, agli altri o a se stesso? Perché Roma-Inter è una grande occasione per la Roma ma non bisogna mai sottovalutare gli effetti di una sconfitta in uno scontro diretto, soprattutto perché negli ultimi anni la squadra giallorossa ha faticato tantissimo contro le più forti. In particolare quando davanti si ritrova l’Inter.

Che però, va detto, è oggi nei nomi meno forte rispetto alle Inter del recente passato. Non più debole. Meno forte. Anche in panchina. Perché, al netto del futuro di Chivu, nelle ultime stagioni la Roma ha avuto a che fare con l’Inter di Simone Inzaghi, di Conte e di Spalletti. E in attacco? Lanciatissimi Bonny e Pio Esposito, ma c’è un Thuram in meno. In mediana Chivu si affida alla vecchia guardia, perché Mkhitaryan, Barella e Calhanoglu sono la colonna portante del centrocampo, ma qualche problemino interno la scorsa estate c’è stato e soprattutto l’età avanza.

Anche se al momento l’Inter gode di buona salute. Arriva di slancio all’Olimpico, ma grazie a un calendario favorevole. Dopo la vittoria contro il Torino e la sconfitta contro l’Udinese, l’Inter ha perso l’unico scontro diretto, in casa della Juventus, giocando bene ok, ma subendo quattro gol. Quindi, dopo Torino, percorso netto, ma battendo squadre abbordabili: Cagliari, Sassuolo e Cremonese in Italia, Ajax e Slavia Praga in Europa. Ora il test più tosto, a cui ne seguirà uno ancora più difficile. Perché l’Inter, dopo Roma e Champions League, giocherà a Napoli. Da qui, per i nerazzurri sabato sera ci sarà un peso superiore sulle spalle rispetto alla Roma. Per i punti lasciati per strada finora e per il calendario che in nove giorni presenta due trasferte insidiose.

Roma senza responsabilità? Tutt’altro. Avere una grande occasione non significa potersi permettere di mancarla. E qua torniamo alla firma per il pareggio. La tentazione di non apporla in calce a un ipotetico documento è forte. Sicuramente non firma Gasperini. E questo è confortante. Fidarsi di lui è doveroso.

In the box – @augustociardi75

Gasperini-Inter, quante bugie

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Uno è stato attore protagonista della storia dell’Inter da calciatore e ora spera di esserlo da allenatore. Gli altri due, nel giro di pochi mesi nella stessa stagione, nella Milano nerazzurra non hanno lasciato tracce.

Cristian Chivu, dopo la Roma, ha giocato nell’Inter per sette anni. Fra triplete, singoli scudetti e supercoppe viene ricordato come uno dei migliori difensori degli ultimi venti anni. Poi, nella fase finale della carriera, come tutta la squadra, post Mourinho, si è via via spento. Era ancora all’Inter nella stagione 2011-12, quella in cui per tutta l’estate e per un mese di campionato, è stato allenato da Gian Piero Gasperini. Il tempo di perdere la supercoppa con il Milan, e di lasciare tutti i punti in palio in tre delle prime quattro di campionato. Fatale, per Gasperini, fu Novara, a metà settembre.

Al suo posto Claudio Ranieri, già noto all’epoca per essere bravo a riesumare salme calcistiche. Ci stava riuscendo pure a Milano. Parte vincendo, in inverno piazza nove vittorie (otto in campionato più una in Champions League) consecutive. Poi esce col Marsiglia in Europa e in primavera non vince per nove partite di fila. Perde con la Juventus e via pure Ranieri, al suo posto il giovanissimo Stramaccioni. Quarto nome che lega la sua carriera calcistica sia alla Roma sia all’Inter.

Sabato sera Chivu e Ranieri si ritrovano. Acqua passata non macina più, all’epoca si mormorò che il romeno fosse fra i senatori che mal digerivano l’allenatore. Soprattutto il modulo tattico. Gasperini veniva dagli ottimi risultati nel Genoa, lanciando tra l’altro Milito e Motta, non era un ragazzino, bensì un cinquantenne che chiedeva fiducia, ma capì subito che aria tirava, perché dal mercato estivo voleva gente motivata e adatta alla difesa a tre. Si ritrovò invece una collezione di figurine umane, grandi firme con la pancia piena, un plotone di orfani di Mourinho. Al punto che un anno prima indussero, involontariamente, un vate della panchina, Benitez, a salutare tutti a dicembre dopo avere vinto il Mondiale per club.

Chivu contro Gasperini, a bordocampo, sabato sera. Chivu, anzi l’Inter, senza congiure e malevoli intenzioni, ma con tanta indolenza, contro Gasperini, quattordici anni fa. Dati di fatto. Camuffati o addirittura omessi dall’ignoranza e dal passare del tempo, hanno lasciato spazio a bugie di comodo ed etichette ingiustificate. Per anni si è detto che Gasperini non avesse il fisico del ruolo per stare in una big. Da grande lavoratore qual è, ha preso una medio-piccola e l’ha resa regina, vincente, realtà consolidata. E ora ci riprova con la Roma.

“Gasperini può allenare solo le provinciali”. Quante volte lo avete sentito? Se avete meno di venticinque anni siete pieni di alibi. Non eravate nati o eravate troppo piccoli per ricordare come sono andate le cose. Se siete grandicelli, o all’epoca seguivate poco il pallone, o vi abbeverate a fonti condizionate nel raccontare le cose.

Gasperini non sarà Capello e Zidane, che hanno iniziato allenando squadre di vertice e con esse hanno subito vinto. Ma ha dimostrato di poterci stare ai vertici. L’importante è che i dirigenti gli diano retta, non vadano per altre strade, perché se prendi Gasperini devi fare di tutto per accontentarlo, altrimenti meglio rivolgersi altrove. Quell’Inter là ignorava le sue richieste, lo frantumò come un vaso di coccio schiacciato vasi di ferro, e poi affidò a Ranieri una macchina che non si accendeva più, con star del calcio ancora frignanti perché avevano perso Mourinho un anno e mezzo prima e ancora portavano il lutto. l’Inter era tornata a essere una gabbia di matti. E lo sarebbe stata per quasi tutti i dieci anni successivi.

In the box – @augustociardi75

La grande occasione

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Gennaio. Ma anche, in passato, ottobre e novembre. I mesi della seconda finestra di mercato. Sbagliato e mediocre definirlo mercato di riparazione. Perché pure in estate si ripara ciò che non ha funzionato durante la stagione appena conclusa. “Mercato di riparazione” e “mercato difficile” sono le definizioni che utilizzano i dirigenti che cercano alibi e i media che vogliono concedere alibi ai dirigenti.

Perché la seconda sessione di mercato vale quasi quanto quella estiva. Dura un mese in meno, ma nessuno impedisce di portare a termine il lavoro interrotto. E spesso, se vi lavorano dirigenti capaci e società disponibili, la seconda sessione di mercato risulta determinante.

Ne parliamo perché ora, durante la seconda sosta per le nazionali, si comincia a parlare di trattative invernali. Non serve andare troppo lontano per comprenderlo. Basti guardare la Roma. Delvecchio, Candela, Nakata, Zago. Vi dicono qualcosa? Tre titolari più uno (decisivo) della Roma scudetto furono negli anni acquistati durante le seconde sessioni di mercato.

9 novembre 1995, per 4 miliardi di lire la Roma si assicura il prestito di Marco Delvecchio. Un anno dopo con 6 miliardi acquista la comproprietà, e nel 1997 co ulteriori 4 miliardi e 300 miliardi di lire completò l’operazione di acquisto. Gennaio 1997, dopo una estenuante trattativa con il Guingamp, Vincent Candela passa alla Roma, grazie anche a un suo intervento deciso sul presidente francese che non smetteva un tira e molla che sembrava infinito. 6 miliardi per regalarlo a Zeman, che lo aveva indicato al club. Due anni dopo la Roma lo “riacquistò” su volere di Capello, perché Candela sembrava al passo di addio, essendo in accordo con l’Inter. Nel gennaio 1998, per 7,3 miliardi di lire la Roma compra Antonio Carlos Zago dal Corinthians, perché era tornato in Brasile dopo un’esperienza in Giappone. La Roma lo rigenera, torna anche in nazionale. Pilastro dello scudetto 2000-01.
Il momento di Hidetoshi Nakata arriva nel gennaio 2000. La Roma lo compra dal Perugia di Gaucci per 30 miliardi più il cartellino di Alenitchev. Due stagioni part-time ma con un’incidenza notevole nei momenti cruciali del terzo scudetto. Concluso il biennio, la Roma lo rivende al Parma al doppio di quanto lo aveva pagato. Nel periodo dell’Epifania del 2003, da Leeds arriva Olivier Dacourt, che con De Rossi in linea fu tra i pionieri del primo 4-2-3-1 di Spalletti, per poi lasciare a Pizarro la maglia da titolare nel 2006.

Ma gennaio per la Roma significa anche Toni e Nainggolan, Perotti ed El Shaarawy. Non soltanto Doumbia, Jonathan Silva e Reynolds. A gennaio la Roma ha preso calciatori che si sono distinti dopo essere stati acquistati nella seconda sessione di mercato.

Citiamo infine soltanto un’operazione fatta da altri club oltre l’estate. Marcel Desailly, che il Milan di Berlusconi regalò al tecnico Capello. Era l’ottobre del 1993, i rossoneri versarono 10 miliardi e 700 milioni di lire al Marsiglia. Giocava da centrale di difesa. Capello lo trasformò in diga di centrocampo. Uno dei segreti del suo Milan.

Mercato di riparazione o grande occasione? Questi sono i fatti. Giudicate voi.

In the box – @augustociardi75

Spycam

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Come stanno le altre? Siamo bravissimi ad analizzare e giudicare la Roma pure nei dettagli, spesso superflui, ma è bene studiare i momenti delle avversarie dirette.

La Roma condivide la vetta col Napoli, che ha perso contro il Milan, ma oggettivamente il Napoli sembra appartenere a un’altra dimensione. Napoli che, come Inter, Atalanta e Juventus, lo scorso anno ha chiuso il campionato davanti alla Roma, brava comunque a passare dal medioevo di metà stagione fino a un passo dal paradiso grazie a Ranieri. E la Roma di Gasperini sta facendo il copia incolla del cammino intrapreso lo scorso gennaio. Vittorie di misura, pochi gol subiti, ogni intanto un passo falso. Sulla falsariga del primo semestre 2025 segna poco, anche perché le lacune offensive non sono state colmare dal mercato, che in attesa di Bailey apparentemente ha indebolito il reparto, perché fra gli altri la Roma ha perso Saelemaekers.

E le altre? A inizio campionato c’erano molte ombre sull’Inter. In discussione soprattutto Chivu. Alla vigilia della terza giornata, trasferta in casa della Juventus, i titoli a nove colonne dei quotidiani sportivi nazionali erano sulla precarietà dell’allenatore, che aveva già perso in casa con l’Udinese. A Torino l’Inter gioca bene e perde male, apriti cielo. L’anello debole è il romeno, e come al solito i media cuor di leone gli danno addosso. Accusato di tutto, Chivu tiene la barra dritta e le vince tutte. Nessun gigante abbattuto, ma bottino pieno con Sassuolo, Cagliari, Cremonese, oltre ad Ajax e Slavia Praga. In un mese, le grandi firme cambiano maschera e sfornano grandi banalità. Chivu è il nuovo genio, saggio e coraggioso, aspirante profeta. Voglia di vendere. Le copie in edicola. L’Inter in più della Roma ha una rosa molto più ampia, ha un numero superiore di singoli in grado di fare la differenza. E, a proposito di rosa, ha quattro attaccanti. Ma in fondo pure il Torino ha più attaccanti della Roma. La sensazione è che l’Inter finirebbe alle spalle della Roma soltanto se la sta stagione si rivelasse un flop colossale.

Più abbordabile è la Juventus. Ha tenuto Tudor soltanto perché ha bucato ogni obiettivo fissato, da Conte fino a Gasperini, passando per Genesio. Ha fatto un mercato in funzione della cessione di Vlahovic (prima David e poi Openda sono stati presi dando per scontata la partenza del centravanti) e del ritorno, sfumato, di Kolo Muani. Dopo un avvio promettente, come un anno fa la Juventus ha sposato i pareggi, ha iniziato ad alternare i titolari, soprattutto in attacco. Pagando dazio alla continuità e ai punti di riferimento. Tudor, fra i tecnici delle big, è l’unico che arriva alla seconda sosta col mirino puntato addosso.

Allegri invece si sta mangiando ancora le mani per il rigore sbagliato da Pulisic, e per gli orrori sottoporta di Leao. Il suo Milan ha pagato il biglietto alla prima, perdendo con la Cremonese, poi non si è fermato più. Non ha le coppe, quindi ha più tempo per recuperare fiato e per preparare le partite, come la Roma ha un attacco che non convince, ma più della Roma ha centrocampisti che hanno confidenza con il gol. Curioso che i più grandi detrattori di Allegri, quelli che lo hanno linciato usando gli insulti al posto delle critiche, davanti a un Milan che mostra già una buona identità, rigirano la frittata dicendo che finalmente Allegri si è aggiornato. Volendo avere loro ragione anche davanti a una figura di melma colossale. Praticamente Allegri dovrebbe ringraziarli secondo le loro bislacche teorie, perché convinti di averlo spronato a cambiare. Deliri di onnipotenza. Ipertrofia dell’ego.

Alzi la mano che credeva che dopo sei giornate l’Atalanta di Juric avrebbe avuto al massimo quattro-cinque punti. Ammetto che sto scrivendo con la sinistra. Dopo un paio di partite apatiche, la squadra è ripartita. Nonostante un’infinità di assenti, che piano piano stanno tornando. Non è l’Atalanta di Gasperini (e un giorno mi spiegheranno in cosa le squadre di Gasperini e di Juric si assomigliano) ma la memoria storica esiste. L’Atalanta dà la sensazione che potrà bazzicare il quarto posto, ma non viene vista più come una squadra che travolge chiunque con lo strapotere fisico e con l’intensità di gioco.

La Lazio è fuori dai giochi. Dilaniata dell’immobilismo, guidata da un allenatore che non sembra più in grado di lasciare un’impronta, ha una classifica che è specchio fedele del suo momento storico.

Il Bologna ha i fari bassissimi, ma il progetto offre continuità, la squadra è rodata e sta iniziando a corricchiare. Difficile possa lottare per il quarto posto ma occhio, perché sottovalutare il Bologna per il terzo anno consecutivo sarebbe peccato mortale.

La Fiorentina potrebbe lasciare a piedi Pioli se perdesse in casa del Milan. Il tecnico ci era rimasto male quando in estate Allegri non aveva menzionato la Viola fra le aspiranti a un posto Champions League, e aveva risposto dicendo in conferenza stampa “ci vediamo alla fine del campionato”. Difficile.

In the box – @augustociardi75

Svilar è della Roma

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Tante persone a giugno si erano convinte che la Roma avrebbe perso il portiere in cambio di un paio di dozzine di milioni di euro. Il tam tam estivo prevedeva questo, la Roma deve vendere, deve affrettarsi a vendere, anzi deve svendere.

Vederlo parare con la maglia della Roma per molti fa strano. Ma garantiamo che Svilar è un tesserato della Roma. Brava a rinnovargli il contratto. Non basta. Perché per molti Svilar è una concessione elargita generosamente da un ente. Tipo quando non hai i soldi per difenderti in tribunale e ti assegnano l’avvocato d’ufficio. No. Svilar è un tesserato della Roma, quindi? Come funziona?

Se il Milan di Pioli vince lo scudetto più per i meriti di Maignan che di Leao e Tonali sono grandi Maldini e Massara che hanno scovato in Francia un valore aggiunto per sostituire Donnarumma, ma se la Roma si concede il lusso di avere Svilar deve chiedere scusa perché finalmente ha un portiere che para?

La narrazione del calcio deve convincere la massa che la Roma abbia culo. Devono essere ridimensionate le vittorie. Ci siamo abituati, furono sminuite la vittoria di Tirana e il furto di Budapest. Figuriamoci se possono sorprendere le reazioni contrariate perché la Roma ha messo insieme dodici punti su quindici anche grazie a un portiere che non funge da sedia messa in mezzo ai pali. Si vuole fare credere che ogni parata sia grazia ricevuta. Lasciate che ci si convinca di tutto ciò.

La Roma ha un grande portiere, che è stata brava a mantenere in organico, nonostante si dia già per scontato che partirà a giugno così come si dava per scontato che sarebbe partito tre mesi fa. A proposito di narrazione. Non che non sia possibile, ma solo a Roma a settembre si parla già del mercato in uscita a giugno.

Digerire che Svilar sia rimasto per molti è stato difficile. Considerando che i giornali di Milano hanno già iniziato con la cantilena su Koné all’Inter. Solite storie. Perché nel terzo millennio si tifano più le proprie idee che le squadre e mal si accettano le constatazioni dei fatti, falsificando la realtà. La Roma non ha mai considerato la cessione di Svilar.

Svilar para per la Roma. Come Maignan para e parava per il Milan. Come Buffon parava per la Juventus. E questo grande portiere, e le sue parate, valgono come i gol di un attaccante, la rifinitura di un trequartista e i recuperi di un mediano.

In the box – @augustociardi75

Fossi laziale sarei terrorizzato

LAROMA24.IT (AUGUSTO CIARDI) – Il minimo sindacale per vincere il derby, in emergenza, che significa nove punti su dodici. Mica male per una squadra incompleta che oggi ha rispolverato Lorenzo Pellegrini che quando vede la Lazio resuscita. C’è tanto da lavorare ma la Roma ha guida giusta, un allenatore serio, bravo e vincente. Che sa usare anche parole dure e in pubblico come terapia choc per calciatori che andavano ceduti e che alla fine lui dovrà tenere in considerazione almeno fino a gennaio. E ogni riferimento a Pellegrini è voluto.
Poi c’è la Lazio, e giuro che non è sfottò. Fossi tifoso laziale non sarei preoccupato. Sarei terrorizzato. Questa stagione è pericolosissima. Il mercato bloccato ha lasciato in eredità uno stallo enorme. Estate cristallizzata. Società che prima della partita (mai dopo) manda a parlare l’unico Direttore sportivo al mondo che in estate avrebbe potuto organizzare le vacanze come un impiegato qualsiasi. Allenatore dogmatico che non prevede piani B, che messo al corrente del mercato bloccato ha cancellato, accettando di restare, ogni alibi a suo favore, che non concedendo deroghe per il suo anzianotto schema tattico manda in campo sotto il sole cocente almeno quattro bisognosi di cambi per raggiunti limiti di età o perché a rischio infortuni muscolari.

E poi ci sono i calciatori. Se a suonare la carica nei momenti cruciali sono elementi avvezzi a crisi isteriche, tipo Guendouzi e Pellegrini, la stagione può davvero essere un film dell’orrore.

In the box – @augustociardi75